223. Sogno di Natale – Novella

«Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell’appannatura mi ridestò d’improvviso un ricordo degli anni miei primi, quand’io, credulo fanciullo, la notte della vigilia, non pago del grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo così, se in quel cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata…»

Prima pubblicazione: Rassegna settimanale universale, 27 dicembre 1896.

Novella dalla Raccolta “Appendice” (1938)

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sogno di natale

Sogno di Natale – Audio lettura di Valter Zanardi
Sogno di Natale – Audio lettura di Gaetano Marino
Sogno di Natale – Audio lettura di Giuseppe Tizza

In Sogno di Natale (1896) Luigi Pirandello affida alla forma del sogno una meditazione intensa e dolorosa sulla distanza che separa l’uomo moderno dal significato autentico della vita e del Natale. Il racconto non presenta una vera azione, ma si sviluppa come una visione interiore, nella quale il narratore, stanco e oppresso dalla quotidianità, scivola quasi inavvertitamente nel sonno e si ritrova a vagare per città e paesi nella notte natalizia. Ovunque regnano la festa, i canti, le luci, le riunioni familiari; e tuttavia quelle stesse vie appaiono deserte, fredde, come se la celebrazione si consumasse all’interno delle case senza più irradiarsi nella vita reale. Il narratore passa di soglia in soglia, si affaccia alle feste altrui, augura “Buon Natale” e scompare: è già, simbolicamente, un escluso, uno spettatore senza dimora.

Nel sogno appare allora Gesù, errante nella notte che dovrebbe celebrarne la nascita. Non è il Cristo glorioso della tradizione, ma una figura pallida, raccolta in sé, ferita da una tristezza infinita. Il suo vagare furtivo rivela una verità paradossale: il mondo festeggia il Natale, ma Cristo non vi trova più posto. L’identificazione progressiva tra il narratore e Gesù, fino alla loro momentanea fusione, esprime il desiderio di una comunione profonda, di una vita più vera; ma tale unione non può durare. Quando il narratore si arresta, appesantito dalla propria natura terrena, Gesù si distacca e prosegue leggero, mentre l’uomo resta come un’ombra scura, costretto a seguirlo dal basso. In questo sdoppiamento Pirandello raffigura la scissione insanabile tra aspirazione spirituale e condizione umana, tra slancio vitale e peso della forma.

Il viaggio assume allora un carattere simbolico sempre più marcato. La siepe di rovi che si allunga all’infinito nella pianura nera è la sofferenza inevitabile di chi tenta di seguire un ideale; il mare notturno, solcato dalla via luminosa del riflesso lunare, suggerisce una possibilità di trascendenza, fragile e lontana; le città deserte che riappaiono infine segnano il ritorno al mondo degli uomini. Gesù si ferma ad ascoltare dietro le porte delle case più povere, dove il Natale non è festa ma occasione di rancore e invidia. Il suo dolore si fa più acuto quando mormora che anche per costoro è morto: Pirandello mostra così come la miseria materiale, anziché aprire alla pietà, generi spesso odio e chiusura, rendendo impossibile la rinascita spirituale.

Non meno significativa è la scena della chiesa sontuosa, colma di ori, incensi e riti solenni. Qui la critica pirandelliana si fa sottile ma incisiva: la magnificenza del culto non coincide con la presenza viva di Cristo. Gesù stesso confessa che sarebbe felice di nascere davvero, per la prima volta, in quell’ambiente che pure lo celebra con tanta pompa. La religione ridotta a spettacolo e a forma vuota appare incapace di accogliere la vita che pretende di onorare. È in questo contesto che Gesù rivolge al narratore la richiesta decisiva: cerca un’anima in cui rivivere, un’anima non ingombra di cose superflue, pronta a rinunciare a ciò che il mondo stima necessario. L’offerta è radicale, ma non minacciosa: a chi accetterà, promette cento volte ciò che perderà.

La risposta dell’uomo è esitante e dolorosa. Egli non rifiuta per orgoglio o ribellione, ma per impotenza. La città, la casa, i cari, i sogni lo trattengono; la forma della vita quotidiana è troppo stretta e insieme troppo necessaria per essere abbandonata. Il suo “non posso” è la confessione più autentica e più tragica dell’uomo moderno, consapevole della verità ma incapace di seguirla. In questo punto la novella anticipa uno dei nuclei centrali della riflessione pirandelliana: la vita autentica è soffocata dalle forme che la società impone e che l’individuo finisce per interiorizzare come indispensabili.

Il risveglio finale spezza bruscamente la visione. La mano che all’inizio del sogno sembrava una carezza si trasforma in una spinta che riconduce il narratore alla realtà del lavoro, del tavolino, della fatica mentale incessante. L’ultima esclamazione, che individua in quella vita senza requie il vero tormento, suggella il senso amaro del racconto. Sogno di Natale non offre consolazione né redenzione: mostra piuttosto la distanza dolorosa tra il bisogno di rinascita e l’impossibilità concreta di realizzarla. Il Natale resta una festa celebrata, ma non vissuta; Cristo una presenza cercata, ma non accolta; l’uomo una coscienza inquieta, incapace di liberarsi dalle catene invisibili che egli stesso riconosce come false e tuttavia indispensabili.

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12. Sogno di Natale – 1896

             Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che pro­vavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si do­vesse in quel punto svolgere in essi.

             Era festa dovunque; in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; in­nanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi tratte­nevo un poco in ognuna, poi auguravo: – Buon Natale – e sparivo…

             Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli an­dava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio in­tenso, in preda a una tristezza infinita.

             Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’imagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

             Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allun­gava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

             Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

             A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

             – Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

             Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

             – Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

             Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splen­didi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’aitar maggiore pomposamente parato, con gli offi­cianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei pre­ziosi merletti del mensale.

             – E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

             Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posan­domi una mano sul petto riprese:

             – Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’io son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

             – La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?

             – Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fiso con quegli occhi profondi e chiari.

             – Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergo­gnoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

             Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. È qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

Raccolte Appendice e Novelle estravaganti

Appendice
01 – Capannetta (Bozzetto siciliano) – 1884
02 – La ricca – 1892
03 – L’onda – 1894
04 – La signorina – 1894
05 – L’amica delle mogli – 1894
06 – I galletti del bottajo – 1894
07 – Il «no» di Anna – 1895
08 – Il nido – 1895
09 – Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – 1895/1906
10 – Chi fu? – 1896
11 – Natale sul Reno – 1896
12 – Sogno di Natale – 1897
13 – Le dodici lettere – 1897
14 – Creditor galante – 1897
15 – La paura – 1897
16 – La scelta – 1898
17 – Alberi cittadini – 1900
18 – Prudenza – 1902
19 – La signora Speranza – 1903
20 – La Messa di quest’anno – 1905
21 – Stefano Giogli, uno e due – 1905
22 – Maestro Amore – 1912
23 – Colloquii coi personaggi – 1915
24 – I due giganti – 1916
25 – Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea – 1919
26 – Sgombero – 1938
27 – Lillina e Mita – 1906

Novelle estravaganti (non comprese in nessuna raccolta)
01 – Pianto segreto – 1903
02 – I muricciuoli, un fico, un uccellino – 1931
03 – Personaggi – 1906
04 – Incontro – 1898
05 – Disdetta – 1898
06 – Disdetta (continuazione e fine) – 1898

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»»» Elenchi di tutte le novelle
»»» Elenco delle raccolte

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