“Lo strappo nel cielo di carta”: Pirandello e la crisi delle certezze



di Vanessa Vaia

da Libero Pensiero

«Beate le marionette su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato»

Tra le rimembranze liceali di ognuno di noi spicca senza dubbio Il fu Mattia Pascal, uno dei romanzi più amati di Luigi Pirandello, che ne esprime in pieno la maturità poetica. Pirandello, massimo interprete della crisi dell’uomo contemporaneo, narra di un protagonista senza identità, che abbandona la forma, e per tal motivo è condannato alla solitudine.

Questi è Mattia Pascal, che ben presto si renderà conto di non poter appartenere alla comunità umana senza un’identità anagrafica, che lo renda riconoscibile e che lo inquadri in una specifica “maschera”: e allo stesso tempo diventa consapevole dell’insanabile contrasto tra essere e apparire.

Tra le immagini più potenti e affascinanti create da Pirandello in questo romanzo c’è quella allegorica di “strappo nel cielo di carta”: metaforicamente va a rappresentare la perdita da parte dell’uomo moderno dei valori della tradizione su cui aveva fondato il suo castello di sicurezze.

Adriano Meis, pseudonimo sotto cui si nasconde Mattia Pascal una volta creduto morto, inizia a viaggiare in Italia e all’estero, per poi stabilirsi in una camera ammobiliata a Roma, presso la pensione di Anselmo Paleari. Quest’ultimo è un pensatore eccentrico, completamente estraniato dalla realtà che lo circonda; un teatro di marionette a Roma, che rappresenta una riduzione dell’Elettra di Sofocle, diventa il punto di partenza da cui partire per elaborare un ragionamento interessante: cosa accadrebbe, si chiede Paleari, se proprio nel momento in cui sta per uccidere la madre, la marionetta Oreste venisse distratta da uno strappo nel cielo di carta che fa da sfondo al teatrino, vedendo crollare le proprie certezze?

«-Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.-

– Non saprei, – risposi, stringendomi ne le spalle.

–Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.

– E perché?

– Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto,  gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.»

Innanzitutto va fatta un’osservazione: il riferimento a una tragedia rappresentata in un teatrino di marionette non è casuale. Allegoricamente le marionette vanno a rappresentare nient’altro che l’alienazione dell’uomo, che vive e si muove meccanicamente, fino a che un evento ne sconvolge quelle che sono le presunte certezze. Per Pirandello, la nostra personalità è una costruzione fittizia, allo stesso modo della realtà che ci circonda.

Basta un nulla per mettere in crisi tali costruzioni: come lo strappo che si produce nel cielo del teatrino. Il cielo falso è considerato come vero dalla marionetta. Lo “strappo” improvviso ne svela la bugia e la marionetta entra in crisi. Non riesce più a portare avanti la sua “parte”, perché la denuncia di quella falsità la costringe a vedere in modo nuovo se stessa e la realtà. Le sue abituali certezze si dissolvono ed essa è destinata alla paralisi: perché il nostro agire è possibile solo finché crediamo alle nostre costruzioni.

Lo “strappo” è l’incidente casuale e banale che ci riempie di dubbi, l’avvenimento imprevisto che ci paralizza. Capace di mostrarci la realtà per quel che è e mettere in crisi i consueti punti di riferimento e contesti, che si mantengono in vita finché funzionano i meccanismi teatrali e le convenzioni, ma quando questi vengono a mancare si sfaldano. E noi restiamo smarriti.

E cosa succederebbe alla marionetta di Oreste?

Si fermerebbe sconcertata, bloccata, incapace di portare a termine il proprio proposito, poiché perderebbe la sicurezza che gli consentiva di agire senza esitazioni. Oreste diventerebbe Amleto: non più l’eroe classico, capace di gesti risoluti e propenso all’azione, ma il moderno anti-eroe, travagliato dal dubbio e bloccato all’impasse di una scelta.

In chiave storico-culturale, la crisi dell’uomo e della società va a coincidere con la crisi del sistema geocentrico, ovvero della visione oggettiva e provvidenziale dell’universo:

«Maledetto sia Copernico (…) ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo»

Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal” fa senza dubbio riferimento alla crisi segnata dalle teorie copernicane, la cosiddetta “perdita del centro”. Si assiste al dissolversi di una certezza fondamentale, incrollabile nell’uomo antico e rinascimentale: quella di essere al centro dell’universo.

Il pensiero di Pirandello si basa anche su una concezione relativistica sia dell’uomo che del mondo: la realtà non è data come assoluta, ma priva di valori oggettivi. Questo porta ad una situazione di conflitto e dubbio perenne: perfino inquadrarsi in un’unica forma è impossibile. L’uomo è “Uno, nessuno e centomila“.

Sarebbe sbagliato delimitare il “crollo delle certezze” in un dato arco temporale e farlo combaciare con il Novecento. Perché la crisi di identità e certezze è tipica della società postmoderna in un ci muoviamo oggi: epoca instabile e indefinita, dove nulla è certo.

Come barche contro corrente, continuiamo a remare e a scontrarci con una molteplicità di prospettive e verità, nessuna universalmente data e riconosciuta, e vien meno anche l’utopia di edificare i propri punti saldi.

E l’uomo come si pone in ciò? 

In un clima in cui non ci sono punti di riferimento e in cui le certezze sono destinate di volta in volta a crollare, l’uomo contemporaneo si ritrova smarrito. È uno tra i tanti, senza identità. Non è più niente, se non un puntino smarrito nell’immensità non misurabile dell’universo, una nullità le cui azioni perdono di significato se comparate con il resto della realtà.

«Storie di vermucci ormai, le nostre»

Vanessa Vaia

da Libero Pensiero


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