218. Il «no» di Anna – Novella

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Prima pubblicazione: Gazzetta letteraria, 7, 14, 21, 28 settembre e 5 ottobre 1895. Ripubblicata, con varianti, e col nuovo titolo Lillina e Mita, nella Rivista di Roma, 10 aprile 1906.
«Come legata dalla tremenda commozione della natura, Anna stavasi alla fi­nestra, sferzata in faccia dalla pioggia, con le vesti inzuppate, sussultando a ogni palpito della sinistra luce tra le tenebre sul mare in tempesta. Bruciava dalla febbre e piangeva, stimando in quel momento la propria infelicità supe­riore a quella d’ogni altra creatura vivente.»

Novella dalla Raccolta “Appendice” (1938)

««« Introduzione alle novelle

Il «no» di Anna
Albert Beck Wenzel (1864-1917), La proposta di matrimonio

Il «no» di Anna – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Il «no» di Anna – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
Il «no» di Anna – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

7. Il «no» di Anna – 1895

             I. Trillavano i grilli nella placida sera di settembre sulla spiaggia lunga e stretta, tutta ingombra di alte cataste di zolfo. La spiaggia, fino a mezzo se­colo addietro era seno di mare, il quale allora veniva a battere alle mura del borgo nascente. Inarenato il seno, subito il commercio aveva invaso quel breve lembo sabbioso, per comodo del carico dello zolfo.

             Chi sa da qui a cento, a duecent’anni che diverrà Vignetta!

             Intanto, è quasi città, affermano gli abitanti. E possiede un porto, che è forse il più commerciale dell’isola, sebbene ancora senza banchina: due lunghe braccia petrose, curve sul mare, accoglienti in mezzo un breve ponitoio da legni sottili, detto il Molo vecchio, al quale è stato riserbato l’onore di tener la sorte della capitaneria del porto e la bianca torre del faro principale.

             Di giorno Vignetta è in continuo fermento. Ogni mattina, all’alba, i tre ap­pelli d’un banditore la destano:

             – Uomini di mare, alla fatica!

             E già comincia lo strider dei carri carichi di zolfo, carri senza molla, ferrati, rotolanti nel brecciale fradicio dello stradone polveroso, popolato di magri asinelli a frotte, bardati, che arrivano anch’essi con due pani di zolfo a con­trappeso, uno per ciascun lato.

             Le spigonare, con la gran vela triangolare ripiegata a metà sull’albero, assie­pano la riva; mentre già a pie delle cataste s’impiantan le stadere, sulle quali lo zolfo è pesato, e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte. Gli uomini di mare scalzi, in calzoni di tela, recano il carico alle spigonare, immergendosi nell’acqua fino all’anca; poi le spigonare ripiene, sciolta la vela, recano alla lor volta il carico ai vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.

             Questo, sulla spiaggia.

             Entro il paese, sulla larga strada principale, altri carri giungono carichi di sacchi d’orzo, di frumento, di fave.

             – O misuratori! – chiamano i facchini.

             I sacchi di sul carro son votati su un largo tappeto di juta grezza steso sulla via, e l’orzo e il frumento, misurati a tomoli e insaccati di nuovo, son portati a spalla entro i depositi ben guardati dall’umido. Ogni cinque tomoli, un sacco; ogni venti tomoli, una salma.

             – E conta una! E conta due!

             Grida, a ogni ventina, con voce lunga e lamentosa il misuratore.

             Così fino al tramonto, con una breve tregua sul mezzogiorno.

             La sera, dopo tanto frastuono, il senso della quiete pervade più profonda­mente e domina il paese. E i grilli strillano sulla spiaggia, tra le cataste di zolfo, e qualche cane di guardia abbaia di quando in quando; mentre il mare, dentro il porto, dorme tranquillo come un lago, con la selva oscura delle navi quasi protette dal faro, di cui le acque nere riflettono il verde lume.

             Oltre il porto, il mare si stende vastissimo, rischiarato dalla luna, fino all’o­rizzonte chiuso a sinistra da Punta Bianca, a destra da Monte Rossello, in ampio semicerchio.

             Allo spettacolo di questa solenne calma del mare, sul terrazzo di casa Prinzi, la signorina Rita ascoltava una sera le confidenze dell’amica Anna Cesarò, e la guardava freddamente negli occhi, e le guardava le labbra appassite e i denti malpari, sicché Anna, parlando, si sentiva spesso costretta ad abbassar gli occhi: allora la voce le usciva più che mai velata e tremula dalla gola troppo larga, quantunque il collo fosse lungo e magro. Talvolta gli occhi di Rita si stringevano un po’ in uno sguardo di commiserazione, che turbava peggio Anna, le cui dita tremanti tormentavano allora le trine della manica. Peggio ancora poi, quando Rita traeva qualche lieve sospiro, guardando in alto.

             – Stamane finalmente mi son vendicata! – disse Anna con quella certa baldanza di chi sappia di dir cosa che faccia piacere.

             – Sì? Che gli hai fatto? – domandò Rita senza ombra di curiosità. Anna rispose con gli occhi bassi:

             – Gli ho chiusa in faccia la finestra…

             Rita sospirò. Ella compiangeva in cuor suo, veramente, la povera amica in­namorata alla perdizione del giovane medico di Vignetta, il dottor Mondino Morgani, lungo, Dio mio, tre canne, senza esagerazione, e magro: un palo in­somma; più biondo della paglia, con due puntini cilestri per occhi e un naso gracile, così enorme, che gli diventava pallidissimo, ogni qualvolta rideva, a cagione dello stiramento della pelle lì lì per scoppiargli sul dorso.

             Il dottor Morgani, poveretto, non che corrispondere alla passione d’Anna, non sospettava nemmeno dell’amor di lei; così almeno credeva Rita, la quale perciò soffriva alle timide confidenze dell’amica tanto illusa da non accorgersi quanto fossero ridicoli quei dispettucci che ella intendeva fare al preteso in­namorato. (Chiudergli in faccia la finestra, poveretto, e perché?)

             Quella relegazione nella cittaduzza marittima di Vignetta, a causa del com­mercio dello zolfo a cui il padre s’era dato, aveva alterato l’indole, prima gaia e aperta, di Rita. Era troppo forte veramente il contrasto tra l’immensità della natura, del cielo, e del mare, e la grettezza opprimente degli abitanti di Vi­gnetta. Il padre dedito tutto il giorno agli affari, la madre alle faccende di casa lasciavano Rita nella più completa solitudine, così che ella aveva preso l’abi­tudine del fantasticare, chiusa sempre in se stessa, da mane a sera. Non aveva amiche a Vignetta, tranne la Cesarò (grettuccia anche lei, la poverina), né cosa alcuna o persona che l’interessasse in quel paese. Così, senza scopo, quasi senza vita, vedeva andar via ad uno ad uno i suoi giorni migliori.

             Anna era adesso di paraggio inferiore alla Prinzi. Rosario Cesarò, suo padre, tipo strano d’uomo, morto quattr’anni addietro, aveva buttato a piene mani tutto l’aver suo nelle buche delle solfare, preso dalla mania di trovar filoni di zolfo in ogni montagna del circondario. E aveva sventrato montagne, fatto scavar buche fino a duecento metri di profondità, senza trovar mai nulla: acqua soltanto: e allora, impianti di macchine a vapore per votar le buche, o costruzioni sotterranee per deviar l’acqua. Così migliaia e migliaia di lire aveva lasciato ingoiare alle buche voraci senza alcun frutto.

             Appunto nell’infausta occasione della malattia del padre Anna aveva cono­sciuto il dottor Morgani.

             Né la madre, né la sorella maritata, né il cognato, ancora in pianto per la re­cente morte, avevan pensato alla povera Anna, allora sui diciotto anni, di ca­gionevole salute fin da bambina, consumata da una febbre lenta, continua.

             Mondino Morgani s’era messo ad esercitar la professione del medico da tre mesi soltanto, e il Cesarò era «il suo primo morto». La malattia del quale era stata irrimediabile, è vero; ma tuttavia della morte Mondino aveva quasi avuto rimorso.

             Durante i tre mesi angosciosi della malattia del padre, Anna erasi talmente consumata, che il nasino, la bocca, il mento piccolo un po’ sfuggente, parevan presi di paura dagli occhi verdognoli straordinariamente ingranditi sotto la fiamma dei folti capelli rossi, arruffati.

             Era alta anche lei, non quanto il dottore, ma quasi, per via del collo; e tos­siva.

             Mondino le guardava il seno schiacciato, stretto e le spalle ossute.

             «Dio mio, costei mi dà in tisico!», pensava.

             E non sapeva tollerare che nessuno in’casa si prendesse cura di lei. Ordinava lui in cucina del brodo per la signorina.

             – Dottore, impossibile! impossibile! Non posso prenderne…

             – Mi faccia questo favore. Guardi, una tazzina piccola così… Un atto di vo­lontà, e si manda giù…

             – Non posso, glielo giuro…

             – Deve farlo per me… Guardi, proviamo a cucchiaini. Uno…

             – Oh Dio!

             – Un altro, avanti! Così, coraggio…

             – Basta! non posso più… non posso più…

             – Senta, non me ne vado di qui, se non prende questa tazza di brodo. Anna allora lo guardava un tratto coi suoi grand’occhi verdognoli, come per

             dirgli: «Fo il sacrifizio per lei!». Li chiudeva e ingollava.

             – Brava! Così va bene. Vo via più contento, adesso. A questa sera, signorina.

             E Anna, dal suo lettuccio, lo seguiva con gli occhi fino all’uscio; poi si na­scondeva tutta sotto le coperte, e sospirava felice, struggendosi, e baciava il guanciale con le labbra avide.

             E non era Mondino finanche arrivato ad assaggiar prima lui i medicamenti più amari per incoraggiar l’inferma a prenderli? Qual medico suole arrivare fino a tal punto? E quel che le diceva! E come la forzava!

             Rita aveva lasciato trapelare all’amica i suoi dubbi sull’innamoramento del dottore; e Anna, poverina, rinvangava nei ricordi… No, no! Non era inganno il suo! Ma che! E la grasta dei garofani? Sì, una bella pianta di garofani screziati, ch’ella teneva sul davanzale della finestra di camera sua… Il dottor Morgani, amantissimo dei fiori, quando veniva da lei a visita, non sapeva staccar gli occhi da quella pianta.

             – Che bei garofani! Permette, signorina?

             – Tutti, dottore…

             Ne staccava uno, con le lunghe e secche dita, e se lo metteva all’occhiello.

             Anna, ristabilita, aveva voluto per conto suo regalare al dottore quella bella grasta di garofani. E Mondino non portava mai altri fiori all’occhiello, se non quei garofani, quando sbocciavano.

             Non era un segno anche questo?

             Rita pensava tra sé: «Certo quell’imbecille ha preso a godersela!». E, in fondo, non si sbagliava.

             Solamente, in Mondino – bisogna dirlo – non era intenzione di far del male ad Anna. Egli si stimava sinceramente, il giovinotto più irresistibile di Vi­gnetta; le sue maniere erano per natura cortesi e garbate, non ci metteva nulla di suo, era così, che poteva farci? E le ragazze s’invaghivano di lui, creden­dosi lusingate… Ma nemmeno per ombra, parola d’onore! Se ne invaghivano? Padronissime! anzi, tanto piacere, ma lui… Per altro, la signorina Cesarò (un’ottima creatura, come negarlo?) doveva pensare che egli aveva per le mani una professione nobilissima e lucrosa, che i suoi parenti erano molto ric­chi, e che lei, poverina, non aveva un soldo di dote. Quando s’ama, è vero, non si pensa a queste cose; ci pensano i parenti però… Non parlava della fi­gura. Per la figura, passi! Mondino aveva in proposito un’idea sua: «La mo­glie non dev’essere bellissima. Che sia saggia e buona, deve bastare». Ma inu­tile parlarne! Lui, per adesso, non aveva intenzione di sposare, ecco! E dun­que…

             E ogni qual volta era invitato in casa Cesarò, sbuffava come un cavallo stracco.

             «Auf! Costei s’ammala certo per vedermi da vicino!»

             E innanzi al lettuccio di Anna, all’incentivo tocco di quel polso esile che tremava tra le sue dita, avviluppato dal fervido sguardo di quei grand’occhi verdognoli, chiedenti quasi pietà, Mondino Morgani si turbava anche lui, si sentiva impacciato, non sapeva metter più insieme due parole, due grecismi dell’oscura terminologia medica, che pure era il suo forte.

             – Ha febbre? – gli domandava la madre.

             «Eh sfido, se non ne ha, le viene…» avrebbe voluto risponderle Mondino, esasperato.

*******

             II. – Guarda, guarda… si volta! si volta! E Anna spingeva col gomito, sulla ringhiera del terrazzo, il gomito di Rita.

             – Sta’ seria, Anna! – ammonì questa, fingendo di non vedere.

             Mondino Morgani passava lungo lungo, secco secco, per la spiaggia, guar­dando il terrazzo di casa Prinzi, ove le due amiche erano affacciate.

             Passava quasi ogni giorno, alla stessa ora; e guardava ogni volta il terrazzo, a lungo, anche quando Anna non v’era.

             Questa intanto era felice di quel lungo sguardo diretto a lei, a suo credere.

             – Vedi? Vedi? ci credi ora?

             – Io, no – rispose asciutta Rita, guardando il mare.

             – Come no? Perché? Te l’assicuro io… – incalzò timidamente Anna.

             – Son diffidente… A cosa fatta, crederò. Se fossi in te, diffiderei.

             – Sai qualche cosa? Sai forse qualche cosa?

             – No, nulla. Parlo per esperienza.

             – Eppure… – sospirò Anna, lì lì quasi per piangere.

             Rita la guardò, ed ebbe pietà di quelle labbra pallide, tremanti, di quei grand’occhi smarriti, e rimorso d’aver così recisamente esternato quel che pen­sava.

             – Non ci badare! – soggiunse. – Sono di pessimo umore quest’oggi. E nessuno può saperlo meglio di te… E se tu dici…

             S’interruppe, e propose:

             – Andiamo a suonare un po’? Via, via! Andiamo giù. Mondino Morgani ripassava sotto il terrazzo.

             Anna lo scorse, mentre già stava per seguir la Rita, e si trattenne con una mano alla ringhiera a guardare, facendosi violenza.

             Mondino passò diritto come un palo, senza voltarsi.

             «M’ha veduta? Non m’ha veduta?», si chiese Anna trepidando. «O c’è qual­cuno affacciato in qualche finestra vicina?»

             Guardò: nessuno! E quelle parole di Rita…

             Discese, angosciata, la scala del terrazzo.

             Rita sonava con molto slancio la Smania del Coop. Appena Anna entrò nel salotto, ella volse il capo verso l’amica, senza smettere di suonare.

             – È ripassato, è vero?

             – Sì… non m’ha veduta…

             – Ah! non s’è voltato! – osservò Rita con uno strano sorriso a fior di labbra. Levò le mani dalla tastiera e prese quelle di Anna, guardandola negli occhi.

             – Se intende scherzare, l’avrà da far con me… – disse Anna con gli occhi bassi, interpretando lo sguardo dell’amica, e si morse il labbro inferiore.

             – E che puoi fargli tu? – domandò Rita, alzando le spalle, ancora con lo strano sorriso sulle labbra.

             – Oh, se crede che io sia come la figlia del capitano del porto, quella civettona continentale tutta lezi da scimmia, o come quel pesce infarinato di Sarina Scoma che fa all’amore in pubblica piazza con gli ufficiali, o come…

             – Cara mia – l’interruppe Rita – a immischiarsi con gli uomini, han sempre ragione loro! Tu l’ami, è vero?

             Anna continuò a mordersi il labbro inferiore.

             – Bene, egli si mette a civettar con un’altra, poi, poniamo, la sposa, e ti pianta. Che gli fai tu?

             – Non siamo ancora a questo punto… – obbiettò Anna – Tuttavia, io voglio uscire da questa incertezza…

             Rita sospirò. Dall’incertezza, purtroppo, ella era uscita.

             Mondino Morgani si teneva sicurissimo, che tutte le ragazze di Vignetta, a un cenno solo, si sarebbero buttate dalle finestre a terra per lui: «Prendimi! Prendimi!». Una sola gli avrebbe resistito: Rita Prinzi! Ed era senza dubbio (pareva almeno al dottor Mondino) la più bella, la più intelligente fra tutte: «Educazione da gran signora, suona, ricama, parla il francese, famiglia rispet­tabilissima, dote discreta…».

             E passava e ripassava sotto il terrazzo.

             Rita se n’era accorta.

             «Mi fa il ragno sotto gli occhi», pensava, vedendolo. «Non son mosca per te, caro mio.»

             E si ritirava, perché l’imbecille non si credesse lusingato. Oh, quella povera Anna!

             Mondino, persuaso alla fine, che col passare e ripassare, sciupo di scarpe e nessun pro’, si decise al gran passo. «Colgo la più bella rosa di Vignetta!» Addio vita da scapolo! Addio sospiri! Addio temporanee avventure!

             Un «no», tanto così!

             «No! Come no? Perché?», si domandava Mondino. «Perché no?» E non se ne poteva dar pace. «Come no?» E passeggiava inconsolabile, per lungo e per largo, con le mani dietro la schiena, la camera da letto, in pantofole e in mani­che di camicia, senza sentir freddo. Non se l’aspettava quel «no». Come c’en­trava? In fin dei conti, rispetto all’età, una giusta proporzione: vediamo; Cen­t’anni, lui; ventidue, lei: otto anni di differenza. Deforme non era, neanche tanto brutto, poi! per uomo, via così così… bella statura… una professione per le mani nobilissima e lucrosa… famiglia accontata sotto ogni rispetto… «Io non capisco!» E si grattava con le dita assiderate, nervose, il petto bianchis­simo, senza un pelo, sotto la camicia.

             – Io non ca… Eh… eccì! eccì!

             – Felicità, Mondino! – gli augurò la vecchia zia, dalla stanza attigua.

             – Grazie, zia.

             Si raffreddava. Indossò la giacca, e si rimise a passeggiare.

             «Aspirava forse a qualche principe, la signorina Rita? «Mia figlia per adesso non ha intenzione di sposare.» Bella intenzione. A ventidue anni… E quando si sarebbe decisa? Ma già, scuse!…»

             E si soffiava il naso strepitosamente.

             Per tre giorni non volle uscir di casa.

             – Mondino, un cliente.

             – Dite che son raffreddato, a letto.

             – Mondino, ti desiderano in casa Cesarò.

             – La signorina Anna? Crepi!

             E via, dall’altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.

             – Il dottore è raffreddato.

*******

             III. Per la povera Anna fu un colpo mortale. Apprese dalle labbra stesse del­l’amica la domanda di matrimonio del Morgani, con un espediente di cui nes­suna l’avrebbe creduta capace.

             Già ella aveva notato nelle parole, nell’espressione del volto di Rita, ogni qual volta si parlava del dottore, dello sdegno mal frenato, e dell’acredine, in luogo del compatimento di prima. Perché?

             – Il dottor Morgani t’ha chiesta in isposa, lo so, – disse a Rita, come in ri­sposta alle frasi di lei, contro il Morgani.

             – Chi te l’ha detto? – domandò Rita, accigliandosi.

             – Ah, dunque è vero? – esclamò Anna col volto in fiamme.

             – Come l’hai saputo? Chi te l’ha detto? – domandò un’altra volta Rita, nel­l’imbarazzo.

             – Nessuno: l’ho sospettato dalle tue parole.

             – Che ho rifiutato?

             – Sì. Perché? Per me? – domandò a sua volta Anna così eccitata e accesa, che pareva dovesse da un momento all’altro cader per terra svenuta. – Oh, ma se l’hai fatto per me…

             – No – l’interruppe Rita, alteramente. – Prima, perché, lo sai, non l’ho potuto mai soffrire, quel palo, ma, quand’anche, l’avrei sempre rifiutato per te…

             Lottava nel cuore di Anna l’onta, l’amore, la gelosia, l’avvilimento di fronte all’amica. Da un canto avrebbe voluto dilaniare con ogni sorta di ingiurie il dottore, dall’altro soffriva a sentirne dir male da Rita: avrebbe voluto impedire che l’amica avvilisse colui ch’ella aveva stimato tanti anni degno del suo amore; ma l’amor proprio offeso non glielo consentiva.

             – Sono senza dote, ecco perché!

             Rita cercò di confortarla, alla meglio, distraendola con le buone maniere da ogni ridicolo proposito di vendetta manifestato nel primo impeto del dolore.

             – A immischiarsi con gli uomini, te l’ho già detto, han sempre ragione loro! Meglio non amare…

             – Sì, sì… meglio… – assentiva Anna, singhiozzando. Finalmente, rassettatasi alquanto, volle ritornare a casa sua.

             Tutto il giorno s’aggirò per le stanze come una stordita, come se il bujo so­pravvenuto anzi tempo, a causa di certi nuvoloni minacciosi, la avesse resa in­capace d’aiutar la madre nelle consuete faccende domestiche.

             La notte precipitò su Vignetta con un rovescio strepitoso di pioggia. Lampi spaventevoli squarciavano il cielo, seguiti quasi immediatamente da formida­bili tuoni.

             Come legata dalla tremenda commozione della natura, Anna stavasi alla fi­nestra, sferzata in faccia dalla pioggia, con le vesti inzuppate, sussultando a ogni palpito della sinistra luce tra le tenebre sul mare in tempesta. Bruciava dalla febbre e piangeva, stimando in quel momento la propria infelicità supe­riore a quella d’ogni altra creatura vivente. Un grande intenerimento per se stessa la vinceva, e a ogni pensiero che le ribadiva sulla coscienza il concetto della propria infelicità, le reni quasi le si aprivano e tremava convulsa, stroz­zata dall’angoscia. Oh in mezzo al mare, in mezzo alla tempesta, felici, felici i marinai sotto l’imminenza della morte! Oh morire, morire… mille volte me­glio morire!…

             Il domani, la madre, entrando nella cameretta della figlia, trovò Anna a letto, la finestra ancora aperta, il pavimento allagato dalla pioggia.

             – Hai dormito così? Ma sei pazza? Anna! Anna! Ti senti male? Dio, scotta! Anna, che ti senti? Hai la febbre?

             – No… no… – si lamentava Anna col capo affondato nel guanciale, accesa in volto. – Lasciami…

             La povera madre, spaventata, mandò pel medico.

             – Il dottore è raffreddato, a letto e non può venire – le annunziò la serva di ritorno.

             Venne però il giorno appresso.

             Anna accolse il dottor Morgani come se non l’avesse mai conosciuto. Non rispose (forse perché la voce non tradisse l’interno turbamento) a nessuna do­manda di lui. Mondino allora si rivolse alla madre.

             – Come? come? Sotto la pioggia? Una notte con la finestra aperta? Quale sproposito!

             Anna strinse i denti, e trasse con gli occhi chiusi un lungo sospiro per le nari. Poi tossì.

             – Un tempaccio maledetto! Se io, senza fare spropositi!… vede, signora mia? E a provare il suo raffreddore, Mondino si soffiò il gran naso. Poi scrisse una

             ricetta, e via.

             – Ripasserò stasera. (Visita secca, breve.)

*******

             IV. Seguì al rifiuto della Prinzi una serie impreveduta di fiaschi per Mondino Morgani. A breve distanza di tempo lo rifiutarono:

             – La figlia del capitano del porto: Nannina Vèttoli, rivale a Vignetta, della Prinzi. Ventiquattro anni (ventuno, diceva lei), bruna, non bella, ma simpatica; dodici mila lire di dote, orfana di madre, parlava sempre in lingua, e il fran­cese così così. Suonava il pianoforte.

             – Carmela Ninfa, diciotto anni, bruttina anzi che no, un po’ scema, venticinque mila lire di dote. Zero francese, zero italiano, zero pianoforte.

             – Sarina Scoma (anche lei!), ventisette anni, di carnagione incerta sotto lo strato di glicerina impastata con la polvere di riso; quindici mila lire di dote. Completamente incolta, parlava l’italiano a orecchio. Diceva, per esempio, così: – Se saprei sonare, sonerei –. Ma sapeva sonare. Diceva anche: la batta­glia di Gaspare Monte per Aspromonte, e altro.

             – La nipote dell’avvocato Merca, Giovanna Merca (suo padre era veramente negoziante di cuoio, ma lei si presentava così: – Sono la nipote dell’avvocato Merca – ). Niente dote, il solo corredo da sposa: ricamava a perfezione, so­nava il pianoforte, leggeva giorno e notte romanzi truci. Parlava come un uomo, ed era brutta, ma nipote dell’avvocato Merca.

             Nannina Vèttoli, s’intende, rifiutò Mondino perché la Prinzi lo aveva rifiu­tato; Carmela Ninfa, perché le parve troppo alto di statura in confronto a lei cortissima; Sarina Scoma, perché faceva (giusto allora), all’amore con l’uffi­ciale di distaccamento a Vignetta; Giovanna Merca, perché in fiera corrispondenza ancora con un ufficiale di porto traslocato un mese addietro a Livorno.

             Mondino fu quasi per impazzirne.

             Adesso, a parte la persona, a parte la famiglia, era medico, sì o no? un dottore in medicina, per se stesso, è o non è personaggio ragguardevole in un piccolo paese come Vignetta? Ah, evidentemente, le ragazze s’erano montate la testa; sì, perché, via! a ragionarla, a parte la persona, a parte la famiglia, qual partito più conveniente di lui? E lo argomentava dal dispiacere vivissimo con cui i padri e lo zio avvocato avevano risposto negativamente alle sue domande. Era proprio scritto, dunque, ch’egli dovesse rimaner celibe!

             «Tanto meglio!», avrebbe forse esclamato Mondino in altre condizioni, se non avesse dovuto cioè esercitare la professione di medico, e non fosse stato perciò costretto a recarsi tante volte ora in casa Scoma, ora dai Merca, ora dai Vèttoli, ora dai Ninfa. Così frattanto, per rimedio, aveva pensato di farsi di queste sue disgrazie amorose come una specie di fatalità che gli pesasse addosso, incomprensibile. Con ciò avrebbe potuto anche mostrare di non covar rancore contro nessuno, già rassegnato a questa sua fatalità.

             E s’era immalinconito.

             Anna intanto peggiorava di giorno in giorno. I timori di Mondino fondati sulla misera complessione di lei, s’avveravano purtroppo! Ed egli, accanto a quel lettuccio, senza saper perché, diveniva più malinconico.

             Anna, durante la malattia, s’era alquanto rasserenata, come se il torbido dei sentimenti le si fosse man mano posato in fondo al cuore; di tanto in tanto tut­tavia un pensiero tornava ad agitarla.

             Ella adesso rispondeva brevemente a qualche domanda di Mondino.

             – Come si sente oggi, signorina?

             – Meglio, dottore…

             Diceva meglio! E intanto…

             Con l’andar dei giorni, le visite di Mondino divenivano più lunghe e meno secche. Egli conversava un po’ con la madre, e spesso induceva Anna a dire anche lei qualche parola.

             Dopo una mesta riflessione sulla vita o sull’erroneo concetto che spesso ci facciamo degli uomini e della società, sorrideva amaramente e sospirava. Anna pareva non udisse; l’ascoltava invece attentissimamente.

             «Ingiustizie della natura umana!», pensava tra sé Mondino. «Costei muore per me. E muore sul serio! Ormai, più nessuna speranza di salvarla! E io non seppi amarla, l’unica che non me lo avrebbe lasciato dir due volte!»

             Concepì a un tratto, per la disposizione di spirito in cui allora si trovava, l’idea di farla, se non altro, morir contenta.

             «Sarà un’opera di carità!»

             Gliela doveva, per altro: egli s’era mostrato un giorno troppo affabile con la povera ragazza.

             Rita Prinzi assisteva Anna da una settimana, come una sorella. Non sapeva scostarsi dal lettuccio dell’inferma, a cui faceva delle piane letture, che non la stancassero, e parlava di cose liete.

             Soltanto, ogni qual volta veniva il dottore, ella fuggiva per non farsi vedere.

             Una mattina però non fece in tempo a scappare: Mondino, entrando, udì il rumore d’una seggiola che Rita, scappando, aveva rovesciato per terra. Anna era rimasta sola, a letto.

             – Disturbo, signorina? – domandò dalla soglia Mondino, piegando il busto in avanti, sulle lunghissime gambe dritte.

             – No – rispose Anna, seccamente.

             – Mi pareva che qualcuno fosse scappato.

             – Sì, Rita – rispose allo stesso modo Anna.

             – Oh! – fece Mondino, sorridendo. – E perché scappa? Faccio anche paura? Sedé accanto al letto, e prese tra le dita l’esile polso di Anna.

             – Io ho avuto il torto, signorina – riprese senza lasciare il polso – di bussare a certe porte, a cui non dovevo, e ne sono pentito. Oh se sapesse quanto! Molto… molto… mi creda! Mi sono smarrito come un cieco, signorina! Apro gli occhi adesso; ma spero, non troppo tardi – se lei vorrà credere al mio pentimento, e perdonarmi…

             Anna non traeva più respiro, a queste parole, e ritrasse pian piano il polso di tra le dita del dottore.

             – Queste cose non deve dirle a me… – gli rispose senza guardarlo, con voce che voleva parer ferma.

             Entrò in quella la madre, chiamata da Rita.

             – Alla mamma, allora? – fece Mondino sorridendo alla signora Cesarò.

             – Come dice? – domandò questa, sedendo a pie del letto della figlia.

             – Dicevamo… o meglio, io dicevo alla signorina, che è necessario star presto bene, perché abbiamo bisogno di lei… io specialmente… io più di lei, signora. M’ero smarrito come un cieco, le dicevo; sì… e mi ritrovo adesso qui, accanto a questo lettuccio… capisce, signora mia? qui… accanto alla signorina Anna… Che ne dice?

             La madre non aveva compreso le parole del dottore, né il tono insolito della voce dolce e malinconico, e lo guardava, stordita; comprese alla fine a uno sguardo che egli rivolse alla figlia appena ebbe finito di parlare, e dall’atteg­giamento del volto di Anna.

             Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi balbettando:

             – Come? ma s’immagini… io, io felicissima! s’immagini!… Però, deve dirlo lei, con le sue labbra… È vero, Anna?

             Anna, col volto che pareva una maschera di cera, teneva gli occhi semi­chiusi.

             – A lei, dunque, signorina… – disse sorridendo Mondino, chinandosi un po’ verso il letto, e attendendo.

             – Ebbene, no! – rispose Anna, aprendo gli occhi e aggrottando un poco le ci­glia.

             Al «no», Mondino si ritrasse istintivamente dal letto, e impallidì, col sorriso rassegato su le labbra.

             – No? Come! – esclamò – no, anche lei? Ah! Mi ricompensa male, signorina… Io non credevo…

             S’interruppe. Si passò forte una mano sulla fronte e sugli occhi; poi riprese, con un lungo sospiro:

             – Pazienza! Oh, non tema, signora Cesarò: il mio zelo non verrà certo meno per questo! Procurerò anzi di guadagnarmi così, se non un po’ d’affetto, un po’ di stima, almeno, della signorina. Farò il mio dovere, per quanto mi sarà possibile.

             E cangiò tosto discorso, con molto spirito, in quel momento. (Così almeno stimò Rita, che origliava all’uscio della cameretta.)

*******

             V. Gesù – vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per ordine di Tiberio Im­peratore di Roma, nel trentesimo anno dell’era cristiana. Questa gemma, di cui l’inestimabile valore non supera il merito artistico, dopo varie vicende, fu posseduta dal tesoro turco, e da quell’Imperatore donata al Pontefice Inno­cenzo VIII, per la redenzione d’un fratello dell’Imperatore fatto schiavo dai cristiani.

             Rita, assorta in pensieri a pie del letto di Anna, rileggeva meccanicamente, per la trecentesima volta almeno, questa iscrizione sotto una immagine di Gesù appesa al capezzale.

             Dopo il suo «no», Anna era molto peggiorata. Il male precipitava.

             – Non stare più con me, Rita – diceva ella. – Se io fossi in te, avrei paura a star qui.

             – Ma no, Anna! Scherzi? Tu stai meglio…

             – Sì… meglio…

             Non aveva più forza di sollevare un braccio dal letto, e lo mostrava sorri­dendo amaramente all’amica.

             I genitori avevano già consigliato a Rita, veramente, di non andar più da Anna.

             – Sciocchezze! – rispondeva Rita. – Quando il medico mi dirà che non sarà più prudente andare, non andrò più. Per ora, non siamo a questo punto.

             Anna, a cui la malattia aveva straordinariamente acuiti i sensi e l’indole un po’ sospettosa, spiava dal letto l’amica con diffidenza, ritenendo per fermo in cuor suo ch’ella avesse disapprovato il suo rifiuto aspro al dottore, il quale ora, quasi in ricambio, si mostrava per lei (anche agli occhi di Rita) più premuroso d’un fratello. Perché Rita ormai non scappava più dalla stanza all’ar­rivo del Morgani? Ella anzi, adesso, rivolgeva delle domande o chiedeva a lui dei consigli circa l’assistenza da prestare, e Mondino allora rispondeva a lungo, con evidente soddisfazione, e col suo garbo abituale. E Anna, dal volto di Rita, argomentava com’egli non le dovesse parer più, come prima, antipatico e sciocco.

             «Ah, egli è buono, è buono!», pensava Anna in cuor suo. «E come parla bene!»

             Nello stesso tempo Rita si confessava internamente:

             «Non è poi tanto sciocco quanto credevo! E non dev’esser cattivo di cuore.»

             Mondino, dal canto suo, comprendeva e assecondava guardingo la corrente sentimentale favorevole, in cui s’era messo. Seguitando così, l’approdo era sicuro.

             Anche Anna lo prevedeva, e, se da un canto provava un sentimento duro, indefinibile di gelosia contro Rita, dall’altro non solamente scusava Mondino, ma godeva a sentirlo parlare così bene all’amica, e a veder com’egli l’avesse già vinta e piegata a lui. E avrebbe voluto quasi dire a Rita: «Vedi, vedi com’egli è degno d’essere amato! Ah, lo stimi tu adesso, com’io prima lo stimavo? Sta bene; e ora vattene di qui! Tu non stai accanto al mio letto per me, ma per veder lui e parlargli due volte al giorno… L’intendo, l’intendo forse più che voi stessi ancora non lo intendiate! Mostrate d’aver tanta pietà di me, perché in questa pietà è l’intesa del vostro amore… Vattene, Rita! Per me e per te, vattene!».

             Ma Rita non se n’andava; si mostrava impaziente se il dottore tardava cinque minuti a venire, e si recava a guardar dietro i vetri della stessa finestra, a cui Anna s’affacciava un tempo per veder passare Mondino. E sinceramente ella stessa, nel suo interno, credeva che questa impazienza derivasse soltanto da disinteressata premura per l’amica infelice.

             Anna un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse arrivata l’intesa tra i due, volle simular di dormire proprio nel momento in cui era solito di venire il dottore.

             Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita: Anna stessa l’aveva pregata di mettersi a letto per rifarsi un poco delle veglie durate.

             Mondino finalmente giunse, e subito Rita gli fé’ cenno d’avanzarsi adagio, sulla punta dei piedi.

             – Dorme! – bisbigliò, quand’egli si fu accostato al letto.

             Mondino contemplò un tratto la giacente, poi si volse a Rita, socchiuse gli occhi e dimenò desolatamente la testa.

             – Pare già morta! – sospirò senza voce Rita.

             Mondino annuì, poi a bassa voce, un po’ impacciato, disse:

             – Intanto lei, signorina… senta, non è giusto che si trattenga più qui… Capisco, è l’amica del cuore… Intendo tutta la squisitezza del suo sentire, ma creda che… io soffro, ecco, quando son fuori, e penso che lei è qui esposta al pericolo. Mi intende? Dunque mi faccia il favore di andarsene… di non venir più… Me lo promette? Non è prudente…

             – Gliel’ho già detto! – gridò Anna aprendo gli occhi improvvisamente e volgendosi ai due con le ciglia corrugate.

             Rita e Mondino trasalirono.

             – Dico che non è prudente – balbettò Mondino imbarazzato – non per il suo stato, signorina Anna… ma perché… perché la signorina Rita è sofferente… per le veglie… e perché soffre vedendo lei così…

             – Ah, per questo? Se è per questo, la lasci dottore, non soffre! – l’interruppe Anna con amarissimo sorriso. – Soffro io! io soffro, invece. Ah, per carità, lasciatemi morire in pace! Non venite più nessuno dei due. Che gusto provate ad amarvi qui, accanto al letto d’una moribonda?

             Rita scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le mani, e Mondino confuso, agitato, non trovò una parola da rispondere ad Anna, e se n’andò in fretta, senza neanche ardire di salutar Rita piangente.

             Dopo circa due settimane Anna morì.

             Da sei anni ora giace nell’alto e solitario cimitero di Vignetta ricco di fiori e di cipressi; e più non può sapere, per sua pace, che da cinque anni Mondino Morgani e Rita Prinzi son marito e moglie, e che già hanno due figliuoli – Cocò e Mimi – biondi come papà.

Raccolte Appendice e Novelle estravaganti

Appendice
01 – Capannetta (Bozzetto siciliano) – 1884
02 – La ricca – 1892
03 – L’onda – 1894
04 – La signorina – 1894
05 – L’amica delle mogli – 1894
06 – I galletti del bottajo – 1894
07 – Il «no» di Anna – 1895
08 – Il nido – 1895
09 – Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – 1895/1906
10 – Chi fu? – 1896
11 – Natale sul Reno – 1896
12 – Sogno di Natale – 1897
13 – Le dodici lettere – 1897
14 – Creditor galante – 1897
15 – La paura – 1897
16 – La scelta – 1898
17 – Alberi cittadini – 1900
18 – Prudenza – 1902
19 – La signora Speranza – 1903
20 – La Messa di quest’anno – 1905
21 – Stefano Giogli, uno e due – 1905
22 – Maestro Amore – 1912
23 – Colloquii coi personaggi – 1915
24 – I due giganti – 1916
25 – Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea – 1919
26 – Sgombero – 1938
27 – Lillina e Mita – 1906

Novelle estravaganti (non comprese in nessuna raccolta)
01 – Pianto segreto – 1903
02 – I muricciuoli, un fico, un uccellino – 1931
03 – Personaggi – 1906
04 – Incontro – 1898
05 – Disdetta – 1898
06 – Disdetta (continuazione e fine) – 1898

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