231. La Messa di quest’anno – Novella

Novella dalla Raccolta “Appendice” (1938)


20. La Messa di quest’anno – 1905

Prima pubblicazione: Il Ventesimo, Genova, 5 marzo 1905.

NOTE:¬†Vedi anche la novella Giovent√Ļ della raccolta Il viaggio; vedi anche il saggio L‚Äôumorismo, Parte II, capitolo V.

Da Roma a Cargiore: Il paese di Cargiore, in Piemonte, è presente anche nel romanzo Giustino Roncella nato Boggiolo (Suo marito), paese natale di Giustino Boggiòlo, marito della scrittrice Silvia Roncella nativa di Taranto, nel quale avviene la tragedia finale della morte del bambino dei coniugi Boggiòlo-Roncella.

La Messa di quest'anno
Chiesa di Santa Maria del Pino a Coazze (Cargiore negli scritti Pirandelliani). Immagine dal Web

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†Debbo compiangere veramente la mia povera vecchia zia Velia di Cargiore per un gran cordoglio che le √® toccato quest‚Äôanno e di cui si mostra inconsola¬≠bile, perch√© prevede che non le passer√† pi√Ļ e le amaregger√† orribilmente il pensiero, prima cos√¨ dolce, della prossima morte, se il vescovo… se Monsi¬≠gnore non ci porta rimedio.

             Monsignore, sì: perché il cordoglio di zia Velia, condiviso da tutti i fedeli di Cargiore, è cagionato dal nuovo curato venuto quest’anno.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Un uomo d‚Äôaltri tempi, per compiangere una sua vecchia zia dall‚Äôanima can¬≠dida, primitiva, afflitta da un dolore di questo genere, avrebbe trovato certa¬≠mente parole semplici, espressioni tenere, qualche ragione alla buona, sponta¬≠nea, a lei comprensibile. Ma io, uomo di oggi, a lei come a lei non ho saputo dir nulla, e ora per compiangerla m‚Äôimmergo in certe riflessioni… Auff! Che tempo! Che afa!

             Dicono che le grandi macchine moderne hanno nei loro lucidi, possenti, complicatissimi congegni una loro particolare bellezza. E sarà così. Dal canto mio, confesso che l’ammirazione per questi bellissimi mostri usciti con sì strane forme dal cervello dell’uomo è rattenuta in me da una specie d’ango­scioso ribrezzo; e il rispetto che l’uomo m’ispira per queste sue solide magni­fiche invenzioni è commisto a una certa diffidenza, non lieve, ed a profonda costernazione.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†L‚Äôanima dell‚Äôinventore √® l√†, nella macchina. Altrimenti essa non si move¬≠rebbe. Ci fu un momento, dunque, che l‚Äôinventore si sent√¨ dentro, nel cervello, tutta questa deliziosa complicazione di ruote dentate e di stantuffi e di leve e di corregge, questo bel mostro d‚Äôacciajo, sbuffante, dal complesso movimento saldamente imprigionato in s√©. Non c‚Äô√® da costernarsi? Da diffidare? Avere, per esempio quella ruota l√†, nel cervello, che farebbe chi sa quanti chilometri all‚Äôora, a lasciarla andare, e non impazzire; aver quello stantuffo l√†, che d√† senza posa quei cupi tonfi strani, e non sentirsi scoppiare il cuore… Si celia? La tortura a cui l‚Äôuomo sottopose il cervello nell‚Äôinventare, nel concepire quella macchina, ora √® l√†, visibile, perpetuata in essa. E non c‚Äô√® da soffrire, ammirandola? Forse i miei nervi son malati; ma io provo angoscia e ribrezzo.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Me ne incute per√≤ infinitamente di pi√Ļ un‚Äôaltra macchinetta invisibile, che l‚Äôuomo da secoli e secoli porta in s√©, non inventata propriamente da lui, ma dalla natura che ci vuol tanto bene. Essa comincia ad agire in noi, quando ab¬≠biamo raggiunto una certa et√†. Avremmo tutti dovuto, per la salute nostra, la¬≠sciarla irruginire, non muoverla, non toccarla mai; ma s√¨! certuni si son mo¬≠strati cos√¨ orgogliosi, stimati cos√¨ felici di possederla, che si son mossi a per¬≠fezionarla con ogni cura, con zelo accanito, sicch√© ora essa √® divenuta il no¬≠stro supplizio maggiore. Ma se Aristotele ci scrisse sopra perfino un libro, un grazioso trattato che si adotta ancora nelle scuole, perch√© i fanciulli imparino presto e bene a baloccarcisi…

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†√ą una specie di pompa a filtro, che mette in comunicazione il cervello col cuore; e la chiamano Logica. Il cervello pompa con essa i sentimenti del cuore, e ne cava idee. Attraverso il filtro, il sentimento lascia quanto ha in s√© di caldo, di torbido; si refrigera, si purifica, si idealizza. Un povero sentimento, destato da un caso particolare, da una contingenza qualsiasi, spesso dolorosa, pompato e filtrato dal cervello per mezzo di quella macchinetta, diventa idea astratta, generale, e che ne segue? Ne segue che l‚Äôuomo non deve soltanto sof¬≠frire di quel caso particolare, di quella contingenza passeggera; ma deve anche attossicarsi la vita con l‚Äôastratto concentrato, col sublimato corrosivo della deduzione logica.

             E molti disgraziati credono tuttavia di guarire così di tutti i malanni che ci procura la vita, e pompano e filtrano, pompano e filtrano finché il loro cuore non resti arido come un pezzo di sughero e il loro cervello non sia come uno stipetto pieno di quei barattolini che portano su l’etichetta nera un teschio e due stinchi in croce, con la leggenda: Veleno.

*

             Ho avuto la buona ventura d’imbattermi in uno di questi tali, durante il viaggio da Roma a Cargiore. Era un uomo su i sessant’anni, smilzo, altissimo di statura, ma tutto gambe.

             Sedeva su la schiena con quelle gambe sperticate, magre, a cavalcioni e attor­cigliate l’una sull’altra, la testa piccolissima affondata nel petto cavo. Gli spic­cavano stranamente nel volto squallido, giallognolo, malaticcio, gli occhi neri, acuti, d’una vivacità straordinaria.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Costui, non avendo pi√Ļ nulla da pompare e da filtrare in s√©, pompava e filtrava dal cuore altrui, vorace come un vampiro, con quella sua macchinetta micidiale. Mi vide afflitto durante il viaggio e suppose ch‚Äôio fossi cos√¨ perch√© mi toccava a passare in treno la notte di Natale. Schiuse le labbra a un dolcis¬≠simo sorriso e disse:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Domani, Natale, eh?… Sciocchezze! Gi√† √® provato scientificamente che noi ci ostiniamo in un grossolano anacronismo. Ho letto nei giornali i calcoli di quell‚Äôastronomo… come si chiama? non ricordo pi√Ļ il nome… s√¨, i calcoli sul ritorno periodico della cometa che videro i famosi Magi? Ges√Ļ di Nazareth, insomma, non nacque certamente in questo giorno, n√© 1904 anni fa. Questo √® positivo. E poi, via! a questi lumi, dopo tanti secoli…

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†E seguit√≤ per un pezzo, indugiandosi nella consolantissima dimostrazione che il giorno di Natale √® alla fin fine un giorno come tutti gli altri, n√© pi√Ļ n√© meno.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Ebbi l‚Äôingenuit√† di fargli osservare che la precisione della data importava poco veramente, non trattandosi di una dissertazione storica, ma di una festa, ormai pi√Ļ familiare, in fondo, che religiosa. Il venticinque di dicembre non era dunque un giorno come tutti gli altri, se per tanta gente rappresentava il caro e mesto ricordo d‚Äôuna gioia lontana o la promessa d‚Äôuna gioia ventura.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Che passer√†! ‚Äď s‚Äôaffrett√≤ a pompar colui, storcigliando le gambe e attorcigliandosele di nuovo, inversamente. ‚Äď Ricordi di gioia? Promesse di gioia? Ah, signor mio! L‚Äôafflizione del ieri e la delusione di domani! Ma perch√©? Ma meglio niente!

             Eh sì, difatti era felice, lui, con quella faccia là, con quel niente nel cuore e con tutti quei barattolini di veleno nella cassetta del cranio.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Per fortuna, mi lasci√≤ presto in pace. Ma non mi aspettavo di trovare il lutto a Cargiore, a causa del nuovo curato, che ‚Äď a quanto ho potuto arguire ‚Äď dev‚Äôessere un messer tale da fare il pajo con questo mio compagno di viaggio. Un uomo terribilmente logico.

             Per me, debbo dirlo, è una gran pena ritornare a Cargiore, dove di tutta la mia famiglia non trovo ormai che la zia Velia. Ci vado per lei, povera vecchina! Ma ella non basta, ahimè, a riempire il vuoto ch’io sento in quella mia casa antica. E lei lo sa, poveretta, e ogni anno, per Natale, si fa in quattro per accogliermi con la massima festa, mi prepara i cibi tradizionali della nostra famiglia, mi vessa, quasi, di cure, nei tre giorni che passo con lei.

             Quest’anno, trattenuto dagli affari, non son potuto partire all’antivigilia per assistere colla mia cara vecchietta alla messa di mezzanotte e far quindi il ce­none con lei e la famiglia Prever, da tanti anni amica di casa nostra.

             Sono arrivato la mattina del venticinque, e ho trovato la povera zia Velia in lagrime e desolata.

             Credetti dapprima che fossi io la cagione di quelle lagrime e volli scusarmi del ritardo con cui arrivavo; ma zia Velia m’interruppe subito, angosciata:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď No, sai? No! Anzi hai fatto bene a non venire… √ą finita la festa! Non se ne fa pi√Ļ… √ą finito tutto! Come se Nostro Signore non fosse nato tant‚Äôanni come oggi… Nessuno deve far festa… Di l√†, dice, di l√†! Niente capponi, niente pan giallo… niente di niente… Non t‚Äôho preparato nulla, sai? figliuolo mio! Dopo, dice… alla nostra morte… di l√†!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Chi lo dice? ‚Äď esclamai io, stordito e costernato, temendo che la mia po¬≠vera vecchina fosse gi√† andata un po‚Äô via col cervello.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Lui, don Grotti… ‚Äď mi rispose, tra due singulti.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Il nuovo curato?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď S√¨. Ah, Signore Iddio!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†E scoppi√≤ in un pi√Ļ dirotto pianto, affondando il volto nel fazzoletto.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Quando si fu sfogata cos√¨ alquanto, prese a narrarmi le belle prodezze di questo don Grotti, niente capponi, niente pan giallo… niente di niente.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Appena giunto a Cargiore, sei mesi or sono, don Venanzio Grotti, savoiardo, cominci√≤ a spogliar la cura di tutte le ¬ędelicatezze¬Ľ che le fedeli parrocchiane avevano offerto in dono al vecchio curato defunto ‚Äď sant‚Äôanima. Via tende, via cortine trapunte, via dal letto parato a padiglione, via tappetini di lana, via candelabri, via tutto!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†√ą rimasto, dice zia Velia, con un letticciuolo, un tavolino, una cassapanca e tre seggiole impagliate. E fece seccare e poi strappare tutte le piante del giardinetto della cura, allevate e custodite con tanto amore dal vecchio don An¬≠selmo Lais. E quindi, non contento ancora, si mise a spogliar la chiesa.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď E il denaro?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď In limosine…

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†S√¨, ma spogliar la Madonna degli ori antichi, preziosi, toglier le candele a gli altari, le frange ai paramenti sacri, il merletto ai mensali, le brusche d‚Äôoro alle pianete e ai manipoli… Una stalla, una stalla: ha ridotto la chiesa una stalla!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Perch√© in una stalla nacque nostro Signore Ges√Ļ Cristo, hai capito? E in una stalla davvero l‚Äôha fatto nascere, iersera! S‚Äô√® messa la pianeta pi√Ļ brutta; pareva uno straccione innanzi a quel povero altare senza luminaria, con quella tonaca inverdita che gli lascia scoperti, con licenza parlando, i fusoli delle gambe e con quelle scarpacce da contadini su la predella nuda, senza uno straccio di tappeto… Oh santo nome di Dio! E non √® una profanazione codesta? Trattar cos√¨ il Bambino Ges√Ļ? il nostro Redentore? E se sentissi, che prediche! Dice che Lui, Ges√Ļ vuole cos√¨; che volle nascere Lui, apposta, in una stalla… E magari sar√† vero! Ma dobbiamo per questo farlo nascere anche noi in una stalla? Ti par giusto, Martino mio, ti par giusto? E ci ha proibito di fare il ce¬≠none, ¬ędi far carnevale¬Ľ, come lui dice; ci ha ingiunto di far penitenza anche oggi, perch√© siamo tutti ridivenuti pagani. Penitenza! penitenza! Questa, dice, sar√† la pi√Ļ bella festa per Ges√Ļ Bambino!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď E tu hai obbedito? ‚Äď le domandai, indignato.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Per forza! ‚Äď esclam√≤ zia Velia, giungendo le mani. ‚Äď Se √® il nostro pastore! Mi nacque una vivissima curiosit√† di conoscere questo terribile prete, che¬†cruciava cos√¨ crudelmente i suoi fedeli.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Ma, per quanto, ivi a poco, girassi dall‚Äôuno all‚Äôaltro ceppo di case tra i prati e le acque scorrenti del mio villaggetto lass√Ļ tra le prealpi, non mi venne fatto d‚Äôincontrarlo. Mi parve per√≤ di veder l‚Äôanima sua in tutto quello squallore, in tutta quella desolazione invernale. Tra i borri e per le zane mi parve che l‚Äôac¬≠qua si lagnasse di lui. E non un suono di festa in tutte quelle misere case!

             La cupa logica del prete aveva fatto il silenzio, aveva assiderato il villaggio.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Ah, chi sa quante povere vecchie, intanto, in quelle case, piangevano come zia Velia e pensavano che la casa del Signore, almeno quella, se la loro √® cos√¨ squallida e nuda, la casa del Signore dev‚Äôessere bella e ricca e luminosa; che la Madonna, almeno lei, se gli abiti loro son cos√¨ logori e rozzi, la Madonna deve avere un magnifico manto di seta sopraffina a stelle d‚Äôoro e ai polsi e al collo e agli orecchi gemme preziose; che se di ferro sono i loro dolori, di ferro gli attrezzi delle loro aspre fatiche, d‚Äôargento schietto dev‚Äôessere almeno lo spadino che passa il cuore dell‚Äôaddolorata, d‚Äôargento la corona di spine, d‚Äôar¬≠gento i chiodi del divino Crocifisso; pensavano che se anche la fede doveva cos√¨ cruciarle e opprimerle, se anche in essa non dovevano pi√Ļ trovar conforto, una parola di pace e d‚Äôamore, la loro esistenza, gi√† per s√© cos√¨ triste e cos√¨ amara, sarebbe divenuta davvero insopportabile.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Ma io son sicuro che il vescovo ci porter√† rimedio e presto. Coraggio, zia Velia! Coraggio, mio villaggetto natale! Questo prete don Grotti √® troppo lo¬≠gico e non pu√≤ aver fortuna, segue troppo alla lettera l‚Äôinsegnamento di Cristo. Pompa e filtra troppo. Niente capponi, niente pan giallo… niente di niente. Ma non intende che se Cristo fu logico, quando, per togliere a Dio la responsabilit√† del male, spost√≤ la finalit√† suprema dalla terra al cielo, pi√Ļ logico di Cristo fu poi il Cattolicesimo, il quale si avvide bene che gli uomini non potevano per un premio non ben sicuro di l√†, oltre la vita, durare a lungo nell‚Äôamara e dura rassegnazione e nel disprezzo dei beni di quaggi√Ļ e volle la pompa, volle le feste… e tant‚Äôaltre cose volle e permise. Via, non vorr√† essere Monsignore buon cattolico?

Indice della Raccolta Appendice e Novelle estravaganti
01 РCapannetta (Bozzetto siciliano) Р1884
02 – La ricca – 1892
03 – L’onda – 1894
04 – La signorina – 1894
05 – L’amica delle mogli – 1894
06 – I galletti del bottajo – 1894
07 – Il ¬ęno¬Ľ di Anna – 1895
08 – Il nido – 1895
09 – Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – 1895/1906
10 – Chi fu? – 1896
11 – Natale sul Reno – 1896
12 – Sogno di Natale – 1897
13 – Le dodici lettere – 1897
14 – Creditor galante – 1897
15 – La paura – 1897
16 – La scelta – 1898
17 – Alberi cittadini – 1900
18 – Prudenza – 1902
19 – La signora Speranza – 1903
20 – La Messa di quest’anno – 1905
21 – Stefano Giogli, uno e due – 1905
22 – Maestro Amore – 1912
23 – Colloquii coi personaggi – 1915
24 – I due giganti – 1916
25 – Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea – 1919
26 – Sgombero – 1938
27 – Lillina e Mita – 1906

Novelle estravaganti (non comprese in nessuna raccolta)
01 – Incontro – 1898
02 – Disdetta – 1898
03 РDisdetta (continuazione e fine) Р1898
04 – Pianto segreto – 1903
05 – Personaggi – 1906
06 – I muricciuoli, un fico, un uccellino – 1931

¬Ľ¬Ľ Elenchi di tutte le novelle
¬Ľ¬Ľ¬†Elenco delle raccolte

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