227. La scelta – Novella

Novella dalla Raccolta “Appendice” (1938)


16. La scelta – 1898

Prima pubblicazione: Ariel, 10 aprile 1898.

La scelta
Immagine dal Web

             Tanto magro, quanto lungo; e più lungo, Dio mio, sarebbe stato, se il busto tutt’a un tratto, quasi stanco di tallir gracile in su, non gli si fosse sotto la nuca curvato in una buona gobbetta, da cui il collo pareva uscisse, penosamente inarcato, come quel d’un pollo, ma con un grosso nottolino protuberante, che gli andava su e giù ogni qual volta deglutiva.

             Me lo vedo ancora innanzi vestito squallidamente di grigio, con un vecchio cappello stinto e tutto sbertucciato, in cui la testa secchissima sarebbe spro­fondata intera intera, se non fosse stato per le orecchie che reggevano le tese: vi sprofondava tutta la fronte però, con le sopracciglia; così che la piccola faccia ossuta, angolosa pareva cominciasse da quel nasetto a becco e sfrogiato, da uccel ciuffagno, che rendeva così caratteristica la sua fisonomia. Si sfor­zava di tener continuamente tra i denti le labbra, come per mordere, castigare e nascondere un risolino tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano, perché questo risolino non potendo per le labbra così imprigionate, gli scappava per gli occhi, più arguto e beffardo che mai.

             Era il mio ajo e si chiamava Pinzone.

             Il dì dei morti è di festa pei fanciulli di Sicilia. La Befana (forse perché nelle case delle città e dei borghi dell’isola non c’è camini, per la cui gola ella possa introdursi) non fa regali laggiù. Li fanno invece i morti alla vigilia della loro festa, su la mezzanotte: i parenti o gli amici defunti recano in memoria di loro qualche monetina e dolci e giocattoli, soltanto però ai bambini savii. Più savie, a parer mio, dovrebbero esser le madri a non accender così, paurosamente, la fantasia dei figliuoli. Mia madre mi mandava senz’altro con l’ajo Pinzone alla fiera dei giocattoli.

             Ricordo che pena febbrile, vibrante di mille desiderii mi costava la scelta in quella fiera.

             Stordito dai clamori confusi, sguajati dei tanti bercioni mi voltavo di qua e di là perplesso e di ciascuno ascoltavo un tratto l’elogio della propria merce, mentre altre mani m’invitavano con vivacissimi gesti dalle baracche vicine e altre voci mi gridavano di non prestar fede a quel che l’uno mi decantava; così che avrei dovuto inferire che in nessuna parte avrei trovato il mio bene, che viceversa poi si trovava in ciascuna baracca.

             Il vecchio Pinzone mi trascinava per un braccio, sottraendomi a forza a gli allettamenti di questo o di quel venditore:

             – Non dargli retta, vieni via! Ti vuole imbrogliare… Fa’ prima il giro della fiera; quando avrai tutto veduto, sceglierai…

             Nell’accanimento della concorrenza i venditori, nel vedermi allontanare così tirato per un braccio, scagliavano ingiurie e imprecazioni contro il povero Pinzone. Egli però sogghignava, tentennando la testa sotto la furia delle male parole e rispondeva soltanto a me, ripetendomi:

             – Non dar retta: ti vogliono imbrogliare…

             Alcuni erano più aggressivi; saltavano dal banco con un giocattolo in mano e ci attorniavano e c’impedivano il passo, l’uno offrendomi una trombetta, per esempio, l’altro una vaporiera di latta a cui s’agganciavano due o tre vagon­cini; un terzo, un tamburello; e tutti e tre strillavano a Pinzone:

             – Vecchiaccio imbecille, lasciate comprare al ragazzo quel che desidera. Deve forse scegliere a vostro gusto: Non vedete che vuole la trombetta:

             – Ma che trombetta! Vuol la ferrovia! Guarda: cammina sola…

             – Che trombetta e che ferrovia! Vuole il tamburo: brabrà, brabrà… Le bac­chette col fiocco… Tieni, prendi, bello mio! Non dar retta a codesto vecchiac­cio…

             Io guardavo negli occhi Pinzone.

             – Lo vuoi? – mi domandava questi allora.

             E io, senza staccar gli occhi, rispondevo il no ch’era negli occhi suoi e nel tono della sua domanda.

             Così facevamo il giro della fiera; poi, come quasi ogni anno, finivo per ritor­nare innanzi alla baracca dove si vendevano le marionette, ch’eran la mia pas­sione. Ahimè, ma anche lì tra i paladini di Francia e i cavalieri Mori, lucenti nelle loro armature di rame e d’ottone, esposti in lunghe file su cordini di ferro, ero costretto a scegliere, mentre avrei voluto portarmeli via tutti. Quale fra tanti?

             – Prenda Orlando, signorino! – mi consigliava il venditore. – Il più forte campione di Francia: glielo do per dieci lire e cinquanta…

             Subito Pinzone, messo in guardia dalla mamma, gli saltava addosso, esplo­deva:

             – Bum! Dieci lire e cinquanta? Ma se non vale tre bajocchi… Figlio mio, guarda: ha gli occhi storti! E poi, sì! Campione di Francia… era un pazzo fu­rioso…

             – Prenda allora Rinaldo da Montalbano…

             – Peggio… Ladro! – esclamava Pinzone.

             E Astolfo era millantatore, e Gano traditore… breve, su ogni marionetta che quegli mi presentava Pinzone trovava da ridir qualcosa, finché il venditore seccato non gli gridava:

             – Ma insomma, signor mio! è certo che ci vuole il tristo e il buono, il paladino fedele e Gano il traditore, se no la rappresentazione non si può fare…

             Son passati tant’anni; Pinzone è morto. Io non ho ancora, per dir vero, alcun pelo bianco, che mi dia cagione d’affliggermi di quel che prima così ardentemente desideravo: un pajo di baffi e una bella barba; ma confesso che da un po’ di tempo a questa parte guardo con più pungente invidia un quadretto, nel quale sono effigiato coi calzoncini di velluto a mezza gamba e una fida ma­rionetta in mano, – tanto carino, lasciatemelo dire! E incolpo Pinzone di que­sto sentimento d’invidia che provo innanzi al mio ritratto da fanciullo.

             Perché dovete sapere ch’io vado ancora alla fiera. Non è più quella dei gio­cattoli (quantunque pur ve ne siano parecchi, né manchino le marionette): è una fiera molto più grande; e ci vado per scegliervi gli eroi e le eroine de’ miei romanzi e delle mie novelle. Ora l’invidia mia segue da questo: che men­tre io, fanciullo, finivo a un certo punto col non prestar più ascolto alle ta­glienti osservazioni del grigio mio ajo e col cedere tutto infiammato alle lusin­ghe del venditore della baracca dei burattini; oggi sento che Pinzone, non solo vive ancora dentro dì me, ma su me esercita un potere veramente tirannico, e mi guasta e mi spenge ogni gioja. Né, per quanto faccia, posso più levarmelo dattorno.

             «Vedi, figlio mio», mi va ripetendo egli continuamente all’orecchio, «vedi che malinconia di fiera? Né credere a coloro che te la dipingono tutta d’oro: d’oro il cielo, d’oro gli alberi, d’oro il mare… Oro falso, figlio mio! Cartape­sta indorata! E vedi che razza di eroi t’offre oggi la vita? Trionfano solo i ladri, gl’ipocriti, i birbaccioni! Scegli un eroe onesto? Sceglierai per necessità un impotente, un vinto, un meschino; e la tua rappresentazione sarà fastidiosa e affliggente. Praticando con te a tua insaputa, mi son venuto man mano istruendo un po’. Or io ti domando: Credi tu che per i posteri possa valer la scusa che l’arte tua ha rispecchiato la vita del tuo tempo? Siamo giusti: che valore avrebbe innanzi alla nostra estimativa estetica questa medesima scusa se, a mo’ di esempio, ce la presentasse tutto gonfio e borioso uno scrittor del Seicento? Noi gli risponderemmo: “Tanto peggio per te, caro mio!”.

             «In certi momenti, o figliuolo, la vita si fa così perfida, che gli scrittori non possono farci nulla; e quanto più son fedeli nel ritrarla, tanto più l’opera loro è condannata a perire. Che virtù di resistenza vuoi che abbiano contro il tempo le creature dell’arte nate dai pensieri nostri dissociati, dalle azioni nostre im­pulsive e quasi senza legge, dai sentimenti nostri disgregati e nella discordia dei più opposti consigli; questi miseri, inani, affliggenti fantocci che può of­frirti soltanto la fiera odierna?»

             Queste e altre cose sconsolantissime mi va ripetendo di continuo Pinzone. Io mi guardo intorno, e non so rispondergli nulla. Ah, chi saprebbe, chi saprebbe crearmi, per tappargli la bocca, un eroe, non qual’è, ma quale dovrebbe es­sere?

Indice della Raccolta Appendice e Novelle estravaganti
01 – Capannetta (Bozzetto siciliano) – 1884
02 – La ricca – 1892
03 – L’onda – 1894
04 – La signorina – 1894
05 – L’amica delle mogli – 1894
06 – I galletti del bottajo – 1894
07 – Il «no» di Anna – 1895
08 – Il nido – 1895
09 – Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – 1895/1906
10 – Chi fu? – 1896
11 – Natale sul Reno – 1896
12 – Sogno di Natale – 1897
13 – Le dodici lettere – 1897
14 – Creditor galante – 1897
15 – La paura – 1897
16 – La scelta – 1898
17 – Alberi cittadini – 1900
18 – Prudenza – 1902
19 – La signora Speranza – 1903
20 – La Messa di quest’anno – 1905
21 – Stefano Giogli, uno e due – 1905
22 – Maestro Amore – 1912
23 – Colloquii coi personaggi – 1915
24 – I due giganti – 1916
25 – Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea – 1919
26 – Sgombero – 1938
27 – Lillina e Mita – 1906

Novelle estravaganti (non comprese in nessuna raccolta)
01 – Incontro – 1898
02 – Disdetta – 1898
03 – Disdetta (continuazione e fine) – 1898
04 – Pianto segreto – 1903
05 – Personaggi – 1906
06 – I muricciuoli, un fico, un uccellino – 1931

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