214. L’onda – Novella

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Prima pubblicazione: Amori senza amore, Roma, stabilimento Bontempelli editore, 1894.
«L’avrebbe vinta colla sua sommissione, senza mai urtare i sentimenti di lei, né tentar mai apertamente di penetrarle nel cuore; così, con l’alito soltanto della sua passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne aveva fiducia, il roseo colorito e la prima gajezza a quel freddo e pallido volto. L’avrebbe vinta…»

Novella dalla Raccolta “Appendice” (1938)

Approfondimenti nel sito:
Sezione Tematiche – Un “amore senza amore” raccontato dalla penna di Luigi Pirandello

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L onda
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L’onda – Audio lettura 1 – Legge Giuseppe Tizza
L’onda – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi

3. L’onda – 1894

             I. Era Giulio Accurzi, come si suol dire in società, un bel giovine: trentatré anni, facoltoso, elegante, non privo di spirito. Godeva poi, nel concetto degli amici, d’una specialità: s’innamorava costantemente delle sue inquiline.

             Possedeva una casa a due piani: affittava il primo, a cui era annesso un ter­razzo, che dava su un grazioso giardinetto riserbato per un’angusta scala in­terna al secondo piano; abitava in questo con la madre paralitica, relegata da parecchi anni in poltrona.

             Di quando in quando gli amici lo perdevan di vista, e allora si poteva rite­nere con certezza, che l’ingegnere Giulio Accurzi s’era già messo a far l’ag­graziato con la filia hospitalis del piano inferiore.

             Eran per lui questi amoreggiamenti come uno dei comodi del suo bene sta­bile. L’inquilino padre notava, con compiacenza, la squisita educazione e le premure del padron di casa; la figlia non sapeva mai bene, se quelle premure fossero veramente effetto della squisita educazione, come argomentava il padre, o dell’amore, come a lei era parso qualche volta di dover capire.

             In ciò l’ingegnere Accurzi dimostrava davvero del talento.

             Nei primi mesi della locazione egli civettava dal balcone sul terrazzo; ed era il primo stadio, detto: dell’amore In giù. Poi passava al secondo stadio: del­l’amore in su, cioè dal giardino al terrazzo; e questo soleva accadere sull’en­trare della primavera. Allora egli mandava in regalo col vecchio giardiniere dei frequenti mazzi di fiori al primo piano: viole, geranii, lillà… Talvolta si spingeva fino a lanciar lui stesso dal giardino, con molto garbo, qualche ma­gnifica alba piena alle due rosee mani tese in alto e aspettanti. E la luna so­leva assistere dall’alto a queste scene, e Giulio Accurzi si chinava per chiasso a carezzar l’ombra della fanciulla projettata dal terrazzo sull’arena dorata del giardino. La fanciulla, dalla balaustrata di marmo, rideva sommessamente e dimenava la testa, o si tirava indietro d’un colpo per sfuggire con l’ombra all’innocua carezza. Ma tutto doveva finir lì, o altrimenti la scappatoja era pronta. Egli, dispiacente, annunziava al padre, che «col nuovo anno era co­stretto a rincarar la pigione». I suoi contratti con gli inquilini avevan tutti la durata d’un anno.

             Prima che sua madre s’ammalasse così gravemente, Giulio Accurzi non aveva mai pensato sul serio a prender moglie.

             – Eppure tu saresti l’ideale dei mariti! – gli dicevano gli amici. – Tu cerchi la comodità nell’amore. Riduci i due piani a un piano solo.

*******

             II. Quando la signora Sarni con la figlia venne ad abitare nel primo piano, Agata era da tre anni promessa sposa a Mario Corvaja, il quale allora si tro­vava in Germania a perfezionare i suoi studii di filologia. Quel fidanzamento aveva avuto tristi vicende, e pareva che il giorno delle nozze si perdesse an­cora tra le nebbie dell’incertezza. Mario Corvaja, è vero, sarebbe ritornato tra breve dalla Germania; ma chi sa quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspet­tare un concorso per qualche cattedra di filologia all’Università.

             Giulio Accurzi ignorava tutto ciò, però non sapeva rendersi ragione dell’aria dolente della signorina Sarni. La vedeva di raro sul terrazzo, al vespero, pal­lida, con sulle spalle uno scialletto di color roseo mitissimo, e la veste nera.

             Dal balcone studiava ogni menomo atto di lei. Ella si fermava di preferenza a guardar due canerini in una gabbia sospesa a un palo del terrazzo; quelle due bestioline cantavano allegramente tutto il giorno; o si fermava ad osservare i vasi di fiori allineati sulla balaustrata di marmo, dei quali la madre, donn’Amalia Sarni, aveva straordinaria cura. La fanciulla raccoglieva due, tre violette, poi si ritirava, come tenuta da altri pensieri, senza gittar mai uno sguardo al giardino sottostante, né levar gli occhi, sia pur di sfuggita, al balcone, dove l’ingegnere Accurzi, tosserellando di tanto in tanto, o smovendo a posta la seggiola, si struggeva di smania e di stizza per la noncuranza di lei.

             Quelle violette chiuse in una lettera, schiacciate da tanti bolli postali, dovevan correre molta terra, andar lontano, lontano, fino ad Heidelberg sul Reno, lassù… Che ne sapeva Giulio Accurzi?

             Egli era incantato della pace soavissima che regnava in quella casa, al primo piano, piena di fiori freschi e di luce, una pace e un silenzio quasi conventuali. Donn’Amalia, alta e magnifica, dalla faccia placida e ancor bella, non ostante i sessant’anni, attendeva con passo pesante, senza mai scomporsi, alle fac­cende di casa; poi, sul vespro, ai fiori, come la mattina alle pratiche religiose, perché ella era molto divota.

             La figlia conduceva altra vita. Si levava tardi da letto, sonava un po’ il pia­noforte, più per distrazione che per diletto; poi, dopo colazione, leggeva o ri­camava; la sera, o usciva un po’ colla madre, o rimaneva in casa a leggere o a sonare: non chiesa, né faccende domestiche, mai. Tuttavia, tra madre e figlia, un perfetto accordo, una tacita intesa, sempre.

             Ogni tanto, il silenzio della casa era turbato dalla venuta dell’altra figlia della signora Amalia, maritata con Cesare Corvaja, fratello di Mario. La sposa por­tava sempre con sé i suoi due bimbi, a cui la zietta faceva un mondo di feste.

             Allora soltanto, senza saper perché, l’ingegner Accurzi, tappato tutto il giorno in casa, sentiva aprirsi il cuore alla gioia: vedeva dal balcone i bambini e la signorina Sarni irrompere sul terrazzo, sentiva i sorrisi, il suono carezze­vole della voce di lei; la vedeva chinarsi innanzi ai nipotini, che le saltavano al collo pieni di desideri e di moine; e sorrideva, guardando, lietissimo, beato.

             – Il babbo dov’è, Rorò?

             – Lontano… lontano… – rispondeva Rorò, stringendo gli occhi e strascinando le due parole col musino in fuori.

             Cesare Corvaja era primo macchinista sui vapori della Compagnia di Navi­gazione Generale Italiana, e faceva i viaggi d’America.

             – Che ti porta il babbo, Mimi, quando ritorna?

             – Tante cose… – rispondeva placidamente Mimi.

             Nel frattempo, dentro, la madre e la figlia maggiore parlavano di Agata, della mutata indole di lei dopo la promessa di matrimonio, e specialmente dopo la mortale malattia superata a stento, mercé le cure dei parenti di Mario Corvaja.

             – Ostinata! – sospirava la madre. – Non vuol sentir ragione; non vuol capire… Eppure s’è accorta, ch’egli non l’ama più! Certe notti la sento piangere som­messamente… Mi si rompe il cuore, credimi; ma non so dirle nulla. Ho sem­pre paura, non le ritorni quel brutto male…

             – Che pazzia! Che disgrazia! – esclamava dal canto suo la sorella, contraria fin dal principio a quel progetto di nozze.

             Che sapeva di tutto ciò Giulio Accurzi intento allora a compiacersi dal bal­cone delle carezze di Agata ai bimbi, e delle moine di questi alla zietta?

*******

             III. Sul finir dell’estate Agata s’ammalò gravemente. Già ella s’anneghittiva di far qualunque cosa. La pena chiusa, la chiusa malinconia a poco a poco s’eran disciolte nel tedio. Rimaneva più del solito a letto, sveglia, con la mente vuota; aveva perduto affatto l’appetito, e non ascoltava più né gli incitamenti, né i conforti, né le lagnanze della madre o della sorella.

             Giulio Accurzi, allarmato dalle gravi notizie recategli un giorno dal suo vec­chio giardiniere, si spinse fino a interrogar per le scale il medico. La risposta di questo lo turbò doppiamente: egli apprese soltanto allora che la signorina Sarni era promessa sposa, e che s’attendeva fra giorni il fidanzato, vista la cat­tiva piega che pigliava la malattia.

             – Ah, è fidanzata!

             Da quel giorno egli non ebbe più pace; voleva a ogni costo convincersi ch’era sciocco addirittura interessarsi tanto «della salute d’una sua inquilina». Costringeva se stesso a uscir di casa; ma metteva due ore a vestirsi, dovendo ogni tanto affacciarsi al balcone a spiare, se qualcuno si facesse al terrazzo sottoposto. Perché? Non lo sapeva lui stesso! Certo, non per domandar notizie di lei: non gli sarebbe parso ben fatto. Forse per scoprire dall’atteggiamento di qualche volto lo stato della malattia. E ogni volta, per imporre un termine a quell’aspettativa, ch’egli pur riconosceva puerile, ricorreva a un’altra puerilità: si metteva a contar fino a cento.

             – Se nel frattempo nessuno s’affaccia, me ne vo… E cominciava lentamente:

             – Uno… due… tre…

             Poi, nel contare, s’astraeva, e soltanto le labbra continuavano a mormorare i numeri. Talvolta, col cappello in capo, già pronto per uscire, giungeva a con­tare fino a trecento; alla fine si stancava, e infilava la porta. Doveva far vio­lenza a se stesso per non fermarsi a origliare sul pianerottolo del primo piano. Per via, schivava gli amici, non riusciva a distrarsi. Gironzava un po’ senza direzione, annoiatissimo; e alla fine, come spinto da un subitaneo pensiero, ri­tornava frettolosamente sui proprii passi.

             «Forse a quest’ora sarà arrivato!»

             Egli aspettava con ansia il fidanzato di Agata. Si struggeva dalla smania di vederlo, di conoscerlo, senza saper chiaramente il perché di quella sua curio­sità.

             La madre, per quanto ormai non s’interessasse più di nulla, già stanca di tutto, finanche d’aspettare e di chiamar la morte, s’era accorta del cambia­mento del figlio; e un giorno gli disse:

             – Giulio, non far pazzie!

             – Che pazzie, mamma! – rispose l’ingegnere Accurzi, a cui ormai recava più irritazione che pietà il modo di parlare della madre, il tono della voce e il mo­vimento della testa.

             E pure, una pazzia forse l’aveva commessa. Sì: lo riconosceva egli stesso, e n’era turbato. Aveva fermato per la scala anche la sorella d’Agata, Erminia, e dal modo come le aveva parlato, temeva non avesse ella potuto sospettare ch’egli fosse così insensato da accarezzar delle idee sulla sorella promessa a un altro.

             «Chi sa che avrà pensato di me! Sciocco…»

             Egli, in fondo, non voleva convenir con se stesso d’essere innamorato della signorina Sarni.

             «Tra me e lei non c’è stato mai nulla…»

             E allora si sforzava di pensare ad Agata, come a una persona qualsiasi, per la quale si sentisse soltanto pietà sapendola in condizioni gravi di salute.

             «Povera signorina!» si diceva «Così buona!… E quell’imbecille che non torna! Se tarda ancora, non la rivedrà…»

*******

             IV. Il viavai per la scala divenne vieppiù frequente. Giulio dal pianerottolo su­periore, curvo sulla ringhiera, spiava chi saliva e chi scendeva. Altri medici erano accorsi al letto della malata, due suore di carità, poi un vecchio alto dalla lunga barba bianca, don Giacomo Corvaja, venuto espressamente dalla campagna. Giulio apprese che l’acuto della malattia era superato, ma che tut­tavia la malata, vinta dall’estrema debolezza, era in preda a furori isterici che la rendevan quasi pazza…

             – S’è tagliati, tartassati i capelli!… Non si riconosce più… – gli aveva detto la serva. – Chiama sempre il fidanzato… Pare che egli non voglia più tornare… Se vedesse, che spettacolo giù…

             «Non vuol più tornare? Come! La lascerà morire così?», pensava Giulio, struggendosi dentro.

             La porta del primo piano s’apriva di tanto in tanto rumorosamente, e qual­cuno ne usciva lanciandosi a precipizio per la scala; Giulio si destava di balzo dalle sue fantasticaggini, impallidiva…

             «Che sarà avvenuto?… Muore?…»

             Ecco altra gente sul pianerottolo, giù; donn’Amalia, Erminia dai volti di­sfatti… Chi s’attende? S’è fermata una vettura dinanzi al portone. Ecco, è lui, Mario Corvaja, il fidanzato! Gli è accanto quel vecchio alto, dalla lunga barba bianca, il padre. Finalmente è tornato!

             – Ebbene, come sta? – chiede Mario con ansia alla madre di lei, pallido, con le ciglia aggrottate. Poi tutti rientrano, e la porta si richiude.

             Dove mai Giulio aveva udito quella voce? Sì, egli conosceva di vista Mario Corvaja. Era dunque colui il fidanzato di Agata? E che avveniva laggiù, in quel momento, nella camera della malata? Giulio si sforzò a imaginare quella scena d’arrivo. Dopo un’ora all’incirca egli vide uscir Mario Corvaja col padre. Lo seguì con gli occhi, dal balcone, lungo la via piena di sole. Dove si recava? Perché gestiva così vivacemente parlando col padre? E aveva lasciata così presto la malata? In che condizioni era ella?

             Sul far della sera Giulio vide don Giacomo Corvaja ritornare in casa Sarni senza il figlio. Seppe dopo, che Mario era ripartito per Roma lo stesso giorno dell’arrivo. Il suo ritorno dunque era stato come un’apparizione. Il domani Agata con la madre e con don Giacomo Corvaja partì per la campagna.

             Giulio Accurzi indovinò che il progetto di matrimonio tra Mario Corvaja e Agata Sarni era andato a monte. Che era avvenuto? Ella s’era ammalata per lui, ed egli l’aveva abbandonata! Perché dunque? Che pretendeva di più quello sciocco? Come non amare una creatura, che a lui, Giulio Accurzi, pa­reva così degna d’amore? Ed ella forse lo rimpiangeva…

             Provò, così pensando, un’indefinibile gelosia, un sordo rammarico, quasi rancore… Non vi poteva far nulla, lui? Quasi quasi avrebbe voluto intromettercisi, tanta era la stizza che provava per l’agire di quello sciocco lì… Intro­mettersi! E in qual modo?

             «Se la son portata via nella campagna di lui! Sciocchi! E perché? Come si potrà distrarre lassù?» pensava intanto, tra le smanie. «Sarebbe molto meglio che vi morisse…»

*******

             V. Aveva però avuto la fortuna, dopo circa un mese, di trovarsi a scendere per la scala quando la vettura di ritorno dalla campagna dei Corvaja, si fermò di­nanzi al portone della sua casa. Giulio Accurzi non potè trattenere un moto e un’esclamazione di sorpresa alla vista di Agata, che già scendeva dalla vettura sorretta dalla madre. Turbato, con le mani tremanti, accorse a prestare ajuto alle due donne; offrì il braccio alla convalescente, e la sorresse lungo la pe­nosa salita, ripetendo a ogni scalino: – Piano… così… S’appoggi, signorina! piano!…

             Dinanzi alla porta ella lo ringraziò timidamente, con gli occhi bassi, inchi­nando la testa. Egli arrossì, si confuse, e appena la porta fu richiusa, mor­morò:

             – Come s’è ridotta! E subito dopo:

             – Quanto lo amava!

             Non pensò più che stava per uscire, e continuò a salir lentamente la scala, a capo chino, percotendosi le gambe coi guanti che teneva in mano.

             – Come s’è ridotta! – ripetè a fior di labbra fermandosi indeciso innanzi alla porta di casa. Trasse macchinalmente di tasca la chiave, ed entrò.

             Allora sentì chiamarsi dalla madre, e accorse subito, molto sorpreso di ritro­varsi in casa sua.

             – Che ti sei scordato? – gli domandò la madre con voce nasale, stanca, pie­gando da un lato la testa avvolta sempre in un fazzoletto nero di lana.

             – No… nulla… mi son seccato… Sai? Son ritornate le nostre inquiline del primo piano…

             – Ho capito! – sospirò stanca la madre, ripiegando la testa dall’altro lato, e chiuse gli occhi.

             Quell’esclamazione e quel movimento irritarono Giulio.

             – La signorina è stata molto male, è ancora ammalata – s’affrettò egli a dire con tono risentito.

             – E giovine, non temere, guarirà! – rispose con la stessa voce l’inferma senza aprir gli occhi.

             Giulio rientrò nella sua camera, e sedè su una poltrona, senza pensar di to­gliersi il cappello e di posar guanti e bastone.

             «Quanto lo amava!» mormorò di nuovo a se stesso, scotendo a lungo, lenta­mente, la testa, con gli occhi appuntati. «E quell’imbecille…»

             Si levò da sedere, andò in su e in giù per la stanza, a capo chino…

             L’aveva riveduta; le aveva offerto il braccio, aveva sentito il dolce peso di quel corpo affranto dalla passione, e avrebbe voluto portarla su in braccio per risparmiarle la pena di quella salita… Così pallida e stanca gli era sembrata più bella! Ed ella gli aveva detto grazie…

*******

             VI. Passarono per Giulio Accurzi due mesi di continue smanie. Agata non si lasciava più vedere al terrazzo, non usciva più di casa. Alle sue costanti do­mande alle persone di servizio: – Come sta la signorina? – otteneva un – Me­glio – per tutta risposta, e poi in seguito un – Adesso sta bene – e null’altro. Non voleva parere indiscreto. Intanto, non lavorava più. Veramente, aveva sempre lavorato poco; ma prima, almeno, gli piaceva di studiare o di leggere; s’era fatta così una varia e larga coltura; adesso, non gli riusciva più d’arrivare in fondo a una pagina, fosse pur di romanzo. Invece si prendeva molta più cura della persona: s’affliggeva dinanzi allo specchio dei suoi capelli biondi che si diradavano man mano specialmente sul lato sinistro, slargandogli un po’ troppo la fronte; diventava minuzioso per tutto ciò che si riferiva all’ac­conciatura: voleva essere inappuntabile. Ma poi, dopo tanto studio e tanta cura, non usciva di casa, sedeva o s’appoggiava sulla ringhiera di ferro del balcone, e aspettava… Vedeva sul vespro donn’Amalia Sarni uscir sul terrazzo ad annacquare i fiori, e allora egli seguiva attentamente la mela dell’annaffia­toio che spandeva acqua in minuta pioggia sur ogni vaso, e sur ogni vaso egli s’indugiava quanto l’annaffiatoio. Così faceva il giro della balaustrata. Certi giorni poi s’avviliva di produrre inutilmente quel genere di vita. Avrebbe vo­lentieri intrapreso un viaggio. Ma sì! A chi affidar la madre?

             Un giorno, all’improvviso, vide irromper nel terrazzo rumorosamente le due bambine di Erminia Corvaja, come un tempo, inseguite dalla zietta. Al rumore, prima ch’ella comparisse sul terrazzo, il cuore dell’ingegnere Accurzi si mise a battere violentemente. Finalmente la vide! Gli parve un’altra… Ella rideva!

             «È lei… è lei… è lei…», ripetè egli a se stesso, fremebondo, ritraendosi dal balcone. Vi ritornò subito; ma ella era già andata via dal terrazzo con le bam­bine.

             Non potè rimaner più solo in camera: sentiva il bisogno di comunicare a qualcuno la sua gioia. Si recò dalla madre, senza saper precisamente ciò che le avrebbe detto. La trovò nella solita positura: con la testa piegata da un lato e gli occhi chiusi; pareva morta! Gli scuri delle due finestre erano un po’ acco­stati, e la camera rimaneva in una triste penombra.

             – Mamma, dormi? – domandò egli piano, chinandosi sulla poltrona e pren­dendo da un bracciuolo la mano cerea, gelida della madre.

             – No, figlio – sospirò la giacente, senza aprir gli occhi.

             Al suono di quella voce Giulio cangiò tosto d’umore. Gli parve di non aver mai compreso come in quell’istante la sciagura toccata alla madre. La rivide, in un baleno, ancor vispa, in piedi, sempre vestita di nero dopo la morte del marito, attendere alle faccende di casa; gli passò come uno sprazzo dinanzi agli occhi, la visione confusa di sua madre, tanto diversa che in tutti gli altri ricordi, vestita di gala, innanzi a un grande specchio a muro… una remota sera. Un uomo le chiudeva alla nuca il fermaglio d’una ricca collana: era il padre di Giulio Accurzi allora bambino di pochi anni; e questa era l’unica, in­decisa memoria che egli serbava del padre. Rivide, immediatamente dopo, la madre nell’atto di piegarsi sulla tavola, mentre tutti e due mangiavano, colpita improvvisamente dalla paralisi. La guardò intenerito: erano ormai sei anni che ella se ne stava così, dimenticata dalla morte, abbandonata dalla vita.

             – Povera mamma! – sospirò, recandosi alle labbra la mano di lei fredda, in­sensibile; e il suono della sua voce gli chiamò lacrime agli occhi.

             – Che hai da dirmi? – domandò la malata, senza muovere il capo, come se s’aspettasse dal figlio qualche confessione.

             – Mamma…

             – Zitto, zitto, lo so… Sposala, figliuolo mio, se è una buona ragazza. Sposala, mi farai piacere…

             E volse la testa dall’altra parte, sospirando.

             – Che dici, mamma?

             – Sposala, ti dico! È tempo che tu lo faccia… Mi farai piacere.

             – Ma sai tu chi è, mamma?

             – Sì, so tutto.

             – Io l’amo… – fece Giulio, e si stupì immediatamente d’aver profferito quella parola innanzi a se stesso.

             – Siate felici! – concluse la madre.

             Egli rimase perplesso. Sua madre dunque supponeva che anche Agata lo amasse? E invece… Si sentì nuovamente pungere da quel sentimento d’inde­ciso rancore.

             L’inferma aggiunse:

             – Me la farai conoscere?…

             – Certamente… – rispose Giulio impacciato; salutò la madre e uscì dalla ca­mera, sospirando amaramente.

             D’onde gli era sopravvenuta adesso tutta quella tristezza? Non era stata sem­pre così sua madre, dacché era inferma? Sì, sì… ma adesso…

             Egli non sapeva definirsi bene la causa di quella tristezza; ma nessuna cosa al mondo avrebbe potuto consolarlo, se egli finalmente non usciva da quello stato d’indecisione.

*******

             VII. Posto appena il piede nella propria casa, Agata sentì come inutile e grave sarebbe stata da lì innanzi la sua vita. La madre s’era data subito a badare alla casa lasciata per tanti giorni in abbandono.

             Agata fé’ il giro delle stanze, e pareva che in nessuna trovasse posto da se­dere per il momento, e da occupare in appresso, nelle lunghe e tediose gior­nate che l’avvenire le preparava. Cavò, in piedi, una nota dal pianoforte, come per riudir la voce dello strumento, e se ne allontanò subito, quasi offesa. Oh se avesse invece potuto seguir per le stanze la madre tutta intenta a rassettare, a spolverar la mobilia!

             Ella avrebbe voluto dare a intendere, che non pensava più a Mario Corvaja, e sopra tutto, che non era per nulla afflitta dello scioglimento del suo matrimo­nio. Ma come darsi, nel tedio che la schiacciava, la pena e la fatica di quella simulazione?

             Il ricordo, per altro, era troppo vivo e insistente, ed ella non solo aveva molto da ricordare, ma anche molto da pentirsi di quei quattro anni d’inutile attesa. E ancor non sapeva bene, com’egli le fosse sfuggito durante la malattia! Conservava ancora in un cofanetto tutte le lettere di lui, e ora, chiusa nella sua cameretta, le rileggeva ad una ad una. S’era seduta per terra con una candela accesa, alla cui fiamma consegnava man mano le lettere dopo averle rilette.

             Eran disposte tutte per ordine di data, e annodate per anno, in quattro fasci: più voluminoso il primo, esiguo l’ultimo. Ella rimaneva, dopo la lettura, con gli occhi appuntati sulla fiamma tremolante e ingranditi: l’anima rifaceva il giorno della data, mentre la mano tremante appressava il foglio alla candela; poi sospirava, e attendeva che la carta si riducesse per intero in cenere.

             Giulio Accurzi intanto, dopo una notte di riflessione, agitato da dubbi e da sconforti, aveva presa la risoluzione di recarsi dalla sorella di lei, con la quale già una volta aveva parlato, e forse s’era tradito.

             «Nessun dubbio», pensava andando, «che i parenti accetteranno con ricono­scenza la mia domanda. Ma lei, Agata? Non si è mai curata di me; non pensa neppure che io sia al mondo… Ella in questo momento pensa “a tutt’altro”.»

             Egli sentiva bene, che avrebbe dovuto ragionevolmente lasciar passare an­cora qualche tempo per far la sua domanda; ma la gelosia e l’amor proprio non glielo concedevano. Non avrebbe avuto più pace, finché il ricordo dell’altro rimaneva nel cuore di Agata, e da un altro canto voleva fingere d’ignorare affatto ch’ella era stata promessa sposa a Mario Corvaja. Se ella lo rifiutava, Giulio Accurzi sentiva, che si sarebbe messo subito a odiarla, in tutte le ma­niere in cui l’odio può esplicarsi. Un pensiero poi l’avviliva più d’ogni altro: «Forse un giorno egli mi vedrà con lei, innamorato di lei, e mi guarderà con occhio di commiserazione. “Sì, quella donna mi amava, e io non l’ho voluta… l’ho piantata. Ora ella ha trovato il gonzo, che se l’è presa. Eccolo lì…”».

             Erminia Corvaja fu molto sorpresa della visita dell’ingegnere Accurzi. Egli, pallido e nervoso, si perdette sul principio in comuni superficialità, poi tutto ad un tratto, impulsivamente, uscì a dire:

             – Senta, signora, lo scopo della mia visita… – Ma s’arrestò all’improvviso. – Io desidererei che ella mi desse…

             Stava per dire: «Delle spiegazioni». Arrossì, si confuse; e poi rimettendosi: – Ecco, ella sa che la Sua signora madre abita giù in casa mia… Io ho avuto la fortuna d’apprezzare le doti veramente elettissime tanto della signora quanto della signorina Sua sorella. Adesso starà bene mi auguro… L’ho veduta jeri, mi sembra, quand’è venuta lei, con le bambine… Sì… giusto jeri… M’è parso che…

             – Oh, sì adesso… in salute, almeno, sta bene… – concluse imbarazzata Erminia Corvaja, tentando un sorriso, e abbassò gli occhi.

             Giulio Accurzi notò quell’almeno e si agitò sulla poltrona, non trovando adesso come riattaccare il discorso.

             – Sì… ho saputo… che è stata male… Anzi, già! ho chiesto a lei una volta no­tizie… si ricorda? Sì… Ma ora, per fortuna è passato… Io mi trovavo presente quando è ritornata dalla campagna di… Suo suocero, è vero? Sì… Povera si­gnorina!… Era così sofferente…

             – Infatti, ha molto sofferto… – affermò, tentennando il capo, Erminia Cor­vaja.

             Giulio Accurzi s’agitò un’altra volta sulla poltrona.

             – Ora è passato però… – ripetè. – E quando una malattia si può raccontare… C’è dispiaciuto di non esser potuti scendere giù, in questa occasione… ma mia madre, poverina… Ella saprà che…

             – Oh, sì, pur troppo… so, povera signora!… – fece Erminia, con aria di pro­fonda commiserazione.

             – Da sei anni!… – esclamò Giulio. E preso quel discorso, la conversazione andò per un tratto più spedita. Egli non s’accorse che, parlando della madre, dello squallore e della malinconia che regnavano nella sua casa, dacché ella s’era ammalata, e della solitudine senza cure in cui si sciupava la sua giovi­nezza, si preparava man mano quasi inconsciamente il terreno per venire allo scopo della sua visita, e a un tratto la spiegazione gli riuscì spontanea, molto più facile che non se l’aspettasse.

             Erminia Corvaja restò un momento imbarazzata, pur sorridendo di compia­cenza all’annunzio; si strinse le mani, e si raccolse, schivando di guardarlo, come per ponderare una risposta giudiziosa. Quell’istante di silenzio fu peno­sissimo per Giulio Accurzi: già si aspettava ch’ella, per convenienza, gli avrebbe parlato di Mario Corvaja e dello stato d’animo della sorella; ma quasi quasi, adesso, avrebbe voluto farne parola lui per primo, pur d’uscire al più presto di quella pena. Tanto, che avrebbe potuto dirgli? Già s’era accorto, ch’ella era contenta della sua domanda. Il passo più difficile era pel momento superato. Egli, è vero, avrebbe voluto simular sorpresa nell’apprendere che Agata era stata, fino a pochi mesi a dietro, promessa sposa a un altro; ma si­mulò invece indifferenza, e rispose alla sorella:

             – Sì… difatti, ho saputo…

             – Fanciullaggini, sa – si affrettò ad aggiungere Erminia. – Era già finito da un pezzo… Tuttavia, capirà, lasciano sempre un certo… come dire?… turba­mento nel cuore d’una ragazza… Poi, col tempo… Oh ma già, a quest’ora, ne son sicurissima, Agata si sarà convinta, che è una sciocchezza, a cui non vai proprio la pena di pensare… Io, per me, glielo predicavo sempre… Era poi, più che altro, non si figuri, una corrispondenza da lontano: mio cognato è stato sempre fuori… prima a Roma, poi all’estero.

             Giulio Accurzi ascoltava pallidissimo, con un sorriso gelato sulle labbra, le parole d’Erminia.

             – Non sarà… vorrei sperare… un impedimento… questa sconclusione – balbettò alla fine – almeno per parte mia.

             Erminia si tolse felicissima l’incarico d’annunziare alla madre la domanda di matrimonio.

             La madre poi ne avrebbe parlato ad Agata. Fra giorni, la risposta. Un po’ di pazienza…

             Così convennero. Ma uscito sulla via, Giulio Accurzi era inasprito da una sorda stizza e avvilito da un profondo disdegno di se stesso.

             Perché?

*******

             VIII. Agata, ancora a letto, notava la bianchezza delle sue braccia, magre tut­tora dalla recente malattia, e osservava attentamente le venicciuole azzurre, trasparenti sotto la pelle levigata.

             La luce del giorno penetrava nella camera attraverso le persiane verdi, e su una mensoletta in un angolo moriva già il lampadino da notte, dietro una ven­tola litofana.

             Era uscita testé dalla camera la signora Amalia, e nella fronte di Agata si spianava man mano la ruga lasciatale dal dialogo breve, inatteso, avuto con la madre. Agata non aveva mai badato veramente a quel Giulio Accurzi, di cui la madre le aveva parlato con tanta esitanza prima, con tanto interesse poi. Co­stui dunque chiedeva la sua mano, sapendo tutto? E sua madre ed Erminia sa­rebbero state felici, se ella avesse accondisceso a quelle nozze. Non sapevano dunque che per lei ormai un altro amore non era più possibile? Tutto per lei era finito!

             – Fagli dir di no! – aveva risposto a prima giunta. Ma poi s’era ripresa, te­mendo non sospettasse la madre, ch’ella pensava ancora a «quell’altro». E gliel’aveva detto:

             – Nemmen per sogno, sai! Anzi, guarda! per me… fa’ quel che vuoi… Se ti piace fagli pure rispondere che accetto.

             E s’era voltata dall’altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.

             La madre però l’aveva severamente rimproverata: – Così no! Non è giusto, né onesto. Dio non vuole! Un impegno per la vita… Pensaci! E quando ci avrai ben pensato, noi daremo la risposta. Quanto all’amore, non dubitare, verrà…

             «Non verrà, non può venire!» pensava Agata, e nell’istesso tempo bilanciava col suo sconforto i savi ammonimenti della madre e le considerazioni sul suo stato. Giulio Accurzi era giovane, buono, ricco. Ella aveva già varcato da più anni il limitare della prima giovinezza… E aveva inoltre da vendicare un af­fronto alla sua femminilità, l’abbandono che le costava ancora tanto dolore.

             – Ebbene – domandò Agata, sulla sera, alla madre. – Che avete concluso?

             – Nulla, te l’ho detto… Ci hai pensato?

             – Sì… Io accetto – rispose Agata.

             Donn’Amalia baciò commossa la figlia. E il domani sera scese per la prima volta in casa Sarni Giulio Accurzi.

             Assistevano alla presentazione Erminia Corvaja con le bambine, una vecchia zia d’Agata, curva, corpacciuta, gialla di carnagione e rugosa, con gli occhi smorti, pieni sempre di lacrime, e la figlia Antonia, zitellona, che parea fatta di legno, e che non schiudeva mai le labbra se non per terminare le frasi la­sciate in sospeso dalla madre nello stento di trovar parole. Madre e figlia eran vestite goffamente per l’avvenimento e, benché impacciate dalle loro vesti, non staccavan gli occhi da Agata.

             Il salotto era riccamente illuminato, e cosparso di fiori freschi. Agata, palli­dissima, guardava or la madre, or la sorella, come trasognata. Queste due ascoltavano attentamente le parole di Giulio Accurzi, che si rivolgeva a loro di preferenza; assentivano frequentemente col capo, e sorridevano, forse senza intender nulla di ciò che egli diceva. La vecchia zia e la figliuola esaminavano minutamente gli altri quattro e, di tanto in tanto, si scambiavano, sospirando, uno sguardo d’intelligenza.

             Giulio Accurzi si sforzava evidentemente di non sembrare impacciato, e donn’Amalia e la figlia maggiore gli venivano, come per intesa, in aiuto. Egli parlò in principio di cose aliene, con sovrabbondanza di parole, intercalando qua e là massime di largo criterio, ma senza presunzione, con l’aria un po’ stanca di chi si sia data qualche volta la pena di pensare ai casi della vita. Quindi si mise a parlar della madre, e si compiacque, sotto gli occhi di Agata, nel mostrar tutto il suo affetto filiale, e il dolore per la sciagura toccata «alla sua vecchina».

             – Poi la vedrà… – concluse, rivolgendosi ad Agata.

             Agata abbassò gli occhi sotto lo sguardo di lui, e trattenne un istante il re­spiro.

             La conversazione languì. Giulio Accurzi girò gli occhi pel salotto, e li arrestò sul pianoforte aperto.

             – Ella suona spesso, è vero? – domandò ad Agata.

             – Qualche volta… – rispose questa esitante, con un fil di voce.

             – Via, suona un po’ qualche cosa… – s’affrettò ad aggiungere Erminia, a cui tosto fecero eco la vecchia zia e la figliuola. Donn’Amalia guardò la figlia, che si rifiutava un po’ duramente, accesa alquanto dalla vergogna.

             – Mi faccia sentire… se non le dispiace troppo – insistè dolcemente Giulio.

             – Non so proprio sonare… Sentirà… – fece ella alzandosi e guardandolo freddamente.

             Egli non smise un istante di studiarla, mentr’ella sonava; e ammirò i capelli castanei finissimi, pettinati con tanta grazia, la nuca, le spalle, la sottilissima vita… Ecco, e lei così bella, così adorabile, era stata rifiutata da quell’altro! Perché dunque?… Notò ch’ella sonava un vecchio pezzo di musica. Anche Mario Corvaja forse lo aveva udito da quelle mani… Chi sa! poteva anche es­sere un suo regalo. Che vibrava in quel momento nel cuore di lei?

             Quando Agata finì di sonare, Giulio Accurzi era ancora turbato dai suoi pen­sieri; pure, fece dei complimenti alla sonatrice, e parlò di musica…

             – Se io avessi saputo sonare, non avrei forse cercato più nulla nella vita… Nella musica si può tutto dimenticare…

             Arrossì a quest’ultime parole. Gli sovvenne improvvisamente che Agata in quegli ultimi giorni passava gran parte della giornata sonando.

             La conversazione languì di nuovo, e poco dopo egli tolse rispettosamente comiato.

*******

             IX. «M’amerà!… m’amerà!…», si ripeteva ora Giulio Accurzi, uscendo dalla casa della sua promessa sposa. Egli l’avrebbe vinta a poco a poco, cingendole l’anima di dolce e silenzioso assedio, spiandole negli occhi e sulle labbra ogni desiderio, ogni accenno di desiderio. L’avrebbe vinta colla sua sommissione, senza mai urtare i sentimenti di lei, né tentar mai apertamente di penetrarle nel cuore; così, con l’alito soltanto della sua passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne aveva fiducia, il roseo colorito e la prima gajezza a quel freddo e pallido volto. L’avrebbe vinta…

             Bisognava, innanzi tutto, aver pazienza. Il tempo ajutato, nudrito dalle sue cure amorose, doveva un po’ per volta cancellar da quel cuore l’imagine d’un altr’uomo.

             Pensava così, ormai, tenendo sempre presente a sé l’imagine di Agata dal contegno gelido, quasi per soffocare ogni impulso violento della gelosia. Per quanto internamente ne soffrisse, pure amava meglio ch’ella fosse così, rigida e chiusa con lui.

             Fin dalla prima sera, al cospetto di lei, s’era sentito cader dall’animo l’avvi­limento provato nel far la domanda alla sorella. Indovinò all’accoglienza di Agata, com’ella si fosse indotta ad accettare, e la via che conveniva a lui di seguire per vincerla al più presto. Ma quanto più i pensieri, guidati dal com­pito ch’egli s’era imposto, abbondavano in amorevolezza, tanto più il suo cuore si struggeva dentro, quasi stretto in una morsa di ferro dall’odio impo­tente per Mario Corvaja. Costui non era più, forse, il signore della rigida for­tezza, cui egli ora cingeva d’assedio amoroso; ma l’aveva lasciata pur lui così chiusa e impenetrabile! Giulio Accurzi inviava ad Agata fiori ogni mattina, prima ch’ella si levasse di letto: ora un grand’involto di rose sciolte, in un fazzoletto bianco, di seta; ora un canestro di gardenie; ora un gran cappello di paglia da contadini con fiori di campo… E cominciò a presentarle i primi re­gali: anelli, bracciali, spille… Ella li accettava confusa, senza espressioni sin­cere né di gradimento, né d’ammirazione; li toglieva con mano tremante dalle ricche scatole, e lasciava che la madre si profondesse in meraviglie. Agata gli dava ancora del lei.

             – Così no… non voglio esser più ringraziato… – si spinse egli a dirle final­mente.

             – Ebbene, ti ringrazio – fece ella, chinando leggermente la testa e sorridendo appena.

             – Così va bene… – concluse freddamente Giulio. Quella concessione forzata non gli era riuscita per nulla gradevole.

             Intanto egli attendeva alacremente all’arredo della casa, su, al secondo piano. Agata e donn’Amalia uscivano qualche volta con lui a far compere, ed egli sceglieva tutto ciò, su cui gli occhi di lei si fermavano un po’ ad ammirare.

             Agata si recò con la madre a visitar l’inferma, e la casa che tra breve l’a­vrebbe accolta sposa. Vi era gran trambusto; operai vi lavoravano; solo nella stanza della malata regnava il solito silenzio. Giulio assisteva alla visita, e non staccava gli occhi dalla madre, quasi temendo non accogliesse ella fredda­mente la futura nuora.

             In quegli ultimi giorni egli aveva notato nella madre un serio cambiamento. Ella, per solito così rassegnata al suo male, ora si lamentava a lungo, si la­gnava del rumore che facevan gli operai, era impaziente, curiosa di sapere quel che avveniva nelle altre stanze. – Giulio! Giulio!… – chiamava con insi­stenza; e se per caso egli tardava un po’, o mostrava lontanamente dispetto per l’oziosità delle sue domande, si metteva a piangere, a invocar la morte «per non esser più di peso a nessuno». Egli si chinava su lei, la carezzava, si mo­strava afflitto fino alla disperazione…

             – Dimmi un po’… dimmi un po’… – usciva ella a dire con voce irritata. – Bada, già me ne sono accorta… Lo vedo… Ella ti rende triste, è vero? Sì… sì… Tu sei sempre triste per causa sua… Non mi sfugge nulla!

             – No, mamma… che pensi!

             – E allora, è per causa mia! Morte maledetta, perché non vieni? Che sto a far qui?

             Accolse però Agata con straordinaria tenerezza; volle ch’ella sedesse accanto a lei, e la guardò a lungo, approvando col capo. Poi si rivolse al figlio.

             – Giulio… Giulio, dagliela tu… io non posso…

             Giulio tolse dall’astuccio una splendida collana di perle, quella stessa che gli richiamava alla memoria la figura indecisa del padre, e la porse ad Agata.

             – Annodagliela al collo – aggiunse l’inferma, e tornò a guardarla, approvando col capo.

             Poi, quando Agata e la madre furono andate via, e Giulio ritornò da lei:

             – Vedi?… Ho fatto bene? – gli domandò come una bambina.

             – Sì, mamma, certo…

             – Oh, così! Purché tu sia sempre contento di me… – concluse, facendo il greppo, e si mise a piangere silenziosamente.

*******

             X. La vigilia delle nozze Giulio Accurzi non potè chiuder occhio durante la notte. Occupato dai preparativi della cerimonia, dall’allestimento della casa, degli abiti, delle carte necessarie; in quegli ultimi giorni aveva vissuto molto frettolosamente, sordo affatto alle contrarie voci della sua passione. Aveva vo­luto affrettar quel giorno contro l’angustia del tempo, con l’ostinatezza d’un ubbriaco. Ecco, e già vi era riuscito: tutto era pronto… – Domani la catena! – gli avevan detto, scherzando, gli amici.

             Tra lui e Agata s’era stabilita come un’intesa di compatimento. Questa al­meno era l’illusione ch’egli s’era fatta durante i tre mesi del suo fidanzamento. Certo Agata non gli dimostrava amore, né egli quasi ne pretendeva. Pareva pago della stima affettuosa e della gratitudine, che ella in cuor suo doveva professargli pel silenzio da lui mantenuto sul passato di lei. In quelle sere la madre, pacifica e serena, per lasciar loro libertà di parlarsi, leggeva presso il lume un grosso e vecchio libro sacro, La via del cielo; e loro due, seduti un po’ in ombra, lontani dal lume, s’ingegnavano prudentemente a schivare ogni confidenza, ogni familiarità. Una sera soltanto, nel penoso imbarazzo d’un prolungato silenzio, egli s’era lasciato indurre a domandarle perché fosse sempre così triste…

             – No, perché triste? – aveva risposto Agata con un fil di voce, tormentando una trina dell’abito.

             Egli l’amava così; avrebbe voluto sempre amarla così.

             Cominciò intanto ad albeggiare. La cerimonia religiosa doveva aver luogo alle otto della mattina; la civile, alle nove; poi gli sposi e i parenti si sarebbero recati nella campagna, dove Giulio era nato, a pochi chilometri dalla città; quivi era apparecchiato il pranzo delle nozze, dopo il quale i parenti se ne sa­rebbero tornati in città, lasciando soli nella ricca cascina i due sposi. Pochis­simi invitati: i parenti e i più intimi amici soltanto. Così Agata aveva voluto.

             Giulio finì d’abbigliarsi, e si recò a baciare la madre ancora a letto.

             – Come sei bello! Lasciati vedere… Già vuoi andar via? Sì, sì… va’ pure. Ti benedico, e sii felice, figliuolo mio!

             E lo accompagnò con gli occhi pieni di lacrime fino all’uscio della camera.

             – Mandami su i confetti… non ti scordare!..

             Giù, fu ricevuto da Cesare Corvaja, il marito d’Erminia, un colosso bruno, barbuto, dai grandi occhi neri, un po’ goffo nell’abito nuovo, insolito, da ce­rimonia.

             – Qua la mano, cognato! Noi non ci conosciamo… Io son Cesare Corvaja. Giulio lo guardò stordito, stendendogli macchinalmente la mano. «Il fratello

             di Mario»… stava per aggiungere, e sorrise freddamente.

             – Una sorpresa, è vero? La combinazione! Già vi credevo sposati. Eh sì! Mia moglie mi scrisse: «Sposeranno prestissimo!». Bravi, dico, che fretta! Invece… Arrivo iersera. «Sai?» mi dice Erminia. «Domani Agata sposa!» Ed eccomi qua… Agata, oh! non sa ancor nulla, ch’io sia venuto… Erminia è di là, che l’aiuta a vestirsi; io me ne sono entrato mogio mogio qui… Vedrete, che sorpresa! Oh! le mie congratulazioni, intanto…

             Giulio si fece di bragia.

             – Grazie – rispose, tendendo di nuovo la mano alla stretta del colosso, e con­sultò l’orologio, simulando gran fretta.

             – Ma bisogna che si spiccino! Già le otto…

             – Eh sì, le donne! Zitto! Vengono – rispose Cesare Corvaja, nascondendosi dietro l’uscio che s’apriva.

             Entrò, con Erminia, Agata, pallidissima, già acconciata per la cerimonia. Anch’ella forse non aveva chiuso occhio durante la notte.

             – Buon dì, sposa! – la salutò Giulio, con fare allegro, come per ravvivarla. Ella gli sorrise mestamente.

             – Siamo in ritardo… Già la mamma si veste…

             Una risata sonora scoppiò dietro l’uscio. Agata trasalì e si vide innanzi Ce­sare Corvaja.

             – Tu… tu qui? Come mai? Che paura! Oh guarda! E si nascondeva! Come mai?

             Gli aveva tese tutte e due le mani, accesa in volto dalla sorpresa, e lo squa­drava ridendo:

             – Dio, come sei brutto, conciato così!…

             – Scusa… ti prego, Agata… è già tardi – osservò Giulio con un sorriso for­zato.

             – Mio marito! – esclamò Agata, con una smorfietta, come se tenesse a mo­strarsi allegra davanti a Cesare Corvaja.

             Giulio non l’aveva mai veduta così.

             – Giulio, ti prego, abbottonami questo guanto.

             Giunti gl’invitati, si recaron tutti a piedi, ordinatamente, alla prossima chiesa. Giulio s’inginocchiò accanto ad Agata sur un cuscino a pie dell’altare, e all’ingiunzione del prete, prese la mano gelata, tremante di Agata. La guardò. Gli parve ch’ella trattenesse a stento le lacrime, e le strinse forte la mano. Il prete intanto leggeva di fretta con voce nasale in un libricciuolo, e faceva dei gesti con la mano sul loro capo; poi pronunziò la formula di rito:

             – Sì – disse Giulio con voce ferma, e attese con ansia che Agata rispondesse. Notò in lei un sussulto subito frenato, quand’egli le mise al dito l’anello di fede. Si alzarono. La cerimonia religiosa era finita.

             – Adesso all’altra! – diss’egli piano alla sposa.

             In villa, durante il pranzo, regnò cotal brio più voluto che spontaneo. Né Agata, né Giulio, per quanto si forzassero, riuscirono a prender cibo. Si fecero molti brindisi e molti auguri. Giulio si sentiva sfinito, disfatto dall’emozione della giornata; avrebbe voluto da un canto che tutte quelle chiacchiere incon­cludenti e quel rumore non si protraessero più a lungo; e dall’altro, nello spos­samento dei nervi, rifuggiva dal pensare, che tra breve egli ed Agata, sareb­bero rimasti soli…

             Intanto il tempo, fino allora bellissimo, cominciò a poco a poco ad annuvo­larsi; cosicché gl’invitati temendo qualche improvviso rovescio d’acqua, si decisero a mettersi presto in via per la città. Fra il trambusto del comiato, Giu­lio s’aggirava dispensando ringraziamenti e strette di mano. Scorse Agata con le braccia al collo della madre e la faccia nascosta: ella piangeva.

             – Coraggio… coraggio… – le diceva piano Erminia dietro la madre. Giulio si volse a guardare altrove.

             – Vedrete!… vedrete… è molto più facile che non si creda… – gli diceva in­tanto qualcuno, scotendogli la mano a ogni parola. Egli, né ascoltava quelle parole, né vedeva che la sua mano era in quella di Cesare Corvaja. Infastidito dalle scosse, lo guardò, e ritrasse istintivamente la mano. Cesare Corvaja con­tinuò a parlare col primo vicino:

             – Poi, dopo tant’anni, ci si ricorda! Adesso pare chi sa che cosa… Ma è così! la vita è così…

*******

             XI. – Giulio!… Giulio!… – chiamò Agata vivacemente, schiudendo l’uscio, e introducendo il capo dai capelli disciolti. Era in accappatoio bianco e teneva in mano il pettine. – Vieni a vedere che bella capretta!…

             Dopo la prima notte d’acqua e di vento, il tempo s’era fatto limpidissimo, quasi primaverile, e durava così da otto giorni.

             Giulio abbandonato sulla ringhiera del balcone guardava con le ciglia aggrottate la campagna silenziosa sotto il tiepido sole. Alla voce di Agata si volse e, come se s’aspettasse ormai da lei quella vivacità, si mosse con indolenza dal balcone, e seguì Agata in un’altra stanza.

             – Guarda… Guarda… la vedi? – disse questa dalla finestra, additando sul viale una leggiadra capretta che stuzzicava allo scherzo un vecchio e paziente cane di guardia sdraiato beatamente al sole. – La vedi?… Ma guarda!… guarda!… – E Agata rideva a ogni mossa stramba di quella bestiuola lasciata alla libertà dei campi.

             – Povero Turco! – diss’egli invece in un sorriso malinconico, compiangendo il vecchio cane disturbato.

             Quand’ella finì di pettinarsi e di vestirsi, uscirono a braccio per la campagna.

             – Che hai? – domandò Agata. – Non dici nulla?

             – Senti che pace? – rispose egli.

             Agata andò in silenzio, contemplando intensamente la campagna. Il suo volto, alla fresca carezza dell’aria aperta, s’era vivamente colorito, e le due labbra accese, parevano in quel volto rifiorite. Ella, andando, si stringeva sempre più al suo compagno, fin quasi ad appoggiar la testa al braccio che la reggeva. Di tanto in tanto costringeva Giulio a fermarsi: pareva presa in quel giorno d’ammirazione e di meraviglia per ogni cosa della terra e della vita.

             – Guarda!… guarda questi fiorellini di febbraio… come son timidi… Egli allora si chinava per raccoglierli.

             – No, che fai? Poverini! non nascono per noi… son per sé un giorno così felici…

             Giunsero al limite della campagna, segnato da un muricciuolo coronato e di­feso dal rovo.

             – Guarda! Di là si può saltare… Saltiamo! – fece Agata.

             – No, Agata, tu non puoi… Con la veste, non puoi… Torniamo indietro, piut­tosto…

             – Non posso? Ti fo vedere… – E in così dire Agata, liberandosi dalle mani di Giulio che tentava di trattenerla, s’inerpicò sul muricciuolo. Le sue vesti lì sopra, nel volgersi, s’impigliarono nel rovo, e fu per cadere. Giulio accorse e con le braccia levate la sostenne. Ella rideva di gran cuore della pessima riu­scita, e con le braccia puntellate sulle spalle di Giulio, chinandosi di più, cer­cava di stropicciar la fronte sul capo di lui…

             – Aspetta, Agata! Come scendi adesso?

             – Mi reggerò io… tu liberami dal rovo… Poi salto… Che pazzia!…

             – Te l’avevo detto…

             Ella si rimise a ridere più forte. Giulio non trovava modo di districar la veste. Alla fine, indispettito, die un leggiero strappo.

             – Oh brutto! – fece Agata, saltando, e si guardò la veste per trovar lo strappo.

             – Scusami… Che ho fatto?… Non avrei potuto altrimenti… – disse Giulio ar­rossendo. – Vogliamo tornare?

             Agata non rise più. Andarono in silenzio, e ritornarono così alla cascina. Alla sera, Giulio propose di ritornare in città il domani.

             – Come! vogliamo andar via così presto? È così bella la campagna… la li­bertà… Ti sei già annoiato?

             – No! Con te… annoiato?… Ma… capirai… la mamma, poverina…

             – Ah, già! – sospirò Agata. – Hai ragione… Domani partiremo.

             E il domani si levò all’alba, sgusciando pian piano dal letto, mentr’egli dor­miva ancora, pallido e stanco. Si vestì alla meglio, senza far rumore, e lasciò la camera tiepida in cui ardeva ancora la lampada, ed esili fili d’umido albore penetravano attraverso le fessure delle imposte. Gli uccelletti cantavano di già per la campagna; ed ella, come rispondendo a un loro invito, uscì avvolta in uno scialletto, rabbrividendo alla pura brezza dell’aurora.

             Errò per la campagna bagnata di rugiada, assistè alla levata del sole e, sacrificando a un pensiero amoroso la carità pei fiori, ne raccolse quanti più potè; rientrò nella cascina e, spalancando l’uscio della tiepida camera, v’irruppe fragrante, carica di fiori. Giulio si destò di soprassalto, ed ella gli gettò in fac­cia, tra le mani, sul petto tutti i fiori raccolti.

             – No… no… che fai?… Son tutti bagnati!…

             – E la rugiada! Ti porto la primavera a letto! Destati, povero mortale!

             Egli l’attirò a sé, in un impeto di tenerezza, e se la strinse forte, a lungo, re­spirando sul collo e sulle vesti di lei l’aura mattinale della campagna.

             – Perché non m’hai svegliato prima? Saremmo usciti insieme per tempo… Ci porteremo questi fiori in città per memoria…

             – Sì! fra mezz’ora saran morti! – esclamò lei raccogliendoli. E tacquero en­trambi, egli quasi afflitto della prossima morte di quei fiori; ella, della pros­sima partenza per la città.

*******

             XII. – Vieni qui… Siedi. Così! Ora dammi le mani. Devi dirmi che hai.

             – Nulla, Agata… Che vuoi che abbia?

             – Non è vero! Me n’accorgo: tu non sei contento…

             – Contentissimo! Se io ho cominciato ad amarti quando tu ancora non mi amavi…

             – Ma io allora non ti conoscevo!

             – Sì… sì… è vero. Ma, di’ la verità, non t’eri mai accorta…

             – Mai, te lo giuro.

             – Capisco, tu allora…

             – Ti prego, Giulio, non parlarmi di quel tempo…

             – Perché? Oh bella! Credi forse ch’io sia geloso… Nemmen per sogno! Se tu ora sei mia, interamente mia…

             – E perché dunque…

             Uno scoppio di lagrime interruppe la domanda di Agata. Giulio s’affrettò a rispondere:

             – È la tua fantasia! Ti ostini a credere che io non sia contento, mentre… Non si può mica ridere tutti i momenti! E tu, nel tuo stato…

             Agata si spiegava l’improvvisa malinconia, in cui Giulio pareva caduto, come effetto della gelosia pel suo passato amore. «Io mi sono mostrata a lui così fredda dapprincipio!», pensava. «Forse egli crede, ch’io senta per lui sol­tanto della stima affettuosa o della gratitudine pel suo silenzio, come prima. Ma ora…» E si sforzava di manifestargli in tutti i modi il suo amore, special­mente con l’allegria, per cancellare la prima impressione di freddezza che egli aveva dovuto ricevere dal suo contegno d’una volta. Malediceva intanto in cuor suo la memoria di quell’altro, che veniva anche ora, secondo lei, a tur­barle la pace. Ma che Giulio non credesse a quelle manifestazioni d’amore? Talvolta le era parso finanche ch’egli s’indispettisse internamente di quella sua allegria, come se non avesse voluto vederla così affettuosa e paga. Con quanta freddezza aveva egli pronunciato le parole: – Se tu ora sei mia, intera­mente mia… –. «Ma che ha dunque mai?», si domandava smaniando la sera, mentr’egli era fuori di casa, ed ella nella camera dell’inferma, abbandonata sempre con gli occhi chiusi sulla poltrona, attendeva sola e triste a preparare il corredino pel nascituro. Eran già corsi cinque mesi dal matrimonio, ed ella era incinta da due. Giulio in verità non faceva ancor nulla che meritasse rimpro­vero: ma pure Agata trovava bene in cuor suo da rimproverarlo per tutto ciò che non faceva. Sentiva bene, ch’egli non voleva venir meno a nessuna pro­messa d’amore; ma era freddo adempimento, e nient’altro. Sì… sì… Come se egli fosse stato defraudato nell’attesa! Chi sa…

             Di tanto in tanto l’inferma mandava un sospiro come un lamento, abbando­nando il capo sull’altra spalla. Agata, accanto al lume, sospendendo l’ago, la spiava un po’ nella penombra.

             – Mamma, vuol nulla?

             – Nulla.

             Altre volte, levando gli occhi, incontrava lo sguardo freddo della suocera fermo su lei.

             – Cuci ancora?

             – Sì, mamma.

             – Dev’esser tardi… Giulio non torna…

             – Lo lasci star fuori. Che farebbe qui con noi?

             – È che io vorrei esser messa a letto…

             – Chiamo la serva?

             – No… no… Nessuno sa prendermi come lui… Siete sempre in guerra voi due? Adesso egli mi fa aspettar tanto, ogni sera… Prima era così puntuale…

             – Io l’aspetto come lei, mamma… Noi non siamo in collera… Cominciavano già i primi lievi disappunti di Giulio; seguiron le scuse e le

             dispute per provare a lei di non aver mancato. E non mancava difatti aperta­mente, come Agata avrebbe preferito. Così alla fine egli uccise per sempre sulle labbra di lei gli ultimi rari sorrisi e la tenera allegria.

*******

             XIII. Quasi attirato per un momento dalla mestizia sopravvenuta ad Agata, Giulio si richiuse come un tempo in casa, e si rimise a prodigare le antiche af­fettuose premure.

             – Tu già rimpiangi d’esser mia?

             – No, Giulio… Io soffro per te!

             E a poco a poco ella, diffidente dapprima, riscaldata dalle carezze di lui, ridi­venne allegra. Ma non durò molto. Giulio ricadde nelle smanie, poi nel tedio.

             Il giardinetto giù, a pie della casa, lasciato in abbandono, non aveva più fiori. Anche il padrone adesso non era più quello d’una volta.

             Agata, per non affligger sua madre, si recava in vettura dalla sorella, per consiglio o per bisogno di conforto.

             – Tutti gli uomini son così – le diceva Erminia. – Fuoco, prima delle nozze; cenere, dopo.

             Ma Agata non se ne persuadeva.

             – No… no… Ci dev’esser sotto qualche cosa! Sarà il mio destino… Amata quando non amo; disamata, amando. E già la seconda prova…

             – Ti disajuti troppo! Passerà… Vedi me? Già mi sono abituata…

             – Tu sei felice! – sospirava Agata.

             – Io, felice? Non ho mai con me mio marito!

             – Giusto per questo! Ah! sì, ti par dunque bello vederselo sempre in casa, tri­ste ed annoiato, senza saper perché? Tu non puoi capire quel che si soffra! Tu ti sei adattata a vivere in pace aspettando il tuo per mesi interi; badi alle tue piccine; non ti curi d’altro… Quand’egli ritorna, è una settimana di gioia… Il vostro amore non ha mai tempo di stancarsi…

             – Ma tu credi che Giulio non ti ami?

             – Io non so… non so… Intanto, mi vedi…

             E Agata accennava con desolazione il suo stato alla sorella. In uno di quei giorni, a fin di tavola, Giulio mentre leggeva il solito giornale, uscì improvvisamente in una strana, fragorosa risata.

             – Che t’avviene? – fece Agata.

             – Guarda… guarda qui… – esclamò egli continuando a ridere e mettendo sotto gli occhi di lei il giornale aperto.

             – Che cosa?

             – Qui… leggi… Guarda la firma!

             Agata guardò, e divenne pallidissima. Giulio non smetteva di ridere. Era una poesia di Mario Corvaja intitolata: L’abbandono.

             – Leggi! Non vedi? L’ha fatta stampare proprio qui, in questo giornale, perché tu la leggessi… Il biricchino! È così afflitto, poveretto! Leggi! L’arte l’ha frustrato… l’ideale se n’è andato… e tu sei tornata al suo cuore… Egli ti riama! Senti come dice?

Se tu potessi intendere com’ardo!

             Ebbene, e tu che fai, l’intendi tu, povera Agata?

             Agata s’era lasciato cader di mano il giornale, e guardava Giulio stupita. Egli allora si chinò su lei; l’abbracciò, le strinse forte il capo contro il suo petto, baciandola più e più volte sui capelli.

             – Giulio, per carità!…

             – Ah scusa… Non pensavo più… T’ho fatto male?

             Le s’inginocchiò davanti, le prese le mani, e continuò a parlarle carezzevol­mente, guardandola negli occhi:

             – Ci ho gusto, sai, per quello sciocco… Ora se ne pente, hai visto? Aver lasciata te così bella… così buona…

             Agata sorrise mestamente, un po’ confusa.

             – Bella? Anche adesso?…

             Giulio si alzò, dispiaciuto di quell’interruzione.

             – Non ti ho fatto male, è vero?

*******

             XIV. L’ombra si stendeva improvvisamente sulla città, e la pioggia pareva imminente con la sera. Già la presentiva, nitrendo sotto i grandi alberi stor­menti, il cavallo della vettura che conduceva Agata, lungo il viale, al sob­borgo marino, ove abitava Erminia.

             Agata era lì lì per dire al cocchiere di tornare indietro. Ma arrivava quella sera dall’America Cesare Corvaja, e lei e Giulio s’erano dati appuntamento in casa d’Erminia.

             Dopo la scena del giornale, un altro cambiamento era avvenuto in Giulio. Ora egli non troncava più con un’esclamazione di noia i rimproveri affettuosi di lei; pareva anzi che li gradisse, e sorrideva loro in risposta, con aria di su­periorità e di compatimento.

             – Sta bene, sta bene… sarai contentata.. Stasera sarò in casa dieci minuti prima del solito… Va bene così?…

             Si compiaceva nel sentirsi amato da lei e nel sapere ch’ella soffriva per lui. «Vuol pigliarsi una rivincita?» pensava Agata. «Come se io allora avessi vo­luto farlo soffrire! Se non lo conoscevo!…» Teneva Giulio inoltre a dimo­strarsi paziente nel subire, nel prestare orecchio ai rimproveri; come se egli avesse proprio diritto d’agire, come agiva; ed ella dovesse per giunta ringra­ziarlo di quella sua tolleranza ostentatamente benevola. Esigeva poi da lei più cura nell’abbigliamento. Non voleva vederla per casa così trasandata…

             – Tutte ad un modo, le nostre donne! Appena pigliano marito, non si danpiù cura della loro persona. Come se non ne valesse più la pena!… Il povero marito non deve aver più occhi, deve sottostare alla catena, bella o brutta che sia…

             Ed Agata s’era messa penosamente ad abbigliarsi con più cura, per conten­tarlo, avvilita dinanzi allo specchio del suo volto languido e del corpo sfor­mato.

             La vettura si fermò innanzi alla casa d’Erminia, e Agata ne discese piano, pesantemente.

             Quando pervenne in cima alla scala, non si reggeva quasi più in piedi, an­sava con gli occhi socchiusi.

             Tirò il laccio del campanello, e attese a lungo con la mano cerea sulla porta e la fronte appoggiata sulla mano.

             Non veniva dunque nessuno ad aprire?

             Finalmente la porta s’aprì.

             – Chi è? – domandò una voce, che fece trasalire Agata. Mario Corvaja sporse un po’ il capo a guardare:

             – Agata! – esclamò ritraendosi, come impaurito.

             Ella rimase sulla soglia, con le mani sulla porta. La saletta era al buio. «Egli qui? Come mai qui?» Dopo un momento d’indecisione Agata entrò. Nessun lume acceso nelle stanze; in fondo, nell’ultima, i vetri del balcone ritraevan dal mare un cinereo barlume.

             Mario la seguì fino a quella stanza.

             – Erminia? – domandò ella ansiosamente, tenendosi alla tavola in mezzo ap­parecchiata.

             – Non c’è – rispose Mario, e subito, a un movimento di Agata, aggiunse: – No, no! Tu rimani; vado io… Siedi… Erminia è allo scalo, con le bambine… Il vapore è già in porto…

             Agata si lasciò cadere su una seggiola della mensa. «E dunque non va via?» pensava respirando affannosamente il silenzio sopravvenuto; e sentiva nel bujo lo sguardo di lui avvilito e sorpreso d’averla ritrovata in quello stato.

             Egli non sapeva decidersi né ad andare, né a parlare. S’era nascosta la faccia con le mani. A entrambi forse si ridestava tumultuante, nella commozione del momento, il ricordo d’altri tempi.

             S’udiva il crosciar del mare vicino, e l’ombra si faceva nella stanza man mano più densa.

             Agata a un tratto s’alzò, risolutamente.

             – Vado – ripetè Mario, togliendosi le mani dal volto. E dopo una breve pausa, aggiunse, quasi balbettando:

             – Perdonami, Agata… del male… che t’ho fatto…

             – Nessun male… – diss’ella sordamente.

             Mario si ritrovò fuori della casa, senza saper come ne fosse uscito, e si di­resse macchinalmente verso lo scalo. A mezza via incontrò il fratello con le due bambine in braccio, Erminia da un lato e la serva dall’altro.

             – Eccolo qui! – esclamò Cesare, vedendolo. – Dammi un bacio! Non posso abbracciarti… come va? Sei dimagrato, sai?

             – Vado in campagna, dal babbo, per rifarmi un po’… Parto domattina – ri­spose come stordito Mario. E poi, rivolgendosi ad Erminia, aggiunse: – Agata è da te… è venuta a trovarti…

             – Agata? – domandò ansiosamente Erminia. – L’hai veduta?…

             – Sì… T’aspetta!

             – Povera Agata! – fece Cesare.

             – Irriconoscibile! – sillabò Mario, quasi tra sé.

             – Eh sfido! Porta due con sé… – riprese Cesare, e aggiunse, ridendo e scotendo le bambine: – Io invece porto tre!

             Arrivati in casa, vi trovarono Giulio Accurzi, venuto allora allora, e Agata nella stessa positura in cui Mario l’aveva lasciata. La stanza era ancora al buio.

             – Evviva! – gridò Giulio con un fare insolito, rivolgendosi a Erminia e accendendo un fiammifero. – Si accoglie così un marito che arriva dall’America? Accendi tutti i lumi! Vogliamo vederci in faccia!

             Cesare lo baciò, e gli presentò il fratello.

             – Tanto piacere!… – esclamò Giulio con grande effusione, stringendo la mano di Mario. – Già lo conoscevo… così, di vista… Oh sì. Viene da Roma, è vero? Beato lei, che può starsene lassù, liberamente… L’alma Roma! e le belle donnine, no? – aggiunse piano, strizzando un occhio.

             Mario lo squadrò, pallidissimo, e scotendo il capo, rispose:

             – Sì! L’alma Roma… un gran deserto…

             – Come mai! Che dice? Un gran deserto!

             – Per me…

             – Ah! per lei, forse… Vorrei trovarmi io al suo posto… Senza moglie, s’in­tende! La moglie è un affar serio, quando si è giovani, come noi, è vero, Ce­sare?

             Gli brillavano gli occhi, e la sua voce aveva delle vibrazioni, come di chi parla nell’acuto della febbre.

             Agata lo guardava, come se temesse di momento in momento qualche brutta escandescenza.

             – Tu mi guardi… – si rivolse a lei Giulio improvvisamente, ridendo. – Ma è la verità, cara! è la verità…

             E nel guardar la moglie un pensiero soltanto, quasi inverosimile, gli turbò a un tratto la trista gioia d’essere odiato da Mario Corvaja, quanto lui lo aveva odiato una volta: che lo stato di lei non gli lasciava aver vittoria completa; giacché Agata ormai non poteva forse ispirar più a colui alcun tormento d’in­vidiato amore.

Raccolte Appendice e Novelle estravaganti

Appendice
01 – Capannetta (Bozzetto siciliano) – 1884
02 – La ricca – 1892
03 – L’onda – 1894
04 – La signorina – 1894
05 – L’amica delle mogli – 1894
06 – I galletti del bottajo – 1894
07 – Il «no» di Anna – 1895
08 – Il nido – 1895
09 – Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – 1895/1906
10 – Chi fu? – 1896
11 – Natale sul Reno – 1896
12 – Sogno di Natale – 1897
13 – Le dodici lettere – 1897
14 – Creditor galante – 1897
15 – La paura – 1897
16 – La scelta – 1898
17 – Alberi cittadini – 1900
18 – Prudenza – 1902
19 – La signora Speranza – 1903
20 – La Messa di quest’anno – 1905
21 – Stefano Giogli, uno e due – 1905
22 – Maestro Amore – 1912
23 – Colloquii coi personaggi – 1915
24 – I due giganti – 1916
25 – Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea – 1919
26 – Sgombero – 1938
27 – Lillina e Mita – 1906

Novelle estravaganti (non comprese in nessuna raccolta)
01 – Pianto segreto – 1903
02 – I muricciuoli, un fico, un uccellino – 1931
03 – Personaggi – 1906
04 – Incontro – 1898
05 – Disdetta – 1898
06 – Disdetta (continuazione e fine) – 1898

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««« Elenco delle raccolte

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