Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 2: Agrigento e il colera

Di Pietro Seddio

Mentre ad Agrigento imperversava ancora il colera, il 28 giugno 1867 sono nato io: Luigi Pirandello. E da questo momento inizia la mia vera storia, quella che mi vede protagonista, a volte mio malgrado, ma così si è svolta la mia vita che fin dall’inizio, come alcuni hanno scritto, è stata tribolata e tutta in salita come avrò modo di raccontare.

Io sono figlio e uomo del Caos

Per gentile concessione dell’ Autore

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Pirandello. Autobiografia immaginaria. Capitolo 2
Agrigento fine Ottocento

Io sono figlio e uomo del Caos
Capitolo 2
Agrigento e il colera

Un secolo e mezzo fa, nel 1867, compariva ad Agrigento e in tutta la sua provincia l’ultima devastante pandemia di colera. La terza in soli cinquant’anni. Io ancora non ero nato seppur mia madre già mi teneva in pancia e forse iniziavo ad avvertire la sensazione di terrore che aveva preso tutti gli abitanti che certo temevano che quell’epidemia potesse arrecare notevolissimi danni e lutti.

Lo scrittore Edmondo de Amicis nel 1867 era in Sicilia con l’esercito italiano e descrisse con dovizia di particolari quella epidemia sin dal suo apparire in provincia di Girgenti:

“Nei mesi di gennaio e febbraio del sessantasette, il colera mietè qualche vittima nelle vicinanze di Girgenti, e specialmente in Porto Empedocle; donde nel mese di marzo, si sparse per tutta la provincia, e da questa, nell’aprile, in quella di Caltanissetta, e crebbe poi fierissimamente in entrambe nel mese di maggio, favorito dai calori estivi, che si fecero sentire un mese prima a cagione della lunga siccità”.

Giunto in Italia nel 1865 proveniente dall’Egitto, il morbo fu portato nel 1866 a Palermo da alcuni soldati imbarcatisi a Napoli sulla nave “Tancredi”. Per il popolino siciliano però i responsabili dell’epidemia, secondo le voci messe in circolazione dalle autorità, erano gli “untori borboneschi”, ciòè i filoborbonici che non si rassegnavano alla caduta del regime di Ferdinando II”. 

Importante testimonianza di un letterato che ha lasciato un segno indelebile non solo per la sua opera scritta quanto per le sue testimonianze sociali delle quali ancora se ne parla.

Già il 26 luglio 1865 il ministro dell’Interno comunicava al prefetto di Girgenti di vigilare e provvedere su quanto disposto in merito alla pubblica sanità ed igiene e di raddoppiare la sorveglianza. Il prefetto di Girgenti poi invitava le Amministrazioni locali a provvedere alla realizzazione dei cimiteri che per le leggi ed il regolamento sanitario vigenti dovevano essere portati a termine all’inizio del 1867.

Ma nonostante tutti questi avvertimenti, i comuni dell’agrigentino vennero sopresi dall’epidemia. A Naro tra i primi a morire ci fu il sindaco della cittadina, impegnato in prima linea al soccorso alle vittime. Morì stroncato dal colera, ma gli altri amministratori non lo sostituirono.

Fu un giovane poliziotto, Giovanni Scaletta, a mettersi a capo dei soccorsi perché gli amministratori locali fuggirono. A Canicattì invece si ricorda l’eroismo dell’arciprete Carmelo Moncada, del dottor Francesco Rao e del sindaco Giuseppe Caramazza. Si riuscì a garantire a tutti gratuitamente, tranne che a qualche ricco, farmaci e disinfettanti e le case si disinfettavano con cloro e solfato di ferro.

A Favara mancavano i fondi per affrontare l’emergenza e un gruppo di volontari benestanti contribuì al soccorso degli infelici colerosi con la somma di lire 541,50. In questo paese dal 7 dicembre 1866 al 10 luglio 1867, il colera attaccava 2.158 persone, provocando 805 vittime. Nel piccolo centro di Cianciana morirono 200 persone.

A Porto Empedocle 309 morti e a Realmonte 219. In tutta la Sicilia alla fine si conteranno almeno 65 mila morti. In tutta Italia 160 mila. In provincia di Agrigento furono non meno di quindicimila.

E’ lo storico Giuseppe Picone a raccontarci la diffusione del colera nel 1867 ad Agrigento nella sua opera “Memorie storiche agrigentine”. Il primo a morire fu un bersagliere e Picone scrive: “qui comincia il terrore”. Muoiono poi un granatiere e una lavandaia.

“La fame ed il cholera minacciano la città – scrive Picone – il popolo fugge per le campagne. La mortalità di chi resta nell’abitato è relativamente numerosissima”. 

Nella Chiesa dei Cappuccini e in altre chiese e conventi della città si creano ospedaletti, mentre l’ospedale di Agrigento non ha posti letto a sufficienza.

Ad Agrigento il colera del 1867 fece strage nella milizia e tra gli alti ufficiali alcuni dei quali vennero sepolti nella chiesa di Sant’Alfonso. Arrivò a mietere una media di 60 vite al giorno.

Da Napoli vennero ad Agrigento le “Figlie della Carità”, la congregazione di suore che si distinsero nella cura degli ammalati.

La commissione sanitaria municipale dichiarò cessata l’epidemia nell’agosto del 1867. Si conteranno alla fine ad Agrigento oltre mille morti.

Tra coloro che si ammalarono ricordiamo il garibaldino, Stefano Pirandello, (mio padre) che dopo essere stato curato e salvato dal male presso l’Ospedale di Agrigento, decise con la moglie, Caterina Ricci Gramitto, che era incinta, di andare ad abitare in contrada Caos, lontano dalla città.

In questo contesto si registrarono alcune morti di noti personaggi come il poeta Giacomo Leopardi e tutto questo provocò un certo terrore nelle popolazioni che vennero colpite e che sembravano impotenti a far fronte a tanta morte e desolazione.

Si cercò di garantire a tutti gratuitamente farmaci e antisettici, e le case si disinfettavano, come già riferito, con cloro e solfato di ferro. Ancora, Giuseppe Picone ci ricorda la condizioni miserevoli di quella infelice stagione di Agrigento, con i poveri rimasti a morire nelle loro stamberghe e i proprietari terrieri a trarsi in salvo scampando nelle loro tenute di famiglia.

Nella Chiesa dei Cappuccini e nei conventi della città si impiantarono piccoli ospedali di fortuna, dacché il solo ospedale della città non aveva posti letto a sufficienza. Mi piace ricordare, seppur senza alcuna gioia, che mentre io ero pronto a venire fuori dalla pancia di mia madre, ad Agrigento si registrarono moltissime decine di migliaia di vittime.

Si è al corrente, come ho potuto poi accertare, che non si verificarono fenomeni da baracconi, ma si registrò l’abnegazione di tantissimi medici, in corsia e tra tanti ancora si ricorda il medico agrigentino Giuseppe Serroy. Nel 1827, quando scoppiò un’epidemia di tifo in tutta la provincia, affrontò la malattia curando migliaia di famiglie e riuscendo a debellarla anche grazie ad alcuni medicamenti preparati a sua cura e distribuiti agli ammalati.

Per i suoi meriti divenne medico del comune di Agrigento, del suo carcere e dell’ospedale civico, prima di venire eletto deputato del Parlamento Siciliano nel 1848. Ad Agrigento è ricordato con una via a lui intitolata; a Raffadali, dove nacque, vi è la tomba dove è seppellito, una targa sulle pareti della vecchia casa in cui nacque e la dedica del Circolo più antico del paese.

Bisognerebbe ricordarlo meglio, affermo, Giuseppe Serroy, e con lui i tanti che la cattiva coscienza del tempo ha dimenticato. Non v’è dubbio che passato tutto quel che sta accadendo, saremo costretti a ripensare un paradigma per la costituzione di una nuova vita sociale; nella difficoltà, si potrà far leva sui principi di un’umanità migliore, che passi anche dal ricordo di quel che è stato e che la nostra memoria corta ha deposto: uomini, azioni, abitudini, pensieri.

La storia non è disciplina da mediocri funzionari, inerte conservazione di vecchi documenti incipriati, ma è patrimonio intellettuale di chi elabora criticamente il presente. E se in questo tempo di reclusione volontaria qualcuno avesse voglia di leggere qualcosa di utile, potrebbe recuperare un vecchio libro di Jean Chesneaux dal titolo “Che cos’è la storia”, dove in un passaggio è scritto:

“Ponendo il rapporto collettivo con il passato come base della conoscenza storica, si inverte radicalmente la relazione presente-passato. Il passato non è più al posto di comando, non dà lezioni, non giudica dall’alto del suo tribunale. E’ il presente a porre questioni e a tirare le somme”. 

Qui, mentre ad Agrigento imperversava ancora il colera, il 28 giugno 1867 sono nato io: Luigi Pirandello. E da questo momento inizia la mia vera storia, quella che mi vede protagonista, a volte mio malgrado, ma così si è svolta la mia vita che fin dall’inizio, come alcuni hanno scritto, è stata tribolata e tutta in salita come avrò modo di raccontare.

Ma è giusto sottolineare che stante quella situazione terribile, io iniziai a vivere, ma lontano da Agrigento per timore di beccarmi l’epidemia e quindi i miei genitori decisero di allontanarsi recandosi in campagna dove possedevano una piccola casa dove ancora mancava la luce e la sera si accendeva qualche lume che certamente nelle pareti proiettava strane figure che fin da principio iniziarono a preoccuparmi, seppur non sapevo spiegarmi quel fenomeno, perché di questo si trattò.

E’ arrivò il mio turno. Mia madre dopo i regolari nove mesi di gestazione fu pronta a partorirmi. Ci si trovava, come detto, nella casetta del Caos e stante la prossimità del parto mio zio, essendo già notte inoltrata, con un lanternino, andò a cercare qualche donna contadina che potesse aiutare mia madre a partorire.

Erano tempi duri quelli e tutti coloro che si erano allontanati dalla città vivevano disseminati nelle campagne a volte molto distanti tra loro. Comunque, questo mio zio, sfidando il buio della notte andò in cerca. Ma le distanze non permettevano che i tempi si accorciassero per cui alla fine mia madre riuscì a mettermi al mondo: era il 28 giugno 1867, ore 3 e 15 circa di notte.

Quando ritornò mio zio io avevo già emesso i primi vagiti non so se di gioia o delusione. E comunque non ebbi, fin da subito, un percorso facile essendo nato gracilino seppur, mi disse poi mia madre quando ero già adulto, avevo occhi birbanti e con un sorriso ironico, quasi a voler già prendere in giro. Me lo disse lei perché io non lo ricordo affatto.

Più tardi, già grande, ripensando a quell’evento ho esplicitamente detto che io non poteva nascere che in quel luogo né prima né dopo e comunque mi sono convinto che di quello strano evento non sono mai riuscito ad avere una idea precisa. Ma ormai ero nato, coccolato da mia madre che aveva il cruccio di non potermi allattare per quanto già riferito in precedenza, poi provvide una balia.

Quando sono stato in grado di analizzare tale evento, solennemente ho affermato di essere “Figlio del Caos”; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché sono nato in una nostra campagna, che si trova presso un intricato bosco denominato in forma dialettale, Cavusu dagli abitanti di Girgenti, etimologia dialettale dal genuino e antico vocabolo greco Xàos.

Molto tempo dopo mi sono accorto che uno scrittore, quello a cui sto dettando i miei ricordi e le memorie, pubblicando un suo libro che di me parla, mi ha voluto definire, anche, “L’Uomo del Caos”, e debbo dire che sono rimasto piacevolmente colpito.

Sapete tutti della mia predisposizione alla scrittura e questa mi ha dato la possibilità di mettere in evidenza molti particolari della mia vita, ad iniziare dai primi anni della mia adolescenza; situazioni che ho scritto in epoca successiva e a tal proposito, nel ricordo di questa mia nascita, mi è venuto spontaneo scrivere questo passaggio divenuto assai famoso.

“Sono caduto, non so di dove né come né perché, caduto un giorno (ma che è il tempo, e perché non prima e non dopo?) caduto in un’arida campagna di secolari (centenari) ulivi saraceni, di mandorli e di viti affacciata sotto l’ondata azzurra del cielo, sul nero mare africano. Chi mi raccolse dappiè d’un pino e mi chiamò subito figlio, certo credendo che avevo bisogno di lei per nascere (bisogno che tutti hanno, che tutti sanno, ma che nessuno può intendere) Ciascuno nasce a se stesso, senza saper come.

Genitori paura bestie, non le ho mai capite.
Imparare a far come loro, senza capire che essi mostrano di capir bene. L’altalena, che volate! A cader male…
Le donne, loro sì, sicure
La dolcezza della loro carne
come il profumo dei fiori e la bellezza di certi colori.
Le cose che si fanno, anch’io le ho fatte, ma veramente non ne so il perché c’è bisogno di tutte queste cose. La serietà mi è parsa sempre una cosa molto ridicola.
Vorrebbe farmi paura. Anche la morte, Dio.
Ma confesso che non me ne fa, non riesce a farmene.
Pare impossibile. Sono qua ancora. Parlo. Sono vestito. Ma sono molto più contento quando mi chiudo nel sonno e forse allora vado a raggiungere la mia vera patria. Ma i miei sono oscuri. So che Riaprendo gli occhi, la prima impressione è di non raccapezzarmi ancora, di non poter far l’abitudine.
Non so ancora dove sono, perché vi sono. La vita è una cosa veramente curiosa”.

Questa mia riflessione, analizzata in tanti anni, posso dire che rimane una delle basi da cui è partita la mia voglia di comunicare agli altri le mie ansie, paure, aspirazioni, pensieri, frasi e riflessioni così, per il piacere di sentirmi sempre vivo nonostante continuassi a pensare che tutto sommato avevo il diritto di dare informazioni sul mio involontario soggiorno sulla terra.

Pietro Seddio

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