Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 14: Il matrimonio con Antonietta Portulano

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Di Pietro Seddio

Il nostro rapporto d’amore, che andava bene, seppur da notare senza tanti salamelecchi, smargiasserie, in quanto nessuno dei due era in grado di esternare, fu coronato dalla nascita di Stefano, e proprio in Via Vittoria Colonna dove intanto ci eravamo trasferiti.

Io sono figlio e uomo del Caos

Per gentile concessione dell’ Autore

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Indice Tematiche

Ugo Fleres: Ritratto di Maria Antonietta Portulano

Io sono figlio e uomo del Caos
Capitolo 14
Il matrimonio con Antonietta Portulano

Non me l’aspettavo e quando lessi la lettera che mi aveva inviato mio padre rimasi sbalordito. Cosa c’era scritto? Da non crederci. Tutto era assurdo, ma nel contempo reale. Finzione o realtà? Tema del quale si è discusso fino alla nausea. Ecco, mio padre mi informava che aveva avuto un abboccamento con il suo socioconsigliere, Calogero Portulano, addivenendo a far sposare la di lui figlia Antonietta con me. Si era impegnato il prossimo suocero a donare alla figlia una dote di lire 70.000 da versare subito sul conto intestato alla stessa. I due al momento si ritenevano soddisfatti del lavoro delle miniere e pensarono di sancire quel rapporto, commerciale, imparentandosi attraverso il matrimonio dei due figli. Antonietta era figlia unica.

Non potei fare finta di niente per cui mi recai a Girgenti dove sono rimasto un po’ di tempo attendendo che si combinasse l’incontro con la ragazza, per loro già promessa sposa. Non la conoscevo per niente e quindi pensavo che l’incontro si sarebbe verificato al più presto. Vana attesa. A decidere ogni mossa erano i due genitori. A me era arrivata all’orecchio la notizia che il Portulano era gelosissimo e si diceva anche che la moglie, partorendo, proprio a causa di quella maledetta gelosia, aveva perso la vita in quanto le era stata negata ogni assistenza medica.

Tutto si svolse secondo i rigidi canoni stabiliti sempre dai due veri ed eterni protagonisti. Mia madre come se non esistesse, la madre di Antonietta era morta, e quindi erano loro due a prendere, in vece nostra, qualunque decisione. Come dire abbiamo preparato questa minestra e voi la mangerete senza discussione alcuna.

Finalmente ci incontrammo: luogo stabilito la campagna del Caos e le due famiglie andarono con due carrozze. I Portulano, dopo i necessari convenevoli, furono accolti nel nostro cascinale, e solo allora, noi due promessi sposi ci potemmo vedere e conoscerci. Tutto era stato studiato nei particolari, perché c’era da mettere in conto semmai la ragazza non mi fosse piaciuta. Fu quello l’incontro, scarno, con pochissime parole, qualche sparuto sguardo, che sancì l’ufficialità del mio fidanzamento con Antonietta.

Ho saputo che dopo la morte della madre la ragazza era stata portata in convento, presso le suore di San Vincenzo, e lì era stata educata. Quando usciva con le compagne, il padre non mancava di seguirla controllandone la sua condotta e non mancava, questo animale impudente, a fare scenate semmai si fosse accorto che la figlia aveva distolto il suo sguardo dalla strada. Sempre occhi bassi, seria e con una postura eretta. Ma sempre con la testa bassa. Da non crederci, seppur ancora si era in tempi dove certe regole ferree, arcaiche, da medioevo, regnavano in molte famiglie e posso dire che anche mio padre, testardo come un mulo, non era di meno nei confronti delle mie sorelle. Io in quanto maschio, e già lontano, non dovetti subire queste imposizioni, seppur da ragazzo anche io ebbi le mie dosi di punizioni, di improperi e qualche pedata nel di dietro. Non avevo dimenticato niente e conoscendo i caratteri di quei due energumeni cercavo, per quanto possibile, di accontentarli in tutto e per tutto.

Spero di non annoiare il lettore ma è mio dovere raccontare tutto, così comprenderanno in quale situazione mi venni a trovare e non soltanto io, di conseguenza, anzi con l’aggravante per Antonietta, che fino a quel momento niente conosceva della vita e peggio della vita da condividere con un uomo. Io, invece, mi ero preso, a Bonn e a Roma, le mie buone dosi di esperienze, per cui sembrava non esserci problema.

Dico subito che tra me e il Portulano non corse mai buon sangue e in più occasioni il fidanzamento sembrò sull’orlo del naufragio anche perché don Calogero pretendeva che io tornassi ad Agrigento e sapere la figlia lontana non lo concepiva. Come avrebbe fatto a controllare? Di fronte al mio rifiuto pensò bene di cercare un altro uomo da fare sposare alla figlia, ma questa (rimasi sbalordito) s’impuntò dicendo che doveva essere lui lo sposo, altrimenti si sarebbe fatta suora. Hai capito Antonietta? A quel punto, sentendosi disarcionato, il buon (si far per dire) Calogero Portulano acconsentì che il matrimonio si celebrasse.

I miei incontri con Antonietta furono sporadici e sempre circondati da parenti e amici e tenuti a debita distanza. Solo sguardi, ma innocenti. Pochissime e rare parole, mal comprese e mal pronunciate sapendo che cento occhi, mille orecchie erano lì a spiarci. E poi alla ragazza le era stato vietato di guardare il giovane Luigi. Da una parte le donne, dall’altra gli uomini, e nel mezzo noi due, ma come dicevo a debita distanza. Immaginatevi la scena e potete comprendere come è andata avanti la questione.

Si decise per il matrimonio, io tornai a Roma per approntare l’appartamento e ci legò soltanto lo scritto di lettere mentre attendevo l’arrivo dei mobili che, non lo sapete?, tornarono a Girgenti perché il fidanzamento, a mia insaputa, era stato cancellato.

Ma quando ritornarono altro non furono che macerie; arrivò tutto rotto tanto che mi venne voglia di piangere per la rabbia.

Sembrerà strano, ma io cominciavo a nutrire dell’affetto per quella ragazza assai bella, giovane, timorata da Dio, pudica, intelligente e volenterosa. Non avrei potuto sperare di meglio se mi guardavo indietro e la comparavo con qualche altra. Un abisso, quindi, essendo il solito siculo, pensai di tenermi stretta quella ragazza. L’unica cosa che avrebbe potuto turbarci la nostra indole culturale tanto è vero che a volte, rispondendo alle mie lettere, mi deludeva in quanto le sue risposte mai mi soddisfacevano.

Ma pensavo che con la presenza assidua le cose si sarebbero sistemate. E poi dov’era scritto che marito e moglie debbano possedere lo stesso grado di cultura?

Ricordo, tra le tante lettere, una in particolare in cui scrivendole, le dissi:

“…non so spiegarmi quel che sento mentre scrivo. E neanche tu potresti intenderlo, sconoscendo in quali condizioni di spirito io mi trovassi prima di venire da te, in Sicilia. Io immaginavo la vita come un immenso labirinto circondato tutto intorno da un mistero impenetrabile: nessuna via di esso mi invitava ad andare per un verso anziché per un altro: tutte le vie mi parevan brutte o inamabili. A che scopo andare?, e dove andare? L’errore è in noi, nella nostra mente, e il male è nella vita, un male privo di senso”. 

E’ questa la lettera che un innamorato deve scrivere alla sua ragazza? Nessun sentimento d’affetto, nessuna parola dolce, come quelle usate in simili circostanze, e quindi quanto mai ragionevole pensare che quella ragazza già tremasse e arrossisse. Magari pensava di leggere altri pensieri. E io a chiedermi e a chiederle: A che scopo andare?, e dove andare? Posso ora dirlo, ero già affetto da pazzia, non c’è alcun dubbio seppur poi l’ho trasferita in tutti i miei personaggi che sono diventati pazzi solo per colpa mia, e forse la mia stessa Antonietta, come ho avuto modo di scrivere e affermare, pensai più d’una volta che era colpita da questa subdola malattia che rovinò il nostro rapporto che coinvolse anche i nostri tre figli.

Ecco, forse dopo questa esperienza rimane ancora senza risposta la domanda: “e dove andare?”.

Nacque sotto infausti auspici quella unione anche perché continuai a tormentarla con le mie lettere complicate, piene di domande, alle quali non sapevo rispondere nemmeno io, ma la mia pervicacia mi portava a scrivere, come se stessi scrivendo un romanzo e non una lettera alla mia futura moglie.

Sono stato un deficiente, altro che illuminato scrittore. Era come se continuamente mi trovassi su di un piedistallo vedendo tutto dall’alto in basso non riuscendo ad avere la giusta percezione. Ho fatto di tutto per frastornarla, per annichilirla, ma nonostante questa complicata realtà lei continuò a credermi e a voler diventare la mia compagna di vita per sempre.

Aveva vinto lei, io ero stato sconfitto per cui intrapresi il viaggio per Girgenti dove il 27 gennaio del 1894 prima in Municipio e poi nella chiesa della Madonna d’Itria divenni, a tutti gli effetti, lo sposo di Antonietta. Io avevo ventisette anni e lei ventidue. Il rinfresco, semplice, fu consumato al Caos dove rimanemmo lì solo per la prima notte.

La Chiesa di Santa Maria Itria (Odigitria) ancorché vantasse la sua origine antichissima, come lo mostra la struttura che è di fattura francese, a riserbo della quale nessun’altra se ne ritrova in questa città, tuttavia, poiché della sua memoria non vi è speciale ricordo, possiamo essere certi che è stata fondata nell’anno 1548, come mostra una iscrizione nella santa figura del quadro dentro la Chiesa nell’altare maggiore, che è stata dipinta da (n.d.r. manca il nome del pittore) che fioriva in questo anno 1548 ed altresì lo mostra la prima rendita lasciata alla stessa venerabile Chiesa non tanto lungi dal suddetto anno. (Registro visite 1732 visita pastorale di monsignor Gioeni allegato alla visita al Monastero di Santo Spirito).

Alla fondazione della Chiesa è legata la vicenda della miracolosa effige della Madonna dipinta su un muro della navata e divenuta presto l’icona mariana più venerata ad Agrigento. Si dice, inoltre, che la beata Suor Maria Crocifissa, la sorella della Santa di Palma di Montechiaro, Giuseppa Maria Tomasi di Lampedusa (che ci è nota anche per la vicenda della leggenda legata alla lettera del Demonio), contemplando la miracolosa immagine della Madonna dell’Itria, andasse in estasi.

Molti eventi miracolosi venivano attribuiti nel secolo XVI alla Madonna della Chiesa dell’Itria di Agrigento e da diversi centri della provincia e della Sicilia i pellegrini di ogni ceto sociale ed età assiepavano la chiesetta per pregare dinanzi la miracolosa immagine e chiedere una grazia. Vi si accede attraverso il Palazzo della Biblioteca Lucchesiana. L’interno è ad unica navata con stucchi, archi e numerose opere d’arte tra cui: statua della Madonna della Guida (XVII sec) proveniente dall’Itria; Il Discorso della Montagna olio su tela attribuito a Domenico Provenzani (1736-1794); La Madonna del Perpetuo soccorso, dipinto di stile bizantino con fastosa cornice dorata.

Tale Madonna, che è la protettrice della Congregazione dei Padri Redentoristi è copia di un originale che si trova a Roma nella chiesa di Sant’Alfonso all’Esquilino.

A questo punto molti si sono chiesti il seguito di quella cerimonia, interessati in maniera non certo per amore, ma per soddisfare la loro curiosità: cosa avvenne quella notte? Potrei raccontarlo, stante il lungo tempo trascorso, ma riferendomi nello specifico a questo argomento, tergiverso e dico, al di là di quello che si è detto, scritto, rimuginato, inventato, che ci siamo comportati come solitamente si comportano due novelli sposi. Abbiamo trascorso un piacevole periodo circondati dall’affetto (e non solo) di parenti e amici, rispondendo a domande, non sempre caste, abbiamo pranzato, cenato con loro, io a disintossicarmi lontano da Roma, lei a vivere le prime esperienze matrimoniali, fino a quando dopo otto giorni, abbiamo lasciato quella campagna per andare a Roma e prendere possesso del nostro appartamento. I miei cugini, che vivevano a Roma, provvidero a mettere a posto le ultime cose così da farci trovare l’appartamento abitabile, com’era giusto che fosse.

Un appartamento modesto ma disimpegnato bene dove si trovava un salotto stile Luigi XVI, molti tappeti, la stanza da pranzo, con pavimento in legno a mosaico, lo studio, con tende, e la camera da letto. Qui iniziammo a vivere la nostra storia d’amore, mentre io ripresi la mia attività di insegnante e di scrittore, partecipando a qualche conferenza o a qualche riunione letteraria, ma non più con quell’intensità di prima, anche per non lasciare da sola Antonietta che certamente si sarebbe annoiata.

Quindi mi ripromisi di regolare la mia vita e attività per non togliere spazio a mia moglie che era ad affrontare le prime esperienze.

Il nostro rapporto d’amore, che andava bene, seppur da notare senza tanti salamelecchi, smargiasserie, in quanto nessuno dei due era in grado di esternare, fu coronato dalla nascita di Stefano, e proprio in Via Vittoria Colonna dove intanto ci eravamo trasferiti. Poi nacque Lietta ed infine, sempre in giugno, Fausto. Ricordo che in quella occasione dovetti registrare la prima crisi nervosa di mia moglie, che comunque non fu allarmante.

Avevamo concordato, con i rispettivi genitori, le questioni finanziarie e questo ci consentiva una vita tranquilla.

Riprendendo la mia attività provvidi anche ad invitare amici non mancando di essere presente alle solite riunioni domenicali in casa Fleres. Nel 1897 ricevetti l’incarico al Magistero mentre notavo che Antonietta era diventata un po’ impulsiva, a volte stanca, ma soprattutto perché si sentiva non efficace a curare e a stare dietro ai tre bambini. Non intuii che in lei si era insinuato un germe maligno e che avrebbe distrutto lei stessa, me e i nostri figli. Egoisticamente, lo ammetto, mi rifugiavo nella letteratura e molto probabilmente ho creato quel distacco che sarebbe diventato una voragine dentro la quale tutti saremmo caduti, nessuno escluso.

Siamo arrivati nel 1903. Quello, ricordo perfettamente, fu un anno tremendo a sventurato per Antonietta che certamente, da sicula, aveva un suo preciso carattere ed era oltremodo orgogliosa che il padre, dal niente, era riuscito a fare fortuna e che gli aveva garantito quella bella dote matrimoniale. Era mio padre a gestire i soldi utilizzati per comprare nuovi macchinari per la miniera.

Io a dire il vero non seguivo tali questioni e rimasi stordito quando ritornando a casa trovai Antonietta in preda ad una spaventosa crisi di nervi che le aveva paralizzato le gambe. Cosa era successo?

Mi ritrovai subito in un mare di guai, avendo i tre bambini ancora non indipendenti del tutto.

Sprofondai anche io in una sorta di limbo e per un momento pensai di farla finita. Comunque sia, mandammo la governante al Monte di Pietà, perché provvedesse a impegnare i nostri ori riuscendo a cavare circa seicento lire. Se io morivo, ho pensato, Antonietta e i bambini sarebbero stati accolti da don Calogero, con me vivo questa opportunità era del tutto preclusa.

Ma fu, quella del suicidio, una pensata che venne immediatamente rimossa. Mi rivolsi al direttore Angiolo Orvieto, del “Marzocco”, intenzionato a riprendere la collaborazione per guadagnare qualche cosa ora che dalla Sicilia non arrivava più nemmeno una lira. La mia richiesta fu accolta e stabilimmo che per ogni novella avrei incassato trenta lire. Mi consolava che anche le novelle pubblicate facevano entrare dei soldi, i diritti d’autore, ma non erano sufficienti per la malattia di Antonietta e per il sostentamento dei tre figli.

Non posso dimenticare che nelle entrate era da considerare lo stipendio da professore, ma ripeto, tutto questo non era sufficiente.

Mi apprestai a dare lezioni private di tedesco e di italiano chiedendo cinque lire all’ora ed anche questo introito contribuì a mettere a posto almeno tale aspetto esclusivamente economico. E poi, improvvisamente, com’è risaputo, assistendo Antonietta, sempre coricata per via delle gambe inabilitate, iniziai a scrivere un romanzo, quello che mi avrebbe fatto conoscere al grande pubblico e alla critica nazionale. Il titolo?: “Il fu Mattia Pascal”.

Tutto avvenne in quell’anno e debbo dire, che sommando le vicissitudini che mi piovvero addosso, diventai più taciturno, preso da una incontrollabile disperazione così il mio sorriso iniziò ad essere triste ed ambiguo tanto che le spinte interiori si diressero verso gli appagamenti sempre e più repressi. Come ho promesso non parlerò di questo romanzo, se non citando qualche elemento perché, lo sanno tutti, su questo romanzo sono stati scritti fiumi e fiumi di parole, libri a non finire e sono certo che ancora per tanto tempo se ne parlerà, non è vero Seddio? Mi consta che anche lei ha scritto un saggio critico, che non ho letto, seppur intuisco che lei si è impegnato con interesse e preparazione.

Com’era nato questo romanzo? Certamente per caso, seppur già da un po’ mi frullava nella testa, ma l’essere costretto ad assistere Antonietta, accanto al suo letto passando notti insonni, mi portai vicino a lei e con un tavolinetto, carta, penne iniziai a scrivere e voglio solo ricordare le prime parole, così, per stimolare i lettori che magari non l’hanno mai letto, a leggerlo per intero cercando di comprendere molte cose, anche sul mio conto: “Io mi chiamo Mattia Pascal”.

E fin qui niente di straordinario, ma subito dopo, si scoprirà che questo Mattia Pascal, avrà un vero nome: Adriano Meis.

Il fatto strano è che ci si trova ad avere a che fare con un morto, che per caso era stato trovato affogato e che, inverosimilmente, era stato riconosciuto dalla moglie. Un rompicapo nel quale mi sono divertito ad inserire considerazioni, problematiche, descrizioni e quant’altro, riuscendo a costruire una storia che, senza volerlo, io stesso non pensavo sarei riuscito a combinare tanto. Voglio cogliere l’occasione prima di parlare delle mie vicende personali che il mio ragionamento è nato sempre da una passione o da un sentimento; passione e sentimento che, quanto più sono dolorosi tanto più urgono, e quanto più sono fondi e connaturati a tutto l’essere, tanto più eccitano la ragione a reagire al loro tormento. Diciamo un circolo chiuso.

Ecco, circolo chiuso, da cui sono rimasti fuori “l’ardentissima sete” e la “vigile speme”, che fin da quando ero giovane non avrei mai potuto saziare. E sarebbe a questo punto un troppo facile gioco di parole polemico, dire che sentivo ciò che pensavo, ma non pensavo a quello che sentivo. Il paradosso, è chiaro, è stato sempre avvertito. Allora si può affermare che il mio relativismo è nato da quella che fu anche detta negazione dei valori fondamentali della vita.

Ma alla negazione, se mai, arrivai dopo averli affannosamente cercati, i valori fondamentali, anzi, il valore assoluto che desse alle due vite, un certo valore.

Vale a questo punto la pena riferire, d’accordo con alcuni scritti da eminenti saggisti, che il mio relativismo è da intendersi con misura, che, più che affine all’aforisma “l’uomo misura del tutto”, è un atto consequenziale di natura psicologica ed etica.

Allora mi si impone una precisazione, amico mio, affermando che esiste un punto, nella mia narrazione, in cui la moralità dell’assunto viene ad incontrarsi col continuo riflusso dei veleni. Il risultato della confluenza non è stato che raramente armonico, spesso si è trattato di pura convivenza fra intenzioni e spinte estremamente lontane. E’ per questo che registro che i critici non sono stati d’accordo perché alcuni hanno visto nella mia opera semplicemente una grande lezione morale, e sani principi, una nozione certa del bene e del male mentre altri hanno scoperto soprattutto un integro e assoluto messaggio di rottura.

Ma la mia opera, tengo a precisare, semmai non fosse ancora chiaro il messaggio, vive nella coesistenza non pacificata di queste due istanze: l’una però più superficiale e meno genuina, non priva dei segni della buona volontà; l’altra più radicale e più vera in quanto dettata dall’intima natura definita, (questo è stato detto), nevrotica. Che dire? Ognuno ha diritto di esprimere il proprio parere, a me il compito, ancora oggi, di dire la mia che spero abbia più valore.

E così mi sono trovato con sulle spalle i primi trent’anni della mia vita che, lo confesso, pur tra tante difficoltà, erano sembrati essere trascorsi in un batter baleno. Ora la realtà si presentava diversa, ingarbugliata sia per la situazione relativa alla malattia di mia moglie ed anche per il fatto che i figli crescevano così come le loro esigenze. Pochi sapevano che io vivevo una tragedia: la tragedia del personaggio, e in più occasioni mi è stato rimproverato di aver assunto sempre un atteggiamento serioso, con la faccia triste, la fronte aggrottata.

Ma come si può ridere, o anche sorridere, se il cuore piange dolore, se la mente è continuamente scardinata dalla realtà che t’ingloba? Loro, la maggior parte non sapevano e quindi tutti pronti a dare giudizi che a volte mi innervosivano, ma mantenevo la mia situazione familiare nascosta per evitare congetture e analisi frettolose quanto fuorvianti. Il successo che mi arrideva aveva anche il potere di sconquassare il mio intimo perché si parlava a sproposito e questo non lo digerivo.

Avevo forza di gridare che era tutto falso quello che scrivevano, ma mi contenevo per evitare che la mia tragedia fosse oggetto di chiacchiere da cortile e seppur vivevo a Roma, questa non era scevra dall’avere cortili, comari, compari, che si deliziavano a martoriare qualsiasi uomo, specie se sulla cresta dell’onda del successo.

Il vortice nel quale mi trovavo spesso mi rendeva nemico della società, ma non lesinavo affetto e cura alla mia famiglia. Senza timore di essere smentito, caro amico, dichiaro che in quelle circostanze non feci mancare mai affetto e cura a quella famiglia, e voglio anche ricordare, che stante il conflitto tra Antonietta e mia figlia Lietta, questa tentò il suicidio, che per fortuna non si verificò, ma fu costretta ad allontanarsi di casa e vivere presso una zia, io non mi sottrassi ai miei obblighi.

Potevo sorridere? Ridere? Essere felice? Si, forse avevo un debito con i lettori, con quanti continuavano ad osannarmi, ma tra me e loro esisteva un muro di sofferenza che non mi permetteva di essere quello che gli altri desideravano o pretendevano fossi.

No, impossibile. Mio figlio Fausto, intanto si dedicava alla pittura con buoni risultati, tanto che alla fine fu invitato, grazie all’aiuto di Mariani e di Ojetti, alla Biennale di Venezia. Intanto ero sempre più assillato dal lavoro di scrittore, si moltiplicavano gli impegni ed io mi sentivo sbattuto dentro una gabbia dalla quale non riuscivo ad evadere. E poi la tragedia che mi colpì direttamente: la morte di mia madre, il mio vero punto di contatto con la vita e poi con la morte. Mi ritrovai solo, disperato, senza alcun punto di riferimento e fu una vera catastrofe, il mio cuore si lacerò ed io mi sentii precipitare in un profondo abisso.

Come se non bastasse, la guerra era iniziata ed io, in un piccolo lasso di tempo, ho dovuto accompagnare i miei due ragazzi, chiamati alle armi, al treno sperando che non si facessero male. Avrei potuto chiedere grazie? Ma non riuscivo, il cuore era così arido che non trovavo nessun punto di riferimento nella fede, e soprattutto per quanto avevo scritto, ero ufficialmente considerato un ateo, e questo mi costò caro, come è risaputo, anche dopo morto.

“Da ateo visse,” così dissero, “da ateo è morto”. Ma loro non sapranno mai cosa è passato dentro di me in quei giorni che precedettero la mia morte. Supposizioni, solo supposizioni ed ancora oggi si scrive su questo argomento non avendo nessun senso logico perché io sono morto in solitudine, nonostante al piano di sotto c’erano i miei parenti.

In quel periodo ho condotto una vita da certosino dividendo le mie giornate tra il lavoro e la famiglia, constatando che la malattia di mia moglie galoppava ed io non ero nelle condizioni di aiutarla, tirarla fuori dal quel mondo di pazzia che ormai la teneva completamente prigioniera.

I miei figli erano al fronte, Antonietta viveva con la sua pazzia ed io mi ritrovai solo, disperato, morto interiormente. Ero diventato anche io un fantasma. Ecco la realtà, quei fantasmi che tanto mi avevano assillato erano riusciti a plasmarmi e a farmi diventare come loro. Fausto, in seguito ad una malattia, fece ritorno a casa così come fece ritorno Stefano. Ma la madre, la mia Antonietta, peggiorava di giorno in giorno.

Se prima avevo argomentato positivamente per la dichiarazione di guerra da parte dell’Italia, non tardai a scagliarmi contro e questo diede adito ad una serie di congetture che cercarono di mettere in risalto tutte le contraddizioni che loro si pregiavano di evidenziare, cercando di rappresentarmi come uno strano “animale pensante”, in quanto non tutto mi era a posto e poi quando la notizia della malattia di mia moglie si diffuse non furono pochi a darmi del pazzo, così come accadde la sera in cui venne rappresentata per la prima volta l’opera mia teatrale: “Sei personaggi in cerca d’autore”, suscitando una spropositata indignazione e fui accusato a viva voce di essere pazzo, inseguito mentre facevo ritorno a casa. Per miracolo scampai al linciaggio che continuò sui giornali, riviste, inchieste.

Il Maestro Luigi Pirandello, lo scrittore siciliano, è pazzo. Pazzo da legare!

Ha capito cosa mi è successo mio caro Seddio?

Pietro Seddio

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    Di Pietro Seddio.  Con quale spirito lasciavo la mia casa per andare ad insegnare, per incontrarmi con le mie colleghe, con qualche amico che ora vedevo raramente. Ecco, altro non facevo, uscendo da casa dove fino a qualche momento prima aveva subito gli attacchi di…

  • Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 16: Drammaturgo importante
    Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 16: Drammaturgo importante

    Di Pietro Seddio.  E’ questo il vero dramma dei miei personaggi: l’incapacità di realizzare la propria libertà tanto sospirata, schiavi come sono dei pregiudizi sociali. Gli stessi alla fine rappresentano la crisi dell’io, che si sente disperato. Ne viene a risultare che l’esteta è feroce,…

  • Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 17: Amico di Nino Martoglio
    Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 17: Amico di Nino Martoglio

    Di Pietro Seddio.  Arrivai al 1924, anno di eventi felici e dolorosi, così come era stato l’anno 1921 per la morte di Nino Martoglio al quale ero legato da una amicizia sincera e salda. Provai un profondo dolore che esternai scrivendo, sul “Messaggero”, il necrologio.…

  • Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 18: Gli amici letterati
    Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 18: Gli amici letterati

    Di Pietro Seddio.  Non ebbi esitazione a fondare la Compagnia Teatrale alla quale aderirono mio figlio Stefano, Orio Vergani, Massimo Bontempelli, Giovanni Cavicchioli, Giuseppe Prezzolini, Antonio Beltramelli, Leo Ferreri, Lamberto Picasso, Guido Salvini, Maria Letizia Celli e Claudio Argenteri. Si prese in affitto un locale…

  • Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 19: L’incontro con Marta Abba
    Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 19: L’incontro con Marta Abba

    Di Pietro Seddio.  Forte della mia fama cominciai a bussare a tutte le case di produzione cinematografica, ma ponendo una condizione, sempre la stessa: che Marta Abba potesse essere tra gli interpreti. Trascorsero così cinque mesi, durante i quali io e l’attrice (accompagnata dalla sorella)…

  • Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 20: L’interesse verso Mussolini
    Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 20: L’interesse verso Mussolini

    Di Pietro Seddio.  Mi accorsi, anche, che boicottavano le mie commedie tanto è vero che accorreva sempre meno pubblico con l’aggravarsi della situazione finanziaria e fu per questo che mi allontanai dall’Italia. Iniziò il mio peregrinare per sorreggere le sorti della Compagnia sperando che all’estero…

  • Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 21: L’incontro-scontro con Gabriele D’Annunzio
    Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 21: L’incontro-scontro con Gabriele D’Annunzio

    Di Pietro Seddio.  Ribadisco che ho provato una profonda pietà per la sofferenza umana, questo è certo; ma è stata una pietà sterile, che rifiutava ogni tentativo di soluzione, ogni consolazione in questa o nell’altra vita, ogni e qualsiasi risposta positiva: tutto quel che i…

  • Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 22: Il suo Nobel
    Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 22: Il suo Nobel

    Di Pietro Seddio.  Mi ero preso gioco della morte proprio nel momento in cui esalavo l’ultimo respiro. Ma nessuno lo sapeva, piangevano e si disperavano. Ormai io li osservavo senza che nessuno potesse vedermi e in un certo senso mi divertivo. La morte ormai non…

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