Io sono figlio e uomo del Caos – Capitolo 15: Professore al Magistero

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Di Pietro Seddio

Con quale spirito lasciavo la mia casa per andare ad insegnare, per incontrarmi con le mie colleghe, con qualche amico che ora vedevo raramente. Ecco, altro non facevo, uscendo da casa dove fino a qualche momento prima aveva subito gli attacchi di Antonietta, mettermi una maschera e diventare un altro uomo.

Io sono figlio e uomo del Caos

Per gentile concessione dell’ Autore

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Pirandello. Autobiografia immaginaria. Capitolo 15
Luigi Pirandello nel suo studio – 1907

Io sono figlio e uomo del Caos
Capitolo 15
Professore al Magistero

Improvvisamente mi accorsi che un piccolo raggio di luce venne ad inondare la mia casa che, dopo tempo, si illuminava ed io mi trovai più disteso, meno accigliato, più speranzoso. Il successo letterario mi coinvolgeva sempre di più, ma la cosa più sorprendente il vedere che la mia Antonietta si era alzata dal letto, e seppur incerta, iniziava a camminare.

Era debole, malsicura, ma io potevo vederla, finalmente, camminare, sorreggerla e proteggerla, seppur avvertivo che il suo animo continuava ad essere cupo e nel contempo registravo che mi era lontana.

Poche parole, nessun interesse per il mio lavoro, quasi volutamente voleva ignorarlo. Mai lesse i miei libri né tanto meno dialogò con me d’arte.

Assente nel senso più completo della parola. Che fare? Buon viso a cattivo gioco, come solitamente si diceva. Non le feci mancare di fare delle passeggiate in carrozzella nonostante sul suo volto non si notava alcun sentimento.

In silenzio osservava il panorama ma sul suo volto non si palesò mai alcuna emozione. Continuava per questo ad essere sanguinante il mio cuore.

Comunque sia nel 1908 pubblicai un altro romanzo: “I vecchi e i giovani”, ed anche questo fu sottoposto ad analisi, considerazioni, approfondimenti.

Come è dato sapere molti lo considerarono un buon romanzo, altri poco interessante seppur accettabile, altri ancora un romanzo storico mancante, altri ancora, i siciliani, lo condannarono perché parlando di Girgenti, secondo il loro giudizio, ero stato alquanto spietato. In ogni caso era oggetto di discussione ed io non potevo esimermi dall’ascoltare il suono di tutte quelle campane. Continuavo ad esercitare la mia professione di insegnante dove si trovavano, ad assistere alle mie lezioni, moltissime studentesse. Nei miei confronti hanno sempre dimostrato benevolenza, interesse, affetto e questo dovrebbe essere annoverato come un equilibrato rapporto tra insegnante e allieve.

Ma nella mente ammalata di Antonietta si venne a scatenare lo sconquasso aggravata da una latente gelosia che finì per esplodere e fu la fine di un qualsiasi ragionamento o accomodamento. Si venne a costruire un muro, invalicabile e impenetrabile. Io e lei, divisi senza poter pretendere un pur minimo dialogo.

Nonostante la tragedia che mi ha colpito io ho sempre mostrato nei confronti di Antonietta il massimo rispetto conservando quel sentimento che certo non si può paragonare all’amore, come viene inteso, ma a quel senso di attaccamento perché in ogni caso era la madre dei miei figli e mia moglie.

Non mi è mai passata l’idea di tradirla e questo fino a quando rimase in casa giacché io speravo forse in un miracolo seppur ero lontano dai concetti cristiani.

Proprio per senso di rispetto, in me sempre presente, ho cercato di rimanerle accanto nonostante la sua malattia l’abbia fatta allontanare irreparabilmente da me. Ero riuscito a creare nel mio intimo un’armonia tra la mia anima ed il mio corpo. Potrà sembrare strano ma questa è la sola verità.

E’ risaputo del mio insegnamento al Magistero e non nascondo che, se avessi voluto, le occasioni non mancavano sapendo che attorno a me si concentravano tante aspettative, ma io ho solo esercitato la mia conosciuta attività di insegnante. Per anni fui circondato da elementi femminili, anche le insegnanti lo erano. Alla fine qualcuno mise in giro che ero terribilmente timido. Non fui deluso. Voglio anche ricordare che qualche volta nella tasca della giacchetta o del cappotto trovavo qualche biglietto e allorquando, leggendone uno, era scritto che l’anonima (ma non troppo) ragazza voleva suicidarsi perché non la corrispondevo. Fui costretto ad informare la preside. Non ci fu alcun seguito.

Mia moglie trascorse quasi sei mesi a letto e forse questa situazione sviluppò il sentimento di gelosia che la tormentò oltre ogni ragionevole dubbio. A questo si aggiunga quel mai sopito misticismo, vivo sempre in lei, e tutto questo le fece infuocare il cervello.

Diventava sempre più ossessiva, gridava, piangeva, tentava di strapparsi i capelli, le vesti e quando poteva tirava qualche oggetto che le stava vicino. Io osservavo, intervenivo per calmarla, mentre il mio cuore, nel vedere quelle scene pietose quanto tragiche, piangeva, e non solo il cuore piangeva. Mi accusava continuamente di tradimento e ogni studentessa era, per lei, la mia amante di turno. Come potevo discolparmi? Che argomenti potevo portare per calmare la sua mente ormai un groviglio inarrestabile di fuoco?

Quello che più mi angosciava era capire la sua profonda sofferenza perché io potessi, riuscendo, a lenire. Soffrivo per lei, non tanto per me, conscio di non essere in difetto. Le diagnosi dei medici non lasciavano più speranze che potesse se non guarire almeno migliorare. Per quella mente ammalata non ero più io, ma un altro che continuava ad ingannarla. Ne era convinta e quotidianamente, gridando, piangendo, continuava ad accusami. Molto probabilmente alcuni dei miei fantasmi si erano impossessati di lei. Si, io per Antonietta, ero ormai un malefico fantasma.

Mi convinsi così come lei mi immaginava, quindi senza scampo, senza possibilità di imporle un’altra mia immagine, quella vera mentre continuava, nella sua mente, ad essere viva quella che lei pensava che io fossi. Ed io di fronte a quel dramma della pazzia, mi sentivo un pupo, un pupo inanimato che non aveva la forza di reagire. Iniziai a guardami allo specchio per interrogarmi e quella che vedevo, la mia immagine riflessa, a volte mi sembrava un estraneo, un uomo diverso, e qualche volta pensai che in fondo mia moglie non avesse torto. Ormai ero costretto a vivere con due realtà: la mia e la sua. Non accettavo di essere protagonista di un evento (il tradimento) che non avevo mai commesso.

Le due realtà! Io ero io per me stesso e un altro per mia moglie, un altro malvagio come lei quotidianamente mi appellava. Mi convinsi che mi apprestavo a comprendere il mistero della relatività.

Ma io avevo il dovere, in questa così complessa vicenda, di difendere Antonietta e quindi non la potevo e non dovevo considerarla pazza. Non avrei potuto in quanto spesso la stringevo tra le mie braccia e sentivo un sentimento di tenerezza, di affetto e quasi mai di comprensione. Le avrei dato un dispiacere, seppur lei mai lo avrebbe saputo. Ma io pensavo di ragionare ancora e mi competeva il dovere di preservarla, seppur viveva con le sue idee ma tutto questo non mi autorizzava ad essere d’accordo con il coro che continuava a gridare: è pazza! E’ pazza! Alcuni, poi, l’hanno identificata con un mio famoso personaggio: la signora Frola.

Mi somigliava e quindi eravamo tutti e due uguali, come sempre siculi, caparbi, ostinati seppur portavamo avanti argomenti diversi. Non volevo accanirmi ed è per questo che l’ho sempre difesa, tenuta lontana dagli altri che l’avrebbero umiliata definendola, senza tanti complimenti, pazza e questo non poteva accadere, ricordando i miei trascorsi in Sicilia dove tutti i problemi non potevano mai uscire dalle proprie abitazioni.

Tutto veniva sepolto e vissuto, all’interno di quelle mura che certo erano testimoni, ma mai avrebbero parlato. Per questo le case erano ritenuto preziose, baluardi di riservatezza, di certezza. Era imperante in me il concetto di profonda, ma leale, comprensione ed è per questo che mi sono adeguato ad assecondarla fino a quando ho potuto mentre iniziava a disturbarmi il pensiero che forse anche io ero diretto responsabile di quella odiosa malattia che aveva colpito la mia Antonietta.

Nonostante vivessi questa tristissima realtà, nota a pochi intimi amici, continuavo a scrivere e fu la mia salvezza perché riuscivo a straniarmi da quella atipica situazione capace di costruire altre opere che creavo con personaggi ai quali scaricavo le mie angosce, le mie disperazioni, i miei dubbi (ed erano tanti) avendo la capacità di farli vivere con le sofferenze che io infliggevo a loro.

Creavo nuove vite, nuovi personaggi e allora, solo allora, non mi sentivo uno sconfitto dalla realtà, ma un vero creatore che dava visibilità, la stessa, in definitiva, che qualcuno ha voluto dare a noi.

Per fare tutto questo, per apparire quello che non ero mi sono messo una maschera che mi ha accompagnato per sempre.

Avevo previsto tutto, in un certo senso, affermando che bisogna che il tempo passi e ci porti via con tutti gli scenari della nostra esistenza. Io, in verità, il mio l’avevo già arrotolato e posto sotto il braccio.

Per la situazione in cui mi sono venuto a trovare, solo, abbandonato ed anche incompreso scrivevo a mia sorella e quella volta, più disperato che mai così mi espressi:

“… ella è del tutto incosciente del male che mi fa, ella è profondamente ammalata d’un terribile male, di cui non potrà mai guarire, se non è valso un uomo come me, una vita come quella che conduco io a ispirarle stima e fiducia… Per questa buona volontà vi metta Ella non può portar rimedio al suo male. L’ha nel sangue, innato. Ed ecco la assalta ferocemente ogni qualvolta Ella si trova più stremata di forze, quasi periodicamente, e con assalti sempre più violenti”.

Spero di aver spiegato il perché del mio indossare una maschera convinto che c’è n’è sempre una per la famiglia, una per la società, una per il lavoro e quando stai solo, resti nessuno. Ho cercato di guardare quella realtà che mi accompagnava nonostante i tanti dubbi che mi assalivano, e questo succedeva tutte le volte che mi specchiavo.

“Il senso della vita” sembrava racchiusa in quello specchio che poi è diventato un punto di riferimento per molti dei miei personaggi. Era quindi vero che si impara a proprie spese e che nel lungo tragitto sarà possibile incontrare tante maschere e pochi volti.

Ne ero convinto ed è per questo che andavo avanti con quella forza che cercavo di tenere viva sapendo che altre forze negative mi avrebbero assalito forse riuscendo a mettere in dubbio quelle poche certezze che ancora erano presenti dentro di me.

Caro Seddio, mi permette una annotazione che ho sempre tenuta segreta e che ora voglio rivelare visto che sto raccontando certi aspetti, anche segreti, della mia vita? Sono stato convinto che l’uomo, nel paragone con Cristo, ha sempre affrontato pene più terribili, se non altro per la lunghezza del suo percorso. Infatti la strada verso il Golgota, fu breve, seppur irta, ma per gli uomini sofferenti quanta è lunga la propria strada? Ecco, questa è la differenza sostanziale e se il Cristo, per quello che ha rappresentato, merita il massimo rispetto, parimenti si può dire dell’uomo che arriverà pronto ad esalare l’ultimo respiro lassù sul Golgota.

La logica vuole che occorre ragionare se si vuol costruire. Costruire col pensiero. Sopra una realtà di pensiero, metterne un’altra e un’altra; e innalzare un edificio che si chiama concezione.

Sa quanto è difficile parlare di queste cose, ancora oggi, in quanto la società non ha più interesse ad ascoltare pene altrui perché già è carica per conto proprio ed allora si è tentati di minimizzare o di amplificare e in ogni caso tutti assumiamo atteggiamenti diversi e per fare questo abbiamo bisogno delle maschere così tutto diventa una vera pupazzata. Mi creda amico mio, la vita è tutta una pupazzata.

Non ci crediamo ma siamo soggetti a ingrate sorprese che sono per tutti anche per quelli che credono di essere forti capaci di acrobatico ottimismo che diventa una sorta di consolazione, un’arte per poter inventare una verità così dal preservarci di effettuare salti nel vuoto. Questa, sa come si chiama? Pietà dei vivi, che vuol significare: umanità.

Ormai mi sembrava di vivere in un altro mondo oppresso com’ero dai tanti problemi che mi prendevano alla gola. La lontananza di mio figlio al quale scrivevo sempre e sovente tenendolo informato della situazione che vivevo in casa, le atrocità della guerra che ancora non finiva.

Glielo avevo detto a Stefano che ero certo di sapere come la terra non intuisse che da due anni gli uomini fossero in guerra tra di loro.

La mia vita quotidiana era percorsa da sentimenti negativi aggravati dalla mia condizione familiare che si liquefaceva giornalmente. Ormai Antonietta era fuori controllo e vedeva ovunque nemiche che la torturavano, ma soprattutto che considerava mie amanti, anche mia figlia Lietta, che, come detto, in un momento di disperazione aveva deciso di farla finita.

La fortuna in quel determinato istante mi aveva assistito perché la pistola s’inceppò e Lietta non venne scalfita, ma dovette allontanarsi da casa. Si era arrivati all’assurdo: Lietta era costretta ad assaggiare i cibi di Antonietta perché la stessa pensava che volevamo avvelenarla.

E poi l’infamante accusa d’incesto. Mi era mancato il pavimento ed ero sprofondato giù, giù in fondo nella più completa disperazione. Fu a questo punto che la ragazza, disperata, si allontanò da casa per fare ritorno quando a guerra finita, anche Stefano tornò a varcare quella soglia. Io rimasi solo con Antonietta. E tutte le volte che accennavo ad un eventuale ritorno della figlia, lei, gridando diceva che o lui restava con lei o sarebbe andata via se fosse tornata la figlia. Non la chiamava più nemmeno per nome: “Fuori lei, o fuori io”. Era questa la decisione che mi ripeteva spesso e sovente.

Come potevo vivere? Con quale spirito lasciavo la mia casa per andare ad insegnare, per incontrarmi con le mie colleghe, con qualche amico che ora vedevo raramente. Ecco, altro non facevo, uscendo da casa dove fino a qualche momento prima aveva subito gli attacchi di Antonietta, mettermi una maschera e diventare un altro uomo. Era il mio doppio. Non avevo altra scelta.

Ed entrando nell’istituto nel corridoio incontravo le mie colleghe, sempre sorridenti che mi rivolgevano deferenti saluti.

  • La trovo bene professore!
  • Ha dormito bene professore!
  • La trovo sempre giovane, fortunato lei…
  • Sempre in forma, per lei il tempo non passa mai…

Ed io a sorridere, a salutare come il pupo che ormai viveva in me. Poi entravo in classe ed il vociare delle ragazze mi assordava e vedevo tutti quei giovani volti sorridenti, felici, spensierati. Facevano di tutto per circondarmi, per attorniare la cattedra e qualcuna, con qualche scusa, riusciva anche a sfiorare le mie mani. Io ebete, con il sorriso da perfetto scimunito riuscivo a balbettare qualche cosa, ma non s’accorgevano che il mio sorriso era smorto, costruito per l’occasione. Ignare di vedere un pupo fantasma. Questo ero ridotto io e mentre le guardavo sembrava salire una stizza d’odio perché pensavo che loro erano la causa della mia tragedia. L’esistere e l’essere mie alunne. Un cappio che mi sono trovato al collo e questo cappio, per gelosia, veniva stretto giornalmente da Antonietta.

Si, erano loro la causa della mia disgrazia seppur ignare che la loro vita, la loro gaiezza, la loro gioventù, potesse provocare tanto danno nella mia casa.

Ma certo non potevo ucciderle, non potevo lasciare l’insegnamento. No, ero costretto, (ed ecco il doppio) pur con la morte nel cuore, ad assecondarle, a ridere, a sentire le loro storie, a interrogarle, a leggere i loro compiti, a comprendere i loro sottintesi e i loro sguardi maliziosi, quando ero anche costretto a leggere i bigliettini che mi ritrovavo nelle tasche del cappotto.

Ritornava in me il concetto della tragedia di un personaggio, e quel personaggio (uno, nessuno e centomila), caro Seddio, ero proprio io. Era l’anno 1918.

Quella volta il fato mi concesse una tregua consentendo a mio figlio Stefano di fare ritorno a casa, così potei stringerlo tra le braccia avvertendo non più quella isterica solitudine. Con lui parlammo e decidemmo che occorreva prendere seri provvedimenti e fu allora che decidemmo d’internare in una casa di cura Antonietta, mia moglie e sua madre. Ma con quale cuore si prese quella decisione!

Per non aggravare la sua alienazione mentale decidemmo di raccontarle che dovevamo portarla in tribunale perché avevamo chiesto la separazione legale e quindi la sua presenza era indispensabile. Accondiscese pacificamente e mentre iniziavamo ad uscire di casa il mio cuore fu stretto in una morsa mortale. Vidi il condannato a morte, quieto, tranquillo, andare verso il patibolo dove l’attendeva la morte. E allorquando lei, dentro l’istituto, scomparve perché il portone si era chiuso, non mi rassegnai, dentro di me si scatenò una battaglia e la frenesia che mi prese mi indusse a rivolerla indietro.

Visse Antonietta in una stanzetta accudita da suore-infermiere e comunque, se non in modo assiduo, andai a trovarla, ma ogni volta era una tragedia in quanto quegli occhi spenti mi guardavano senza vedermi, mi ascoltava senza sentirmi, ma soprattutto per lei ero un perfetto estraneo, il fantasma del quale ormai facevo parte integrante.

Durante la lunga permanenza, ho anche saputo, ebbe molte crisi che la debilitarono fino a renderla quasi inoffensiva. Anche lei, contro la sua volontà, alla fine faceva parte della numerosissima schiera di fantasmi. Io, in cuor mio, non le feci mancare l’affetto seppur non le rese alcun giovamento. Apparteneva al mondo degli alieni e si trovava in una diversa dimensione.

La mia tragedia andava compiendosi, quella stessa che poi tramutai in opera teatrale, facendo dire al personaggio:

“La mia casa, andata via lei, mi parve subito vuota. Era il mio incubo; ma me la riempiva! Solo, mi ritrovai per le stanze come una mosca senza capo”.

Era la prima volta che facevo conoscere la mia vera tragedia, fino ad allora tenuta chiusa dentro il mio cuore. Andata via Antonietta, i miei figli fecero ritorno a casa, ma quella presenza non bastò a colmare il vuoto lasciato da mia moglie. Fino ad allora tutto, anche la più semplice attività, era stato condizionato dalla sua presenza, seppur era stata capace, inconsciamente, di ispirare alcune mie opere in quanto spesso avevo riflettuto proprio su di lei stessa per capire a fondo la sua psicosi e la stessa matrice.

Ormai però, nemmeno questo riferimento ebbi, e devo dire che anche Lietta se ne andò poco dopo.

Voglio ricordare che la presenza di Antonietta era stato un muro intorno alla mia arte, quasi la carica ossessiva del mio creare ed era stata, alla fine, colei che aveva affermato come vere, infinite cose che non esistevano e io le avevo dato molto credito. Lo dimostrai scrivendo alcuni testi idealmente dedicati a lei capace di fare scorgere il mio intimo, tutto diverso, ma ero stato l’unico vero riferimento per lei e così ormai mi identificava. Giustamente è stato sottolineato che, seppur trovandomi in un mondo interiore confuso, sono riuscito a fissare dei concetti sul relativismo come se, paradossalmente, fossero una vera ed unica fede.

In me ormai esisteva una certa persuasione ed era stata Antonietta a farmi comprendere fino in fondo che ognuno è, davanti ad un altro, un diverso da ciò che si crede e attraverso Laudisi, che si specchia, ho cercato di analizzare al meglio questo concetto. Ora, dopo il ricovero di lei, mi sentivo disperatamente consapevole che quella presenza aveva condizionato quella parte di mia vita e ammetto che fu un insopportabile contraccolpo.

Avevo sempre desiderato avere una casa, da quella del Caos (romita in mezzo alla natia campagna) a quella materna di Girgenti, a quella di Roma, non sapendo che da lì a poco la casa perderà per me tutto il suo significato e valore in quanto, da lì a poco, avrei iniziato la mia vita da nomade, vivendo presso gli alberghi, il teatro, siti fittizi che pensavo sostituissero la casa,

Ma non fu per niente vero. Decisi di ritornare in via Bosio, ma sapevo che non ci sarei rimasto molto.

Era il 1919. Via Antonietta, via Lietta, quasi senza volerlo, nella solitudine più abissale, iniziai a vivere una vita diversa, e tutto questo perché mi avvicinai all’arte teatrale, della quale, anche senza che io lo cercassi, divenni un vero protagonista.

Pietro Seddio

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