Il testamento – Capitolo 6: Nudo

Di Pietro Seddio. 

Nudo era nato in quella campagna agrigentina e nudo voleva ritornare. Nessuno avrebbe, a quel punto potuto contraddirlo. E in questa sua libera decisione appariva integralmente il concetto di vita che lo aveva alimentato sapendo che la Chiesa, in particolare, avrebbe avuto da ridire.

Il testamento di Luigi Pirandello

Per gentile concessione dell’ Autore

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Il testamento di Pirandello. Capitolo 6

Il testamento di Luigi Pirandello
Capitolo 6
Nudo

Questa volta, rileggendo quella scarna parola: Nudo, avesse nutrito dei dubbi sulla volontà specifica del Maestro si ricredette perché quell’imperativo, categorico, non lasciava alcuna altra interpretazione.

Nudo era nato in quella campagna agrigentina e nudo voleva ritornare. Nessuno avrebbe, a quel punto potuto contraddirlo. E in questa sua libera decisione appariva integralmente il concetto di vita che lo aveva alimentato sapendo che la Chiesa, in particolare, avrebbe avuto da ridire.

Secondo la quale con quell’imperio dimostrava di non aver alcun rispetto per il suo corpo, considerato che ne aveva avuto poco per la sua anima. Il contrasto evidente tra il suo massimalismo con il dettato della Chiesa, mai condiviso al Maestro, anche in questa fase finale fu alquanto chiaro ed evidente. Nudo, lo volle ripetere a scanso di equivoci.

E a questo punto non si poté derogare, seppur a malincuore, a quella decisione.

Certo si presentarono le due suorine che molto probabilmente per tutta la notte videro quella salma coperta che gettava un’ombra sinistra al lume di quelle poche candele così come ebbero modo di “leggerne” la sagoma che emergeva, nonostante la copertura di quel telo bianco che comunque poco nascondeva e non dava adito a nessun altro pensiero.

Quel corpo nudo era lì, immobile, a testimoniare come la morte, nella sua tragica quotidianità, fa trasparire quello che è stato un uomo, una vita, un momento magico durato, in quel caso, poco più di sessant’anni.

Nessuno poteva mettere in dubbio che quel passaggio obbligato aveva finito di sciogliere ogni legame con quella terra dove aveva posato i piedi, a volte stanchi e trascinandoseli dietro come macigni, così come la sua mente, laboratorio in continuo lavorio, aveva documentato quali pene, afflizioni, poche gioie, gli uomini possedessero venendo in questo mondo.

La negazione stessa della vita, quale dono di Dio, fu l’argomento che suscitò dibattiti a non finire, ed ora di fronte a quelle scarne parole, i tanti confessionali, gridarono allo scandalo.

E se a vegliare si erano trovate due suorine, nel momento in cui iniziò l’ultimo viaggio in quel poverissimo carro funebre, non si trovò nessun prete, con cotta e stola, nessun chierichetto con turibolo e tanto meno le orfanelle a salmodiare il rosario e le preghiere dei morti.

Ma qualcuno bisbigliò che negli ultimi momenti pre-agonici molto probabilmente si era trovato di fronte a Dio, quello stesso da lui cercato, implorato, negato e rinnegato.

Questo lo dimostrava il suo volto sereno, quel sorriso, appena accennato, sulle labbra ed era certo che la morte lo aveva accolto serenamente, al di là del naturale travaglio che precede il grande balzo verso l’al di là.

E’ ovvio che l’umanesimo di Pirandello risulta essere l’aspetto più valido e determinante.

Come una vasta schiera di scrittori (Joyce, Svevo, Kafka, Proust, Barbusse, Hesse), l’autore cercò di valorizzare il concetto dell’uomo come centro dell’universo, mettendo in rilievo la verità che soltanto l’uomo è in grado di pensare l’esistenza, cioè di tradurla in consapevolezza.

Ciò che ancora appare distintivo è che questo grande spirito nacque in una piccola città di una piccola isola, e che è del tutto mediterraneo.

Alla sua profonda mediterraneità sono legate le sue sensazioni e le sue proposte.

Il senso religioso con cui vengono dimensionate le idee e le esperienze di vario tipo, l’incubo della solitudine derivante non soltanto da condizioni private ma addirittura dalla sua identità di isolano, la consapevolezza della ricca antichità storica di cui si vanta la sua Sicilia a cui egli rimane fedele fino all’ultimo, la vicinanza della sua terra all’Africa dove vige ancora un sistema teocratico, l’ambiguità della sua situazione come siciliano vicino e partecipe alle suggestioni più profonde della cultura dell’epoca ma anche destinato a vivere in lontananza dai cosiddetti grande centri della cultura: questi ed altri aspetti sono, naturalmente, condizioni destinate ad incombere gravemente sulla sua sensibilità e paradossalmente anche ad aiutarlo a scoprire in sé la propria maschia e scarna originalità.

L’originalità consiste soprattutto nella sua capacità di universalizzare la rilevanza di una condizione particolare e di tradurla in parabola dell’intera condizione umana.

La mediterraneità siciliana, dunque, non è un aspetto da sottovalutare o da eliminare, come ha spesso fatto tanta critica pirandelliana.

L’insularità cosmica ha le sue origini nella strettezza di una esperienza vissuta in prima persona. La mediterraneità pirandelliana, dunque, è già una forma di condizione religiosa, almeno nel senso storicoculturale del termine.

Ma è ovvio che tale analisi da molti non fu per niente recepita.

Pirandello è stato associato a vari altri maestri del nostro secolo, ma una attenta lettura di tutta la sua opera rivela subito che egli mantiene rigorosamente le distanze dalle posizioni certe e categoriche che sembrano arrivare a nuove rivelazioni sulla coscienza umana. In verità, la sua ambiguità non è mai un punto di arrivo, ma un continuo stato d’animo sempre aperto alle più svariate “soluzioni”, anche quelle più estreme.

E proprio questo “estremismo” interiore lo portò a preventivare la sua morte, anzi il dopo morte, rimanendo coerente come pochi altri grandi scrittori hanno inteso fare.

Ma si tratta, ad onor del vero, continuamente di soluzioni temporanee, anch’esse ambigue e relative. Alla base di tutta la sua profonda visione c’è l’angoscia di chi non è contento della propria condizione umana, e non la accetta come fatto in sé spiegabile.

La sua scontentezza è già una condizione religiosa (una eredità, questa, che va vista anche alla luce dell’ottica ottocentesca che l’autore coglie con mirabile duttilità). Si può dire che la lotta impari che egli per tanto tempo sostenne con la sua idea religiosa, con la sua coscienza, abbia finito per renderlo spoglio avvertendo quella “sacra” nudità così visiva in Adamo ed Eva, prima del fatidico peccato mortale.

Lui non aveva commesso quei peccati mortali previsti dalle regole della Chiesa, quindi aveva il diritto di presentarsi a Dio così come concepito dalla Sua volontà, per mezzo dei suoi genitori. Quel nudo, analizzato come si analizza un capello al microscopio, non poteva e doveva essere considerato un atto di superbia o peggio un atto di rivolta contro Dio, semmai un atto di conciliazione con il Creatore che altrimenti non lo avrebbe riconosciuto. Era nato nudo e nudo volle tornare incontrando il Sommo.

Per lui, pensare l’esistenza significò anche provare una misteriosa nostalgia per qualche altra, diversa, cioè identificabile e certa. Il senso dell’assenza di questa ultima fu al centro della sua tematica essenziale.

Ora sarebbe stato in grado di poterla scoprire e chissà magari affermare che si era sbagliato, seppur si è quasi certi che dialogando con il Sommo sarebbe riuscito a trovare il bandolo della matassa contento di aver saputo interpretare qualche mistero della vita, lasciando agli altri l’ingrato compito di continuare la ricerca.

La fede cerca l’assoluto, ed è questa la strada di Pirandello, anche se sembra non arrivarci, lasciando ugualmente aperte le varie alternative.

In altri termini, il dibattito pirandelliano si svolge sempre entro limiti definitivamente religiosi e rischia di andare oltre questi confini semplicemente perché esige troppo dalle proprie facoltà intellettive.

L’ateismo, al contrario, rinunzia ad ogni tipo di indagine ed è troppo certo per coinvolgersi in discussioni, dal momento che anche la discussione fa parte della sua inerente contraddittorietà: cercare di negare ciò che non è possibile provare è assurdo.

Questi sono soltanto spunti che possono auspicare un sistematico dibattito sulla tradizione filosofica da cui partì Pirandello e che egli, con grande genialità creativa, trasformò e modificò secondo i propri modelli letterari.

La posizione pirandelliana può essere meglio valorizzata anche se viene messa a confronto con altre opere dell’epoca, come “Le voyageur sans bagage” (1936) di Jean Anouilh e “La Nausea” di Jean-Paul Sartre nel 1938.

Ed è chiaro che questi due grandi autori conobbero perfettamente Pirandello, le sue opere, la propria tematica.

Rifacendoci a quanto detto da uno dei suoi personaggi, si tenterà di comprendere meglio la sintesi del suo orientamento globale che comprende anche il concetto di religione, nella sua scarna e nuda accezione:

“La realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile. La facoltà d’illudersi che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprirsi illusione domani”. 

Ecco la profondità del paradosso pirandelliano: in un’opera tanto distinta per la sua unità visionaria e tecnica, domina l’assenza dell’unità, la mancanza della certezza.

Se manca la fede propriamente detta, manca pure l’ateismo, siccome tutti e due sono certezze. Dal problema dell’essere si passa alla scoperta dell’apparire come condizione ambigua dell’essere, donde nasce il problema fondamentale: quello del conoscere.

L’umanità, secondo il pensiero corrente del Maestro, è dunque in preda ad una continua illusione perché la ragione è anche forza di tradimento. E il tradimento si delinea così, cioè come “la facoltà d’illudersi che la realtà d’oggi sia la sola vera”.

Il concetto dell’oggi non è soltanto temporale e terrestre; il senso del domani tocca anche l’eventualità della morte, l’aldilà, appunto il domani misterioso, che nessuna scienza può spiegare. Pirandello non parlò soltanto di una infinita schiera di momenti e incidenti, ma anche della morte come condizione ambigua, misteriosa, diversa dalla presente.

Il suo pessimismo fu diametralmente opposto all’ottimismo compiacente di chi si accontentava di una visione limitata e precisa della vita.

Anche se ci sentiamo costretti a parlare di una psicologia e non di una teologia, questo è sempre dovuto al fatto che l’uomo pirandelliano è riuscito ad agire sempre entro i limiti del suo intelletto, prigione ma anche spazio infinito.

L’oltre, dunque, fa parte della problematica fondamentale e non basterebbe una spiegazione puramente sensistica a spiegarlo.

Come gli esistenzialisti, Pirandello fu in cerca dell’autenticità, della sincerità, del senso particolare che deve per forza avere la così detta assurdità della condizione umana.

L’esistenzialismo ateo si limita a descriverla, considerandola un fatto compiuto e inspiegabile; l’esistenzialismo pirandelliano fu più ambizioso e navigò sempre nel mare del dubbio, dell’approssimativo e dell’ignoto.

Il relativismo, la tecnica del teatro nel teatro (cioè del contenuto diventato forma, ma anche espressione metaforica dell’intelletto che si guarda nello specchio per tirarne nuove possibilità di conoscenza), il dualismo tra vita e forma, sono – alla fine tutti aspetti di un mondo in fieri, mai chiuso e definito, sempre in attesa di essere spiegato e giustificato, altrettanto lontano dalla spiegazione e dalla giustificazione.

Il così detto cerebralismo pirandelliano fu anche lirico, i concetti si espressero figurativamente ed è alquanto chiaro che i complessi argomenti, ancora oggi, conducono a lunghi periodi di silenzio. La tragedia, che sembra finale, si scioglie gradualmente in lirica.

Siamo di fronte, senza ombra di dubbio, di fronte ad un evento letterario di portata internazionale nonostante i tanti denigratori.

La tentazione a cui si espose Pirandello fu dunque squisitamente religiosa.

Non potendo concludere, egli navigò nel grande mare delle proprie intuizioni. Oscillò continuamente tra la noia e l’attesa, rischiando di naufragare ma riuscendo a tradurre la vita in coscienza.

Lontano da ogni tipo di dogmatismo schematico di qualsiasi natura, sia istituzionale sia nichilista, l’agrigentino rimase sempre fedele alla sua identità elementare e insostituibile di mediterraneo, cioè di erede di grandi tradizioni religiose. La sua ontologia non eliminò né l’assoluto né il misterioso, anzi derivò da questi la sua originale forza, una forza che sarebbe difficile trovare nei suoi grandi colleghi stranieri non mediterranei.

Tutto il suo mondo non può essere spiegato senza un riferimento o ad una metafisica già esistente o alla necessità di crearne una nuova. La sua presunta immanenza è superata dal desiderio di una alternativa; l’ignoto è realmente sofferto come dimensione oscura dello spirito.

E’ dunque possibile una lettura pirandelliana alla luce degli esistenzialisti cristiani come Kierkegaard e Marcel.

Anche per Jaspers la vita non deve condurre alla conoscenza dell’esperienza, ma alla trascendenza dell’esperienza; risulta essere questo l’antidoto al sensismo, ad ogni tipo di immanentismo. Ci dovrebbe essere, afferma Jaspers, un essere degli esseri (das Sein als Sein) che la mente umana non è mai in grado di penetrare e di conoscere.

Sono religiosi anche termini come angoscia, paura, crisi, nausea (una lezione di origine romantica, approfondita in vari modi dagli esistenzialisti), perché esigono una risposta alternativa. Il grande pensatore Antonio Rosmini aveva già sostituito la funzione affidata all’illusione (creata dall’io egoista) con la missione del cristianesimo che realmente “soddisfa tanto a tutte le umane necessità”.

Se Rosmini, anticipatore sotto vari profili dell’esistenzialismo cristiano del Novecento, aveva decretato che “la natura ha bisogno di Dio per essere spiegata”, Pirandello, pur non arrivando ad una vera e propria conclusione esplicita, affermò la necessità di una spiegazione, che del resto egli non trovò mai nella scienza.

Così se Pascal, distinguendo tra ordine del cuore e ordine della ragione, aveva concluso che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, Pirandello anche lui riconobbe, pur amaramente, che la ragione non è in grado di spiegare l’esistenza. Alla luce di una interpretazione pascaliana, Pirandello avrebbe peccato per aver mancato di sottomettere la propria ragione, ma non per aver escluso la possibilità di ragionare e per aver equiparato l’ignoto con il nulla.

In altri termini, Pirandello, ricercatore instancabile del senso della verità, è stato anche l’erede di una ricca tradizione apologetica religiosa. Anche lui sentì il misterioso e l’indefinito, e se la sua solitudine sembrò lontana dalla certezza della fede, fu sempre questa una condizione dell’anima che continuò ad interrogarsi, mai una tappa finale.

Il profondo discorso di Pirandello non ha chiusura perché anche nella sua conclusione assume il carattere di un nuovo interrogativo.

Una diversa interpretazione nuocerebbe alla sua intrinseca unità visionaria, e sarebbe contraddittoria al suo aspetto più essenziale: la dubitazione. Pur eliminando le certezze, questo mondo rimane aperto, esprimendo effettivamente la sconfitta della ragione di fronte a realtà superiori. Sarebbe opportuno approfondire tale proposta alla luce del suo carattere ugualmente mediterraneo ed esistenzialista cristiano.

Il dramma continua.

Tutta questa visione pirandelliana che, per un certo verso, sconvolse certi canoni presenti e vissuti da tanto tempo, ebbe radici profonde e ben robuste tanto che riuscì sempre a rintuzzare quanti in mille modi lo accusarono cercando di spogliarlo e di presentarlo, metaforicamente, come uno scrittore vuoto, nudo e lui per tutta risposta stando al gioco crudele seppe rispondere con arguzia, feroce, ma sagace: volle rimanere nudo certo che tale decisione avrebbe caratterizzato per sempre la sua fama, la sua notorietà, più delle opere da lui scritte.

Pietro Seddio

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