Il testamento – Conclusione

Di Pietro Seddio. 

Quando il maestro siciliano spirò sul suo lettuccio in un triste giorno del dicembre 1936, racconta Alvaro, lui poté assistere a quanto si svolse attorno a quella salma perché quel foglietto girava di mano in mano alimentando malumori, dissensi, propositi, dinieghi e quant’altro.

Il testamento di Luigi Pirandello

Per gentile concessione dell’ Autore

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Il testamento di Pirandello. Conclusione
La consegna delle ceneri al cimitero del Verano. Dal film di Paolo Taviani, Leonora addio, 2022.

Il testamento di Luigi Pirandello
Conclusione

Ormai il clamore attorno allo scrittore agrigentino era notevolmente diminuito, rimanevano i soli cultori della sua arte ed opera e continuavano i soliti denigratori a snobbarlo. Poi gli eventi che iniziarono a coinvolgere l’Italia tutta e si può dire che non si parlò più a parte qualche resoconto giornalistico che relazionava sulla rappresentazione di questa o quella commedia.

Di tanto in tanto iniziarono pure i seminari, le tavole rotonde, insomma sembrò che un mondo culturale si muovesse per promuovere, ancora una volta, la grandezza di quell’Autore. Niente altro.

Le ceneri erano ancora al Verano e proprio nel 1946, l’allora sindaco di Agrigento, Salvatore Lauricella, inviò una lettera al Segretario della Sezione della Democrazia Cristiana, perché interessasse al Ministro alla Pubblica Istruzione, on. Gonella, perché le ceneri del grande scrittore potessero finalmente essere portate ad Agrigento.

Su quanto ebbe a scrivere Corrado Alvaro, attento osservatore e fedele testimone si può comprendere il travaglio per quella traslazione che si vuole proporre così da avere una documentazione di prima mano e certamente fedele agli eventi che videro coinvolti tante persone. 

Passarono dieci anni da quel dicembre, anni tremendi per l’Italia, il Paese era ancora mezzo sepolto nelle macerie della guerra voluta da quel capo esigente, gli Agrigentini cominciavano appena a risvegliarsi dal lungo incubo che era stata la guerra, i bombardamenti dal cielo e dal mare, l’occupazione militare (dei Tedeschi a Nord, e a Sud e al Centro-Italia degli anglo-americani col seguito di Polacchi e Marocchini).

Malgrado lo scatolame militare, di corned beef o altre strane combinazioni alimentari, la polvere d’uovo, la polvere di piselli e così via, la fame tuttora durava, come ancora dolevano le spire quasi invincibili della dittatura che li aveva governati. Quella però era la città della memoria, di Pindaro, di Empedocle, di Feace, di Terone.

Senza la camicia nera, senza il collare del Premio Nobel messogli al collo nel 1934 dal re di Svezia, senza la bella uniforme di Accademico, che gli stava tanto bene da sembrare che l’avessero inventata proprio per lui, come fu detto da qualcuno ricordato di recente dal nipote Luigi Filippo D´Amico, doveva assolutamente essere onorato dalla sua Città, il cui ceto intellettuale si impegnò in un programma di festeggiamenti che avrebbe fatto illividire dall’invidia quel bravo rappresentante del Governo che aveva salutato la salma di un pover’uomo coperta appena da un lenzuolo. 

Ma per “l’uomo delle contraddizioni”, come suona il titolo del libro del nipote qui ricordato, o più precisamente per i suoi resti mortali, era destino che le celebrazioni coincidessero con altre tribolazioni, inflitte questa volta a un simbolo, quale il genio di Pirandello fu, della protesta e del rifiuto.

Fu istituito un comitato nazionale per le onoranze presieduto dal prof. Gaspare Ambrosini illustre giurista nativo della provincia, che accompagnò per tutto il triste itinerario quel sacro fardello (la sacertà appartiene alla morte).

Le onoranze, cominciate felicemente con la dedica al grande drammaturgo del bel Teatro Margherita, malgrado la nobiltà del fine e la sostanziale unità degli intenti, furono caratterizzate da tutta una serie di ostacoli, dal reperimento del mezzo per il trasporto in Sicilia dell’urna cineraria, dapprima un aereo messo a disposizione dalle autorità americane, preso d’assalto da una folla di reduci e profughi che anelavano al ritorno in famiglia (si omette tutta la serie di pettegolezzi che intorno a quel mancato volo fu inventata e diffusa), poi il ricorso positivo grazie alla autorità che all’interno del governo democristiano poteva esercitare il prof. Ambrosini, il quale ottenne la disponibilità di una “littorina” su cui, protetta da un imballaggio accurato, l’urna con le ceneri di Pirandello, recuperate dal Cimitero del Verano a Roma, chiusa in una cassa di legno custodita dallo stesso Ambrosini e da chi lo assisteva, fu caricata, così intraprendendo finalmente il viaggio verso la Città dei Templi.

Un altro pietoso omissis consentirà di non avvalorare nulla della “favolistica” diffusa sulla meritevole impresa portata a termine, con tutte le eventuali ma non provate deficienze di improvvisati organizzatori di “eventi” (concetto allora del tutto ignoto) solo grazie alla sincera passione che, a parte le difficoltà materiali causate dallo stesso momento storico, riuscì a superare le dispute ideologiche (erano coinvolte con le fazioni politiche la massoneria e la stessa autorità diocesana) nello sforzo di esprimere la coscienza della storia su cui si regge la civiltà e la vita stessa di un popolo.

A questo lungo bagaglio di notizie, altre seguiranno portandoci fino all’ultimo atto che fu la tumulazione delle ceneri in quella sorta di mausoleo quale è poi diventata la “rozza” pietra, scelta con scrupolosa cura dallo scultore Marino Mazzacurati nella sassosa campagna del Caos strapiombante sul “mare aspro africano”.

E qui presso è infatti la “Casa romita in mezzo a la natia campagna” ora depauperata, per coerente fatalità, del pino che avrebbe dovuto proteggere con la sua chioma il famedio innalzato con l’umiltà pretesa dal personaggio onorato.  

Su quest’ultimo adempimento della pietà della patria verso il suo illustre figlio, sarà per empia indifferenza o per altra congenita insufficienza nel controllo degli istinti, si aprì già tempo fa una diceria tuttora serpeggiante circa una pretesa dispersione totale o parziale delle ceneri per inavvedutezza dei responsabili. In molti hanno, o meglio, abbiamo stigmatizzato quel difetto, se non altro, di informazione.

Corrado Alvaro fu molto amico di Luigi Pirandello, ne frequentava la casa, ne ascoltava la voce quando leggeva agli intimi, per averne il giudizio, le opere appena finite di scrivere, ne sentiva il fascino.

Quando il maestro siciliano spirò sul suo lettuccio in un triste giorno del dicembre 1936, racconta Alvaro nella sua memorabile prefazione al “Tutto Pirandello” della collana mondadoriana dei Classici Contemporanei Italiani (Milano 1956), lui poté assistere a quanto si svolse attorno a quella salma perché quel foglietto girava di mano in mano alimentando malumori, dissensi, propositi, dinieghi e quant’altro.

Una cosa era certa, anche da morto non aveva finito di dare filo da torcere a tutti.

Pietro Seddio

Il testamento di Luigi Pirandello

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