Il testamento – Capitolo 5: Carro d’infima classe, quello dei poveri

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Di Pietro Seddio

Fuori aspettava il carro funebre chiuso con il cocchiere in cassetta che avrebbe guidato un povero cavallo attento a non scivolare, stante il tempo inclemente che aveva finito per rendere secchi gli ultimi fiori, che aveva reso il selciato bagnato e scivoloso. Il corteo funebre sarebbe partito da via Antonio Bosio dove il Maestro era deceduto.

Il testamento di Luigi Pirandello

Per gentile concessione dell’ Autore

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Il testamento di Pirandello. Capitolo 5

Il testamento di Luigi Pirandello
Capitolo 5
Carro d’infima classe, quello dei poveri

E’ quanto mai palese la coerenza del Maestro che non poteva pretendere altro. Un corpo nudo non poteva che essere trasportato da un carro funebre d’ultima classe, quello utilizzato per i poveri, perché per i ricchi si utilizzava un carro drappeggiato, con luci, angioletti e tirato da forti cavalli dal pelo fulvo e luccicante, bardati e impennacchiati e dietro i tanti dolenti (anche falsi) con parenti, amici, conoscenti, curiosi; soprattutto curiosi.

Tutti vestiti doverosamente di nero; cappelli e velette per le donne, cappelli neri di panno per gli uomini. Avrebbe preceduto il corteo il prete con cotta e stola con accanto qualche chierichetto col turibolo e la fila di orfanelle intende a salmodiare il rosario e le preghiere dei morti.

Sarebbe stato uno stato uno spettacolo folcloristico e chissà dietro al carro quanti discorsi, i più disparati e meno quelli che avrebbero parlato del morto.

Molto probabilmente un gerarca, o giù di lì, avrebbe pronunciato il discorso di rito funebre, suscitando commozione, spronando qualche lacrima ad uscire e smuovere anche alcuni singulti accompagnati da amari sospiri.

Il tronfio oratore, forse, avrebbe gradito essere fotografato e chissà che non sarebbe stato accontentato da un fotografo inviato dal partito per immortalare le solenni esequie in onore del camerata Luigi Pirandello.

Su un argomento comunque tutti sarebbero stati d’accordo definendo il defunto un verso signore, un uomo per bene, un benefattore e via di questo passo. Si dimentica che quando era in vita, questo anonimo signore vestito di tutto punto, ma chiuso egualmente nella cassa intarsiata, lucida (ma sempre quella fine avrebbe fatto!) i riferimenti erano stati di ben altro indirizzo: avaro, truffatore, confessionale, parrinaro, ladro, donnaiolo, ruffiano, ecc.

E’ vero che la morte alla fine riesce a livellare ogni cosa e tutti diventiamo “gente per bene”. Almeno in questo la morte fa piena giustizia e cancella ogni catalogazione: tutta gente per bene. A questo punto per essere celebrati occorre morire.

Quelle disposizioni che si continuavano a leggere non poterono che alimentare il disappunto. In altre circostanze ci sarebbero stati gli amici, i conoscenti, gli accademici, i gagliardetti, tanti preti (forse anche i seminaristi), i canonici vestiti a festa, e poi tanti, tanti amici (alcuni diventati per l’occasione) pavoneggiandosi di aver conosciuto il Maestro, di averlo frequentato, di aver letto (ma quando mai!) i suoi libri.

Questa sceneggiata, lui grande uomo di teatro, la vietò perentoriamente lasciando tutti allibiti e con un palmo di naso, per l’occasione verde e paonazzo come un peperone che si colora sotto il sole cocente.

Come raccontò Corrado Alvaro, la salma avvolta nel bianco sudario, venne posta in una bara di abete tinta da poco con una mano di terra bruna.

Fuori aspettava il carro funebre chiuso con il cocchiere in cassetta che avrebbe guidato un povero cavallo attento a non scivolare, stante il tempo inclemente che aveva finito per rendere secchi gli ultimi fiori, che aveva reso il selciato bagnato e scivoloso. Il corteo funebre sarebbe partito da via Antonio Bosio dove il Maestro era deceduto.

Uno degli elementi caratterizzanti la vita di Pirandello lo scoprire come egli per molte circostanze abbia saputo prevedere gli eventi che sarebbero accaduti e rileggendo una sua novella “Una giornata” ci si accorge come certi momenti visionari poi sono diventati realtà, seppur scaturivano dalla finzione, dall’immaginazione così fervida e vivida in questo scrittore.

“Strappato dal sonno, forse per sbaglio, e buttato fuori dal treno in una stazione di passaggio. Di notte, senza nulla con me.

Non riesco a riavermi dallo stordimento. Ma ciò che più mi impressione è che non mi trovo addosso alcun segno della violenza patita; non solo, ma anche che non ne ho neppure una immagine, neppur l’ombra confusa d’un ricordo. Mi trovo a terra, solo, ella tenebra d’una stazione deserta, e non so a chi rivolgermi per sapere che m’è accaduto, dove sono.

Ho solo intravisto un lanternino cieco, accorso per chiudere lo sportello del treno da cui sono stato espulso… 

La vita: Non so da che parte rifarmi, che via prendere, che cosa mettermi a fare.

Possibile però ch’io sia già tanto cresciuto, rimanendo sempre come un bambino e senz’aver fatto mai nulla? Avrò forse lavorato in sogno, non so come. Ma lavorato ho certo, lavorato sempre, e molto, molto. Pare che tutti lo sappiano, del resto, perché tanti si voltano a guardarmi e più d’uno anche mi saluta, senza che io lo conosca…

La morte: … vado a guardarmi a uno specchio appeso alla parete dirimpetto, e subito ho l’impressione d’annegare, atterrito, in uno smarrimento senza fine… Io, già vecchio? Così subito? E com’è possibile?

Sento picchiare all’uscio. Ho un sussulto.

M’annunziano che sono arrivati i miei figli.

I miei figli? Mi pare spaventoso che da me siano potuti nascere figli. Ma quando? Li avrò avuti jeri. Jeri ero ancora giovane. E’ giusto che ora, da vecchio, li conosca. Entrano, reggendo per mano bambini, nati da loro. Subito accorrono a sorreggermi; amorosamente mi rimproverano d’essermi levato di letto; premurosamente mi mettono a sedere, perché l’affanno cessi. Io, l’affanno?

Ma sì, loro lo sanno bene che non posso più stare in piedi e che sto molto molto male. Seduto li guardo, li ascolto; e mi sembra che mi stiano facendo in sogno uno scherzo. Già finita la mia vita? 

La sua malattia gli fa premonire il senso della morte che è dietro l’angolo. La stessa morte sembra aver perduto quel senso di ossessiva materializzazione barriera di una volta. Ormai quel muro si è disfatto e il passaggio avviene senza resistenza alcuna rimanendo coerente a quanto scrisse nel 1911 vergando quella lettera testamentaria.

Pietro Seddio

Il testamento di Luigi Pirandello

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