L’esclusa – Parte I – Capitolo 6

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VI.

            Col capo abbandonato su la spalliera dell’ampia poltrona, le belle mani diafane su i bracciuoli, in un’atonìa invincibile, Marta ora si affisava a lungo su qualche mobile della camera; e le pareva che soltanto adesso le si chiarisse, ma stranamente, il significato dei singoli oggetti, e li esaminava, ne concepiva quasi l’esistenza astraendoli dalle relazioni tra essi e lei. Poi gli occhi le si fermavano di nuovo su la madre, su Maria, su Anna Veronica, che lavoravano in silenzio davanti a lei; abbassava le pàlpebre; traeva un lungo sospiro di stanchezza.

            Così passavano lentissimamente i giorni della triste attesa.

            Finalmente una mattina, poco prima di mezzogiorno, le sopravvennero le doglie.

            Gelata, con la fronte molle di sudore, si agitava per la camera, non trovava più luogo da schermire lo spasimo; e intanto guardava con terrore la vecchia levatrice e un’altra donna assistente che preparavano il letto. Un fremito di stizza la scoteva tutta a ogni sennato, placido consiglio ch’esse le rivolgevano.

            Nella stanzetta accanto, un giovane medico, alto, pallido, biondiccio, chiamato per consiglio della levatrice molto impensierita per lo stato della partoriente, di nascosto disponeva e apparecchiava con minuziosa cura, su un tavolino, fasce, compresse, fiaschi, tubi elastici, strumenti di strana foggia. E ogni volta, posando con studiata disposizione l’oggetto preparato, pareva dicesse: «E questo è fatto!». A quando a quando tendeva l’orecchio e sorrideva tra sé per qualche lamento della partoriente.

            – Mamma, muojo! – nicchiava Marta, agitando continuamente, regolarmente la testa da un lato all’altro. – Mamma, muojo! Ah, mamma! ah, mamma!

            E stringeva forte un braccio della madre che la sorreggeva guardandola con infinita pietà tra le lagrime che le rigavano il volto, dilaniata dai gemiti sordi o acuti, dal mugolìo continuo della figlia: lì, addossate tutt’e due a un angolo della camera, come se lì soltanto ella potesse soffrir meno.

            Maria s’era ritirata con Anna Veronica in una stanza lontana, prossima a quella del padre, e Anna a bassa voce procurava di calmar l’ansia e l’impazienza di lei.

            – Quando il bambinello verrà con la sua manina a battere a quell’uscio, chiamando Nonno! nonno! con l’odore del latte nella vocina, ah, voglio vedere se non aprirà! Aprirà… E allora, figliuola mia, io non potrò più venire da voi, è vero; ma non importa! Io prego ogni sera il mio Gesù che vi faccia questa grazia.

            Improvvisamente, barcollando, urlando, con le braccia levate, furibonda dagli spasimi e dalla paura, irruppe in quella stanza Marta, discinta, scarmigliata, inseguita dalla madre e dalle donne assistenti. Maria, Anna Veronica si levarono spaventate e le corsero dietro anch’esse. Marta andò a urtare contro l’uscio del padre e, battendovi con la testa e con le mani, chiamava, supplicava:

            – Babbo! Apri, babbo! Non mi far morire così! Apri, babbo! Muojo, perdonami!

            Le donne, piangendo, gridando, cercavano di strapparla di là. Il medico la prese per le braccia.

            – Codeste sono pazzie, signora! Via, via: il babbo verrà; si lasci condurre…

            Le donne la circondarono, la tolsero quasi di peso, la trascinarono nella camera del travaglio.

            Quivi la adagiarono sfinita su i guanciali.

            Poco dopo, Maria, ch’era ritornata a origliare all’uscio del padre, entrò nella camera della sorella, con faccia stravolta, tutta tremante, a chiamare la madre; la condusse all’uscio del rinchiuso e, tendendo di nuovo l’orecchio, le disse:

            – Senti? senti? Mamma, senti?

            Veniva dalla stanza, attraverso l’uscio, un romor sordo, continuo, come un ruglio di cane aizzato.

            – Francesco! – chiamò forte la signora Ajala.

            – Babbo! – chiamò Maria, lì lì per piangere.

            Nessuna risposta. La madre afferrò con mano convulsa la gruccia dell’uscio e spinse e scosse: invano. Attese: il rantolo continuava, crescente come in un ringhio.

            – Francesco! – chiamò di nuovo.

            – Mamma! oh mamma! – fece Maria, presaga, torcendosi le mani.

            La signora Ajala diede allora una spallata all’uscio resistente; una seconda; alla terza l’uscio cedette.

            Nella camera al bujo giaceva Francesco Ajala, bocconi sul pavimento, con un braccio proteso, l’altro storto sotto il petto.

            Al grido acutissimo della madre e di Maria rispose dalla camera della partoriente come un ùlulo lungo, ferino. Accorse Anna Veronica, accorse il medico; si spalancarono le imposte; e il corpo inerte, fulminato di Francesco Ajala fu deposto con inutile cautela sul letto e messo quasi a sedere, sorretto da guanciali.

            – Non gridino, per carità, non gridino! – scongiurò il medico. – O ne perderanno due!

            – Dunque è perduto? – gridò la signora Ajala.

            Il medico fece un gesto disperato, e prima di accorrere alla camera della partoriente ordinò alla serva di recarsi per un altro medico, subito, alla prossima farmacia.

            Maria, piangendo, asciugava con un fazzoletto su la faccia congestionata del padre il sangue che gli usciva da una lieve ferita alla fronte. Ah se questo solo fosse stato il male! Pure ella metteva tutta l’attenzione, tutto il suo amore, nell’arrestare quelle poche gocce di sangue, come se da questo soltanto dipendesse la salvezza del padre. La madre pareva impazzita: voleva a ogni costo che il marito parlasse, e l’abbracciava e gli stringeva le mani diacce, già morte. Francesco Ajala, terreo in volto, continuava a rantolare sordamente, con la bocca spalancata e gli occhi chiusi.

            Accorse l’altro medico, ch’era un omacciotto calvo, bircio d’un occhio.

            – Largo! che c’è? Mi lascino vedere… Eh! – fece, con voce oppressa da intasamento nasale, percotendosi le anche. – Povero signor Francesco! Ghiaccio, ghiaccio… Qui, alla farmacia dirimpetto, carte senapate, una vescica… Chi va? chi corre? Si levino d’attorno al letto… aria! aria! Povero signor Francesco…

            Giunse attraverso gli usci chiusi, un grido prolungato, quasi di rabbia furibonda. Il medico si volse di scatto; tutti per un attimo si distrassero e attesero.

            – Povera figlia mia! – potè finalmente gemere la signora Agata, rompendo in singhiozzi.

            Allora le altre donne piansero e gridarono insieme. Il medico si guardò intorno smarrito, sbalordito, si grattò con un dito il cranio, poi sedette e si mise a far rincorrere i due pollici delle mani intrecciate sul ventre.

            Una lagrima solcò lentamente il volto del moribondo e si arrestò ai folti baffi grigi.

            Ogni rimedio fu vano.

            L’agonia durò fino a sera. Solo quel rantolo continuo, monotono, attestava un ultimo resto di vita in quel corpo gigantesco, ripiegato quasi a sedere sul letto.

            Sul tardi, la signora Agata pensò a Marta, e si recò alla camera di lei. Fu colpita, nell’aprir l’uscio, dall’odore dell’ammoniaca e dell’aceto. Il parto era dunque avvenuto?

            Marta giaceva immobile, cerea su i guanciali, e pareva esanime. La donna assistente reggeva, china su la puerpera, una compressa, e il medico, pallidissimo, sbracciato, buttava fiocchi di ovatta insanguinata in un catino per terra.

            – Di là, – diss’egli alla madre, accennando l’uscio della stanza attigua.

            La signora Agata, in silenzio, prima d’entrare nell’altra stanza come un automa, guardò la figlia.

            – Morto… – bisbigliò questa, come a se stessa, con voce vuota d’espressione, quasi non le fosse venuta da più lontano che dalle labbra.

            La levatrice mostrò di là alla madre, un mostricciattolo quasi informe, tra la bambagia, livido, odorante di musco.

            – Morto…

            Dalla via sottostante giunse il suono stridulo d’un campanello e un coro nasale, quasi infantile, di donne in frettolosa processione:

            Oggi e sempre sia lodato
Nostro Dio sagramentato…

 

            – Il Viatico! – disse la vecchia levatrice, inginocchiandosi, col morticino tra le braccia, in mezzo alla stanza.

            La signora Agata uscì in fretta, accorse alla sala d’ingresso, mentre già entrava il prete parato, con la pisside in mano, e un uomo che gli veniva dietro, con gli occhi quasi spiritati di paura, chiudeva il baldacchino. Il sagrestano con un tabernacoletto tra le braccia seguì il prete nella camera del moribondo. Le donne e i fanciulli che accompagnavano il Viatico s’inginocchiarono nella saletta, parlottando tra loro.

            Francesco Ajala non intese, non comprese nulla; ricevette soltanto l’estrema unzione e, presente ancora il prete, spirò.

            Appena giù per la strada, il suono stridulo del campanello e il rosario delle donne si confusero con le grida clamorose e gli applausi d’una folla di schiamazzatori, i quali, con una bandiera in testa, esaltavano la proclamazione di Gregorio Alvignani a deputato.

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L’esclusa – Indice

Introduzione

Parte prima
Capitolo 1Capitolo 2Capitolo 3
Capitolo 4 – Capitolo 5 – Capitolo 6
Capitolo 7 – Capitolo 8 – Capitolo 9
Capitolo 10 – Capitolo 11 – Capitolo 12
Capitolo 13 – Capitolo 14

Parte seconda
Capitolo 1 – Capitolo 2 – Capitolo 3
Capitolo 4 – Capitolo 5 – Capitolo 6
Capitolo 7 – Capitolo 8 – Capitolo 9
Capitolo 10 – Capitolo 11 – Capitolo 12
Capitolo 13 – Capitolo 14 – Capitolo 15

Elenco Romanzi in versione integrale
  • 1901 – L’esclusa

    1901 – L’esclusa

    L’esclusa è il primo romanzo di Pirandello. Segna il cambio di strada. Sino ad allora è stato un poeta faticoso, un filologo romanzo laureatosi a Bonn con una tesi sul dialetto di Girgenti, un traduttore dal tedesco, un intellettuale in cerca. Ma insomma, anche per lui, è il romanzo la …
  • 1902 – Il turno

    1902 – Il turno

    Il turno è il secondo romanzo di Pirandello, quello con cui l’autore, dopo l’exploit d’esordio con L’esclusa, cerca la necessaria conferma alla sua vena narrativa. È un romanzo anomalo, tecnicamente un romanzo breve o racconto lungo, come l’autore stesso mostrò piuttosto di considerarlo nell’edizione Treves del 1915. Acquista questo libro scontato …
  • 1904 – Il fu Mattia Pascal

    1904 – Il fu Mattia Pascal

    L’escluso. Forse suona meno bene. Ma immaginate un romanzo dal titolo così. Al maschile. E scoprirete un filo rosso, un rapporto di continuità e di derivazione dal primo e fondante romanzo di Pirandello.             L’escluso di cui si parla in questo caso è Mattia Pascal, anzi il fu. E dietro …
  • 1911 – Suo marito

    1911 – Suo marito

    Pirandello non ama i letterati, come non ama i professori. Si veda ad esempio la novella L’eresia catara, per capire il fastidio e il distacco con cui guardava alla sua esperienza di docente universitario. Pirandello nella sua polemica permanente rivendica una diversità, da isolano, che gli impedisce di sentirsi partecipe negli …
  • 1913 – I vecchi e i giovani

    1913 – I vecchi e i giovani

    Per questa sua saga, l’autore si giova della sollecitazione della memoria parentale e personale, ma ha bisogno come non mai di ricorrere alla documentazione delle fonti, che difatti qua e là riaffiorano, col loro peso. Ha bisogno anche di una tavola di personaggi che già solo per la linea dei …
  • 1915-1925 – Quaderni di Serafino Gubbio, operatore

    1915-1925 – Quaderni di Serafino Gubbio, operatore

    I Quaderni di Serafino Gubbio operatore, nella sterminata biblioteca di Pirandello, sono sempre rimasti sullo sfondo della sua fortuna, e tuttavia costituiscono un’opera di rilevante interesse storico-culturale. Acquista questo libro scontato su Amazon Approfondisci nel sito Angela Diana Di Francesca – L’ “ibrido gioco” – La violenza dell’immagine nei “Quaderni di …
  • 1926 – Uno, nessuno e centomila

    1926 – Uno, nessuno e centomila

               Uno, nessuno e centomila è l’ultimo romanzo di Pirandello. Oltre che l’ultimo, è estremo nella sua concezione e nella sua struttura, e infatti rende difficile da immaginare un ulteriore cimento su questa strada e, più in generale, mette in crisi la possibilità stessa del romanzo, …

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Shakespeare Italia

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