L’esclusa – Parte I – Capitolo 8

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VIII.

            «Mio buon Gesù, voglio riconciliarmi con Voi, confessando al Vostro ministro tutti i peccati coi quali V’ho offeso. Grande miseria è la mia, se tanto facile m’è dimenticarmi di Voi. Ingrata, non so vivere senz’offender Voi, Padre mio e mio amabile Salvatore. E ora che mi sento colpevole, mi accuso, mi pento, imploro misericordia da Voi. Piangi, mio cuore, che hai offeso Dio, il quale tanto ha sofferto pe’ tuoi peccati. Ricevete, o Signore, questa mia confessione; gradite, avvalorate con la grazia Vostra il mio atto di contrizione e il proponimento del cuor mio, che mi fa ripetere con Santa Caterina da Genova: – Amor mio, non più mondo, non più peccati; ma amore, fedeltà, obbedienza ai Tuoi santi comandamenti –. In nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Così sia.»

            Segnatasi e chiuso il libro delle preghiere, Marta rivolse uno sguardo angoscioso al confessionale, davanti al quale, dall’altra parte, stava inginocchiata una vecchia penitente venuta prima di lei. Da quest’altra parte, il legno del confessionale, tutto a forellini, levigato e giallognolo, serbava l’impronta opaca di tante fronti di peccatori. Marta lo notò con un certo ribrezzo, e si tirò ancora di più sul capo il lungo scialle nero, fin quasi a nascondersi il volto. Era pallidissima, e tremava.

            La chiesa, deserta, aveva un silenzio misterioso, assorbente, nella cruda immobile frescura insaporata d’incenso. La solenne vacuità dell’interno sacro, quasi sospeso agl’immani pilastri, alle ampie arcate, dava all’anima, in quella penombra, un senso d’oppressione. Tutta la navata di centro era occupata da due ali di seggiole impagliate, disposte in lunghe file sul pavimento polveroso, ineguale per le antiche pietre tombali, logore.

            Marta stava inginocchiata su una di queste pietre, e aspettava che quella vecchia penitente le cedesse il posto nel confessionale.

            Quanti peccati, quella vecchia! Ma suoi o della miseria? e quali mai? Il vecchio confessore li ascoltava attraverso i forellini del legno, con volto impassibile.

            Ma chinò gli occhi e, per distrarsi, cercò di decifrare l’iscrizione funeraria in parte svanita sulla pietra dalla logora effigie. Lì sotto, uno scheletro… Che importava più il nome? Ma come e quanto più raccolto, più sicuro, più protetto, nella pace solenne d’una chiesa, appariva il riposo della morte!

            Le due ali di seggiole s’allungavano fino alle colonne che reggevano sul nàrtice la cantorìa. Dietro queste colonne erano due lunghe panche, su una delle quali Marta, entrando, aveva veduto un vecchio contadino con le braccia incrociate sul petto, rapito nella preghiera, con gli occhi risecchi dagli anni, infossati. Oh quelle mani scabre, terrose, quel collo dalla floscia giogaja divisa da un solco nero, dal mento giù giù fin sotto la gola, e quelle tempie schiacciate, quella fronte increspata sotto l’ispida canizie! Di tratto in tratto il vecchietto tossiva, e quei colpi di tosse rimbombavano cupamente nel silenzio della chiesa deserta.

            Dai finestroni in alto entrava a colpire a fasci i grandi affreschi della vòlta l’ardente pallore in cui il giorno moriva tra uno sbaldore assordante di rondini.

            Marta era venuta in chiesa per consiglio di Anna Veronica. Ma cominciava già, in quella lunga attesa, ad avere di se stessa, inginocchiata lì come una mendicante, una penosissima impressione. Intendeva in Anna tutta quell’umiltà, fonte per lei di tanta serena dolcezza; Anna era veramente caduta; aveva perciò cercato e trovato nella fede un conforto, nella chiesa un rifugio. Ma lei? Aveva la coscienza sicura, lei, che non sarebbe mai venuta meno ai suoi doveri di moglie, non perché stimasse degno di tale rispetto il marito, ma perché non degno di lei stimava il tradirlo, e che mai nessuna lusinga sarebbe valsa a strapparle una anche minima concessione. La gente, ora, vedendola lì in chiesa, umile e prostrata, non avrebbe supposto ch’ella avesse accettato come giusta la punizione e che s’inginocchiasse davanti a Dio a mendicare conforto e rifugio, perché non si riconosceva più il diritto di levarsi in piedi e a fronte alta davanti agli uomini? Non per questi, è vero, non per la punizione immeritata, non per la sciagura del padre, di cui lei non voleva riconoscersi cagione, si era lasciata indurre da Anna a venire in chiesa per confessarsi; ma per sé, per aver lume e pace da Dio. Che avrebbe detto però, tra poco, a quel vecchio confessore? Di che doveva pentirsi? Che aveva fatto, qual peccato commesso da meritare tutti quei castighi, quelle pene, e l’infamia, la sciagura del padre e del figliuolo, il perpetuo lutto in casa, e forse la miseria, domani? Accusarsi? pentirsi? Se male aveva fatto, senza volerlo, per inesperienza, non lo aveva scontato a dismisura? Certo quel sacerdote le avrebbe consigliato d’accettare con amore e con rassegnazione il castigo mandato da Dio. Ma da Dio, proprio? Se Dio era giusto, se Dio vedeva nei cuori… Gli uomini, piuttosto… Strumenti di Dio? Ma ricevono da Dio forse la misura del castigo? Eccedono, o per bassezza di spirito o per aberrazione d’onestà… Accettare umilmente la condanna, senza ragionarla, e perdonare? Avrebbe potuto perdonare? No! No!

            E Marta levò il capo e guardò la chiesa, come se a un tratto vi si trovasse smarrita. Quel silenzio, quella pace solenne, l’altezza di quella vòlta, e là quel confessionale piccolo, e quella vecchia prostrata e quel confessore immobile, impassibile, tutto le si allontanò improvvisamente dallo spirito rivoltato, come un sogno vano in cui ella, nel torpore della coscienza, fosse penetrata e che ora, risentendo la cruda e dolorosa sua realtà, vedesse dileguare.

            Si alzò, ancora perplessa; sentì mancarsi le gambe, ebbe come una vertigine, si portò una mano agli occhi, e con l’altra si sorresse a una seggiola; poi attraversò quasi vacillante la chiesa. Su la panca, sotto la cantorìa, vide ancora il vecchietto, nella stessa positura, con le braccia incrociate sul petto, assorto nella preghiera, estatico.

            Fino a casa si portò nell’anima l’immagine di lui.

            Quella fede ci voleva! Ma non poteva averla lei. Lei non poteva perdonare. Dentro il cranio, il cervello le si era ormai ridotto come una spugna arida, da cui non poteva più spremere un pensiero che la confortasse, che le désse un momento di requie.

            Era fantastica, forse, questa sensazione; ma le cagionava intanto un’angoscia vera, che invano cercava sfogo nelle lagrime. Quante, Dio, quante ne aveva versate! Ora, ecco, neanche di piangere le riusciva più. Sempre quel nodo, sempre, irritante, opprimente, alla gola. Vedeva addensarsi, concretarsi intorno a lei una sorte iniqua, ch’era ombra prima, vana ombra, nebbia che con un soffio si sarebbe potuta disperdere: diventava macigno e la schiacciava, schiacciava la casa, tutto; e lei non poteva più far nulla contro di essa. Il fatto. C’era un fatto.Qualcosa ch’ella non poteva più rimuovere; enorme per tutti, per lei stessa enorme, che pur lo sentiva nella propria coscienza inconsistente, ombra, nebbia, divenuta macigno: e il padre che avrebbe potuto scrollarlo con fiero disprezzo, se n’era lasciato invece schiacciare per il primo. Era forse un’altra, lei, dopo quel fatto? Era la stessa, si sentiva la stessa; tanto che non le pareva vero, spesso, che la sciagura fosse avvenuta. Ma s’impietriva anche lei, ora, cominciava a non poter sentire più nulla: non cordoglio per la morte del padre, non pietà per la madre né per la sorella, né amicizia per Anna Veronica: nulla, nulla!

            Tornare in chiesa? E perché? Pregava, e la preghiera era solamente un vano agitarsi delle labbra; il senso delle parole le sfuggiva. Spesso, durante la messa, si sorprendeva intenta a guardare i piedi del sacerdote su la predella dell’altare, le brusche d’oro della pianeta, i merletti del messale; poi, all’elevazione, destata dal rumorìo delle seggiole smosse, dallo scampanellìo argentino, si alzava anche lei e s’inginocchiava, guardando stupita certe vicine che si davano pugni rintronanti sul petto, piangendo lagrime vere. Perché?

            Per sottrarsi al vaneggiamento in cui ogni suo pensiero, ogni sentimento naufragava, provò se le riusciva di rimettersi allo studio, o almeno a leggere. Riaprì i vecchi libri abbandonati, e n’ebbe un’indicibile tenerezza. Le memorie più dolci rivissero e quasi le palpitarono sotto gli occhi: rivide la scuola, le varie classi, le panche, la cattedra: ecco, a uno a uno, tutti i professori che si susseguivano nel giro delle lezioni, e poi il giardino della ricreazione, il chiasso, le risa, le passeggiate a braccetto per i vialetti tra le compagne più care: poi il suono della campana, e la classe di nuovo; il direttore, la direttrice… le gare… i castighi… Sul tavolino le stava aperto sotto gli occhi un libro, un trattato di geografia; sfogliò alcune pagine: sul margine di una, un segno, e queste parole scritte di sua mano:

            «Mita, domani partiremo per Pekino!». Mita Lumìa… Che abisso ora tra lei e quella compagna di collegio!

            Come mai in certe anime non sorgeva alcuna aspirazione a levarsi un po’ sopra gli altri, foss’anche in una minima cosa?

            Questo, sù per giù, Marta aveva notato in tutte le sue compagne di scuola, questo notava in sua sorella, nella buona Maria. Suo marito era poi proprio dell’armento, e lieto e pago di appartenervi. Oh se ella avesse seguitato gli studii! A quest’ora!

            Si ricordò di tutte le lodi che i professori le avevano fatto, e anche… sì, anche delle lodi che un altro le aveva fatte: l’Alvignani, per le risposte alle sue lettere. Che gli aveva risposto? Aveva discusso con lui delle condizioni della donna nella società… «Ella sa accomodare i sensi acutissimi», le aveva scritto in una delle sue lettere l’Alvignani, «i sensi acutissimi all’osservazione della realtà.» L’aveva fatta ridere tanto questa lode. E quell’accomodare i sensi! Forse era detto bene… perché, eultissimo, l’Alvignani… ma scriveva, secondo lei, troppo dipinto; mentre, quando parlava… Oh, a Roma, lei, se non l’avessero così incatenata… A Roma, moglie di Gregorio Alvignani, in altro ambiente, largo, pieno di luce intellettuale… lontano, lontano da tutto quel fango…

            Chinava il capo su i libri, animata improvvisamente dall’antico fervore, quasi per un bisogno irresistibile di rinutrire comunque un’aspirazione che pur non resisteva al minimo urto della realtà; al cigolare dell’uscio, quand’ella doveva recarsi nelle altre stanze, ove erano la madre e la sorella vestite di nero.

            Di ciò che avvenisse in famiglia, non sapeva nulla. Aveva notato soltanto che la madre e Maria la guardavano, come se volessero nasconderle qualcosa: una impressione, un sentimento. Non erano forse contente che ella se ne stésse quasi tutto il giorno appartata? La scusavano? la compativano? La madre aveva spesso gli occhi rossi di pianto; Maria s’assottigliava sempre più, spighiva, aveva preso un’aria sbalordita, una gramezza che affliggeva. Per farle piacere, le domandava:

            – Andiamo in chiesa, Maria?

            Questa domanda per la sorella significava:

            «Andiamo a pregare per il babbo?». E rispondeva sempre di sì; e andavano.

            Un pomeriggio, uscendo dalla chiesa, furono prese d’assalto da un ragazzetto quasi tutto ignudo, con la carnicina soltanto, sudicia, che gli cadeva a sbrendoli su le gambette magre, terrose; il visetto, giallo e sporco. Con una manina egli afferrò lo scialle di Marta e non volle più lasciarlo, pregando che gli facessero la carità: era figlio di un muratore caduto dalla fabbrica.

            – È vero, – confermò Maria. – Jeri, da un’impalcatura. S’è rotto un braccio e una gamba.

            – Vieni, vieni con me, povero piccino! – disse allora Marta, avviandosi.

            – No, Marta… – fece Maria, guardando pietosamente la sorella; ma subito abbassò gli occhi, come pentita, contrariata.

            – Perché? – le domandò Marta.

            – Nulla, nulla… andiamo… – rispose frettolosamente Maria.

            Giunte a casa, Marta domandò alla madre qualche soldo per quel ragazzo.

            – Oh figlia mia! Non ne abbiamo più neanche per noi…

            – Come!

            – Sì, sì… – seguitò tra le lagrime la madre. – Paolo è scomparso da due giorni; non si sa dove sia… La concerìa chiusa; vi hanno apposto i suggelli… È la nostra rovina! State qua, figliuole mie. Diglielo tu, Maria. Io debbo recarmi subito dall’avvocato.

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L’esclusa – Indice

Introduzione

Parte prima
Capitolo 1Capitolo 2Capitolo 3
Capitolo 4 – Capitolo 5 – Capitolo 6
Capitolo 7 – Capitolo 8 – Capitolo 9
Capitolo 10 – Capitolo 11 – Capitolo 12
Capitolo 13 – Capitolo 14

Parte seconda
Capitolo 1 – Capitolo 2 – Capitolo 3
Capitolo 4 – Capitolo 5 – Capitolo 6
Capitolo 7 – Capitolo 8 – Capitolo 9
Capitolo 10 – Capitolo 11 – Capitolo 12
Capitolo 13 – Capitolo 14 – Capitolo 15

Elenco Romanzi in versione integrale
  • 1901 – L’esclusa

    1901 – L’esclusa

    L’esclusa è il primo romanzo di Pirandello. Segna il cambio di strada. Sino ad allora è stato un poeta faticoso, un filologo romanzo laureatosi a Bonn con una tesi sul dialetto di Girgenti, un traduttore dal tedesco, un intellettuale in cerca. Ma insomma, anche per lui, è il romanzo la …
  • 1902 – Il turno

    1902 – Il turno

    Il turno è il secondo romanzo di Pirandello, quello con cui l’autore, dopo l’exploit d’esordio con L’esclusa, cerca la necessaria conferma alla sua vena narrativa. È un romanzo anomalo, tecnicamente un romanzo breve o racconto lungo, come l’autore stesso mostrò piuttosto di considerarlo nell’edizione Treves del 1915. Acquista questo libro scontato …
  • 1904 – Il fu Mattia Pascal

    1904 – Il fu Mattia Pascal

    L’escluso. Forse suona meno bene. Ma immaginate un romanzo dal titolo così. Al maschile. E scoprirete un filo rosso, un rapporto di continuità e di derivazione dal primo e fondante romanzo di Pirandello.             L’escluso di cui si parla in questo caso è Mattia Pascal, anzi il fu. E dietro …
  • 1911 – Suo marito

    1911 – Suo marito

    Pirandello non ama i letterati, come non ama i professori. Si veda ad esempio la novella L’eresia catara, per capire il fastidio e il distacco con cui guardava alla sua esperienza di docente universitario. Pirandello nella sua polemica permanente rivendica una diversità, da isolano, che gli impedisce di sentirsi partecipe negli …
  • 1913 – I vecchi e i giovani

    1913 – I vecchi e i giovani

    Per questa sua saga, l’autore si giova della sollecitazione della memoria parentale e personale, ma ha bisogno come non mai di ricorrere alla documentazione delle fonti, che difatti qua e là riaffiorano, col loro peso. Ha bisogno anche di una tavola di personaggi che già solo per la linea dei …
  • 1915-1925 – Quaderni di Serafino Gubbio, operatore

    1915-1925 – Quaderni di Serafino Gubbio, operatore

    I Quaderni di Serafino Gubbio operatore, nella sterminata biblioteca di Pirandello, sono sempre rimasti sullo sfondo della sua fortuna, e tuttavia costituiscono un’opera di rilevante interesse storico-culturale. Acquista questo libro scontato su Amazon Approfondisci nel sito Angela Diana Di Francesca – L’ “ibrido gioco” – La violenza dell’immagine nei “Quaderni di …
  • 1926 – Uno, nessuno e centomila

    1926 – Uno, nessuno e centomila

               Uno, nessuno e centomila è l’ultimo romanzo di Pirandello. Oltre che l’ultimo, è estremo nella sua concezione e nella sua struttura, e infatti rende difficile da immaginare un ulteriore cimento su questa strada e, più in generale, mette in crisi la possibilità stessa del romanzo, …

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