L’esclusa – Parte I – Capitolo 3

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L'esclusa - Parte I - Capitolo 3

III.

            L’ombra, poi man mano il bujo avevano invaso la stanza, ove la madre aveva accolto Marta scacciata dal marito. Nel bujo, la suppellettile di vetro su la tavola, già apparecchiata per la cena prima dell’arrivo di Marta, ritraeva dalla strada qualche filo di luce.

            La signora Agata Ajala, altissima di statura e corpulenta, ma con una dolcezza nello sguardo e nella voce che pareva volesse subito attenuare, in chi la guardava o le parlava, l’impressione sgradevole che il suo corpo doveva per forza destare; rientrando dalla saletta dove poc’anzi la avevano chiamata, intravide all’improvviso lume, nell’aprir l’uscio, le due figliuole sul canapè di fronte: Marta, con un fazzoletto sul volto abbandonata su la spalliera, e Maria che le teneva una mano, china su lei.

            – Vuol partire… – annunziò, quasi istupidita dall’inattesa sciagura.

            – Mamma, ha saputo… ha saputo, – disse allora Marta, scrollando il capo e torcendosi le mani. – Ha saputo e non vuol più tornare a casa. Non perdona, lo so. Va’ tu a trovarlo; digli che torni, mamma; io me ne vado. Lo so, non mi crede più degna di stare in casa sua. Digli che vi sono venuta… così, perché non sapevo dove andare. Me ne vado. Non sapevo dove andare.

            Due care braccia, tese in un impeto di commozione, la attirarono a sé.

            La madre disse:

            – Dove volevi andare? Dove puoi andare? Rimani, rimani qua, con Maria. Andrò a parlargli…

            Si tirò sul capo e si avvolse attorno al collo uno scialletto nero di lana, e uscì.

            La larga strada del sobborgo, molto animata durante il giorno, restava poi, la sera, silenziosa e sola come una contrada di sogno, con le alte case in fila, su le cui finestre la luna rifletteva un verde lume qua e là. Un greve, interrotto sfilar di nubi fumolente velava a quando a quando la pallida e fresca serenità lunare e gettava ombre cupe su la strada umida.

            – Oh San Francesco! – invocò la madre, alzando una mano verso la chiesa in fondo alla strada.

            Lì, a pochi passi dalla casa, su la stessa strada suburbana, sorgeva la vasta concerìa, di cui Francesco Ajala era proprietario. Appressandosi, ella scorse il marito a un balcone del primo piano; tremò al pensiero d’affrontarne l’ira e il dolore, sapendo purtroppo a quali terribili eccessi potevano trascinarlo. Era alto più di lei, e il corpo gigantesco si disegnava in ombra nel vano luminoso del balcone.

            Due erano le sciagure, non una sola. E questa del padre assai più grave di quella di Marta. Perché, a ragionare con un po’ di calma e aspettando qualche giorno, la sciagura della figlia forse si sarebbe potuta riparare. Ma col padre non si ragionava.

            La signora Ajala già da un pezzo aveva imparato a misurare ogni dispiacere, ogni dolore, non per se stesso, che le sarebbe parso poco o niente, ma in considerazione delle furie che avrebbe suscitato nel marito. Se talvolta, buon Dio, per il guasto o la rottura di qualche oggetto anche di poco valore, ma di cui difficilmente si sarebbe potuto trovare il compagno in paese, tutta la casa piombava nel lutto, nella costernazione più grave… E i vicini, gli estranei, risapendolo, ne ridevano; e avevano ragione. Per una boccettina? per un quadrettino? per un ninnolo qualunque? Ma bisognava vedere che cosa importasse per lui, per il marito, quel guasto o quella rottura. Una mancanza di riguardo, non all’oggetto che valeva poco o nulla, ma a lui, a lui che l’aveva comperato. Avaro? Nemmen per sogno! Era capace, per quel ninnolo di pochi bajocchi, di mandare in frantumi mezza casa.

            In tanti anni di matrimonio, ella era riuscita con le dolci maniere ad ammansarlo un po’ , perdonandogli anche, spesso, torti non lievi, senza mai venir meno tuttavia alla propria dignità e pur senza fargli pesare il perdono. Ma un nonnulla bastava di tanto in tanto a farlo scattare selvaggiamente. Forse, subito dopo, se ne pentiva; non voleva, però, o non sapeva confessarlo: gli sarebbe parso d’avvilirsi o di darla vinta: desiderava che gli altri lo indovinassero; ma poiché nessuno, nello sbigottimento, ardiva nemmeno di fiatare, egli si chiudeva, s’ostinava in una collera nera e muta per intere settimane. Certo, con segreto dispetto, avvertiva il troppo studio nei suoi di non far mai cosa che gli désse pretesto di lamentarsi minimamente; e sospettava che molte cose gli fossero nascoste; se qualcuna poi veramente ne scopriva anche dopo molto tempo, lasciava prorompere furibondo il dispetto accumulato, senza riflettere che ormai quelle escandescenze erano fuor di luogo, e che infine s’era fatto per non dargli dispiacere.

            Si sentiva estraneo nella sua stessa casa; gli pareva che i suoi lo tenessero per estraneo; e diffidava. Specialmente di lei, della moglie, diffidava.

            E la signora Agata, infatti, soffriva sopra tutto di questo: che nell’animo di lui fossero impressi due falsi concetti di lei: l’uno di malizia, l’altro d’ipocrisia. Tanto più ne soffriva, in quanto che lei stessa si vedeva spesso costretta a riconoscere che non senza ragione egli doveva credere così; perché davvero ella, mancando ogni intesa fra loro due, talvolta era forzata dai bisogni stessi della vita a far di nascosto qualcosa ch’egli non avrebbe certamente approvata; e poi a fingere con lui.

            Era sicura adesso la signora Agata, che il marito, nel furore, le avrebbe rinfacciato tutte quelle lievi concessioni che in tanti anni era riuscita con la dolcezza a ottenere.

            – Francesco! – chiamò con voce umile, nel silenzio della strada.

            – Chi è là? – domandò forte l’Ajala, scotendosi, curvandosi su la ringhiera del balcone. – Tu? Chi ti ha detto di venire? Vàttene! vàttene via subito! Non mi far gridare di qua!

            – Apri, te ne supplico…

            – Vàttene, t’ho detto! Non voglio veder nessuno! A casa! subito, a casa! No? Scendo, sai?

            E Francesco Ajala, diede uno scrollo poderoso alla ringhiera di ferro, e si ritrasse.

            Ella attese a capo chino, come una mendicante, appoggiata al portone, asciugandosi di tanto in tanto gli occhi con un fazzoletto che teneva in mano da quattr’ore.

            Un rumore di passi per il lungo androne interno, cupo, rintronante: lo sportello a destra del portone s’aprì, e l’Ajala, curvandosi, sporgendo il capo, afferrò per un braccio la moglie.

            – Che sei venuta a far qui? Che vuoi? Chi sei? Non conosco più nessuno io; non ho più nessuno; né famiglia né casa! Fuori tutti! Fuori! Schifo mi fate, schifo! Vàttene via! via!

            E le diede un violento spintone.

            Ella rimase, col braccio indolenzito dalla stretta, davanti al vano dello sportello; poi entrò come un’ombra, rassegnata ad aspettare ch’egli si votasse il cuore di tutta la collera, rovesciandogliela addosso; decisa anche a farsi percuotere.

            In mezzo al bujo androne, l’Ajala, con le mani intrecciate dietro la nuca, le braccia strette intorno alla testa, s’era messo a guardare la grande porta a vetri, in fondo, cieca nel blando chiaror lunare. Si voltò, sentendo nel bujo piangere la moglie; le venne incontro con le pugna serrate, ruggendo con scherno:

            – L’hai ricevuta in casa? Te la sei baciata, carezzata, lisciata, la tua bella figlia? Che vuoi ora da me? Che aspetti qua? me lo dici?

            – Vuoi partire… – singhiozzò ella, piano.

            – Subito, sì! La valigia…

            – Dove vuoi andare?

            – Debbo dirlo a te?

            – Ma anche… per sapere ciò che debbo prepararti… quanto starai fuori…

            – Quanto? – gridò lui. – E t’immagini ch’io possa ritornare? rimettere piede nella vostra casa svergognata? Via per sempre! In galera o sottoterra. Lo raggiungerò! lo raggiungerò! Oh, a costo di…

            – E ti par giusto? – arrischiò ella, desolatamente.

            – No, ma che! no! – tuonò egli con un ghigno orribile. – Giusto è che una figlia insudici il nome del padre! che si faccia scacciare come una sgualdrina dal marito, e che poi venga a insegnarne l’arte alla sorella minore! Questo è giusto, questo è giusto per te, lo so!

            – Come vuoi tu, – diss’ella. – Ma io ti domandàvo se, prima di lasciarti andare a un tale eccesso, non ti pareva che convenisse piuttosto…

            – Che cosa?

            – Vedere se fosse possibile evitare lo scandalo.

            – Lo scandalo? – gridò egli. – Ma se Rocco è venuto qua!

            – Qua?

            – A mostrarmi le lettere!

            – Ah, tu le hai vedute? – domandò ella con ansia. – L’ultima? C’è la prova che Marta…

            – È innocente, è vero? – scattò egli, afferrandola per un braccio, respingendola, andandole addosso di nuovo. – Innocente? Innocente? hai il coraggio di dire innocente davanti a me? E qua, qua, qua, rossore, qua, ne hai? rossore, qua?

            E, in così dire, si percosse più volte furiosamente le guance. Poi ripigliò:

            – Innocente… Con quelle lettere? Avresti fatto lo stesso, dunque, tu? Sta’ zitta! Non arrischiarti a scusarla!

            – Non la scuso, – gemette ella, piano, con strazio. – Ma se ho la prova, io, la prova che mia figlia non merita il castigo che le si vuole infliggere…

            – Ah, questo, – tonò cupamente l’Ajala, – questo l’ho detto anch’io a quell’imbecille…

            – Vedi? – gridò la moglie, quasi ilarata da un lampo di speranza.

            – Ma poi egli mi chiese se io, al posto suo, avrei perdonato… Ebbene, no! Perché io, – aggiunse, riafferrando per le braccia la moglie e scrollandola forte, – io non t’avrei perdonato: ti avrei uccisa!

            – Senza colpa.

            – Per quella lettera! Non ti basta?

            – Marta, sì, sarà colpevole, – si piegò allora ad ammettere la madre, – ma d’una leggerezza, non d’altro. Ma ora tu che vuoi fare? Partire, affrontare colui, tu! E non intendi che la sciagura, così… Lasciami dire, per carità! Ho fede, io, ho fede che un giorno, presto, la luce si farà…

            – Non scusare! Non scusare!

            – Non scuso Marta, no; accuso me, va bene. Me, me, perché io non dovevo lasciarlo fare questo matrimonio…

            – Accusi anche me, dunque?

            – Ma se tu stesso l’hai detto! Non te n’eri pentito? Abbiamo avuto troppa fretta di maritarla, e confessa che abbiamo scelto male! E quel che le toccò soffrire sotto la tirannia di quella strega della zia e del padre infame, prima che Rocco si risolvesse a far casa da sé? Questo non la scusa, sì, è vero, lo so; ma può rendere, mi sembra, meno severi nella pena. È pure una disgraziata… sì, una…

            Non potè seguitare. Nascose il volto nel fazzoletto scossa dai singhiozzi irrefrenabili.

            Egli, con un gomito appoggiato al muro e la fronte nella mano, scompigliava ritmicamente col piede un mucchietto di ferruche raccolte lì nell’androne, e, con le ciglia giunte, irsute, aggrondate, pareva solo intento a quell’esercizio del piede. Poi disse con voce cupa:

            – Giacché la colpa è mia e tua, questa è la nostra condanna, e dobbiamo scontarla. Bada! Rientro con te in casa; sarà, d’ora in poi, la mia e la tua prigione. Non ne uscirò che morto!

            Andò sù per chiudere il balcone rimasto aperto. La moglie attese un pezzo, nel bujo dell’androne; poi, vedendolo tardare, salì anche lei. Lo trovò con la faccia contro il muro, che piangeva, solo.

            – Francesco…

            – Via! via! via!

            La spinse avanti, di furia. Chiusa la concerìa, fecero in silenzio il breve tratto fino a casa. Davanti alla porta, ordinò alla moglie di salire avanti, aggiungendo, minaccioso:

            – Non debbo vederla!

            Poco dopo, salì anche lui e andò a chiudersi a chiave in una camera, al bujo; si buttò sul letto, vestito, con la faccia affondata nei guanciali, stringendo con una mano la testata della lettiera.

            Giacque così tutta la notte. Di tratto in tratto, balzava a sedere sul letto. Tendeva l’orecchio. Nessun rumore per casa. Pure nessuno certo dormiva.

            Quel profondo silenzio gl’irritava sordamente l’interno tumulto dell’anima violenta. Così seduto, si torturava le gambe, le braccia, con le dita artigliate, stretto alla gola da una voglia rabbiosa, impotente, di piangere, d’urlare. Poi ricadeva sul letto, riaffondava la faccia nel guanciale bagnato di lagrime.

            Come! Aveva dunque pianto?

            A poco a poco, sotto l’incubo dei pensieri che gli si presentavano sempre con la medesima forma, col medesimo giro, si stordì e rimase a lungo immobile, quasi inconsapevole, sospirando di tratto in tratto, stanco; ridestandosi talora con la coscienza ottusa e la sensazione soltanto degli occhi aridi, sbarrati nel bujo della camera.

            Poi le fessure delle imposte cominciarono a schiarirsi. Grado grado, quei fili esili d’umido albore s’accesero vieppiù nel bujo, rifulsero biondi: il sole!

            Egli dal letto, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardava le imposte. Giù per la strada cominciava il trànsito continuo dei carri, ed era come se gli passassero per la mente: li vedeva, così giacente e compreso ancora dal tepore del letto e della camera, con l’anima appena risentita. Di fuori, il giorno… il lavoro… Gli operaj, seduti l’uno accanto all’altro sul marciapiedi, aspettano che s’apra il portone della concerìa. Ecco, suona la campana, entrano, a due a due, a tre, allegri o taciturni, con un fagottino sotto il braccio. Il vecchio Scoma, ah, quegli non parla mai… sua figlia…

            – Anche mia figlia! anche mia figlia! Peggio di quella! Quella non tradì, fu tradita; e ora la miseria…

            Balzò dal letto, quasi per correre da Marta e afferrarla per i capelli, trascinarla per casa, percuoterla a sangue.

            Due picchi all’uscio, timidi.

            – Chi è? – gridò sobbalzando.

            – Io… – sospirò una voce, dietro l’uscio.

            – Via! Non voglio veder nessuno!

            – Se hai bisogno…

            – Via! via!

            E sentì i passi della moglie allontanarsi pian piano, e li seguì col pensiero nelle altre stanze. Dov’era «ella»? che faceva? poteva aver l’ardire di parlare, di guardare in faccia la madre, la sorella? e che diceva? Svergognata! svergognata!

            Il pensiero di lei, la curiosità di vederla, il bisogno quasi di sentirla piangere tutta tremante sotto gli occhi suoi, senza concederle il perdono supplicato in ginocchio, lo tennero tra le smanie tutto il giorno. Aveva lasciato la camera al bujo, ed era giunto a sentir finanche orrore delle fessure luminose delle imposte che gli ferivano gli occhi ogni qualvolta si voltava, passeggiando.

            Sul tardi, condiscese ad aprire alla figlia minore. Aprì l’uscio e si stese di nuovo sul letto.

            – Richiudi subito!

            Maria richiuse subito l’uscio e posò a tasto una tazza di brodo sul tavolino da notte.

            – Ti senti male?

            – Non mi sento nulla, – rispose con durezza.

            Maria sedette, sospirando piano, a piè del letto, col tovagliolo tra le mani.

            Egli si levò su un gomito, forzandosi a discernere la figlia nel bujo.

            Maria non era mai stata la preferita. Era cresciuta quasi all’ombra di Marta, e da se stessa pareva si fosse acconciata al compito di stare accanto alla sorella adorata per farne meglio risaltare l’ingegno, lo spirito, la bellezza. Nessuno aveva mai badato a lei, né ella se n’era mai neppure lagnata fra sé, vinta anch’essa dal fascino di Marta. Pensieri e sentimenti erano rimasti chiusi in lei, quasi non richiesti da nessuno. E né il padre né la madre pareva si fossero peranche accorti ch’ella era cresciuta, ch’era ormai donna. Non bella, né vaga; ma dagli occhi e dalla voce spirava tanta bontà e dagli atteggiamenti così timida grazia, che riusciva a tutti irresistibilmente simpatica.

            – Maria, – chiamò con voce rauca il padre, ancora nella stessa positura.

            Maria accorse al letto e si sentì all’improvviso cingere e serrare forte dal braccio di lui, si sentì sul seno la testa del padre. Così piansero entrambi, senza dir nulla, vieppiù stretti, a lungo.

            – Vàttene, vàttene… – diss’egli alla fine, angosciato. – Non voglio nulla… Voglio restar solo…

            E la figlia obbedì, tremante ancora dalla tenerezza inattesa.

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L’esclusa – Indice

Introduzione

Parte prima
Capitolo 1Capitolo 2Capitolo 3
Capitolo 4 – Capitolo 5 – Capitolo 6
Capitolo 7 – Capitolo 8 – Capitolo 9
Capitolo 10 – Capitolo 11 – Capitolo 12
Capitolo 13 – Capitolo 14

Parte seconda
Capitolo 1 – Capitolo 2 – Capitolo 3
Capitolo 4 – Capitolo 5 – Capitolo 6
Capitolo 7 – Capitolo 8 – Capitolo 9
Capitolo 10 – Capitolo 11 – Capitolo 12
Capitolo 13 – Capitolo 14 – Capitolo 15

Elenco Romanzi in versione integrale
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    1901 – L’esclusa

    L’esclusa è il primo romanzo di Pirandello. Segna il cambio di strada. Sino ad allora è stato un poeta faticoso, un filologo romanzo laureatosi a Bonn con una tesi sul dialetto di Girgenti, un traduttore dal tedesco, un intellettuale in cerca. Ma insomma, anche per lui, è il romanzo la …
  • 1902 – Il turno

    1902 – Il turno

    Il turno è il secondo romanzo di Pirandello, quello con cui l’autore, dopo l’exploit d’esordio con L’esclusa, cerca la necessaria conferma alla sua vena narrativa. È un romanzo anomalo, tecnicamente un romanzo breve o racconto lungo, come l’autore stesso mostrò piuttosto di considerarlo nell’edizione Treves del 1915. Acquista questo libro scontato …
  • 1904 – Il fu Mattia Pascal

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    L’escluso. Forse suona meno bene. Ma immaginate un romanzo dal titolo così. Al maschile. E scoprirete un filo rosso, un rapporto di continuità e di derivazione dal primo e fondante romanzo di Pirandello.             L’escluso di cui si parla in questo caso è Mattia Pascal, anzi il fu. E dietro …
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    Pirandello non ama i letterati, come non ama i professori. Si veda ad esempio la novella L’eresia catara, per capire il fastidio e il distacco con cui guardava alla sua esperienza di docente universitario. Pirandello nella sua polemica permanente rivendica una diversità, da isolano, che gli impedisce di sentirsi partecipe negli …
  • 1913 – I vecchi e i giovani

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    Per questa sua saga, l’autore si giova della sollecitazione della memoria parentale e personale, ma ha bisogno come non mai di ricorrere alla documentazione delle fonti, che difatti qua e là riaffiorano, col loro peso. Ha bisogno anche di una tavola di personaggi che già solo per la linea dei …
  • 1915-1925 – Quaderni di Serafino Gubbio, operatore

    1915-1925 – Quaderni di Serafino Gubbio, operatore

    I Quaderni di Serafino Gubbio operatore, nella sterminata biblioteca di Pirandello, sono sempre rimasti sullo sfondo della sua fortuna, e tuttavia costituiscono un’opera di rilevante interesse storico-culturale. Acquista questo libro scontato su Amazon Approfondisci nel sito Angela Diana Di Francesca – L’ “ibrido gioco” – La violenza dell’immagine nei “Quaderni di …
  • 1926 – Uno, nessuno e centomila

    1926 – Uno, nessuno e centomila

               Uno, nessuno e centomila è l’ultimo romanzo di Pirandello. Oltre che l’ultimo, è estremo nella sua concezione e nella sua struttura, e infatti rende difficile da immaginare un ulteriore cimento su questa strada e, più in generale, mette in crisi la possibilità stessa del romanzo, …

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