Pirandello: una nuova concezione della crisi di identità

Di Biagio Lauritano

Per gentile concessione dell’Autore.

Ma chi è l'autore che ha saputo armonizzare l’infinita gamma delle sensazioni evitando che i personaggi delle proprie opere, seppur scissi, perdessero la loro originalità? Quell'autore è senza ombra di dubbio Pirandello.

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Pirandello: una nuova concezione della crisi di identità
René Magritte, La riproduzione vietata, 1937.

La dimensione del decadentismo implica la fine dell’uomo inscritto in un contesto sociale ben definito e l’approdo a una dimensione sensitiva e irrazionale con conseguente perdita di rapporto con la realtà ovvero con crisi di identità. La concezione positivista della realtà ovvero degli effetti delle azioni dell’uomo sulla realtà cede il passo ad una concezione metafisica della stessa in cui il nesso io-realtà viene spezzato in modo da affermare la perfetta ambivalenza dei due termini che appaiono per lo più estranei nella neonata società di massa. Viene meno quindi il determinismo che, per esempio nelle opere di Verga, dava luogo alla sequenze narrative-descrittive, riflesso della concezione della società dell’autore che si manifestava attraverso la figura del narratore esterno e nascosto. In tal senso l’opera letteraria coincideva con la società ovvero finiva per riflettere la forma mentis dell’autore che, in tal senso e a modo suo, forse potremmo dire a un livello introspettivo appena percepibile, riproponeva la lezione del poeta-vate.

È il caso per esempio dell’autobiografico giovane ‘Ntoni dei Malavoglia di Verga. Questo rifletteva la lettura delle opere letterarie in funzione dell’estetica della ricezione di Iser: il lettore veniva quindi “illuminato” dalla capacità dell’autore di dare spazio ai personaggi delle proprie opere, il che si saldava sia con la concezione della società che aveva l’autore sia con i propositi più intimi di questi affinché operasse un cambiamento nella stessa. Anche se per la verità detti cambiamenti erano “cronache di morte annunciata” cioè destinati al fallimento.

Infatti la presa di possesso della realtà da parte dell’autore non avrebbe mai potuto essere più significativa e vuota allo stesso tempo; anche nei romanzi francesi in cui in cui si celebrava l’ascesa della borghesia questo risultava evidente come dimostra, per esempio, Madame Bovary di Gustave Flaubert. La sconfitta vissuta in termini di rapporto con la realtà cedeva il passo alla dimensione delle sensazioni che, fugaci e ingannevoli, finivano col sancire la rottura del rapporto io-realtà preannunciando la scissione dell’io come dimostrano I Fiori del male di Baudelaire.

Nella società della belle époque anticonformismo e incapacità di comunicazione con la realtà sussistevano ancora a livello storico: i due termini erano le due facce della stessa medaglia ovvero l’alienazione. A mano a mano che la società della belle époque entrava in crisi l’alienazione acquisiva sempre più i caratteri del simbolismo eliminando da sé il dato storico oggettivo e lasciando spazio alle istanze nascoste dell’io. Questa metamorfosi mascherata dell’io sussisteva ad un livello ancora cosciente con la poetica del fanciullino di Pascoli il quale, di fronte ai mali della società, tentava di recuperare il nido degli affetti domestici; sussisteva, allo stesso modo, con D’Annunzio che tentava di andare oltre se stesso facendo coincidere la propria vita con un’opera d’arte, vivendo cioè dell’effimero e dell’illusorio (il che avrebbe sancito la sconfitta dell’esteta, nauseato dall’insensatezza del “dominio delle sensazioni”, come nel caso di Andrea Sperelli de Il Piacere).

Con Svevo la metamorfosi mascherata dell’io subisce una svolta in direzione del non atteso, dell’inconscio; in tal caso è nullo il nesso io-realtà nel senso che tutto ciò che l’inetto di Svevo manifesta è autoinganno, falso bisogno che alimenta il cerchio solipsistico dell’io. In altre parole nei romanzi di Svevo più si tenta di conoscere la realtà, più si incappa nella scissione dell’io che non si riconosce più e per questo l’inetto può solo mandare messaggi subliminali come per esempio nell’ultimo capitolo, Psicanalisi, della Coscienza di Zeno.

Ma chi è l’autore che ha saputo armonizzare l’infinita gamma delle sensazioni evitando che i personaggi delle proprie opere, seppur scissi, perdessero la loro originalità? Quell’autore è senza ombra di dubbio Pirandello. Egli, pur affermando che la vita è un magma incandescente ovvero che la ragione non può nulla contro le pulsioni istintive dell’io, a mio parere non si è fermato come Svevo ad analizzare dette pulsioni in chiave psicoanalitica. Quindi Pirandello ha sempre evitato di etichettare le pulsioni istintive in nome di una volontà determinista che con Svevo ha rivelato tutta la sua inefficacia sancendo così la sconfitta dell’inetto ogni qualvolta questi tentava di ricomporre l’unità del proprio io attraverso l’adeguamento alla società dell’alienazione la quale puntualmente interveniva smentendo detto personaggio.

A mio avviso Pirandello ha valorizzato il concetto di scelta tra la forma e la vita e, in tal senso, ha fatto un passo avanti rispetto agli autori che lo hanno preceduto: o il soggetto rinuncia al proprio io in nome della società alienante oppure vive le proprie innumerevoli sensazioni, sempre diverse tra loro, in nome dell’umorismo. Infatti è l’umorismo la chiave di volta per poter vivere evitando che ogni giorno sia per noi l’ultimo. Se un primo tentativo in tal senso ci è dato dal Il fu Mattia Pascal che alla fine si lascia vivere perdendo cioè la propria battaglia, Vitangelo Moscarda  di Uno, nessuno e centomila riesce a moltiplicare all’infinito la propria mortale angoscia in modo da sminuirne progressivamente l’intensità per recuperare quotidianamente la propria identità scissa ovvero la propria vita.

Biagio Lauritano
Ricevuto via mail il 4 maggio 2022

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