Pirandello sul lago: storia di uno scrittore e dei suoi amori comaschi

Di Mario Taccone. 

La fuga a Como resta un piccolo giallo della biografia pirandelliana. Nei registri delle scuole comasche non c’è traccia del suo nome. E lo stesso scrittore, negli anni seguenti, in più occasioni negherà l’accaduto. Probabile, dicono in molti, che lo scrittore abbia romanzato una vacanza trascorsa sul lago nel 1889, quando, poco prima della sua partenza per l’università, sperava di rimettersi da una grave crisi di endocardite.

da Il Gulliver

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pirandello sul lago
Como, Villa Imbonati. Immagine dal Web.

Un proverbio siciliano recita: «Cu nesci, arrinesci». «Chi esce, riesce». La cultura siciliana è profondamente segnata dall’istinto all’evasione come condizione necessaria all’affermazione di sé. L’isola – categoria mentale prima ancora che geografica – sta stretta. E il continente si profila laggiù, poco oltre il mare, come aspirazione a spezzare le catene di un ambiente asfittico e provinciale.

Questo dovette provare un giovane Luigi Pirandello, quando dalla sua piccola Girgenti sta per ripartire Giuseppe Butti, un «lombardo di Como», amico e socio del padre Stefano che «aveva di molto esaltate le bellezze dell’Italia settentrionale e del lago di Como». Lo raggiunge trafilato a Palermo, pronto a salpare con lui, assicurando un permesso paterno che non ha. Solo a Genova confessa l’inganno, e telegrafa a casa. Si aspetta che lo vengano a prendere per le orecchie. Ma la risposta lo spiazza. Scrive: «Chi può ridire la mia contentezza quando, con la risposta, mio padre mi mandò anche il suo consenso perché continuassi il corso ginnasiale in Como? Quivi stabilitomi, frequentai dipoi regolarmente anche la terza ginnasiale».

La fuga a Como resta un piccolo giallo della biografia pirandelliana. Nei registri delle scuole comasche non c’è traccia del suo nome. E lo stesso scrittore, negli anni seguenti, in più occasioni negherà l’accaduto. Probabile, dicono in molti, che lo scrittore abbia romanzato una vacanza trascorsa sul lago nel 1889, quando, poco prima della sua partenza per l’università, sperava di rimettersi da una grave crisi di endocardite. Era ospite della prestigiosa Villa Imbonati, sulle colline di Cavallasca, proprietà (guarda caso) di quello stesso Butti della storiella. Ma una cosa è sicura: Como gli rimase nel cuore. Nei versi di Convegno, un accorato amarcord «per le città, nostre o d’oltralpe, / ov’ho fatto alcuno tempo dimora», si citano soltanto tre luoghi. Bonn, la città tedesca dove frequenta l’università. Roma, dove si stabilirà in età adulta. E, appunto, Como, i cui tratti si confondono con quelli di una donna dai capelli scuri, una misteriosa «bruna di Como», che il poeta anziano sa essere ormai maestra di vizi «e di sè locandiera». Ma si sa, il ricordo e la poesia sanno riscattare le delusioni della realtà, e ripetere all’infinito quanto si è perduto per sempre. Un innamorato che «si ferma, or ecco, a sera, in una via di Como, e guarda in su» e la sua amata che «ogni sera davvero ancor s’affaccia alla finestra, e d’amor gli parla ed è sincera».

Non poteva sapere, Pirandello, che ancora a Como, molti anni più tardi, lo avrebbe atteso un altro cocente smacco. Quando nel 1925 sbarca al Politeama con il suo Sei personaggi in cerca d’autore il successo è clamoroso. Molto era dovuto all’abilità di ottimi attori, come Lamberto Picasso e Gino Cervi. Ma soprattutto al fascino fresco e seducente di Marta Abba, la star indiscussa, tutta mossette graziose e sorrisi smaglianti. Bella, giovane e ambiziosa. Pirandello se ne innamora perdutamente. Stretto tra l’età che avanza e un matrimonio fallito (da tempo la moglie è rinchiusa in un manicomio) idolatra Marta, travolto da una tarda ma torrida passione erotica. Passione che scoppia proprio in riva al lago, in una lussuosa suite dell’Hotel Plinius, l’attuale Palace. Poteva essere l’idillio del tramonto. Si trasformò in una «atroce notte», segnata dal rifiuto e dall’impossibilità.

L’amaro dell’amore, dunque. Ma anche il dolce abbandono del ricordo, distribuito in molte opere in sprazzi nitidi e luminosi. Nelle Elegie renane la parentesi comasca si trasfigura nell’ultimo addio alla patria, prima di avviarsi al soggiorno tedesco:

Oh rosea in faccia ai primi, aerei gioghi de l’Alpi,
villa degl’Imbonati, nido di verde pace!

Ivi con lo sbaldore d’innumeri uccelli,
tra ‘l folto de’ campi tuoi, col bacio fulgido del tuo sole,

ebbi da Te (non mai, siccome in quell’ora, diletta)
l’addio materno: l’ultimo, Italia, tuo.

La poesia Ritorno presenta il movimento inverso, il rientro a casa: appena passato il confine a Chiasso, ecco Como, che col suo passato federiciano – rievocato da una guida letta da una «frau Germania» seduta di fronte a lui sul treno – si profila come perfetta testa di ponte tra le due realtà della sua esperienza. La trama della commedia Come prima, meglio di prima si dipana in una «villa vicino al lago di Como». E anche nelle novelle (vedi Il corvo di Mìzzaro) trova spazio la città e la sua topografia. Insomma, non un pretestuoso insieme di aneddoti e citazioni. Ma la storia di una vita e di un’arte eccezionali, che come spesso accade sanno fondersi – fin a quasi confondersi – con la storia dei luoghi dove sono state consumate.

Mario Taccone
17 marzo 2016

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