Elegie Renane – 1895

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Elegie Renane - 1895

Elegie Renane – 1895.

AL POETA
EDUARDO GIACOMO BONER
CON FRATERNO AFFETTO DEDICO

ROMA, MDCCCXCV

I

Da lungi ancor la florida alba suprema de’ freschi
colli lombardi in vetta ridemi, Italia, in core.

Àlacri i miei pensieri, com’api ritornano a sciame
a Te che il fiore delle contrade sei.

Or di leggiadro riso che un’eco di gioje ridesti,
or di mestizia il volto diafano atteggiate,

chiuse in un sogno vago, già fuor della vita e pur vive,
per le tue terre, Italia, erran le mie memorie.

Oh rosea in faccia ai primi, aerei gioghi de l’Alpi,
villa degl’Imbonati, nido di verde pace!

Ivi con lo sbaldore d’innumeri uccelli,
tra ‘l folto de’ campi tuoi, col bacio fulgido del tuo sole,

ebbi da Te (non mai, siccome in quell’ora, diletta)
l’addio materno: l’ultimo, Italia, tuo.

Qual vision di sogno che il roseo mattino diradi,
strani qui innanti a me sorgon gli aspetti nuovi;

né mesta voce o lieta da un luogo a me noto si leva,
tranne la tua che vaghe mormora istorie, o Reno.

Guardo le fosche rocce da cupi castelli abitate,
e le rovine aperte sparse fin qui di Roma,

i piani, i colli intorno di ricca vendemmia felici,
onde in bei nappi splende l’oro favoleggiato.

Curva su te la bianca antica Gensonia si mira
nel lustreggiante specchio dell’acque, al sole.

Ode Coblenza e assiste ridendo dai ponti a’ perenni
tuoi fervidi colloqui con la Mosella amante.

Tra gli umili villaggi, tra l’isole brevi fiorenti
sotto l’opaca e lunga ombra de’ cedui boschi

ai cittadini indugi romor di Colonia, e i composti
ponti di barche e i tetti di lavagna saluti…

Quali da queste rive, eroico fiume, a cercarmi
verran lontano, quali memorie un giorno?

******

II

Valicaron baldi, cantando con orrida voce
d’Ermanrico, il sir fiero che a cento anni s’uccise,

in ispida furia, su un’onda d’enormi destrieri,
gli avi ferrati vostri le fosche Alpi indifese?

E segno tu arduo, malfermo d’impero, vedesti
sperse tra quel nuovo turbine umano, o Reno,

l’aquile piegar prima, e i fieri accorrenti all’acquisto
facil d’Italia? Livio da secoli taceva;

scorrea l’Oronte molle sul letto del Tebro, e attendea
quella che tutti vinse a perdere se stessa.

Antiche storie! Or bella è questa giustizia del tempo,
ond’io da Roma vengo, libera e nostra, a voi.

Non piú dinnanzi all’ara di Marte, su sedia curule,
fiso nel dio l’antico genio di Roma siede.

E voi scendete a lei l’olivo recando e l’alloro,
questo alla gloria antica, quello a la viva e nuova.

******

III

Forse, ben che non mai d’un limpido sole i tepori,
né i gridi reca di fuggevol rondine

la stagion nuova, è in voi, o povere case, la pace?
povere, oscure case di solitari borghi,

tra le nebbie sedenti su un’arida spalla di monte,
è in voi la pace, eterno dell’anime sospiro?

******

IV

Pende dall’alto tetto, commessa a tre fili di rame,
una gran lampa in forma d’enorme teschio verde.

Johanna, la fanciulla, ne ha quasi paura, le notti;
Martha, la madre, ha caro l’ereditato arnese.

Quando abbracciate entrambe mi vengono innanzi ridendo
una del teschio il riso, l’altra per gli occhi amore;

par quasi il tronco quella d’un’arida quercia scolpito,
un esil ramo questa d’edera flessuosa.

Qui, nella casa antica, cui cinge l’inverno, da questo
desolato silenzio rinascerà l’amore?

Fate, gravi memorie de’ miei morti amori, che un nuovo
pallido fior non nasca tra queste nebbie. Fate

che in questa casa il pianto non semini io dopo. Tiranno
di tutti i sogni miei non sarà mai l’amore.

******

V

Senza gloria di raggi, pe ‘l limpido atre il sole,
disco rovente, già sui colli nivei cala.

Affliggonsi le nevi per l’ampia chiostra diffuse
ora d’un’ombra tremula, violacea.

Razzan da lungi i vetri dell’ultime case, com’occhi
torvi di bragia, contro la veniente sera.

Io seguo sul terso, sfuggevole piano di ghiaccio
la fuga degli accolti pattinatori in festa.

Passanmi innanti lievi com’ombre che il sogno rimeni;
pajon da lungi rondini in tripudio.

Volan le coppie amanti, le braccìa dinnanzi intrecciate,
e l’aere di risi brevi e di trilli freme.

Taglia la fredda brezza sui labbri il respiro e gli accenti,
ruba le promesse facili a gli amor nuovi.

Oh, ne l’ebbrezza pura del volo, con subiti giri,
tessuti su la neve, semplici idillî! Oh, vago,

ingenuo amor volante con palpito spesso dell’ali
su la squallida neve, contro il morente sole!

******

VI

Levasi da un ospizio il rombo d’un organo, e un coro
d’orfani ciechi il nuovo giorno benedicenti;

passa un rozzon normanno pe ‘l triste viale, e il ferrato
carro sui grigi, fradici sassi stride;

galleggian ne le zane dei cavi riasciacqui le foglie
ultime della siepe su la verd’acqua morta.

Solo di centenarie querci gli scheletri immani,
squallida Aurora, guardano il lume tuo;

ma taciturne e gravi, ché san come nunzia tu sia
d’un sol che muto certo sarà nel giorno.

******

VII

Sale dal gonfio Reno la nebbia nell’umida notte,
qual di fantasme stuolo cercanti cieche il vuoto.

Le lunghe vie deserte, urgendosi a onde, pervade;
al tedio, quindi, pigra cedendo, posa.

Del sonno increscioso, che immobile al suolo la stende,
ora le buje case tacite in fila opprime,

fiochi veglianti fanali, i bigi alberi nudi,
cui par che un chiuso spasimo nuovo torca.

Ahi, come a una vita già spenta superstite voce,
nunzia del tempo ignara, lugubre l’ora scocca.

In fuga la luna tra l’onde dell’aer sconvolte
la morta terra, quasi sgomenta, spia.

A lei, dall’ombra grave, le cuspidi snelle in desio
tendono come braccia le solitarie chiese.

Vano desio! Perenne la nebbia, perenne qui regna.
Pena lunga, sperare; meglio acchetarsi a lei,

a lei l’anima aprire, distender la grigia sua notte
sui vani affetti, e il sonno ch’ella dorme, dormire.

******

VIII

Batte e agevole goccia sui vetri dei fiochi fanali
l’assidua pioggia lungo l’argine solo.

Rari, la nebbia, a tratti, i lumi di Buel nel vento
vincono, come lame guizzano, dispaiono.

Tenebra è tutto, e angoscia. E il fiume imperversa. All’esterne
ire del tempo esulta l’anima combattuta.

Piú della nebbia orrende m’ingombrano il petto le cure,
folle assai piú del vento m’agita un van desio.

M’avvolgan le nebbie, m’avvolgan le nordiche brume,
m’investa la sonora ala dei negri venti!

Odo in essi il lamento de’ miei sconfinati desiri
nella notte perduti, nel gran vuoto gementi;

il disperato grido de’ miei vani amori, se stessi
rimpiangenti e la terra, per la tenebra ciechi.

******

IX

Ilare a un soffio trema la cerula fiamma, cingendo
d’un amor che dà morte il paziente tizzo.

Piacemi le notti d’inverno, dinnanzi al camino,
tacito spiar questi fervidi amor d’un’ora.

Spesso però Johanna sorprendemi intento, su gli occhi
lieve la man mi posa, bisbigliando: «Chi sono?»

Indietro allora il capo reclino su ‘l vergine seno
e, all’incendivo tocco: «Fiamma, sei tu!» – rispondo.

******

X

A voi, cui sempre il sole dell’essere nati consola,
mute saran pur sempre le fantasie del foco;

muta la calda voce che presso al camino or m’invita
del cigolante ciocco, nella rigida sera.

Che se tremenda scosse la furia d’un turbin fugace
i tetti vostri e i vetri, grandine saettando;

tosto tornò ‘l sereno, rifulsero in cielo le stelle,
risonaron di vita le cittadine vie,

e la placida Luna, spiando pe’ madidi vetri,
mite baciò dei bimbi lo sbigottito volto.

Sui bigi tetti assidua qui scende la squallida neve,
né quest’aer gravato, lieto è del sole mai.

Dentro però la fiamma con suo tremulo cenno
intorno a se raguna gl’intimi a conversare.

Spuma in lucenti tazze la cesia bionda, e la mesta
canzon del basso Reno sopra vi batte l’ala.

Grave all’accolta un vecchio con rauca voce la saga
narra d’Enrico quarto, tragico imperatore;

narra d’Orlando, come di Francia il fedel paladino
d’Ildegonda, la bella, s’innamorasse al Reno.

A lui dall’arsa gola del nero camino risponde
lunga la pena ignota del tenebroso vento.

E voi crocchiate a tratti, cedevoli ciocchi, bruciando,
povere rotte membra d’alberi un di fiorenti.

Bene ancor chiama il fiume, con murmure lieve fluendo,
amori agli arbor’ nuovi lungo le meste rive.

Scese su voi la scure, voi tolse la mano dell’uomo
alla verde, sognante letizia vegetale.

Erano dolci a voi con l’acque del Reno i colloquî,
mentre sorgea la Luna candida a vigilare?

dolci il tripudio, il canto, gli amor degli uccelli tra il verde?
era a voi caro il mobile, tremulo specchio d’acque?

Muojan la vostra morte le tristi memorie e le liete,
ardano i verdi sogni memori della vita!

Son voci, affetti sono, son vive memorie spiccianti,
ultimo sforzo contro la conculcante fiamma,

queste scintille vostre e i crepiti brevi, gementi? –
Ahi, sempre d’ogni vita cenere fredda avanza.

******

XI

È vero: dell’alto divin Campidoglio alle terga
giace di Roma antica il frantumato cuore,

e la Via Sacra, esausta vena, Io corre,
cercando i trionfali archi tra le ruine.

È vero, e la nativa grossezza teutonica vostra,
qui nella magra arguzia d’assottigliarsi ha modo:

quella che Roma fu (la finsero diva e, sedendo,
spoglie premea co ’l piè di vinte nazioni),

senza neppur le strane leggende dei tempi piú buj,
ond’ebbe informe maschera di grandezza,

sorge or ben altra, sopra le antiche rovine pensosa,
e c’è rimasto il papa, e il re ci venne poi.

E noi le vespe siamo, Efraimo Lessing, uscenti
superbe dalla grassa putredine di Roma.

Sí, ma tra voi, ma qui, ma dovunque io mi volga,
sento che tutto ancora pieno di Roma è il mondo.

******

XII

Guarda: da l’argenteo candor delle nevi diffuse,
sotto la volta mesta dell’albeggiante cielo,

gli alberi nudi e i templi, le tacite case,
incalvati le cime, levansi al freddo lume.

Grava su l’egre cose quest’aer che mai non s’aggiorna,
come l’oppressione d’un doloroso fato.

Vasto silenzio accoglie la neve che tremula reca
seco il mistero de’ nubilosi spazî:

solo una notte in braccio l’inverno la terra ha tenuto,
l’ha vecchia in breve l’amor suo fosco resa.

Ma come un’italica aurora tu rosea ti levi
dall’amorose lotte con voluttà perdute.

Gli occhi a un mio bacio chiudi con atto di mite colomba
allor che sotto un raggio tepido si compone.

E qui, tra queste brume, ti senti nel cor germogliare
la primavera bella d’un’esistenza nuova.

******

XIII

Crucciosa oggi, tra un torbido incendio del cielo,
la terra volse l’aride spalle al sole.

Precipita orrenda or la notte, e la volta del cielo
irta di torve nubi seco trascina. O amore,

lontana è la casa, lontano il fiume. Rimani
qui, questa notte. Vedi come lampeggia? Or tuona.

Qui sul mio sen la faccia nascondi, le candide mani
premi agli orecchi. Intendi? Meco rimani, amore.

Pensa, tra i lampi e sotto il rombo tremendo de’ tuoni,
sotto la pioggia, e in faccia l’ispido vento, soli

in mezzo alla campagna deserta, pria giungere al fiume,
poscia in battello, in preda all’acque irate, pensa!

Qui la tepida stanza sicura. T’aspetta la madre?
Non può voler la madre che la figliuola sua

s’esponga a cosi fiera tempesta. La tepida stanza
t’accoglierà felice. Sola ti lascio, solo

andrò per la fosca campagna; dei lampi, de’ tuoni
io non temo; indi il fiume torbido sul battello

passerò; questa notte avrà di te nuove tua madre.
Hai paura? non vuoi? Rimango teco, amore?

******

XIV

Penso: vivrà, vivranno costei ch’ora accanto mi viene,
questa riva, quel bosco, uomini e cose, quanto

vedomi intorno e sento, ancora vivranno, quand’io
lungi da qui sarò, dove il destin mi chiami.

Volgomi a guardar l’orma del passo di lei su la neve;
altri passi tra poco cancelleran quest’orma.

Non dalla memoria però si tosto potranno
cancellarla altri affetti, altre vicende mai.

Pur con la man vietando la riva contraria al guardo,
amo veder nel fiume il mio lontano mare,

penso a la lontana mia casa, e sospiro il momento
del ritorno, in cui pure abbandonare questo

cuore dovrò che m’ama, che tacito seguemi e forse
all’abbandono pensa prossimo anch’ esso, e dentro

piange, quas’io su questo sentiero coperto di neve,
qui sola, al tonfo cupo dell’acque, mentre

rapida vien la sera, lasciarmela indietro dovessi
e proseguir perduto lungo l’ignota riva.

******

XV

Aprite i labbri a un riso che schiuda dell’anima al sole
la via, fanciulle: amore ritorna e primavera.

Coi sogni foschi a torme la nebbia ch’eterna credei,
ecco, le rive amene lascia del Reno, o belle.

Aura serena i fiori dal gelido sonno richiama,
rompe dal gonfio suolo gemmea la vita e odora.

Tale da l’aspra notte di turgida èra febbrile
ruppe fremente un maggio d’anime nuove al sole.

Voi di Soavia verde, voi ben lo sapeste, o contrade,
e tu lieta, ospitale Turingia, nei conviti.

Udite, o belle; forse quest’aura gentile che i volti
viene a sfiorarvi, udite, mormora versi ancora:

se di Gualtiero udite la balda canzone ella rechi
o di Conrado il canto d’amore e d’avventura.

******

XVI

Sale, e pe’ chiusi vetri la gelida Luna a spiare
nella mia buja, squallida stanza viene.

Cerca il profondo letto, ma il pallido volto non trova
della bionda giacente, che trovar pria soleva.

Io la guardo dall’ombra salire, salir lentamente,
e un senso di paura l’anima freddo fascia.

Fremon l’acque del fiume continuo sotto il suo bacio;
oltre il fievole murmure altro romor non s’ode.

Bonn am Rhein, 1889-90

In memoria degli anni trascorsi in Germania, nelle contrade del Reno, mando ora a stampa, per me e per gli amici, queste Elegie. Delle quali alcune apparvero già su riviste letterarie della penisola, come la Vita Nuova di Firenze e la Cronaca d’Arte di Milano; le altre, quantunque impallidite un po’ agli occhi miei nell’oblio, in cui pur troppo è condannata a perir presentemente la produzione di quanti come me non sanno crescer baracche alla odierna fiera letteraria, appajono adesso per la prima volta. (Questa nota è in fondo all’edizione del 1895, ndr.)


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