L’esclusa – Parte I – Capitolo 12

L’esclusa Parte I Capitolo 12
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XII.

1901 - L'esclusa            L’invidia da un canto, dall’altro gl’intrighi spezzati, le aspirazioni deluse trassero agevolmente dalla calunnia una scusa alla loro sconfitta.

            Era chiaro!

            Marta Ajala avrebbe occupato il posto di maestra supplente nelle prime classi preparatorie del Collegio, solo perché «protetta» del deputato Alvignani.

            E vi fu, nei primi giorni, una processione di padri di famiglia al Collegio: volevano parlare col Direttore. Ah, era uno scandalo! Le loro ragazze si sarebbero rifiutate d’andare a scuola. E nessun padre, in coscienza, avrebbe saputo costringerle. Bisognava trovare, a ogni costo e subito, un rimedio.

            Il vecchio Direttore rimandava i padri di famiglia all’Ispettore scolastico, dopo aver difeso la futura supplente con la prova degli ottimi esami. Se qualche altra avesse fatto meglio, sarebbe stata presa a supplire in quella classe aggiunta. Nessuna ingiustizia, nessuna particolarità…

            – Ma sì!

            Il cavalier Claudio Torchiara, ispettore scolastico, era del paese e amico intimo di Gregorio Alvignani. A lui i reclami si ritorcevano sotto altra forma e sotto altro aspetto. Voleva l’Alvignani rendersi impopolare con quella protezione scandalosa?

            E invano il Torchiara s’affannava a protestare che l’Alvignani non c’entrava né punto né poco, che quella della maestra Ajala non era nomina governativa. Eh via, adesso! Che sostenesse ciò il Direttore del Collegio, transeat!, ma lui, il Torchiara, ch’era del paese; eh via! Bisognava aver perduto la memoria degli scandali più recenti…

            Era venuta dunque così, dall’aria, quella nomina dell’Ajala? E, in coscienza, se il Torchiara avesse avuto una figliuola, sarebbe stato contento di mandarla a scuola da una donna che aveva fatto parlare così male di sé? Che fior di maestra per le ragazze!

            Se a Marta, ogni dì più oppressa dalla crescente miseria, mentre furtivamente, non compresa dai suoi, chiusa nella sua cameretta, si preparava a quegli esami, si fosse per un momentino affacciato il pensiero che avrebbe incontrato, sott’altro aspetto, quasi la stessa vigliacca e oltraggiosa rivolta popolare; forse le sarebbe a un tratto caduto l’animo. Ma spronavano allora la sua baldanza giovanile da un canto troppa ansia di risorgere, dall’altro la miseria in cui senza riparo ella e la sua famiglia precipitavano e la coscienza del proprio valore e la santità del suo sacrifizio per la madre e la sorella. Pensava allora soltanto a vincere la prova; sarebbe poi riuscita nel suo intento, avvalendosi della prova superata.

            Ora, ora intendeva lo stupore doloroso della madre e della sorella all’annunzio della sua animosa determinazione. E ancora non le era arrivata agli orecchi la calunnia di cui la gente onesta si armava per osteggiarla, per ricacciarla bene addentro nel fango da cui smaniava d’uscire!

            La vecchia Sabetti era intanto venuta ad annunziarle, addolorata, che al posto già promesso a lei avrebbe insegnato la Breganze, nipote d’un consigliere comunale.

            Nel frattempo, alla notizia inattesa che Marta intendeva darsi all’insegnamento, la pietà di Rocco Pentàgora, prossima a cangiarsi in rimorso, improvvisamente aombrata, s’era cangiata, invece, in dispetto.

            Egli non vide in quella determinazione di Marta le strette della necessità, l’urgenza di provvedere ai bisogni primi della famiglia, ai quali lui stesso di nascosto avrebbe voluto provvedere; vide soltanto l’ardita e sprezzante volontà di lei di levar la fronte contro tutto il paese, quasi dicendo: «Basto a me stessa e ai miei: non mi curo della vostra condanna». E si sentì messo da parte; non solo non curato, ma anche disprezzato e deriso dalla moglie. E una smania rabbiosa cominciò ad agitarlo, la quale si manifestava specialmente in uno sdegno incomprensibile per la professione ch’ella voleva darsi a esercitare:

            – La maestra! La maestra ! Colei che fu mia moglie, ora deve fare la maestra!

            E non se ne poteva dar pace, come se fare la maestra significasse un disonore per il nome che aveva portato.

            Intanto, come impedirglielo? come farsi vivo? come farle sentire che non poteva non curarsi di lui, spezzare la catena, sottrarsi al peso morto d’un legame, a cui non s’era mantenuta fedele?

            E le smanie crescevano… Un nuovo scandalo? una nuova vendetta? Si sarebbe prestato a fomentare la calunnia della pretesa relazione tra Marta e l’Alvignani, pubblicando le lettere che questi le aveva scritte? No, no! Il ridicolo sarebbe caduto più apertamente sopra di lui. Tanto, il paese credeva a quella relazione scandalosa, e il partecipare alla calunnia gli avrebbe fatto soltanto sentire vieppiù l’impotenza sua contro colei che mostrava di non curarsi né di lui né di nessuno. Meglio anzi fare in modo che quella calunnia si sventasse. Sì… ma come? E qui un sorgere e un immediato abortire di propositi contrarii, ora dettati dall’odio per l’Alvignani, e furibondi, ora dalla stizza, ora dall’amor proprio ferito, ora dalla generosità.

            Usciva di casa, senza direzione. A un tratto, si ritrovava per la strada del sobborgo, presso alla concerìa di Francesco Ajala. Che era venuto a fare fin qua? Oh, se avesse potuto vederla… Ecco la vecchia casa… Adesso ella abitava più giù… dopo la chiesa… E si avanzava càuto, guardando furtivamente ai rari balconi illuminati. Al primo rumore di passi in distanza, per la strada solitaria, tornava indietro per non farsi scorgere in quei dintorni; e rincasava.

            Ma il giorno appresso, daccapo.

            Perché quella smania di rivedere Marta, o meglio, di farsi rivedere da lei? Non lo sapeva neppur lui. Se la immaginava vestita di nero, come Niccolino l’aveva veduta quel giorno, in chiesa.

            – Sai? Più bella di prima!

            Ma ella, certo, non lo avrebbe guardato; avrebbe abbassato subito gli occhi scoprendolo da lontano. Fermarla per istrada? parlarle? Follie! E che avrebbe pensato la gente? E lui, che le avrebbe detto?

            In tali condizioni di spirito, una mattina, si recò in casa di Anna Veronica.

            Nel vederselo davanti, pallido, sconvolto, Anna restò.

            – Che vuole da me?

            – Scusi dell’incomodo… Stia, stia seduta, prego. Prendo la seggiola da me.

            Ma tutte le seggiole erano ingombre di biancheria ammonticchiata, e Anna dovette alzarsi per liberarne una.

            – Quanta bella roba… – fece Rocco, imbarazzato.

            – Della baronessa Troìsi.

            – Per la figlia?

            Anna accennò di sì col capo, e Rocco trasse un sospiro, contraendo la fronte e infoscandosi. Si ricordò dei preparativi delle sue nozze, del corredo di Marta.

            – Ecco la seggiola, – gli disse Anna, con impacciata premura.

            Rocco sedette, cupo. Non sapeva da qual parte incominciare il discorso. Restò un momento con le ciglia aggrottate, gli occhi bassi, insaccato nelle spalle, come in attesa di qualche cosa che dovesse cadérgli addosso. Anna Veronica, ancora presa dallo stupore, lo spiava in volto acutamente.

            – Lei… già saprà… m’immagino, – cominciò egli finalmente, impuntando a ogni parola, senza alzar gli occhi. – So che è amica di casa di… e anzi…

            S’interruppe; non poteva seguitare in quel tono, in quella positura. Si scosse, alzò la testa e guardò Anna in faccia.

            – Senta, signora maestra, io credo che… sì, io non credo a ciò che la gente va dicendo contro di… Marta, adesso, per questa sua nuova pazzia…

            – Ah, – fece Anna, crollando il capo con un mesto sorriso. – La chiama pazzia, lei?

            – Più che pazzia! – rispose Rocco, pronto, con ira. – Scusi…

            – Non so che vada dicendo la gente, – riprese Anna. – Me l’immagino… E lei fa bene, signor Pentàgora, a non crederci; tanto più che nessuno meglio di lei può sapere…

            – Non parliamo di questo! non parliamo di questo, la prego! – saltò a dir Rocco, ponendo le mani avanti. – Non sono venuto per parlare del passato.

            – E allora? Scusi, se lei stesso dice che non crede… – tentò d’aggiungere Anna.

            – Che cosa? Sa che dice la gente? – domandò egli con voce alterata. – Che la corrispondenza con l’Alvignani séguita… Ecco!

            – Séguita?

            – Sissignora. E questo perché? Per l’eterna sua smania di comparire! Ma come… tu sai ciò che ti pesa addosso, sai quello che hai fatto, e hai il coraggio d’uscire in piazza a sfidare la maldicenza del paese? La gente parla… Sfido! Come ha ottenuto quel posto?

            – Ma si sa! – fece Anna con amarissimo sdegno. – Così soltanto oggi si ottengono i posti! E sono loro, i tanti guardiani dell’onestà che ha il nostro paese, che insegnano il modo e la via… Fate così, perché tanto… lo facciate o no, è tutt’uno; per noi sarà sempre come se l’aveste fatto. Sciocca Marta, dunque, che non l’ha fatto, è vero? Che le ha giovato? Chi ci crede?

            – Io non ci credo, le ho detto, – rispose Rocco, infoscandosi maggiormente. – E pur nondimeno ritengo che, se la gente sparla, non ha tutti i torti… Che vuole che si capisca d’esami fatti più o meno bene? Si pensa all’intrigo, si pensa! Eh, non vuol guardarci, lei, da quest’altro lato… Ecco perché può scusarla!

            – Non solo, sa? – gridò Anna, levandosi, – ma anche lodarla, signor Pentàgora! Io lodo Marta e l’ammiro! Perché entro nella coscienza di quella povera figliuola e, se ci vedo un rimorso per gli altri che penano per lei ingiustamente, non ci trovo però né macchia né peccato, davanti a Dio! Ci trovo il bruciore per le offese, per gli oltraggi patiti, ci sento un grido: «Ora basta!». Ma sa lei come sono ridotte? Sa che non hanno più neanche da mangiare? A chi spettava di sostenere la madre e la sorella? di rialzarle un po’ dalla miseria? So io, so io il sacrifizio che le è costato, povera Marta! O dovevano morire di fame per far piacere a lei e al paese?

            Rocco Pentàgora si alzò anche lui, stravolto, con la faccia pezzata qua e là di rosso; s’aggirò smaniosamente per la stanza, tastando i mobili, agitando continuamente le dita; poi s’accostò ad Anna, con gli occhi torvi, le afferrò le mani:

            – Senta, signora maestra… Per carità, le dica… le dica che rinunzii all’idea di… di far la maestra; che… che non dia più cagione alla gente di sparlare e… e provvederò io, dica così, ai bisogni della sua famiglia, senza… senza farlo sapere a nessuno… neanche a mio padre, s’intende! Glielo prometto su la santa memoria di Francesco Ajala! Non lo faccio per amore, creda! lo faccio per decoro, di lei e mio… Glielo dica…

            Anna Veronica promise di far l’ambasciata: e poco dopo egli, ripetendo raccomandazioni e promesse, andò via più turbato e smanioso di com’era venuto.

            – Per decoro, non per amore… Glielo dica. Per decoro! siamo intesi…

Parte I

 

Parte II

 
IntroduzioneCapitolo 8Capitolo 1Capitolo 8
Capitolo 1Capitolo 9Capitolo 2Capitolo 9
Capitolo 2Capitolo 10Capitolo 3Capitolo 10
Capitolo 3Capitolo 11Capitolo 4Capitolo 11
Capitolo 4Capitolo 12Capitolo 5Capitolo 12
Capitolo 5Capitolo 13Capitolo 6Capitolo 13
Capitolo 6Capitolo 14Capitolo 7Capitolo 14
Capitolo 7Capitolo 15

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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