Prima notte – Audio lettura 5

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Legge Giuseppe Tizza
«Comprendeva e compativa. Aveva coscienza che la sua persona triste, invecchiata, imbruttita, non poteva ispirare alla sposa né affetto né confidenza: si sentiva anche lui il cuore pieno di lagrime.»

Prima pubblicazione: Il Marzocco, 18 novembre 1900, raccolta Bianche e nere, Renzo Streglio e C. Editori, Torino, 1904

Prima notte audiolibro 2

Prima notte

Voce di Giuseppe Tizza

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             quattro camice,

             quattro lenzuola,

             quattro sottane,

             quattro, insomma, di tutto. E quel corredo della figliuola, messo su, un filo oggi, un filo domani, con la pazienza d’un ragno, non si stancava di mostrarlo alle vicine.

             – Roba da poverelli, ma pulita.

             Con quelle povere mani sbiancate e raspose, che sapevano ogni fatica, levava dalla vecchia cassapanca d’abete, lunga e stretta che pareva una bara, piano piano, come toccasse l’ostia consacrata, la bella biancheria, capo per capo, e le vesti e gli scialli doppii di lana: quello dello sposalizio, con le punte ricamate e la frangia di seta fino a terra; gli altri tre, pure di lana, ma più modesti; metteva tutto in vista sul letto, ripetendo, umile e sorridente: – Roba da poverelli… – e la gioja le tremava nelle mani e nella voce.

             – Mi sono trovata sola sola, – diceva. – Tutto con queste mani, che non me le sento più. Io sotto l’acqua, io sotto il sole; lavare al fiume e in fontana; smallare mandorle, raccogliere ulive, di qua e di là per le campagne; far da serva e da acquajola… Non importa. Dio, che ha contato le mie lagrime e sala vita mia, m’ha dato forza e salute. Tanto ho fatto, che l’ho spuntata; e ora posso morire. A quel sant’uomo che m’aspetta di là, se mi domanda di nostra figlia, potrò dirglielo: «Sta’ in pace, poveretto; non ci pensare: tua figlia l’ho lasciata bene; guaj non ne patirà. Ne ho patiti tanti io per lei». Piango di gioja, non ve ne fate…

             E s’asciugava le lagrime, Mamm’Anto’, con una cocca del fazzoletto nero che teneva in capo, annodato sotto il mento.

             Quasi quasi non pareva più lei, quel giorno, così tutta vestita di nuovo, e faceva una curiosa impressione a sentirla parlare come sempre.

             Le vicine la lodavano, la commiseravano a gara. Ma la figlia Marastella, già parata da sposa con l’abito grigio di raso (una galanteria!) e il fazzoletto di seta celeste al collo, in un angolo della stanzuccia addobbata alla meglio per l’avvenimento della giornata, vedendo pianger la madre, scoppiò in singhiozzi anche lei.

             – Maraste’, Maraste’, che fai?

             Le vicine le furono tutte intorno, premurose, ciascuna a dir la sua:

             –    Allegra! Oh! Che fai? Oggi non si piange… Sai come si dice? Cento lire di malinconia non pagano il debito d’un soldo.

             –    Penso a mio padre! – disse allora Marastella, con la faccia nascosta tra le mani.

             Morto di mala morte, sett’anni addietro! Doganiere del porto, andava coi luntri, di notte, in perlustrazione. Una notte di tempesta, bordeggiando presso le Due Riviere, il luntro s’era capovolto e poi era sparito, coi tre uomini che lo governavano.

             Era ancor viva, in tutta la gente di mare, la memoria di questo naufragio. E ricordavano che Marastella, accorsa con la madre, tutt’e due urlanti, con le braccia levate, tra il vento e la spruzzaglia dei cavalloni, in capo alla scogliera del nuovo porto, su cui i cadaveri dei tre annegati erano stati tratti dopo due giorni di ricerche disperate, invece di buttarsi ginocchioni presso il cadavere del padre, era rimasta come impietrita davanti a un altro cadavere, mormorando, con le mani incrociate sul petto:

             – Ah! Amore mio! amore mio! Ah, come ti sei ridotto… Mamm’Anto’, i parenti del giovane annegato, la gente accorsa, erano restati,

             a quell’inattesa rivelazione. E la madre dell’annegato che si chiamava Tino Sparti – (vero giovane d’oro, poveretto!) sentendola gridar così, le aveva subito buttato le braccia al collo e se l’era stretta al cuore, forte forte, in presenza di tutti, come per farla sua, sua e di lui, del figlio morto, chiamandola con alte grida:

             – Figlia! Figlia!

             Per questo ora le vicine, sentendo dire a Marastella: «Penso a mio padre», si scambiarono uno sguardo d’intelligenza, commiserandola in silenzio. No, non piangeva per il padre, povera ragazza. O forse piangeva, sì, pensando che il padre, vivo, non avrebbe accettato per lei quel partito, che alla madre, nelle misere condizioni in cui era rimasta, sembrava ora una fortuna.

             Quanto aveva dovuto lottare Mamm’Anto’ per vincere l’ostinazione della figlia!

             – Mi vedi? sono vecchia ormai: più della morte che della vita. Che speri? che farai sola domani, senz’ajuto, in mezzo a una strada?

             Sì. La madre aveva ragione. Ma tant’altre considerazioni faceva lei, Marastella, dal suo canto. Brav’uomo, sì, quel don Lisi Chirico che le volevano dare per marito, – non lo negava – ma quasi vecchio, e vedovo per giunta. Si riammogliava, poveretto, più per forza che per amore, dopo un anno appena di vedovanza, perché aveva bisogno d’una donna lassù, che badasse alla casa e gli cucinasse la sera. Ecco perché si riammogliava.

             –    E che te n’importa? – le aveva risposto la madre. – Questo anzi deve affidarti: pensa da uomo sennato. Vecchio? Non ha ancora quarant’anni. Non ti farà mancare mai nulla: ha uno stipendio fisso, un buon impiego. Cinque lire al giorno: una fortuna!

             –    Ah sì, bell’impiego! bell’impiego!

             Qui era l’intoppo: Mamm’Anto’ lo aveva capito fin da principio: nella qualità dell’impiego del Chirico.

             E una bella giornata di maggio aveva invitato alcune vicine – lei, poveretta! – a una scampagnata lassù, sull’altipiano sovrastante il paese.

             Don Lisi Chirico, dal cancello del piccolo, bianco cimitero che sorge lassù, sopra il paese, col mare davanti e la campagna dietro, scorgendo la comitiva delle donne, le aveva invitate a entrare.

             – Vedi? Che cos’è? Pare un giardino, con tanti fiori… – aveva detto Mam m’Anto’ a Marastella, dopo la visita al camposanto. – Fiori che non appassiscono mai. E qui, tutt’intorno, campagna. Se sporgi un po’ il capo dal cancello, vedi tutto il paese ai tuoi piedi; ne senti il rumore, le voci… E hai visto che bella cameretta bianca, pulita, piena d’aria? Chiudi porta e finestra, la sera; accendi il lume; e sei a casa tua: una casa come un’altra. Che vai pensando?

             E le vicine, dal canto loro:

             – Ma si sa! E poi, tutto è abitudine; vedrai: dopo un pajo di giorni, non ti farà più impressione. I morti, del resto, figliuola, non fanno male; dai vivi devi guardarti. E tu che sei più piccola di noi, ci avrai tutte qua, a una a una. Questa è la casa grande, e tu sarai la padrona e la buona guardiana.

             Quella visita lassù, nella bella giornata di maggio, era rimasta nell’anima di Marastella come una visione consolatrice, durante gli undici mesi del fidanzamento: a essa s’era richiamata col pensiero nelle ore di sconforto, specialmente al sopravvenire della sera, quando l’anima le si oscurava e le tremava di paura.

             S’asciugava ancora le lagrime, quando don Lisi Chirico si presentò su la soglia con due grossi cartocci su le braccia – quasi irriconoscibile.

             –    Madonna! – gridò Mamm’Anto’. – E che avete fatto, santo cristiano?

             –    Io? Ah sì… La barba… – rispose don Lisi con un sorriso squallido che gli tremava smarrito sulle larghe e lìvide labbra nude.

             Ma non s’era solamente raso, don Lisi: s’era anche tutto incicciato, tanto ispida e forte aveva radicata la barba in quelle gote cave, che or gli davano l’aspetto d’un vecchio capro scorticato.

             – Io, io, gliel’ho fatta radere io, – s’affrettò a intromettersi, sopravvenendo tutta scalmanata, donna Nela, la sorella dello sposo, grassa e impetuosa.

             Recava sotto lo scialle alcune bottiglie, e parve, entrando, che ingombrasse tutta quanta la stanzuccia, con quell’abito di seta verde pisello, che frusciava come una fontana.

             La seguiva il marito, magro come don Lisi, taciturno e imbronciato.

             –    Ho fatto male? – seguitò quella, liberandosi dello scialle. – Deve dirlo la sposa. Dov’è? Guarda, Lisi: te lo dicevo io? Piange… Hai ragione, figliuola mia. Abbiamo troppo tardato. Colpa sua, di Lisi. «Me la rado? Non me la rado?» Due ore per risolversi. Di’ un po’, non ti sembra più giovane così? Con quei pelacci bianchi, il giorno delle nozze…

             –    Me la farò ricrescere, – disse Chirico interrompendo la sorella e guardando triste la giovane sposa. – Sembro vecchio lo stesso e, per giunta, più brutto.

             –    L’uomo è uomo, asinaccio, e non è né bello né brutto! – sentenziò allora la sorella stizzita. – Guarda intanto: l’abito nuovo! Lo incigni adesso, peccato!

             E cominciò a dargli manacciate su le maniche per scuoterne via la sfarinatura delle paste ch’egli reggeva ancora nei due cartocci.

             Era già tardi; si doveva andar prima al Municipio, per non fare aspettar l’assessore, poi in chiesa; e il festino doveva esser finito prima di sera. Don Lisi, zelantissimo del suo ufficio, si raccomandava, tenuto su le spine specialmente dalla sorella intrigante e chiassona, massime dopo il pranzo e le abbondanti libazioni.

             – Ci vogliono i suoni! S’è mai sentito uno sposalizio senza suoni? Dobbiamo ballare! Mandate per Sidoro l’orbo… Chitarre e mandolini!

             Strillava tanto, che il fratello dovette chiamarsela in disparte.

             –   Smettila, Nela, smettila! Avresti dovuto capirlo che non voglio tanto chiasso.

             La sorella gli sgranò in faccia due occhi così.

             – Come? Anzi! Perché?

             Don Lisi aggrottò le ciglia e sospirò profondamente:

             –    Pensa che è appena un anno che quella poveretta…

             –    Ci pensi ancora davvero? – lo interruppe donna Nela con una sghignazzata.

             – Se stai riprendendo moglie! Oh povera Nunziata!

             – Riprendo moglie, – disse don Lisi socchiudendo gli occhi e impallidendo,

             – ma non voglio né suoni né balli. Ho tutt’altro nel cuore.

             E quando parve a lui che il giorno inchinasse al tramonto, pregò la suocera di disporre tutto per la partenza.

             – Lo sapete, debbo sonare l’avemaria, lassù.

             Prima di lasciar la casa, Marastella, aggrappata al collo della madre, scoppiò di nuovo a piangere, a piangere, che pareva non la volesse finir più. Non se la sentiva, non se la sentiva di andar lassù, sola con lui…

             – T’accompagneremo tutti noi, non piangere, – la confortava la madre. – Non piangere, sciocchina!

             Ma piangeva anche lei e piangevano anche tant’altre vicine:

             – Partenza amara!

             Solo donna Nela, la sorella del Chirico, più rubiconda che mai, non era commossa: diceva d’avere assistito a dodici sposalizii e che le lagrime alla fine, come i confetti, non erano mancate mai.

             – Piange la figlia nel lasciare la madre; piange la madre nel lasciare la figlia. Si sa! Un altro bicchierotto per sedare la commozione, e andiamo via che Lisi ha fretta.

             Si misero in via. Pareva un mortorio, anziché un corteo nuziale. E nel vederlo passare, la gente, affacciata alle porte, alle finestre, o fermandosi per via, sospirava: – Povera sposa!

             Lassù, sul breve spiazzo innanzi al cancello, gl’invitati si trattennero un poco, prima di prender commiato, a esortare Marastella a far buon animo. Il sole tramontava, e il cielo era tutto rosso, di fiamma, e il mare, sotto, ne pareva arroventato. Dal paese sottostante saliva un vocio incessante, indistinto, come d’un tumulto lontano, e quelle onde di voci rissose vanivano contro il muro bianco, grezzo, che cingeva il cimitero perduto lassù nel silenzio.

             Lo squillo aereo argentino della campanella sonata da don Lisi per annunziar Yave, fu come il segnale della partenza per gli invitati. A tutti parve più bianco, udendo la campanella, quel muro del camposanto. Forse perché l’aria s’era fatta più scura. Bisognava andar via per non far tardi. E tutti presero a licenziarsi, con molti augurii alla sposa.

             Restarono con Marastella, stordita e gelata, la madre e due fra le più intime amiche. Su in alto, le nuvole, prima di fiamma, erano divenute ora fosche, come di fumo.

             – Volete entrare? – disse don Lisi alle donne, dalla soglia del cancello.

             Ma subito Mamm’Anto’ con una mano gli fece segno di star zitto e d’aspettare. Marastella piangeva, scongiurandola tra le lagrime di riportarsela giù in paese con sé.

             – Per carità! per carità!

             Non gridava; glielo diceva così piano e con tanto tremore nella voce, che la povera mamma si sentiva strappare il cuore. Il tremore della figlia – lei lo capiva – era perché dal cancello aveva intraveduto l’interno del camposanto, tutte quelle croci là, su cui calava l’ombra della sera.

             Don Lisi andò ad accendere il lume nella cameretta, a sinistra dell’entrata; volse intorno uno sguardo per vedere se tutto era in ordine, e rimase un po’ incerto se andare o aspettare che la sposa si lasciasse persuadere dalla madre a entrare.

             Comprendeva e compativa. Aveva coscienza che la sua persona triste, invecchiata, imbruttita, non poteva ispirare alla sposa né affetto né confidenza: si sentiva anche lui il cuore pieno di lagrime.

             Fino alla sera avanti s’era buttato ginocchioni a piangere come un bambino davanti a una crocetta di quel camposanto, per licenziarsi dalla sua prima moglie. Non doveva pensarci più. Ora sarebbe stato tutto di quest’altra, padre e marito insieme; ma le nuove cure per la sposa non gli avrebbero fatto trascurare quelle che da tant’anni si prendeva amorosamente di tutti coloro, amici o ignoti, che dormivano lassù sotto la sua custodia.

             Lo aveva promesso a tutte le croci in quel giro notturno, la sera avanti.

             Alla fine Marastella si lasciò persuadere a entrare. La madre chiuse subito la porta quasi per isolar la figlia nell’intimità della cameretta, lasciando fuori la paura del luogo. E veramente la vista degli oggetti familiari parve confortasse alquanto Marastella.

             –    Su, levati lo scialle, – disse Mamm’Anto’. – Aspetta, te lo levo io. Ora sei a casa tua…

             –    La padrona, – aggiunse don Lisi, timidamente, con un sorriso mesto e affettuoso.

             –    Lo senti? – riprese Mamm’Anto’ per incitare il genero a parlare ancora.

             –    Padrona mia e di tutto, – continuò don Lisi. – Lei deve già saperlo. Avrà qui uno che la rispetterà e le vorrà bene come la sua stessa mamma. E non deve aver paura di niente.

             – Di niente, di niente, si sa! – incalzò la madre. – Che è forse una bambina più? Che paura! Le comincerà tanto da fare, adesso… È vero? È vero?

             Marastella chinò più volte il capo, affermando; ma appena Mamm’Anto’ e le due vicine si mossero per andar via, ruppe di nuovo in pianto, si buttò di nuovo al collo della madre, aggrappandosi. Questa, con dolce violenza si sciolse dalle braccia della figlia, le fece le ultime raccomandazioni d’aver fiducia nello sposo e in Dio, e andò via con le vicine piangendo anche lei.

             Marastella restò presso la porta, che la madre, uscendo, aveva raccostata, e con le mani sul volto si sforzava di soffocare i singhiozzi irrompenti, quando un alito d’aria schiuse un poco, silenziosamente, quella porta.

             Ancora con le mani sul volto, ella non se n’accorse: le parve invece»che tutt’a un tratto – chi sa perché – le si aprisse dentro come un vuoto delizioso, di sogno; sentì un lontano, tremulo scampanellio di grilli, una fresca inebriante fragranza di fiori. Si tolse le mani dagli occhi: intravide nel cimitero un chiarore, più che d’alba, che pareva incantasse ogni cosa, là immobile e precisa.

             Don Lisi accorse per richiudere la porta. Ma, subito, allora, Marastella, rabbrividendo e restringendosi nell’angolo tra la porta e il muro, gli gridò:

             – Per carità, non mi toccate!

             Don Lisi, ferito da quel moto istintivo di ribrezzo, restò.

             –    Non ti toccavo, – disse. – Volevo richiudere la porta.

             –    No, no, – riprese subito Marastella, per tenerlo lontano. – Lasciatela pure aperta. Non ho paura!

             –    E allora?… – balbettò don Lisi, sentendosi cader le braccia.

             Nel silenzio, attraverso la porta semichiusa, giunse il canto lontano d’un contadino che ritornava spensierato alla campagna, lassù, sotto la luna, nella frescura tutta impregnata dell’odore del fieno verde, falciato da poco.

             – Se vuoi che passi., – riprese don Lisi avvilito, profondamente amareggiato, – vado a richiudere il cancello che è rimasto aperto.

             Marastella non si mosse dall’angolo in cui s’era ristretta. Lisi Chirico si recò lentamente a richiudere il cancello; stava per rientrare, quando se la vide venire incontro, come impazzita tutt’a un tratto.

             –    Dov’è, dov’è mio padre? Ditemelo! Voglio andare da mio padre.

             –    Eccomi, perché no? è giusto; ti ci conduco, – le rispose egli cupamente. – Ogni sera, io faccio il giro prima d’andare a letto. Obbligo mio. Questa sera non lo facevo per te. Andiamo. Non c’è bisogno di lanternino. C’è la lanterna del cielo.

             E andarono per i vialetti inghiajati, tra le siepi di spigo fiorite.

             Spiccavano bianche tutt’intorno, nel lume della luna, le tombe gentilizie e nere per terra, con la loro ombra da un lato, come a giacere, le croci di ferro dei poveri.

             Più distinto, più chiaro, veniva dalle campagne vicine il tremulo canto dei grilli e, da lontano, il borboglio continuo del mare.

             – Qua, – disse il Chirico, indicando una bassa, rustica tomba, su cui era mu rata una lapide che ricordava il naufragio e le tre vittime del dovere. – C’è anche lo Sparti, – aggiunse, vedendo cader Marastella in ginocchio innanzi alla tomba, singhiozzante. – Tu piangi qua… Io andrò più là; non è lontano…

             La luna guardava dal cielo il piccolo camposanto su l’altipiano. Lei sola vide quelle due ombre nere su la ghiaja gialla d’un vialetto presso due tombe, in quella dolce notte d’aprile.

             Don Lisi, chino su la fossa della prima móglie, singhiozzava:

             – Nunzia’, Nunzia’, mi senti?

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