Tra pregiudizio e paradosso: la figura di Marta Ajala ne «L’esclusa» di Pirandello

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Di Loredana Palma 

Nel ritrarre la vicenda di Marta Ajala, Pirandello già mette a fuoco alcuni temi che caratterizzeranno la sua intera produzione: la lotta dell’individuo contro la società, quel sentirsi ‘forestiere della vita’, il contrasto tra essere e apparire che presenta forti ripercussioni nella vita interiore dei suoi personaggi.

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Marta Ajala ne l'esclusa
Emilio Longoni, Sola, 1900

Tra pregiudizio e paradosso:
la figura di Marta Ajala
ne «L’esclusa» di Pirandello

in Letteratura e Potere/Poteri
Atti del XXIV Congresso dell’ADI (Associazione degli Italianisti)
Catania, 23-25 settembre 2021

Da Associazione degli Italianisti

Ad apertura di secolo, nel 1901, si colloca il romanzo d’esordio – e di un esordio già maturo – di Luigi Pirandello, L’esclusa. Pubblicato nelle appendici de «La Tribuna», rimaneggiato e raccolto per la prima volta in volume per l’edizione Treves del 1908 e poi nuovamente nel 1927 per Bemporad, porta sin nel titolo il segno di un’emarginazione al femminile. Qui la protagonista, oltre ad essere oggetto di pregiudizio all’interno della famiglia, in quanto moglie (si pensi alle parole del suocero: «Si sa, per altro, che le mogli è il loro mestiere d’ingannare i mariti»), ‘prigioniera’, come tutti i personaggi pirandelliani, della società, paga lo scotto di un’ulteriore limitazione, retaggio di pregiudizi culturali radicati: essere donna.

Costretta ad espiare, innocente, una condanna già scritta, Marta finisce per incarnare alla perfezione il paradosso pirandelliano del contrasto tra essere e apparire e della contorta logica delle convenzioni sociali, messa in luce dal discorso dell’Alvignani: «Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora che tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo – per te è tale! – il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanti, come si meritavano!».

Il contributo propone un attraversamento del romanzo d’esordio di Pirandello evidenziando la natura dei condizionamenti sociali che la protagonista subisce proprio in quanto donna.

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Ad apertura di secolo, nel 1901, si colloca L’esclusa, il romanzo d’esordio – e di un esordio già maturo – di Luigi Pirandello. Pubblicato nelle appendici de «La Tribuna», rimaneggiato e raccolto per la prima volta in volume per l’edizione Treves del 1908 e poi nuovamente nel 1927 per Bemporad, porta sin nel titolo il segno di un’emarginazione al femminile. Esso dunque già contiene in sé i germi di quella che sarà l’intera produzione dell’autore agrigentino e la sua protagonista, Marta Ajala, si rivela come una sorta di alter ego del narratore il cui sguardo, come ben evidenzia Giancarlo Mazzacurati nel commento all’edizione einaudiana, [1] risulta «complice» [2] nei confronti di quella che appare come la prima «esiliata» [3] della sua narrativa.

[1] Luigi Pirandello, L’esclusa, testo definitivo seguito dalla prima redazione (1901), a cura di Giancarlo Mazzacurati, Torino, Einaudi, 1995.
[2] Giancarlo Mazzacurati, Introduzione a Pirandello, L’esclusa…, XIV.  [3] Ibidem.

Marta, infatti, irrompe nel panorama letterario italiano con i tratti compiuti del personaggio pirandelliano. Se i rimaneggiamenti autoriali, che avrebbero condotto all’edizione del 1908 e poi a quella definitiva del 1927, risentono della riflessione sull’umorismo condotta nel saggio del 1908, come evidenzia Nino Borsellino – che parla di una «vicenda dominata dall’ironia delle situazioni capovolte» –, [4] e se il personaggio di Marta, nella ‘circolarità’ messa in evidenza da Rino Caputo, [5] acquisisce, con le edizioni successive alla prima, tratti in comune con Mattia Pascal, Marta Ajala si fa portavoce sin dal suo esordio della condizione di alterità e di solitudine propria dei protagonisti delle successive opere di Pirandello.

[4] Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, Roma-Bari, Laterza, 1991, 23.
[5] Rino Caputo, Marta e Mattiain L’esclusa Il turno. Gli inizi della narrativa pirandelliana, Atti del 57° Convegno internazionale di studi pirandelliani, a cura di S. Milioto, Caltanissetta, Lussografica, 2020, 103.

Non è un caso che a incarnare l’esclusione è una donna, apparentemente una delle tante che nel romanzo ottocentesco – dalla Gertrude manzoniana fino alla Teresa Uzeda dei Viceré – avevano subito la pressione di pregiudizi e condizionamenti familiari, prima ancora che sociali. Condizionamenti e pregiudizi si condensano già nel contesto familiare di Marta, in quel personaggio del suocero per il quale il ‘mestiere’ delle mogli è quello di ingannare i mariti [6] mentre il destino – ineluttabile – dei Pentàgora è quello di ‘negoziare in corna’. [7]

[6] Cfr. Luigi Pirandello, L’esclusa…, 12.  [7] Ivi, 87.

Ma ancor più del suocero – vittima del suo vissuto matrimoniale alla luce del quale pretende di prefigurare anche le esperienze sentimentali dei figli –, [8] ancor più del marito – che agisce con poca convinzione sotto la spinta di ciò che gli altri si aspettano che egli faccia – ad accusare Marta è la condanna senza appello del padre, che si manifesta con il silenzio e con la ostinata clausura nella sua camera da letto, in un’oscurità che rappresenta, anche in modo tangibile, la cecità del pregiudizio che non ascolta ragioni.

[8] «Tutti gli uomini, per lui, venivano al mondo con la parte assegnata. Sciocchezza il credere di poterla cambiare. Anch’egli, in gioventù, come adesso i figliuoli, lo aveva creduto per un momento possibile: aveva sperato, s’era lusingato: gli era parso d’aver nel cuore, come il povero Niccolino, sentimenti nobili, generosi, s’era affidato ad essi, dov’era giunto? Gira gira, alle corna. La parte era quella, doveva esser quella» (Ivi, 84).

Le altre due figure femminili di casa Ajala, Agata e Maria, la madre e la sorella della protagonista, accettano con disperazione, come ineluttabile conseguenza della sciagura piombata sul loro capo, la terribile ‘sentenza’ del capofamiglia, vigilando con apprensione sul suo stato di salute e tentando di ricondurre Marta ad un atteggiamento più umile e consono alla sua colpevolezza, che esse non mettono in alcun modo in discussione. Ma Marta rigetta dentro di sé ogni accusa e si ribella a quella che ella ritiene un’ingiustizia perpetrata ai suoi danni dal marito e avallata dal padre.

È Francesco Ajala, infatti, a sancire, ancor più del marito Rocco, che pure l’aveva cacciata di casa, la colpevolezza di Marta agli occhi del paese. La prima reazione dell’uomo nei confronti della moglie, andata a cercarlo nella sua conceria, dove si era rinchiuso non appena aveva saputo della uscita della figlia dalla casa maritale, non ammette repliche: «- E ti immagini ch’io possa ritornare? rimettere piede nella vostra casa svergognata?». [9]

[9] Ivi, 31.

Sono parole definitive, in cui l’aggettivo possessivo segna, come un solco incolmabile, la presa di distanza di Francesco Ajala nei confronti delle donne della famiglia. Con il suo atteggiamento irragionevole l’uomo non punisce soltanto Marta ma anche la moglie e la figlia minore, condannandole alla rovina morale e materiale e continuando ad esercitare su di loro, sia pure in altre forme, tutto il suo potere di padre-padrone. Non a caso, Nino Borsellino parla dell’«ossessione paterna» [10] come del tema dominante nel romanzo.

[10] Cfr. Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, Roma-Bari, Laterza, 1991, 146.

Nonostante Francesco Ajala ritenga che il presunto adulterio di Marta abbia infangato l’intera famiglia, non v’è complicità, ma piuttosto una profonda incomprensione, tra Marta e le sue due congiunte che, benché innocenti, accettano acquiescenti la punizione loro inflitta dal capofamiglia e dal paese tutto. Ancor prima che la protagonista, proiettando il proprio sguardo straniato sulla madre e sulla sorella, prenda coscienza della propria ‘esclusione’, troviamo Maria ad osservare Marta, senza capacitarsi delle reazioni di questa a quanto sta avvenendo intorno a loro:

Maria guardava la sorella, stupita di quella calma, e quasi non credeva agli occhi suoi, offesa nel cuore dall’indifferenza con cui Marta pareva si fosse ora acchetata alla sciagura, come se la tempesta non le fosse passata or ora sul capo. [11]

[11] Luigi Pirandello, L’esclusa…, 41.

L’unica forma di trasgressione alle imposizioni sociali che manifesta la madre Agata, nello spazio sospeso determinatosi dal silenzio e dalla clausura punitiva del capofamiglia, è quella di riallacciare i rapporti con Anna Veronica con la quale, proprio per ordine del marito, ella aveva rotto anni prima ogni relazione. Ciò dimostra come Agata in sostanza ‘subisca’ valori che non sono i suoi, dal momento che, appena non viene vista dal coniuge, accoglie nuovamente in casa l’amica.

Anna Veronica è, per così dire, l’alter-ego, di segno rovesciato, di Marta. Destituita dal suo lavoro di maestra dopo lo scandalo sollevato dalla sua condizione di donna sedotta e abbandonata, ‘vivucchia’ con una misera pensioncina ottenuta «per carità», [12] laddove Marta, dopo lo scandalo, non si acconcerà all’esclusiva dimensione privata dell’esistenza, ma inizierà a lavorare ed otterrà l’agognato posto di maestra, anche se le regole non scritte di una società borghese e moralista tenteranno di farla sollevare dall’incarico.

[12] Ivi, 48.

La giovane, tuttavia, ritenuta a torto raccomandata dal suo presunto e potente amante, e sacrificata, a vantaggio di una raccomandata vera – come non manca di sottolineare la sottile vena umoristica dello scrittore –, sull’altare del perbenismo e della malevola invidia dei benpensanti, finirà per ottenere l’incarico solo quando sarà veramente spinta dalla protezione dell’Alvignani di cui qui, come in altri casi, Pirandello si serve per stigmatizzare le contraddizioni di una società che non esita ad estromettere coloro che non stanno al ‘gioco delle parti’. L’esperienza lavorativa della protagonista anticipa così l’andamento di quella che è la vicenda esistenziale stessa di Marta, tutta giocata sul filo del paradosso.

Più che con la madre e la sorella è dunque con Anna Veronica – altra vittima, insieme alla suocera di Marta, di ‘esclusione’ sociale – che Marta stabilisce una complicità, mettendola a parte del suo proposito di dare gli esami di licenza (che sarà proprio l’anziana donna a pagare con i propri risparmi) e ricevendo da lei, in seguito al trasferimento a Palermo, notizie del chiacchiericcio sollevato dal suo allontanamento. Le maldicenze nei suoi confronti la indignano, non tanto perché false quanto perché le attribuiscono un comportamento che non sarebbe stato, a giudizio di Marta, degno di lei:

[…] non sarebbe mai venuta meno ai suoi doveri di moglie, non perché stimasse degno di tale rispetto il marito, ma perché non degno di lei stimava il tradirlo, e che mai nessuna lusinga sarebbe valsa strapparle una anche minima concessione. [13] Ivi, 68.

Il momento più violento della condanna del paese nei confronti di Marta si verifica durante la processione religiosa per la festa patronale dei Santi Cosimo e Damiano:

Stavano a un balcone, affacciate, Marta e Anna Veronica, tra la signora Agata e Maria. Antonio Pentàgora già da un pezzo aveva dato il segno ai portatori. Dapprima, le quattro povere donne non compresero la mossa dei Santi: li videro rinculare, ma non credettero che quella manovra si facesse per loro. Quando il fèrcolo pervenne di nuovo sotto il balcone e s’arrestò, tutta la folla levò gli occhi e le braccia contro di loro gridando, imprecando, esasperata per la sciagura d’un povero ragazzo tratto allora da terra, fracassato e sanguinante. Subito Marta e Anna Veronica si ritrassero dal balcone, seguite da Maria che piangeva; la signora Agata pallidissima, tutta vibrante di sdegno, chiuse così di furia le imposte, che un vetro andò in frantumi. Parve quest’atto un insulto alla folla fanatica: gli urli, gli improperii salirono al cielo. E a quella tempesta imperversante sotto la loro casa tremavano le quattro povere donne a verga a verga, tenendosi strette l’una all’altra, rincantucciate; e nell’attesa angosciosa udirono contro la ringhiera di ferro del balcone battere una, due, tre volte, poderosamente, la testa d’uno dei Santi.

A ogni testata tremava la casa. [14] Ivi, 82.

Sgombrando il campo da ogni scrupolo religioso, Pirandello riconduce la plateale riprovazione sociale nei confronti dell’adultera ad una regia umana, quella del suocero di Marta, che strumentalizza il rito collettivo per vendetta personale. È sempre il vecchio Pentàgora, poi, perseguendo la sua ‘doppia morale’, a compiacersi del fatto che Rocco abbia trovato un’amante:

Dopo il tradimento, per lui inevitabile, della nuora, si era rallegrato della sfacciata relazione di Rocco con quella donnetta galante:

Bravo Roccuccio! Mi piace. Ora sei a posto. Vedrai che a poco a poco… Fammi tastar la fronte… [15] Ivi, 85.

Il livore di Antonio Pentàgora nei confronti della nuora, tuttavia, appare eccessivo non soltanto agli occhi del figlio minore, Niccolino, ma persino a quelli dello stesso Rocco, il quale confessa di considerarsi vendicato già solo con l’azione di aver cacciato Marta di casa e prende le distanze dalla sguaiata e pubblica condanna inscenata dal padre:

Non bastava, non bastava averla scacciata? M’ero vendicato… Bastava! Ma no: le muore il padre, per giunta. Non dico che ci abbia avuto colpa io; ma certo in qualche modo vi ho pure contribuito; muore il bambino; anche lei è stata per morire; si rialza a stento dalla malattia; e lui, vigliacco, va a farle sotto gli occhi quella scenata infame! Perché insultarla ancora? [16] Ivi, 86.

Il giudizio di vigliaccheria viene espresso da Pirandello più volte anche nei confronti della curiosità viscida mostrata da altri personaggi del romanzo, entrati soltanto marginalmente nella vicenda, attratti dalla fama di ‘donna perduta’ di Marta, come i due giovani testimoni venuti, al seguito dell’usciere don Protògene, in casa delle tre donne a stilare l’elenco dei mobili da porre sotto sequestro:

Anche Marta, adesso s’era fatta alla porta, a sentire; e i due giovanotti se l’ammiccavano dal pianerottolo, dandosi furtivamente gomitate. [17] Ivi, 88.

La figura di Marta si erge sdegnosa nei confronti di tutti costoro e, con il suo piglio deciso, ribalta la situazione di inferiorità psicologica creatasi in precedenza tra la madre e gli esecutori giudiziari:

I due giovinotti si guardarono mortificati; e il biondo, ch’era un forense, già galoppino di Gregorio Alvignani e che aveva pregato insistentemente il vecchio usciere di portarselo con sé come testimonio, per curiosità di veder Marta da vicino, disse, guardandosi le unghie lunghe, scarnate:

Noi siamo dispiacenti, creda, signora…

Marta lo interruppe, con lo stesso piglio sprezzante:

Son discorsi inutili. [18] Ivi, 89-90.

L’atteggiamento così distaccato di Marta appare incomprensibile, oltre che alla sorella, anche alla madre, la quale invece si vergogna profondamente del nuovo stato di indigenza e farebbe volentieri a meno di farsi vedere in giro per non esporsi alle chiacchiere del paese. Ad Agata persino la bellezza naturale di Marta crea disagio perché tanta avvenenza sembra un’ostentazione, una sfida agli sguardi malevoli della gente, e si adatta perciò con molto disagio ad accompagnare la figlia a sostenere l’esame di patente per l’insegnamento:

[…] guardò la figlia: Dio! non le era sembrata mai tanto bella… E provò un vivo ritegno pensando che doveva uscir con lei per la città, condurla tra gli sguardi maligni della gente, a un’impresa che, nella schiva umiltà della propria indole, non sapeva né comprendere, né apprezzare. Pensava che quella bellezza, quell’aria di sfida che Marta aveva nello sguardo, avrebbero forse dato cagione alla gente d’esclamare: Guarda com’è sfrontata! [19] Ivi, 94.

Marta, al contrario, vede in quell’occasionale uscita l’opportunità di venire allo scoperto, di guardare apertamente in volto la gente maldicente:

Giungeva in tempo a dar gli esami con le antiche compagne di collegio. Le avrebbe dunque rivedute! Non si faceva illusione su l’accoglienza che le avrebbero fatta. Sarebbe andata incontro a loro col contegno di chi si tenga pronto a lanciare una sfida: sì, e non ad esse soltanto, se mai, ma a tutto il paese […]. Avrebbe guardato in faccia la vigliacca gente che nel giorno della festa selvaggia l’aveva pubblicamente oltraggiata. [20] Ivi, 93-94.

Seguono pagine in cui Pirandello fa ricorso al discorso indiretto libero per smascherare l’ipocrisia dei benpensanti nei confronti di una donna che cerca in tutti i modi di riscattarsi e che non accetta con rassegnazione la ‘parte’ che la società le ha assegnato:

L’invidia da un canto, dall’altro gl’intrighi spezzati, le aspirazioni deluse trassero agevolmente dalla calunnia una scusa alla loro sconfitta. Era chiaro!

Marta Ajala avrebbe occupato il posto di maestra supplente nelle prime classi preparatorie del Collegio, solo perché «protetta» del deputato Alvignani.

E vi fu, nei primi giorni, una processione di padri di famiglia al Collegio: volevano parlare col Direttore. Ah, era uno scandalo. Le loro ragazze si sarebbero rifiutate d’andare a scuola. E nessun padre, in coscienza, avrebbe saputo costringerle. Bisognava trovare, a ogni costo e subito, un rimedio.

Il vecchio Direttore rimandava i padri di famiglia all’Ispettore scolastico, dopo aver difeso la futura supplente con la prova degli ottimi esami. Se qualche altra avesse fatto meglio, sarebbe stata presa a supplire in quella classe aggiunta. Nessuna ingiustizia, nessuna particolarità…

Ma sì!

Il cavalier Claudio Torchiara, ispettore scolastico, era del paese e amico intimo di Gregorio Alvignani. A lui i reclami si ritorcevano sotto altra forma e sotto altro aspetto. Voleva l’Alvignani rendersi impopolare con quella protezione scandalosa?

E invano il Torchiara s’affannava a protestare che l’Alvignani non c’entrava né punto né poco, che quella della maestra Ajala non era nomina governativa. Eh via, adesso! Che sostenesse ciò il Direttore del Collegio, transeat!, ma lui, il Torchiara, ch’era del paese; eh via! Bisognava aver perduto la memoria degli scandali più recenti…

Era venuta dunque così, dall’aria, quella nomina dell’Ajala? E, in coscienza, se il Torchiara avesse avuto una figliuola, sarebbe stato contento di mandarla a scuola da una donna che aveva fatto parlare così male di sé? Che fior di maestra per le ragazze! [20] Ivi, 98-99.

Dal canto suo, Marta prosegue imperterrita nel suo cammino anche perché, per sua fortuna, non si presenta alla sua mente il pensiero che, pur riuscendo, avrebbe potuto incontrare «quasi la stessa vigliacca e oltraggiosa rivolta popolare» [22] ma è animata solo dalla sua «ansia di risorgere» e dal desiderio di riscattarsi dalla miseria:

E ancora non le era arrivata agli orecchi la calunnia di cui la gente onesta si armava per osteggiarla, per ricacciarla bene addentro nel fango da cui smaniava d’uscire! [23]

[22] Ivi, 99.  [23] Ivi, 99-100.

La stessa reazione nei confronti dell’indomita volontà di Marta di rigettare la forma in cui la società intende imbrigliarla colpisce anche Rocco per il quale, a fronte di tale audacia, la pietà che provava per la moglie, «prossima a cangiarsi in rimorso, improvvisamente aombrata, s’era cangiata, invece, in dispetto». [24] Ivi, 100.

Per il marito, Marta avrebbe dovuto acconciarsi al suo ruolo di negletta; intanto, al suo sostentamento, ma – si badi bene, «di nascosto» [25] – avrebbe provveduto egli stesso. La volontà di emanciparsi, di bastare da sola a se stessa e di provvedere contemporaneamente alla sua famiglia, pare a Rocco non come una necessità ma solo come una velleità che suona alle sue orecchie come disprezzo e derisione nei suoi confronti.

[25] Ibidem.

Rocco sa bene che l’adulterio di Marta è una calunnia ma non si ribella, obbedisce quasi meccanicamente a un rituale impostogli dal padre. Reagisce soltanto per tema di coprirsi di ridicolo quando va da Anna Veronica per chiederle di dissuadere Marta dal suo proposito di lavorare, quasi che l’indipendenza economica della moglie fosse un disonore maggiore dell’accusa di adulterio.

Anche Rocco è condizionato dalle chiacchiere della gente e, come Agata, in fondo al suo cuore, nel dialogo con Anna Veronica, se la prende con Marta che non si cura di nessuno e non ha paura di uscire a testa alta di fronte al paese:

[…] Sa che dice la gente? – domandò egli con voce – Che la corrispondenza con

l’Alvignani séguita… Ecco!

Séguita?

E questo perché? Per l’eterna sua smania di comparire! Ma come… tu sai ciò che ti pesa addosso, sai quello che hai fatto e hai il coraggio di uscire in piazza a sfidare la maldicenza del paese? La gente parla… sfido! Come ha ottenuto quel posto? [26] Ivi, 102-103.

Il pensiero di Rocco è analogo a quello di Agata, la quale, spinta da Anna Veronica ad andare dall’ispettore scolastico a chiedere conto della mancata nomina di Marta, lungo la strada, accusa tra sé e sé la figlia per averla cacciata in quella situazione di forte disagio:

Come se avesse veramente da vergognarsi di qualche cosa, schivava però per via gli sguardi della gente. […] Marta, Marta! Avrebbe dovuto starsene rassegnata e dimessa, ad aspettare giustizia dal tempo: avrebbero lavorato tutte e tre insieme, nell’ombra e tirato innanzi alla meglio; senza andare a suscitare di nuovo tutta questa guerra. [27] Ivi, 108.

La denuncia dello scrittore per la ‘gabbia’ in cui la società ‘intrappola’ gli individui, espressa spesso nelle sue opere successive da un personaggio fuori dal coro, alter ego dello stesso Pirandello – pensiamo, ad esempio, al Laudisi di Così è, se vi pare – si affaccia già qui, in questo primo romanzo, nelle vesti del professor Blandino che prende vivacemente le distanze dall’amico Torchiara, ormai arresosi alle pressioni sociali:

– Ma io non giudico come voi! – gli gridò Luca Blandino. – Io giudico secondo i casi: non mi traccio, come voi, una linea: fin qui è male, fin qui è bene… Lasciami agire da pazzo! Vado a scrivere un letterone di improperii a Gregorio Alvignani… Ah, lui, il grand’uomo, se ne deve uscire così, dopo aver gettato nell’ignominia e nella miseria un’intera famiglia? Ma sai che le lettere gliele buttava dalla finestra come un ragazzino? Ti saluto… ti saluto… [28] Ivi, 112.

Grazie all’interessamento dell’onorevole Alvignani, il presunto amante, Marta riesce comunque ad ottenere un posto come maestra nel Collegio, ma la guerra della comunità circostante, che la vuole avvilita, continua, da un lato attraverso il mormorio delle altre maestre, oneste e brutte zitellone («Un’onta per la classe delle insegnanti! Un’onta per l’Istituto!»), [29] dall’altro attraverso la velenosa resistenza delle alunne – «cattive, astiose, messe sù evidentemente dai genitori contro la nuova maestra». [30]

[29] Ivi, 113.  [30] Ibidem.

Marta vede il vanificarsi di ogni tentativo di riscattarsi con le sue sole forze. Soltanto un nuovo intervento dell’Alvignani le consente, grazie al trasferimento a Palermo, di liberarsi infine «dal fango che l’attorniava». [31] Ivi, 119.

Ma dopo un primo momento di sollievo dato dall’anonimato della grande città, Marta torna a sentirsi estranea alla calma di una volta, sente «che lei sola era l’esclusa, lei sola non avrebbe più ritrovato il suo posto, checché facesse, per lei sola non sarebbe più ritornata la vita d’un tempo». [32] Ivi, 134.

L’unico legame con il passato è rappresentato dalle lettere di Anna Veronica che la informa dello strascico di chiacchiere e di fango che, nonostante la distanza, ancora le viene gettato addosso nella comunità di appartenenza. Le allusioni della famiglia Pentàgora a «una forte ragione, un serio impedimento» [33] al suo ritorno in paese fanno indignare Marta per la persecuzione senza tregua, per l’infamia a compenso della sua innocenza, per la condanna cieca del padre e per tutte le conseguenze imputate a sua colpa.

[33] Ivi, 149.

Nessun comportamento riesce mai a placare l’animosità della gente nei suoi confronti per cui ella si sente da «umile, oltraggiata; da altera, lapidata di calunnie». [34] Ivi, 150.

Ed infine, da donna sola, Marta finisce per subire l’ulteriore insidia della corte – non gradita – dei suoi tre colleghi del Collegio.

Ecco che l’incontro con l’Alvignani a Palermo viene accolto dalla donna come una possibilità di vendetta, una vendetta reclamata a gran voce dalla sua stessa innocenza oltraggiata:

E perché soffrire, dunque, l’ingiustizia palese di tutti? […] Né la condanna ingiusta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all’innocenza di lei dopo quello che il marito e il padre avevano fatto? […] L’innocenza, l’innocenza sua stessa le scottava, le gridava vendetta. E il vendicatore era venuto. [35] Ivi, 161.

Ma questa vendetta, se ha un senso nella contorta logica del giudizio altrui, non offre alla protagonista il risarcimento sperato, anzi, l’avvilisce ai suoi stessi occhi. Subito dopo essersi concessa all’Alvignani, Marta sente venir meno l’energia per lottare ancora contro una società che l’aveva condotta ad essere realmente come fino ad allora era stata soltanto rappresentata:

E, andando, chiamava in soccorso, a raccolta, ragioni, scuse che sostenessero di fronte a lei stessa il concetto della propria onestà, quasi per farsene forte contro colui che così improvvisamente gliel’aveva tolta, e per sottrarsi nello stesso tempo all’idea che l’avviliva e la schiacciava, di essere stata tratta, cioè, quasi passivamente, a quella stessa colpa, di cui – innocente – era stata accusata. [36] Ivi, 176.

La coscienza di Marta ha logiche più lineari di quelle della società intorno a lei e ben presto ella si accorge che ha bisogno di fingere non tanto per gli altri, quanto per sé, per tenere a bada il crescente senso di colpa che si proietta sulla sua relazione con l’Alvignani.

Marta non è ritratta come le altre eroine, preda della passione amorosa. In lei non c’è mai l’accecamento della ragione e la sua relazione adulterina, finalmente consumata, non è che l’estremo tentativo di ribellione allo stritolamento messo in atto dalla società circostante. Ciò risulta chiaro anche all’Alvignani che – in un ennesimo rovesciamento di prospettiva compiuto dallo sguardo pirandelliano – la spinge a considerare la proposta del marito di ritornare in famiglia, finalmente perdonata, laddove ella era ormai colpevole:

– Tu non mi hai mai amato: non hai amato nessuno, mai, o per difetto tuo, o per colpa d’altri; non so. Tu stessa l’hai detto: ti sei sentita spinta da tutti nelle mie braccia… E ora, vedi, vedi, sarebbe questa la vera vendetta, questa; e se io fossi in te, non esiterei un solo minuto! Pensaci! Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora che tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo – per te è tale! – il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanti, come si meritavano! [37] Ivi, 193-194.

Nel ritrarre la vicenda di Marta Ajala, Pirandello già mette a fuoco alcuni temi che caratterizzeranno la sua intera produzione: la lotta dell’individuo contro la società, quel sentirsi ‘forestiere della vita’, il contrasto tra essere e apparire che presenta forti ripercussioni nella vita interiore dei suoi personaggi.

Ne L’esclusa, insomma, viene prefigurata quella poliedrica scomposizione della verità assoluta che sarà oggetto del più tardo Così è (se vi pare), e vengono già messi a fuoco quei tratti della società circostante, nella sua morbosa curiosità e nei suoi giudizi tranchant nei confronti dell’individuo, che possono far parlare di questo romanzo come dell’esordio già maturo dello scrittore agrigentino.

Loredana Palma
Settembre 2021

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