Luigi Pirandello e la verità

da Libertà e persona

di Francesco Agnoli

Luigi Pirandello e la verità
Francis Bacon, (1909-1992), Ritratto di George Dyer allo specchio, 1968

Non poggiare su nulla, vivere sospesi tra incertezza ed incertezza, pronunciare ogni parola, fare ogni gesto, d’amore o di odio, con la convinzione che non si fonda; restare di fronte alla vita e alle cose senza mai un abbraccio, uno sguardo che penetri e che frughi, alla ricerca di un nucleo positivo, di un sorriso nascosto, di un quid che sia capace di metterci, onestamente, in moto: è il relativismo totale, di un grande autore della letteratura italiana del Novecento, Luigi Pirandello.

Questo poeta siciliano, nato in una villa detta “Caos”, ha cercato in molte sue opere di mettere a nudo, impietosamente, tutte le contraddizioni della realtà; ha tentato di smascherare, tramite una logica estrema, ogni apparente illogicità e assurdità della vita. Cosa c’è di vero, di oggettivo, di degno, in ciò che ci circonda? Il povero Vitangelo Moscarda, uno dei tanti alter ego dell’autore, si accorge un giorno che per la moglie il suo naso, che lui aveva sempre ritenuto perfetto, pende da un lato: ma chi sono, allora, io, si chiede? Chi sono io per gli altri, dal momento che non sono per loro quello che credevo di essere? E si accorge che sua moglie si è costruita un Vitangelo a sua immagine e somiglianza, diverso da quello vero. O forse quello vero neppure esiste. Ognuno di noi, infatti, secondo Pirandello, indossa una maschera, per sua volontà o perché gli altri la impongono. Crediamo di conoscere noi stessi e gli altri, ed invece non conosciamo nulla. Ognuno con la sua verità diversa: “così è, se vi pare”. Infatti non è solo la certezza dell’esistenza di Dio che perde consistenza, in un sistema relativistico coerente: Dio non può morire, senza che muoia anche l’uomo, senza che tutta la realtà smarrisca i suoi confini e i suoi colori.

L’identità personale scompare, perché sarebbe la verità di una persona e di una storia; così anche l’altro, inconoscibile ed inconosciuto, perde consistenza e concretezza. Il risultato, drammatico e terribile, è la solitudine, l’incomunicabilità totale. Se io non sono io, se l’altro non è l’altro, anche il rapporto più forte, quello tra marito e sposa, quello tra Vitangelo e sua moglie, è in realtà inesistente: non l’uno carne della carne dell’altro, ma atomi isolati e impenetrabili. Perché se non esiste la Verità anche baciarsi diventa un assurdo: il bacio non è più, infatti, il segno di una cercata unità tra due identità differenti che si incontrano e si amano, che si conoscono ma cercano un rapporto ed una conoscenza più profondi, che giunga, tentativamente, ad attingere al mistero buono dell’ altro. Chi agisce, infatti, chi bacia, per Pirandello, non conosce se stesso e non conosce l’oggetto del suo bacio! Tutto scompare nel relativismo assoluto: la realtà, l’amore, il senso stesso delle parole. Anch’esse, infatti, non sono affatto il nostro tentativo di afferrare l’intima realtà delle cose, gli universali oggettivi che significano una realtà esistente. Al contrario sono solo contenitori vuoti: “Le parole sono vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto”.

Se la Verità non esiste, dunque, come nel relativismo pirandelliano, tutto sprofonda nell’assurdo. A rigore non ci dovrebbe essere permesso nulla: né parlare, né amare, né se stessi né il prossimo! Così la prospettiva finale rimane solo quella di annullarsi: Vitangelo decide di farlo. Lascia ogni affetto e ogni cosa e si ritira a vivere in un ospizio: “Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri… Sono quest’albero, nuvola; domani, libro, vento: il libro che leggo, il vento che bevo…muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi…”. Eppure, anche all’interno di questo pessimismo assoluto, necessaria conseguenza di un relativismo coerente, Pirandello lascia capire, talora, che l’unica “follia” razionale, l’unica che faccia giustizia delle apparenti assurdità della vita, conciliandole in una sorta di logica sovra-umana, è la follia della Fede, simboleggiata da una lanternuccia ad olio. Qualcuno continua ancora ad alimentarla, dentro di sé, anche nell’era del progresso e del positivismo: “Il fioco ma placido lume di queste lanternucce desta certo invidia angosciosa in molti di noi; a certi altri, invece, che si credono armati, come tanti Giove, del fulmine domato dalla scienza, e, in luogo di quelle lanternucce, recano in trionfo le lampadine elettriche, ispira una sdegnosa commiserazione”. Ma è la lampadina elettrica, simbolo della scienza divinizzata, ad essere, per Pirandello, uno strumento troppo idiota, troppo “fioco”, per esplorare la possibile esistenza di una Verità che salvi.

Francesco Agnoli

da Libertà e persona 

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