«La signorina», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)

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Di Maria Amici.

La signorina allora, altresì sentendosi merce di scambio per la pretesa sistemazione economica della famiglia, proprio a quella freddezza reagisce, tra l’offeso e il capriccioso, decidendo d’impeto, e con un riso sarcastico tutto rivolto al mancato sposo, di accettare di sposare l’ultimo proposto, senza amore, per ripicca: per quel «puntiglio» che così spesso l’aveva connotata.

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La signorina. analisi
Giovanni Boldini (1842-1931), La signora in rosa, 1916

«La signorina», novella di Luigi Pirandello

Per gentile concessione dell’Autrice.

da Nephelai

Leggi e ascolta. Voce di Giuseppe Tizza. 

L’esordio della novella, in medias res, cattura l’attenzione del lettore, che si trova subito inviluppato in un intrico di considerazioni sovrapposte e contrapposte -nel tribunale della coscienza-, riguardanti atti non compiuti e tuttavia sin dalle intenzioni percepiti già di per sé sleali, o lasciati a mezzo, all’avvertimento e al potenziale fraintendimento altrui o a volte dall’altro colti incidentalmente o senza profondità di desiderio;  un nodo di tradimenti, in una, non inusuale in Pirandello, sospensione della volontà in un limbo in cui essa galleggia impartecipe («senza quasi volerlo»);  un groviglio di intenzioni e atti definiti non si sa bene se solo nel pensiero o oltre, per via di allusioni e ‘trappole’ della conversazione galante; di decisioni proposte e di obiezioni, entrambe opposte del soggetto a se stesso;  un vortice di antipatie e di scelte per ripicca o per ripiego; di costruzioni e immaginazioni proprie promosse nel pensiero al rango di altrui intenzioni, modi e atti;  e a specchio un labirinto, sul piano narrativo, di prospettive e focalizzazioni sul personaggio continuamente oscillanti, di psicologie dissimili e contrastate, delineate con introspezione spietata e un sapiente gioco già drammaturgico in cui anche lo stesso personaggio, sia sulla linea dell’azione sia sdoppiandosi nelle proteste continue di coscienza ed onestà, sostiene più ruoli.

Di due amici, uno, l’avvocato Marzani, è incerto se chiedere o no in moglie una «signorina» senza dote; l’altro, Mabelli, ha fatto timide e combattute -ma non frenate- avance, ben accolte, alla stessa, per quanto, non essendo abbastanza danaroso, non possa sposarla.

Lo aveva fatto comunque, tuttavia, in un momento

«in cui s’era lasciato prendere quasi in agguato dal proprio cuore, contro le dolorose imposizioni della ragione e della necessità»

e poi non aveva più saputo con sincerità e decisione né chiarirsi né impedire che le «supposizioni» di lei, cui quelle avance avevano dato adito, divenissero per lei «certezza, a cagione del suo silenzio» ed ella continuasse ad avvolgerlo, anzi «aggirarlo tra le spire della sua arguta malizia», né impedirsi di tradire, di fatto, l’amico «così, senza quasi volerlo» (“non si sa come”?), e parimenti il padre della donna, che confida in lui.

Sempre esitante, Marzani non gliene chiede subito conto, accenna solo a un proprio «sospetto», ma Mabelli lo depista, peraltro violando una confidenza della giovane, se non peggio: è un «equivoco», non lui fa la corte alla signorina, ella invece ha avuto un amore da ragazzina con un terzo, che i due amici considerano «un po’ traviato», l’Arnoldi, da poco tornato in città.

Giulia, la «signorina», «stizzita» dall’irresolutezza del Mabelli, decisa «più per puntiglio di vincere che per amore», tenta di comprometterlo con qualche atto «non del tutto inappuntabile», ma egli si ritrae, malgrado ella infine lo accusi di averla ingannata.

Mabelli non sa fare altro a questo punto che prospettarle una serie di vuote, frustrate, inibitorie proiezioni:

«E le parlò […] di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione – l’Arte!»

In Mabelli, quindi, d’un tratto balugina – meno attenuando la mediocrità del personaggio di quanto non presenti lo svilimento di una figura che si vorrebbe meno indegna – l’ipotiposi dell’Artista, perduto in una rete di sogni velleitari che gli negano la vita: e peraltro la vita di Pirandello a questa impasse fu consona. Analogamente, infatti, nel Discorso al Convegno «Volta» sul teatro drammatico, a Roma, l’8 ottobre 1934, quasi quarant’anni dopo, lo scrittore avrebbe precisato e ammonito:

«è vero che la vita o si vive o si scrive e che, quando la si vive, difficilmente nello stesso tempo, cioè in mezzo all’azione e alla passione, ci si può mettere in quelle condizioni che sono proprie dell’arte».

Una poetica dell’esclusione, quindi: che Pirandello visse, ma tragicamente e con dignità, con estrema, disillusa coerenza.

D’altronde anche quell’amore, e Mabelli lo rileva in un guizzo metanarrativo, non era nato che in un atto in germe ‘artistico’, quale la catoptria nella narrazione di un sentimento -peraltro labile- e la proiezione nel sentimento di quella narrazione, durante il racconto, da parte di un altro (la «signorina»), del ricordo dell’amore giovanile di lei.

Forse Mabelli coglie anche confusamente, ma più con un’intuizione cattiva e autoassolutoria, il «puntiglio» di lei di sposarsi.

Allora perché non con l’Arnoldi, che si è ripresentato al padre di lei, e questi proprio a Mabelli ha chiesto consiglio? Ma meglio Marzani!, si dice l’“artista” manipolatore: e a quegli si volge a proporgli di interporsi nel matrimonio, non peritandosi di ‘limare’ le proprie non del tutto innocenti responsabilità, ma al contempo sentendosi «trattenuto», come «internamente» da «qualcuno», un “altro” se stesso appena percepito.

Similmente, in un vertiginoso e inquietante effetto di straniamento, un “altro”, il Mabelli, «parla per bocca» di una Giulia plagiata e consapevole insieme, motivando il suo rifiuto a sposare chiunque. Inquietante, perché effetto non voluto da lui, che ai genitori della donna propone allora Arnoldi: e a lei, con una «freddezza un po’ ironica», nell’alternarsi dei suoi atteggiamenti, peraltro ambigui – e penosi, con quella sfumatura di coscienza tuttavia obliterata.

La signorina allora, altresì sentendosi merce di scambio per la pretesa sistemazione economica della famiglia, proprio a quella freddezza reagisce, tra l’offeso e il capriccioso, decidendo d’impeto, e con un riso sarcastico tutto rivolto al mancato sposo, di accettare di sposare l’ultimo proposto, senza amore, per ripicca: per quel «puntiglio» che così spesso l’aveva connotata.

L’esito drammaturgico

Al termine della sintesi infra ripresa, Gioanola in Pirandello’s story, cit.,  pag. 265), nota:

 “Dal […] racconto, diventato famoso nell’adattamento teatrale, L’amica delle mogli, abbiamo già ricavato qualche osservazione: la protagonista rappresenta una specie di perfetta incarnazione dell’amore assoluto, che per restare tale deve rinunciare a darsi qualche chance di realizzazione: «Ella è l’intatta e l’intangibile! Rimane agli occhi nostri come l’ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciato sfuggire. E lei si vendica, facendoci innamorare invano»”.

Tuttavia L’amica delle mogli, commedia composta nella seconda metà del 1926 e rappresentata dal 28 aprile 1927, più direttamente deriva dall’omonima novella, pubblicata anch’essa in “Amori senza amore” (Roma : stabilimento E. Bontempelli), nel 1894.

La signorina può essere richiamata, come fa Gioanola, quale antecedente del dramma suddetto magari per qualche analogia formale, superficialmente nella situazione per cui attorno ad un’unica donna s’aggirano più pretendenti, tra loro in rapporti d’amicizia sottilmente suscettibile d’esser tradita.

Ben diverso invece L’amica delle mogli, sia per gli esiti della situazione, sia soprattutto per l’intensità drammatica e nella costruzione del personaggio della protagonista, che non solo da sé ‘motiva’ l’opera e ne sposta la focalizzazione tematica, ma risulta di ben altra levatura e spessore, non meno per la stratificazione dei moventi che per la complessità della psicologia.

Un consiglio per la bibliografia

Elio Gioanola in Pirandello’s story. La vita o si vive o si scrive (Milano : Jaca Book, 2007, pag. 264),
assume la novella – una delle quali, La ricca, del 1892, e altre di Amore senza amori – ad esemplificazione di una situazione limite la cui percezione è viva in Pirandello da ben prima delle note traversie personali:

“della donna non si può fare a meno, ma convivere con lei non è possibile”; tuttavia (per la profonda moralità da cui egli è animato), il matrimonio è l’“unica via di rapporto amoroso socialmente riconosciuto e moralmente accettato”: e l’una e l’altro necessari.

“Così il matrimonio diventa un’impossibile possibilità, in uno scontro di assoluti che esclude ogni possibile mediazione dialettica. Così non soltanto il matrimonio realizzato è causa di infelicità, ma [lo è] anche quello impossibile a realizzarsi tra chi veramente si ama”.

In estrema sintesi

La sintesi è di Elio Gioanola, in Pirandello’s story. La vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 265.

La novella “sviluppa un nodo ancora più intricato di reciproci veti, con al centro una ragazza ambita da un avvocato, mentre lei è del tutto indifferente perché innamorata del miglior amico del suo spasimante. Costui, a sua volta, non può sposarla per non tradire i suoi alti e vani ideali: «E le parlò […] di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione – l’Arte!». Si fa avanti un terzo uomo – amoretto studentesco della «signorina» – e chiede la sua mano. L’aspirante artista consiglia l’amico avvocato a fare lui la richiesta, ma la donna rifiuta e, per sfuggire all’impasse in cui si trova, decide di sposare l’ultimo arrivato, che non ama affatto.

Maria Amici

28 novembre 2012

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