Infinito Pirandello. L’attualità dello scrittore siciliano

Di Mattia Cavadini

Pirandello è infinito. Nel bene e nel male. Infinito, in senso letterale: ovvero che non finisce mai. Non solo per le trame dei suoi romanzi, assiduamente aurorali, incessantemente digressivi, costruiti su continui rilanci fantastici, guizzi narrativi, capovolgimenti umoristici ed ironici, cerebralità abissali, cavillosità minute e minuziose.

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Infinito Pirandello
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Pirandello è infinito. Nel bene e nel male. Infinito, in senso letterale: ovvero che non finisce mai. Non solo per le trame dei suoi romanzi, assiduamente aurorali, incessantemente digressivi, costruiti su continui rilanci fantastici, guizzi narrativi, capovolgimenti umoristici ed ironici, cerebralità abissali, cavillosità minute e minuziose. Ma anche per i significati che affiorano dalle sue opere, essi pure innumerevoli, non circoscrivibili, sebbene tutti riconducibili alla sfera dell’io, quella sfera che un altro grande scrittore (che pure visse a cavallo fra Otto e Novecento) aveva definito come una sola moltitudine. L’io non è monolitico, bensì plurimo, fatto d’infinte maschere, sfaccettature. L’io è uno nessuno e centomila. E questo perché (grazie agli strumenti della fantasia, dell’immaginazione e dell’umorismo) può attuare continue vie di fuga dalla realtà e da se stesso: soluzioni di sopravvivenza, straniamenti, sdoppiamenti, transfert, … Eppoi, Pirandello è infinito anche per le reazioni che suscita nel lettore, spesso entusiasta in età adolescente (allorché la costruzione dell’identità trova nei libri dello scrittore siciliano uno specchio infranto, che riflette un’immagine scheggiata dell’io, sollevando quesiti e agnizioni), critico e renitente in età adulta (non solo per l’inevitabile insofferenza verso la macchina narrativa spesso cerebrale, ma anche per la presenza di astrusaggini concettuali, come una certa fumisteria metafisica, un facile psicologismo e qua e là gli echi di un’adesione ideologica al fascismo), sereno, ammirato e compassionevole in età matura, allorché, nel conoscersi più compiutamente, il lettore si ritrova in Pirandello, avendo vissuto lui stesso la fragilità dell’io, la sua doppiezza, la sua infinità. Insomma, come diceva Sciascia, ad un certo punto della propria vita si ritrova Pirandello, nel conoscerci, lo si riconosce.

Per riconoscerlo, però, occorre fare un falò di tutti gli orpelli di scena ostentati dallo scrittore siciliano: il pizzo mefistofelico, le foto davanti allo specchio, la feluca di Accademico, le mille maschere, la Versilia con Marta Abba, i viaggi in Europa, le celebrazioni e la grande recita di Stoccolma in occasione del Nobel … Fatto questo grande falò, ecco che Pirandello ci appare per quello che in realtà è stato, al di qua delle sue innumerevoli maschere. Non il dandy, non il fascista, non l’accademico imbevuto dei suoi studi tedeschi, ma il professore siciliano che ha vissuto per anni accanto a una moglie squilibrata, che si è chiuso nella fornace della scrittura da cui ha tratto innumerevoli storie, mettendo in scena personaggi ancipiti, insieme vittime e carnefici, persecutori e martirizzati. Uno scrittore che ha vissuto sulla propria pelle la disperazione (nel condividere senza ribrezzo la follia della moglie, senza abbandonarla), la depressione (per aver perso tutto: le zolfare paterne distrutte da una frana, il patrimonio familiare, la dote della moglie), il pessimismo (per il tramonto degli ideali della Belle Epoque, la crisi della famiglia borghese, lo sbriciolamento della volontà di potenza, la nascita del conflitto di classe). Uno scrittore che, alla stregua del suo Mattia Pascal, ha guardato la propria ombra col desiderio di calpestarla, esclamando: l’ombra di un morto, ecco la mia vita.

Sapendo tutto questo, non solo perché si è letta la biografia dello scrittore siciliano ma anche perché si è capito cosa sia la vita, ecco che Pirandello torna, in età matura, a farci visita. Qui, probabilmente, si annida il motivo del successo pirandelliano. Perché allora, dietro alle infinite storie, alle pièces teatrali e alle novelle, non si vede più un gioco cerebrale, un accumulo di cavilli e verbosità, ma si riconosce il tentativo disperato di salvare la ragione attraverso la creazione letteraria. L’alternarsi di pietà e di sarcasmo, l’uso dell’umorismo e dell’ironia per evitare i baratri esistenziali, l’idea che solo la fantasia possa salvare dall’abisso del vanitas vanitatum: tutte queste modalità di sopravvivenza messe in atto dai personaggi pirandelliani (sino alle soglie dell’assurdo) incarnano in realtà gli stessi espedienti che Pirandello ha cercato di attuare nella sua stanza della Tortura, per non soccombere alla follia della moglie e allo stesso tempo cercando di dare un futuro ai figli e alla famiglia inaspettatamente confrontata col bisogno.

Il trattato sull’umorismo più che apparentarsi con il saggio di Bergson (umorismo come eversione sociale, sovvertimento dei ruoli, capovolgimento dei valori) appare allora come una prima formulazione della teoria dell’assurdo: ovvero una maschera comica da indossare per nascondere (innanzitutto a se stessi) la propria disperazione. Questo è stato l’umorismo di Pirandello. Questo è stato il suo furioso bisogno di scrivere. Incatenato alla follia della moglie, confrontato col crollo degli ideali e con inaspettate ristrettezze economiche, lo scrittore siciliano ha riversato tutto se stesso nella sua opera. Un’opera scheggiata in cui ha cercato (come molti suoi personaggi) di offrire a se stesso altre possibilità di esistenza. Questo è stato il suo umorismo: mostrare attraverso la scrittura l’inconsistenza del reale a fronte dell’infinita realtà che la fantasia e l’immaginazione sono in grado d’allestire.

Mattia Cavadini

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