Il tempo in Pirandello

Di Biagio Lauritano. 

Come Pirandello c’insegna la forma è fissa ed immutabile, quindi c’è bisogno della vita per dare spazio all’umorismo attraverso cui impariamo istintivamente sia a conoscere i nostri bisogni e le nostre debolezze

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Il tempo in Pirandello

Il tempo in Pirandello

Per gentile concessione dell’Autore

In Pirandello la certezza dell’esistenza non risulta connaturata alla durata del tempo oggettivo, ma a quello soggettivo ossia interiore che, se all’inizio porta l’individuo a interrogarsi sul proprio destino, alla fine comporta per lo stesso la più totale estraneità al mondo. Il tempo, anche quello soggettivo, passa invece i ricordi, connessi alle azioni, restano. Come a dire che, ogni volta che ritorniamo su noi stessi ricordando, il nostro vissuto è sempre lo stesso ovvero possediamo una “coscienza ciclica” che ci pone sempre di fronte a un dilemma: “Col passare del tempo noi siamo sempre gli stessi?”.

In primis mi viene da dire di sì poiché non siamo noi a poter dare spiegazioni credibili della società e del mondo che ci circondano. Ma se analizziamo più profondamente la natura del nostro dilemma ci accorgiamo che, col passare degli anni, perdiamo frammenti della nostra esistenza che vanno disseminandosi ovunque: in altre parole ciascun frammento della nostra esistenza rappresenta fenomenologicamente un episodio del nostro vissuto. È come dire che i frammenti della nostra esistenza ci permettono di dare un nome alle cose che vediamo per preservarci dalla morte del nostro io. In questo modo tempo soggettivo e tempo oggettivo si incontrano dando origine alla forma del conoscere ovvero ai nostri ricordi.

Ma come Pirandello c’insegna la forma è fissa ed immutabile, quindi c’è bisogno della vita per dare spazio all’umorismo attraverso cui impariamo istintivamente sia a conoscere i nostri bisogni e le nostre debolezze, sia ad operare razionalmente una scelta tra le tante esperienze vissute per evitare di perderci nel caos della quotidianità. È questo l’unico modo per fare sì che sentimento e ragione si incontrino: ecco tracciato in breve l’evoluzione del pensiero e della poetica pirandelliani da “Il fu Mattia Pascal” a “Uno, nessuno e centomila”. La realtà contingente è cioè spiegata secondo l’ottica del pensiero leibniziano: ci sono tante monadi quanti i punti di vista dei vari individui e ognuno di questi avverte razionalmente il punto di vista del proprio io, ma al contempo, inconsciamente anche quelli di tutti gli altri.

È una visione panica della vita che coincide con l’infinito delle nostre sensazioni da cui deve necessariamente scaturire una scelta obbligata ovvero quella di dare un nome alle cose e in definitiva a noi stessi. Ma nel caos della quotidianità il tempo oggettivo corre più velocemente di quello soggettivo e questo, nella maggior parte dei casi, si modella su quello altrimenti non ci sarebbe la forma e noi saremmo il Tutto ovvero Dio. Allora noi dobbiamo necessariamente relegare nel nostro inconscio tutti quei ricordi che rischierebbero di renderci schiavi della forma ed accettare quelli invece che ci conducono alla vita cioè alla, seppur momentanea, felicità.

Biagio Lauritano

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