131. I pensionati della memoria – Novella

Novella dalla Raccolta “Donna Mimma” (1925)¬†

13. I pensionati della memoria Р1914

¬†Auf Deutsch¬†‚Äď Die Pension√§re der Erinnerung

Approfondimenti nel sito: Sezione Teatro –¬†La vita che ti diedi – 1923

Prima pubblicazione: Aprutium, gennaio 1914, poi in Un cavallo nella luna, Treves Milano 1918.

I pensionati della memoria
Fotogramma dal film Coco, Disney Pixar 2017

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†Bella fortuna, la vostra! Accompagnare i morti al camposanto e ritornarvene a casa, magari con una gran tristezza nell’anima e un gran vuoto nel cuore, se il morto vi era caro; e se no, con la soddisfazione d‚Äôaver compiuto un dovere increscioso e desiderosi di dissipare, rientrando nelle cure e nel tramenio della vita, la costernazione e l‚Äôambascia che il pensiero e lo spettacolo della morte incutono sempre. Tutti, a ogni modo, con un senso di sollievo, perch√©, anche per i parenti pi√Ļ intimi, il morto ‚Äď diciamo la verit√† ‚Äď con quella gelida immobile durezza impassibilmente opposta a tutte le cure che ce ne diamo, a tutto il pianto che gli facciamo attorno, √® un orribile ingombro, di cui lo stesso cordoglio ‚Äď per quanto accenni e tenti di volersene ancora disperatamente gravare ‚Äď anela in fondo in fondo a liberarsi.

             E ve ne liberate, voi, almeno di quest’orribile ingombro materiale, andando a lasciare i vostri morti al camposanto. Sarà una pena, sarà un fastìdio; ma poi vedete sciogliersi il mortorio, calare il feretro nella fossa; là, e addio. Finito.

             Vi sembra poca fortuna?

             A me, tutti i morti che accompagno al camposanto, mi ritornano indietro.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Fanno finta d‚Äôesser morti, dentro la cassa. O forse veramente sono morti per s√©. Ma non per me, vi prego di credere! Quando tutto per voi √® finito, per me non √® finito niente. Se ne rivengono meco, tutti, a casa mia. Ho la casa piena. Voi credete di morti? Ma che morti! Sono tutti vivi. Vivi, come me, come voi; pi√Ļ di prima.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Soltanto ‚Äď questo s√¨ ‚Äď sono disillusi.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Perch√© ‚Äď riflettete bene: che cosa pu√≤ esser morto di loro? Quella realt√† ch‚Äôessi diedero, e non sempre uguale, a se stessi, alla vita. Oh, una realt√† molto relativa, vi prego di credere. Non era la vostra; non era la mia. Io e voi, infatti, vediamo, sentiamo e pensiamo, ciascuno a modo nostro noi stessi e la vita. Il che vuol dire, che a noi stessi e alla vita diamo ciascuno a modo nostro una realt√†: la projettiamo fuori e crediamo che, cos√¨ com‚Äô√® nostra, debba essere anche di tutti; e allegramente ci viviamo in mezzo e ci camminiamo sicuri, il bastone in mano, il sigaro in bocca.

             Ah, signori miei, non ve ne fidate troppo! Basta appena un soffio a portarsela via, codesta vostra realtà! Ma non vedete che vi cangia dentro di continuo? Cangia, appena cominciate a vedere, a sentire, a pensare un tantino diversamente di poc’anzi; sicché ciò che poc’anzi era per voi la realtà, v’accorgete adesso ch’era invece un’illusione. Ma pure, ahimè, c’è forse altra realtà fuori di questa illusione? E che cos’altro è dunque la morte se non la disillusione totale?

             Però, ecco, se sono tanti poveri disillusi i morti, per l’illusione che si fecero di se medesimi e della vita; per quella che me ne faccio io ancora, possono aver la consolazione di viver sempre, finché vivo io. E se n’approfittano! V’assicuro che se n’approfittano.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Guardate. Ho conosciuto, pi√Ļ di vent‚Äôanni fa, a Bonn sul Reno, un certo signor Herbst. Herbst vuol dire autunno; ma il signor Herbst era anche d‚Äôinverno, di primavera e d‚Äôestate, cappellajo, e aveva bottega in un angolo della Piazza del Mercato, presso la Beethoven-Halle.

             Vedo quel canto della piazza, come se vi fossi ancora, di sera; ne respiro gli odori misti esalanti dalle botteghe illuminate, odori grassi; e vedo i lumi accesi anche davanti la vetrina del signor Herbst, il quale se ne sta su la soglia della bottega con le gambe aperte e le mani in tasca. Mi vede passare, inchina la testa e mi augura, con la special cantilena del dialetto renano:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Cute Nacht, Herr Doktor.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Sono trascorsi pi√Ļ di vent‚Äôanni. Ne aveva, a dir poco, cinquantotto il signor Herbst, allora. Ebbene, forse a quest‚Äôora sar√† morto. Ma sar√† morto per s√©, non per me, vi prego di credere. Ed √® inutile, proprio inutile che mi diciate che siete stati di recente a Bonn sul Reno e che nell‚Äôangolo della Marktplatz accanto alla Beethoven-Halle non avete trovato traccia n√© del signor Herbst n√© della sua bottega di cappellajo. Che ci avete trovato invece? Un‚Äôaltra realt√†, √® vero? E credete che sia pi√Ļ vera di quella che ci lasciai io vent‚Äôanni fa? Ripassate, caro signore, di qui ad altri vent‚Äôanni, e vedrete che ne sar√† di questache ci avete lasciato voi adesso.

             Quale realtà? Ma credete forse che la mia di vent’anni fa, col signor Herbst su la soglia della sua bottega, le gambe aperte e le mani in tasca, sia quella stessa che si faceva di sé e della sua bottega e della Piazza del Mercato, lui, il signor Herbst? Ma chi sa il signor Herbst come vedeva se stesso e la sua bottega e quella piazza!

             No, no, cari signori: quella era una realtà mia, unicamente mia, che non può cangiare né perire, finché io vivrò, e che potrà anche vivere eterna, se io avrò la forza d’eternarla in qualche pagina, o almeno, via, per altri cento milioni d’anni, secondo i calcoli fatti or ora in America circa la durata della vita umana sulla Terra.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Ora, com‚Äô√® per me del signor Herbst tanto lontano, se a quest‚Äôora √® morto; cos√¨ √® dei tanti morti che vado ad accompagnare al camposanto e che se ne vanno anch‚Äôessi per conto loro assai pi√Ļ lontano e chi sa dove. La realt√† loro √® svanita; ma quale? quella ch‚Äôessi davano a se medesimi. E che potevo saperne io, di quella loro realt√†? Che ne sapete voi? Io so quella che davo ad essi per conto mio. Illusione la mia e la loro.

             Ma se essi, poveri morti, si sono totalmente disillusi della loro, l’illusione mia ancora vive ed è così forte che io, ripeto, dopo averli accompagnati al camposanto, me li vedo ritornare indietro, tutti, tali e quali: pian piano, fuori della cassa, accanto a me.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Ma perch√©, ‚Äď voi dite, ‚Äď non se ne ritornano alle loro case, invece di venirsene a casa vostra?

             Oh bella! ma perché non hanno mica una realtà per sé, da potersene andare dove loro piace. La realtà non è mai per sé. Ed essi l’hanno, ora, per me, e con me dunque per forza se ne debbono venire.

             Poveri pensionati della memoria, la disillusione loro m’accora indicibilmente.

             Dapprima, cioè appena terminata l’ultima rappresentazione (dico dopo l’accompagnamento funebre) quando rinvengon fuori dal feretro per ritornarsene con me a piedi dal camposanto, hanno una certa balda vivacità sprezzante, come di chi si sia scrollato con poco onore, è vero, e a costo di perder tutto, un gran peso d’addosso. Pure, rimasti come peggio non si potrebbe, vogliono rifiatare. Eh sì! almeno, via, un bel respiro di sollievo. Tante ore, lì, rigidi, immobili, impalati su un letto, a fare i morti. Vogliono sgranchirsi: girano e rigirano il collo; alzano ora questa ora quella spalla; stirano, storcono, dimenano le braccia; vogliono muover le gambe speditamente e anche mi lasciano di qualche passo indietro. Ma non possono mica allontanarsi troppo. Sanno bene d’esser legati a me, d’aver ormai in me soltanto la loro realtà, o illusione di vita, che fa proprio lo stesso.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Altri ‚Äď parenti ‚Äď qualche amico ‚Äď li piangono, li rimpiangono, ricordano questo o quel loro tratto, soffrono della loro perdita; ma questo pianto, questo rimpianto, questo ricordo, questa sofferenza sono per una realt√† che fu, ch‚Äôessi credono svanita col morto, perch√© non hanno mai riflettuto sul valore di questa realt√†.

             Tutto è per loro l’esserci o il non esserci d’un corpo.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Basterebbe a consolarli il credere che questo corpo non c‚Äô√® pi√Ļ, non perch√© sia gi√† sotterra, ma perch√© √® partito, in viaggio, e ritorner√† chi sa quando.

             Su, lasciate tutto com’è: la camera pronta per il suo ritorno; il letto rifatto, con la coperta un po’ rimboccata e la camicia da notte distesa; la candela e la scatola dei fiammiferi sul comodino; le pantofole davanti la poltrona, a pie del letto.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď E partito. Ritorner√†.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Basterebbe questo. Sareste consolati. Perch√©? Perch√© voi date una realt√† per s√© a quel corpo, che invece, per s√©, non ne ha nessuna. Tanto vero che ‚Äď morto ‚Äď si disgrega, svanisce.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Ah, ecco, ‚Äď esclamate voi ora. ‚Äď Morto! Tu dici che, morto, si disgrega; ma quando era vivo? Aveva una realt√†!

             Cari miei, torniamo daccapo? Ma sì, quella realtà ch’egli si dava e che voi gli davate. E non abbiamo provato ch’era un’illusione? La realtà ch’egli si dava, voi non la sapete, non potete saperla perché era in lui e fuori di voi; voi sapete quella che gli davate voi. E non potete forse dargliela ancora, senza vedere il suo corpo? Ma sì! tanto vero, che subito vi consolereste, se poteste crederlo partito, in viaggio. Dite di no? E non seguitaste forse a dargliela tante volte, sapendolo realmente partito, in viaggio? E non è forse quella stessa che io do da lontano al signor Herbst, che non so se per sé sia vivo o morto?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Via, via! sapete perch√© voi piangete, invece? Per un‚Äôaltra ragione piangete, cari miei, che non supponete neppur lontanamente. Voi piangete perch√© il morto, lui, non pu√≤ pi√Ļ dare a voi una realt√†. Vi fanno paura i suoi occhi chiusi, che non vi possono pi√Ļ vedere; quelle sue mani dure gelide, che non vi possono pi√Ļ toccare. Non vi potete dar pace per quella sua assoluta insensibilit√†. Dunque, proprio perch√© egli, il morto, non vi sente pi√Ļ. Il che vuol dire che vi √® caduto con lui, per la vostra illusione, un sostegno, un conforto: la reciprocit√† dell‚Äôillusione.

             Quand’egli era partito, in viaggio, voi, sua moglie, dicevate:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Se egli da lontano mi pensa, io sono viva per lui.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†E questo vi sosteneva e vi confortava. Ora ch‚Äôegli √® morto, voi non dite pi√Ļ:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Io non sono pi√Ļ viva per lui! Dite invece:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Egli non √® pi√Ļ vivo per me!

             Ma sì ch’egli è vivo per voi! Vivo per quel tanto che può esser vivo, cioè per quel tanto di realtà che voi gli avete dato. La verità è che voi gli deste sempre una realtà molto labile, una realtà tutta fatta per voi, per l’illusione della vostra vita, e niente o ben poco per quella di lui.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Ed ecco perch√© i morti se ne vengono da me, ora. E con me ‚Äď poveri pensionati della memoria ‚Äď amaramente ragionano su le vane illusioni della vita, di cui essi al tutto si sono disillusi, di cui non posso ancora disilludermi al tutto anch‚Äôio, bench√© come loro le riconosca vane.

¬†Auf Deutsch¬†‚Äď Die Pension√§re der Erinnerung

Indice della Raccolta Donna Mimma
01 – Donna Mimma – 1917
02 – L’abito nuovo – 1913
03 – Il capretto nero – 1913
04 – Sedile sotto un vecchio cipresso – 1924
05 – Il gatto, un cardellino e le stelle – 1917
06 – La vendetta del cane – 1913
07 – Rondone e Rondinella – 1913
08 – Quando si comprende – 1918
09 – Un cavallo nella luna – 1907
10 – Resti mortali – 1924
11 – Paura d’esser felice – 1911
12 – Visitare gl’infermi – 1896
13 – I pensionati della memoria – 1913
¬Ľ¬Ľ Elenchi di tutte le novelle
¬Ľ¬Ľ¬†Elenco delle raccolte

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