Gli “Spiriti” di Luigi Pirandello

Di Mario Guarnera

Le misteriose tematiche riguardanti lo Spiritismo, diffusosi a macchia d’olio negli Stati Uniti d’America e in Europa dalla metà dell’Ottocento, non potevano che stimolare l’estro creativo di Luigi Pirandello, che proprio da bambino era rimasto affascinato dai racconti sugli “Spiddi” narratigli dalla vecchia serva Maria Stella, al punto da incentrare su tale fascinazione alcune sue decisive opere..

da METROCT.IT

gli spiriti di Luigi Pirandello
Beka Lisa, Spirit painting, 2002. dal sito dell’autrice

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Le misteriose tematiche riguardanti lo Spiritismo, diffusosi a macchia d’olio negli Stati Uniti d’America e in Europa dalla metà dell’Ottocento, non potevano che stimolare l’estro creativo di Luigi Pirandello, che proprio da bambino era rimasto affascinato dai racconti sugli “Spiddi” narratigli dalla vecchia serva Maria Stella, al punto da incentrare su tale fascinazione alcune sue decisive opere. Ovviamente l’autore agrigentino non fu certamente il primo ad utilizzare simili spunti ispirativi: gli esseri denominati “Spiriti” o “Fantasmi”, propriamente manifestazioni del mondo dell’aldilà, con la loro apparizione rendono incerto il confine fra vivi e morti, e in quanto detentori di messaggi occulti sono elemento cardine in opere letterarie di ampia fama, dall’ombra di Patroclo morto in battaglia, che appare in sogno ad Achille nell’Iliade (Libro XXIII, vv. 65-107), a figure emblematiche del teatro scespiriano quali gli spettri di Giulio Cesare che appare a Bruto o del padre di Amleto che reclama vendetta dal figlio, fino alla novella di Giovanni Verga, “Rosso Malpelo”, del 1878, nella quale i minatori temono di imbattersi nel fantasma del povero ragazzo perduto nei cunicoli. Il razionalismo sette-ottocentesco demitizzando gli ”Spiriti”, li rese protagonisti dei racconti basati su storie di fantasmi, da Ernst Theodor Amadeus Hoffmann ad Edgar Allan Poe, ma sul versante opposto produsse il sorgere di una letteratura pseudo scientifica sul fenomeno, spinta dal desiderio di sperimentare un concreto contatto spiritico. Favorevole all’approccio analitico fu l’autore siciliano più incline al rovello filosofico, Luigi Pirandello, il quale, in forme e contesti diversi, avvicinò più volte il fenomeno degli “Spiriti”.

Un primo esempio è costituito dall’intreccio narrativo della novella “La casa del Granella” (pubblicata nel 1905 per il periodico letterario fiorentino “Il Marzocco”, inserita nel 1910 nella raccolta “La vita nuda”). L’incursione nello Spiritismo aggiunge un ulteriore tassello all’analisi pirandelliana delle vicissitudini che ostacolano e ribaltano il corso normale delle nostre esistenze, svuotandole del senso che avevamo a fatica costruito. Nella novella sono tanti i personaggi che, diciamo, perdono il sonno e la pace: la famiglia Piccirilli, composta da padre, madre e figlia, vuole lasciare la casa affittata loro dal signor Granella, perché testimoni di apparizioni inquietanti, fenomeni visivi ed acustici prodotti, a loro dire, dagli spiriti che infestano la casa. Ma il Granella invia agli inquilini una citazione per cessazione del contratto di locazione per aver infamato il prestigio dell’abitazione. Il caso si presenta difficile per l’avvocato Zummo, che già ha di suo un astio verso la routine della propria professione. Tutto sembra incerto, l’avvocato Zummo non può, da buon positivista, accettare l’irrazionale, ma a sorpresa scopre che esiste una letteratura ampia ed appassionante sul tema, e vi si converte. In tal modo Pirandello, facendo precisi riferimenti a tutta una serie di eventi paranormali, all’epoca ben risaputi, mette in scena fenomeni che la scienza positiva ridicolizzava: i tavolini “parlanti e semoventi” con cui, negli Stati Uniti d’America, le tre sorelle Fox, a partire dal 1847, conversavano con gli spiriti, facendo nascere la figura del “medium”, intermediario tra gli spiriti e gli uomini; la sistematizzazione in una dottrina mistico-religiosa compiuta da Allen Kordec un decennio dopo in Francia con il “Libro degli spiriti” e la fondazione della “Società Parigina di Studi Spiritici”, sempre avvalendosi dell’utilizzo di medium; gli studi di autori seri e rispettati come quelli di psichiatri quale Enrico Morselli (“Psicologia e Spiritismo”, 1906) e Cesare Lombroso, che negli ultimi anni della propria attività giunse ad ad accettare l’ipotesi spiritistica (“ Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici”, 1909). La conseguenza di tutto ciò, pensa l’avvocato Zummo, è che se l’anima immortale esiste, gli effetti anche più inverosimili troveranno in essi una causa:

«Lesse dapprima una storia sommaria dello Spiritismo, dalle origini delle mitologia fino ai dì nostri, e il libro del Iacolliot sui prodigi del fachirismo; poi tutto quanto avevano già pubblicato i più illustri sperimentatori, dal Crookes al Wagner, all’Aksakof; dal Gibier allo Zoellner al Janet, al de Rochas, al Richet, al Morselli; e con suo sommo stupore venne a conoscere che ormai i fenomeni cosi detti spiritici, per esplicita dichiarazione degli scienziati più scettici e più positivi erano innegabili.
– Ah, perdio ! – esclamò Zummo, già tuto acceso e vibrante : – qua la cosa cambia d’aspetto!
Finché quei fenomeni gli eran stati riferiti da gentuccia come i Piccirilli e i loro vicini, egli, uomo serio, cauto, nutrito di scienza positiva, li aveva derisi e avessero sanz’altro respinti. Poteva accettarli ? Se pure gl’ieli avessero fatti vedere e toccare con mano, avrebbe piuttosto confessato d’essere un allucinato anche lui. Ma ora, ora che li sapeva confortati dall’autorità di scienziati come il Lombroso, come il Richet, ah perdio, la cosa cambiava d’aspetto».

Così l‘avvocato Zummo mantiene la propria affidabilità professionale a spese del povero signor granella, che prova a dimostrare l’inesistenza degli spiriti dimorando nottetempo nella propria casa, senza ottenere i risultati voluti in quanto anch’egli impaurito dai rumori che , ormai per tutti ed anche per lui, non potevano che essere le voci dei fantasmi. L’amarezza di Pirandello viene fuori chiaramente nel mettere in luce come tutti i personaggi cerchino un appiglio per sopravvivere, chi come la famiglia Piccirilli affidandosi alla legge pur sapendo che si può finire per «cacciarsi in una trappola», chi come l’avvocato Zummo affidandosi all’irrazionale, chi come il padrone di casa fingendo sicurezza ma fuggendo al calar del sole nella speranza, vana, di non essere scoperto. Tutti cercano una via, una giustificazione, un punto fermo, qualunque esso sia. Il razionalismo, nel quale Pirandello si era formato negli anni universitari a Bonn, lo conduce alla consapevolezza che l’uomo preferisce assumere la “Maschera” piuttosto che esercitare a pieno la ragione stessa, se essa non fa altro che mettere a nudo le contraddizioni che tali restano, senza possibilità di pacificazione, e dunque questa conversione dalla Scienza Positiva allo Spiritismo può leggersi in questa prospettiva, l’esplosione dell’illogicità che manda per aria le regole consolidate dei giochi di società.

In modo più diretto, quasi usando una lente d’ingrandimento, il richiamo all’inspiegabile fornisce il alla novella “Lo spirito maligno” (pubblicata con il titolo “Una piastra e quattro centesimi” nel giornale milanese “Corriere della sera” del 2 maggio 1910, inserita nel 1923, col nuovo titolo, nella raccolta “In silenzio”). Carlo Noccia è a capo di un grande deposito di zolfo (evidenti i richiami autobiografici alla zolfara del padre di Pirandello, Stefano), ma l’ambiente spregiudicato porta anche lui, senza rendersene conto, a basse speculazioni economiche, virando in un attimo il corso della propria onesta e lineare esistenza:

«Il Noccia cominciò a credere allora all’esistenza d’un certo spirito maligno nato e nutrito dall’odio dall’invidia dal rancore, dai cattivi pensieri e insomma da tutto il male che ci vogliono i nostri nemici; uno spirito maligno che ci sta sempre attorno agile vigile e pronto a nuocerci, approfittando dei nostri dubbi e della nostra perplessità, con spinte e suggerimenti e consigli e insinuazioni che hanno in prima l’aria della più onesta saggezza, del più sennato consiglio, e che poi tutt’a un tratto si scoprono falsi e insidiosi, sicché tutta la nostra condotta appare all’improvviso agli occhi altrui ed anche ai nostri stessi sotto una luce sinistra, dalla quale non sappiamo più, come soprappesi, come sottrarci».

Come l’azione del “Genio Maligno” di René Descartes, esistono delle condizioni che operano in direzione contraria alle nostre intenzioni, ma che portano ugualmente a dei risultati per noi innominabili e scandalosi, quindi attribuiti all’azione di uno “Spirito”: Carlo Noccia viene arrestato per la banale appropriazione di una borsetta ritrovata tra i tavolini di un caffè, e la sua buonafede non viene assolutamente presa in considerazione:

«Non sarebbe stato serio prestar fede alla persecuzione di un certo spirito maligno di cui quell’arrestato farneticava».

Nel campo della vasta produzione teatrale di Pirandello, il breve atto unico “All’uscita”, definito dall’autore “Mistero profano”, venne pubblicato nell’aprile 1916: per la profondità dell’analisi filosofica delle motivazioni umane fu pensato per la lettura ma venne egualmente portato sulle scene da Lamberto Picasso nel 1922. L’opera è incentrata sulle figure degli spiriti (“Apparenze”) dell’Uomo grasso, del Filosofo, della Donna uccisa e del Bambino dalla melagrana (antico simbolo di fertilità e quindi di rinascita), i quali, trovatisi all’uscita d’un cimitero, utilizzano il breve tempo concesso alla loro apparenza corporea prima della definitiva dissoluzione (secondo una ipotesi della Teosofia), per continuare a cercare un senso e una risposta alle situazioni che hanno vissuto prima di morire, illusioni necessarie a sopportare la vita stessa, che conosce momenti apparentemente gratificanti per l’Uomo grasso, tradotti in illusioni dal Filosofo che le considera prive di una giustificazione razionale, condannandosi, però, ad una infinita e vana ricerca:

«Ho paura ch’io solo resterò sempre qua, seguitando a ragionare.»

Molti anni dopo, Pirandello tornerà sul tema delle manifestazioni irrazionali e morbose nella sua ultima novella, “Effetti d’un sogno interrotto” (pubblicata in “Corriere della sera” del 9 dicembre 1936, inserita nel 1937 nella raccolta “Una giornata”) costruita, col tocco surrealistico della sua ultima produzione (vicina alla temperie intellettuale degli anni della psicoanalisi di Freud e del cinema di Buñuel), intorno a un quadro seicentesco, la “Maddalena in penitenza”, raffigurante una bellissima donna intenta alla lettura, dai lunghi capelli fulvi e col seno scoperto, tela presente in una vecchia casa tenuta in consegna da un uomo che se ne disfà immediatamente quando il cliente di un antiquario vede nella “Maddalena” l’immagine esatta della moglie defunta:

«Era lei, sua moglie, lei tal’e quale, lei così – tutta – come lui, lui marito, poteva averla veduta nell’intimità (e così dicendo, alludeva chiaramente alla nudità del seno)».

La gelosia del vedovo si trasforma in uno spaventoso incubo notturno per l’uomo, sogno che continua dopo l’improvviso risveglio quando la “Maddalena” solleva gli occhi dal libro e gli lancia «uno sguardo vivo, ridente di tenera diabolica malizia». L’antiquario, vedendo tutto ciò, si affretta a trovare la causa in una mera allucinazione:

«Ma allucinazioni, signori miei, allucinazioni ! – Non finiva intanto d’esclamare l’antiquario.
Quanto son cari questi uomini sodi che, davanti a un fatto che non si spiega, trovano subito una parola che non dice nulla e in cui così facilmente s’acquetano.
– Allucinazioni!».

Il surrealismo di Pirandello è adesso pienamente dispiegato, come si nota dal confronto tra due novelle appartenenti a fasi successive della sua produzione: nella novella “La buon’anima” (pubblicata in “La Riviera Ligure” nel luglio 1904, inserita nel 1910 in “La vita nuda”) la presenza del defunto Cosimo Taddei si fa intrusiva nella vita di Bartolini Fiorenzo, che aveva sposato Lina Sarulli, la vedova del Taddei, a causa di onnipresenti e ridenti fotografie del defunto, ma la vicenda mantiene toni realistici seppur grotteschi; in “Effetti d’un sogno interrotto”  invece Pirandello fa utilizzo dell’ambiguità del sogno in grado di passare il guado tra sonno e veglia, per descrivere i casi della sorte che rimettono in gioco dolori più o meno sopiti.

In conclusione, gli “Spiriti” e i fenomeni inspiegabili e irrazionali fungono da elemento corrosivo della ”forma” necessaria alle relazioni interpersonale, scossa emotiva che ribalta consuetudini apparentemente indiscutibili, e la tematica della “casa infestata” diviene rocambolesca fuga dal castello inviolabile per ritrovarsi nudi e indifesi, soffocati da una libertà che, ottenuta, si dimostra mortale, come testimonia l’ultima e incompiuta fatica teatrale di Luigi Pirandello: soltanto gli “Scalognati”, i protagonisti de “I Giganti della Montagna” che vivono nelle villa, detta “La Scalogna”, del “Mago” Cotrone, riescono a sopportare l’irrazionale, «esseri liberi perché operanti al di fuori della vita e della realtà» , meravigliando una compagnia teatrale che si imbatte nella loro villa, come si evince dallo scambio di battute tra l’attrice Diamante e gli “Scalognati” Quaquèo e Milordino:

«DIAMANTE: E bellissimi i lampi ! Quella fiamma verde sul tetto !
QUAQUÈO: Toh, guarda ! L’hanno preso per teatro ! Noi facciamo i fantasmi…
MILORDINO: Ci si son divertiti !
DIAMANTE: I fantasmi ! Che fantasmi ?
QUAQUÈO: Ma sì, le apparizioni, per spaventare la gente e tenerla lontana!».

Tra gli “Spiddi” di Girgenti e i “Fantasmi” di villa “Scalogna” sembra così stabilirsi, nell’arco della incessante riflessione pirandelliana, una inquietante continuità capace di rimettere in questione, ancora oggi, i nostri precari equilibri.

Mario Guarnera
10 novembre 2017

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