Distrazione – Audio lettura 4

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Legge Giuseppe Tizza
«I rari passanti si fermavano e si voltavano a mirare, tra stupiti e indignati. Il sonno del cocchiere su la cassetta e il sonno del morto dentro il carro: freddo e nel bujo, quello del morto; caldo e nel sole, quello del cocchiere.»

Prime pubblicazioni: La Riviera Ligure, gennaio 1907, poi in La vita nuda, Treves 1910.

Distrazione
Giuseppe De Nittis (1846-1884), Posteggio carrozze o la carrozza chiusa, olio su tavoletta, 1876. Immagine dal Web.

Distrazione

Voce di Giuseppe Tizza

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             Nero tra il baglior polverulento d’un sole d’agosto che non dava respiro, un carro funebre di terza classe si fermò davanti al portone accostato d’una casa nuova d’una delle tante vie nuove di Roma, nel quartiere dei Prati di Castello.

             Potevano esser le tre del pomeriggio.

             Tutte quelle case nuove, per la maggior parte non ancora abitate, pareva guardassero coi vani delle finestre sguarnite quel carro nero.

             Fatte da così poco apposta per accogliere la vita, invece della vita – ecco qua – la morte vedevano, che veniva a far preda giusto lì.

             Prima della vita, la morte.

             E se n’era venuto lentamente, a passo, quel carro. Il cocchiere, che cascava a pezzi dal sonno, con la tuba spelacchiata, buttata a sghembo sul naso, e un piede sul parafango davanti, al primo portone che gli era parso accostato in segno di lutto, aveva dato una stratta alle briglie, l’arresto al manubrio della martinicca, e s’era sdrajato a dormire più comodamente su la cassetta.

             Dalla porta dell’unica bottega della via s’affacciò, scostando la tenda di traliccio, unta e sgualcita, un omaccio spettorato, sudato, sanguigno, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia pelose.

             –   Ps! – chiamò, rivolto al cocchiere. – Ahò! Più là…

             Il cocchiere reclinò il capo per guardar di sotto la falda della tuba posata sul naso; allentò il freno; scosse le briglie sul dorso dei cavalli e passò avanti alla drogheria, senza dir nulla.

             Qua o là, per lui. era lo stesso.

             E davanti al portone, anch’esso accostato della casa più in là, si fermò e riprese a dormire.

             –   Somaro! – borbottò il droghiere, scrollando le spalle. – Non s’accorge che tutti i portoni a quest’ora sono accostati. Dev’essere nuovo del mestiere.

             Così era veramente. E non gli piaceva per nientissimo affatto, quel mestiere, a Scalabrino. Ma aveva fatto il portinajo, e aveva litigato prima con tutti gl’inquilini e poi col padron di casa; il sagrestano a San Rocco, e aveva litigato col parroco; s’era messo per vetturino di piazza e aveva litigato con tutti i padroni di riméssa, fino a tre giorni fa. Ora, non trovando di meglio in quella stagionacela morta, s’era allogato in una Impresa di pompe funebri. Avrebbe litigato pure con questa – lo sapeva sicuro – perché le cose storte, lui, non le poteva soffrire. E poi era disgraziato, ecco. Bastava vederlo. Le spalle in capo; gli occhi a sportello; la faccia gialla, come di cera, e il naso rosso. Perché rosso, il naso? Perché tutti lo prendessero per ubriacone; quando lui neppure lo sapeva che sapore avesse il vino.

             – Puh!

             Ne aveva fino alla gola, di quella vitaccia porca. E un giorno o l’altro, l’ultima litigata per bene l’avrebbe fatta con l’acqua del fiume, e buona notte.

             Per ora là, mangiato dalle mosche e dalla noja, sotto la vampa cocente del sole, ad aspettar quel primo carico. Il morto.

             O non gli sbucò, dopo una buona mezz’ora, da un altro portone in fondo, dall’altro lato della via?

             – Te passino… (al morto) – esclamò tra i denti, accorrendo col carro, mentre i becchini, ansimanti sotto il peso d’una misera bara vestita di mussolo nero, filettata agli orli di fettuccia bianca, sacravano e protestavano:

             –   Te possino… (a lui) – Te pij n’accidente – O ch’er nummero der portone non te l’aveveno dato ?

             Scalabrino fece la voltata senza fiatare; aspettò che quelli aprissero lo sportello e introducessero il carico nel carro.

             – Tira via!

             E si mosse, lentamente, a passo, com’era venuto: ancora col piede alzato sul parafango davanti e la tuba sul naso.

             Il carro, nudo. Non un nastro, non un fiore.

             Dietro, una sola accompagnatrice.

             Andava costei con un velo nero trapunto, da messa, calato sul volto; indossava una veste scura, di mussolo rasato, a fiorellini gialli, e un ombrellino chiaro aveva, sgargiante sotto il sole, aperto e appoggiato su la spalla.

             Accompagnava il morto, ma si riparava dal sole con l’ombrellino. E teneva il capo basso, quasi più per vergogna che per afflizione.

             – Buon passeggio, ah Rosi’! – le gridò dietro il droghiere scamiciato, che s’era fatto di nuovo alla porta della bottega. E accompagnò il saluto con un riso sguajato, scrollando il capo.’

             L’accompagnatrice si voltò a guardarlo attraverso il velo; alzò la mano col mezzo guanto di filo per fargli un cenno di saluto, poi l’abbassò per riprendersi di dietro la veste, e mostrò le scarpe scalcagnate. Aveva però i mezzi guanti di filo e l’ombrellino, lei.

             – Povero sor Bernardo, come un cane, – disse forte qualcuno dalla finestra d’una casa.

             Il droghiere guardò in su, seguitando a scrollare il capo.

             – Un professore, con la sola servaccia dietro… – gridò un’altra voce, di vecchia, da un’altra finestra.

             Nel sole, quelle voci dall’alto sonavano nel silenzio della strada deserta, strane.

             Prima di svoltare, Scalabrino pensò di proporre all’accompagnatrice di pigliare a nolo una vettura per far più presto, già che nessun cane era venuto a far coda a quel mortorio.

             – Con questo sole… a quest’ora…

             Rosina scosse il capo sotto il velo. Aveva fatto giuramento, lei, che avrebbe accompagnato a piedi il padrone fino all’imboccatura di via San Lorenzo.

             – Ma che ti vede il padrone?

             Niente! Giuramento. La vettura, se mai, l’avrebbe presa, lassù, fino a Campoverano.

             – E se te la pago io? – insistette Scalabrino. Niente. Giuramento.

             Scalabrino masticò sotto la tuba un’altra imprecazione e seguitò a passo, prima per il ponte Cavour, poi per Via Tomacelli e per Via Condotti e per Piazza di Spagna e Via Due Macelli e Capo le Case e Via Sistina.

             Fin qui, tanto o quanto, si tenne su, sveglio, per scansare le altre vetture, i tram elettrici e le automobili, considerando che a quel mortorio lì nessuno avrebbe fatto largo e portato rispetto.

             Ma quando, attraversata sempre a passo Piazza Barberini, imboccò l’erta via di San Niccolò da Tolentino, rialzò il piede sul parafango, si calò di nuovo la tuba sul naso e si riaccomodò a dormire.

             I cavalli, tanto, sapevano la via.

             I rari passanti si fermavano e si voltavano a mirare, tra stupiti e indignati. Il sonno del cocchiere su la cassetta e il sonno del morto dentro il carro: freddo e nel bujo, quello del morto; caldo e nel sole, quello del cocchiere; e poi quell’unica accompagnatrice con l’ombrellino chiaro e il velo nero abbassato sul volto: tutto l’insieme di quel mortorio, insomma, così zitto zitto e solo solo, a quell’ora, bruciata, faceva proprio cader le braccia.

             Non era il modo, quello, d’andarsene all’altro mondo! Scelti male il giorno, l’ora, la stagione. Pareva che quel morto lì avesse sdegnato di dare alla morte una conveniente serietà. Irritava. Quasi quasi aveva ragione il cocchiere che se la dormiva.

             E così avesse seguitato a dormire Scalabrino fino al principio di Via San Lorenzo! Ma i cavalli, appena superata l’erta, svoltando per Via Volturno, pensarono bene d’avanzare un po’ il passo; e Scalabrino si destò.

             Ora, destarsi, veder fermo sul marciapiedi a sinistra un signore allampanato, barbuto, con grossi occhiali neri, stremenzito in un abito grigio, sorcigno, e sentirsi arrivare in faccia, su la tuba, un grosso involto, fu tutt’uno!

             Prima che Scalabrino avesse tempo di riaversi, quel signore s’era buttato innanzi ai cavalli, li aveva fermati e, avventando gesti minacciosi, quasi volesse scagliar le mani, non avendo più altro da scagliare, urlava, sbraitava:

             – A me? a me? mascalzone! canaglia! manigoldo! a un padre di famiglia? a un padre di otto figliuoli? manigoldo! farabutto!

             Tutta la gente che si trovava a passare per via e tutti i bottegai e gli avventori s’affollarono di corsa attorno al carro e tutti gl’inquilini delle case vicine s’affacciarono alle finestre, e altri curiosi accorsero, al clamore, dalle prossime vie, i quali, non riuscendo a sapere che cosa fosse accaduto, smaniavano, accostandosi a questo e a quello, e si drizzavano su la punta dei piedi.

             –    Ma che è stato?

             –    Uhm… pare che… dice che… non so!

             –    Ma c’è il morto?

             –    Dove?

             –    Nel carro, c’è?

             –    Uhm!… Chi è morto?

             –    Gli pigliano la contravvenzione!

             –    Al morto?

             –    Al cocchiere…

             –    E perché?

             –    Mah!… pare che… dice che…

             Il signore grigio allampanato seguitava intanto a sbraitare presso la vetrata d’un caffè, dove lo avevano trascinato; reclamava l’involto scagliato contro il cocchiere; ma non s’arrivava ancora a comprendere perché glielo avesse scagliato. Sul carro, il cocchiere cadaverico, con gli occhi miopi strizzati, si rimetteva in sesto la tuba e rispondeva alla guardia di città che, tra la calca e lo schiamazzo, prendeva appunti su un taccuino.

             Alla fine il carro si mosse tra la folla che gli fece largo, vociando; ma, come apparve di nuovo, sotto l’ombrellino chiaro, col velo nero abbassato sul volto, quell’unica accompagnatrice – silenzio. Solo qualche monellaccio fischiò.

             Che era insomma accaduto?

             Niente. Una piccola distrazione. Vetturino di piazza fino a tre giorni fa, Scalabrino, stordito dal sole, svegliato di soprassalto, s’era scordato di trovarsi su un carro funebre: gli era parso d’essere ancora su la cassetta d’una botticella e, avvezzo com’era ormai da tanti anni a invitar la gente per via a servirsi del suo legno, vedendosi guardato da quel signore sorcigno fermo lì sul marciapiede, gli aveva fatto segno col dito, se voleva montare.

             E quel signore, per un piccolo segno, tutto quel baccano…

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