Di Pirandello poeta

Di Anna Maria Bonfiglio

Pirandello poeta avverte l’esigenza del rinnovamento del linguaggio, cerca una sua originale lingua che non percorra strade già sperimentate e sebbene molti dei temi affrontati siano fisiologicamente inattuali possiamo riconoscervi l’estetica baudelairiana della condizione poeta

da Limina Mundi

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di luigi pirandello
Luigi Pirandello, ritratto a Villa Borghese davanti alla Galleria omonima

Di Luigi Pirandello romanziere e drammaturgo non si finisce mai di scrivere, poco invece si ricorda della sua modesta (per numero) produzione poetica della quale in definitiva non si è mai detto troppo bene. Personalmente ho avuto modo di parlarne in un convegno a lui dedicato in quel di Porto Empedocle, suo e mio paese d’origine, e nell’occasione portare alla superficie quella parte della sua opera considerata minore.

Luigi Pirandello pubblica la sua prima raccolta di poesie, Mal giocondo, nel 1889 a Palermo e l’ultima, Fuori di chiave, nel 1912 a Genova. La sua produzione poetica copre quindi un arco di tempo a cavallo fra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, periodo di transizione fra due secoli, momento storico caratterizzato dal tramonto della civiltà del positivismo e dal sorgere di un’epoca protesa alla ricerca di nuovi valori e altre certezze. Ciò genera nel poeta quello smarrimento morale che egli indaga nel saggio giovanile Arte e coscienza d’oggi, nel quale fra l’altro si pone questa domanda:”Quali saranno le norme della condotta, quali azioni saranno reputate giuste o ingiuste?” Interrogativo ancora attuale, per motivi certo diversi ma non per questo meno importanti. Il disorientamento di cui parla Pirandello in questo saggio investe soprattutto i giovani dei quali egli dice:”(I giovani) danno di sé uno spettacolo ancor più triste. Nei(loro) cervelli e nelle (loro) coscienze regna una straordinaria confusione“.

Il passaggio da un secolo all’altro è quello che abbiamo vissuto e viviamo anche noi, poeti contemporanei che hanno varcato la soglia del duemila direi quasi con la stessa confusione, con gli stessi problemi di coscienza, sebbene di natura diversa e di altra provenienza. La crisi a cui si riferisce Pirandello è quella dell’Italia post-unitaria, della repressione dei Fasci siciliani, dello scandalo della Banca Romana che metteva il dito nella piaga della corruzione della classe dirigente ed è la crisi storica e la delusione giovanile che irrompono in Mal giocondo, libro che già nell’ossimoro del titolo riconduce alla visione di tutta la tematica pirandelliana. In questa prima prova poetica dello scrittore agrigentino si rileva la sfiducia nelle classi dirigenti, negli uomini politici responsabili di mal governo, in uno stato rimasto sostanzialmente burocratico e poliziesco. L’amarezza che ne viene fuori per il fallimento delle speranze risorgimentali sarà poi espressa più compiutamente nel romanzo I vecchi e i giovani dove assume contorni più decisi e densi di significati simbolici. A questa tematica fa da contrappunto la polemica contro la repressione dell’eros, il desiderio di vita e la ribellione alla convenzionalità delle leggi moralistiche. La cifra stilistica è sostenuta da una lingua viva, lontana dal logorato uso letterario e rinnovata da un’espressione semanticamente essenziale.

A monte della seconda raccolta, Fuori di chiave, si intravede in filigrana la poetica del saggio L’umorismo, quel “sentimento del contrario” che nella poesia Preludio orchestrale riporta alla condizione dell’uomo che avverte la pena di non essere in armonia con se stesso e con il mondo, che si sente creatura alienata, appunto “fuori di chiave”. Il tema della dissociazione della personalità, delle molteplici espressioni dell’io, delle “forme” in cui vive l’individuo, gabbie che lo imprigionano e lo separano dall’altro se stesso, è ancora attuale e vissuto in certa poesia contemporanea che avverte il disagio di un’esistenza priva di certezze e d’ogni consolatoria illusione, vittima della cosiddetta società dell’immagine che ha costruito modelli fisici sempre più diretti alla perfezione fisica e sempre meno tesi alla vera ed autentica essenza dell’uomo.

Nella poesia Ritorno, scritta a Porto Empedocle nel 1910, Pirandello affronta il legame che unisce l’uomo alle sue radici geografiche. Egli parla all’altro se stesso, al giovane che dal terrazzo della sua casa, “cassero d’una nave a cui volgea/prospera allora e lieta la fortuna“, sentiva la smania dell’attesa che lo allontanava da tutto ciò che lo circondava. La fisionomia del borgo marinaro, la realtà fisica e sociale del luogo (il porto, il mare, le banchine dalle quali gli zolfatari trasportavano lo zolfo sulle navi da carico) ritornano accompagnate dall’amarezza per l’avversa sorte che “cangiò la fortuna” della sua famiglia. Non sembri allora peregrino accostare questa tensione poetica all’attuale filone di tanta letteratura dell’emigrazione, spesso espressa nell’ambigua valenza di desiderio di appartenenza alla nuova terra e nostalgia dell’habitat originario.

Pirandello poeta avverte l’esigenza del rinnovamento del linguaggio, cerca una sua originale lingua che non percorra strade già sperimentate e sebbene molti dei temi affrontati siano fisiologicamente inattuali possiamo riconoscervi l’estetica baudelairiana della condizione poeta: un sovversivo che crede nella forza della poesia come atto d’accusa verso un sistema governato da leggi se vogliamo utopiche ma necessarie alla sopravvivenza dell’artista.

Anna Maria Bonfiglio (vedi breve bio)

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