Conversazione con Andrea Pirandello

Di Dina Saponaro e Lucia Torsello. 

da Istituto di Studi Pirandelliani

Pirandello con i nipoti: Lietta, Giorgio, Andrea, Ninnì e Pier Luigi, 1930

Quella che segue è la trascrizione di parte di una lunga conversazione avuta negli anni con Andrea Pirandello conclusasi nel luglio 2016.
La Conversazione è stata da noi pubblicata nel volume Andrea Pirandello, Luigi e Antonietta. Memorie di famiglia (1886-1919), edito nel 2017 da Carabba Editore.

Da tempo ci ripromettevamo di parlare del suo vissuto, del passato con Luigi Pirandello e con suo padre Stefano, per conoscere il suo punto di vista su alcuni aspetti delle vicende familiari nel loro rapporto con l’opera di suo nonno Luigi Pirandello. 

Dal 1933 al 1936 avete abitato nello stesso villino in Via Antonio Bosio, lo stesso amato villino dove Luigi, Antonietta e i loro tre figli, Stefano, Lietta e Fausto, avevano già vissuto dal 1913 al 1919, durante gli anni della prima Guerra mondiale e della prigionia di suo padre Stefano, anni di cui lei ha già scritto nel libro Il figlio prigioniero; le stanze di via Antonio Bosio sono legate alle vicende della famiglia Pirandello. 

Quando Pirandello da Parigi rientra a Roma, nel 1933, torna ad abitare nello stesso villino, al piano superiore dell’appartamento occupato allora dalla vostra famiglia. Lì rimanete fino al 1938, due anni dopo la morte di suo nonno. 

Fu allora che gli eredi Pirandello decisero di donare una parte del patrimonio bibliografico, archivistico e artistico allo Stato italiano. Ancora oggi tutto è conservato intatto grazie alla Fondazione Istituto di Studi Pirandelliani.

Cosa vuole raccontare di quel periodo, della sua infanzia vissuta in quella comunità prodigiosamente creativa nella appartata e silenziosa traversa di Via Nomentana? 

Sì, c’era silenzio in strada e anche in casa. Noi eravamo nipoti e figli, ancora bambini, di due scrittori. Gli scrittori lavorano in casa e hanno bisogno di molta concentrazione. C’era questa regola del silenzio in casa e in giardino, e anche in villeggiatura! Appena noi bambini cominciavamo a infervorarci in una invenzione, la mamma, o la domestica o Francesco, l’autista e cameriere di Nonno, accorrevano dicendoci “Zitti, zitti! Per carità! Non fate chiasso!”. Dovevamo continuare i nostri giochi sottovoce. A volte scendevamo in strada a giocare, Via Antonio Bosio è una traversa in ripida salita sulla Via Nomentana. Il villino era in alto, isolato; quando si giocava in giardino il pallone prendeva continuamente la corsa nella discesa e bisognava correre come pazzi per impedire che arrivasse alla Nomentana.  

In quel periodo anche la sua vita scolastica si svolgeva in Via Bosio. Ripensando ai suoi studi, oggi cosa prova?

Andavamo a scuola proprio di fronte casa, in un istituto di suore inglesi che tenevano le classi elementari con insegnanti italiane. Era una tale comodità per i nostri genitori che ci iscrissero tutti e tre lì: Ninnì, Giorgio ed io. Tutti gli alunni dei primi due anni erano riuniti in una sola classe. E così anche per gli anni successivi, fino alla quinta. Le aule erano piccole, come normali stanze di appartamento. A ripensarci era una specie di finzione; studiammo malissimo, non ricevemmo le basi dell’istruzione. Io addirittura studiai insieme i programmi della quarta e della quinta e feci l’esame di licenza elementare a nove anni. Fui promosso, ma poi le lacune si rivelarono al ginnasio.

Infatti, per prepararmi all’esame mi fecero dare lezioni private da un’amica di famiglia, professoressa di francese, una persona molto colta e preparata anche in altre materie, si chiamava Sofia. Anni dopo, Sofia mi raccontò del suo imbarazzo durante quelle lezioni: spesso si accorgeva che eravamo osservati attraverso lo spiraglio della porta socchiusa: dietro la porta c’era mio Nonno. “Capirai” – diceva – “essere osservata da Luigi Pirandello! Magari proprio mentre insegnavo italiano….”.  Pirandello ci osservava. Oltre ad essere un Nonno affettuoso, era curioso di tutto, gli piaceva conoscere, scoprire la vita degli altri, e anche vedere come istruivano un nipotino. Io allora, giovanissimo, non capii il suo timore, e lei mi spiegò che aveva paura di dire qualche inesattezza davanti a Luigi Pirandello. Una strana sensazione allora si impadronì di me… attraverso uno sguardo esterno alla famiglia, cominciavo a prendere consapevolezza della mia storia.

Come era Luigi Pirandello con voi nipoti?

In privato Nonno era una persona giocosa, soprattutto con noi bambini. Anche noi avevamo le abitudini legate alla nostra quotidianità che per tutti noi sono rimaste memorabili. Ricordo quando il nostro barbiere di fiducia veniva abitualmente in via Bosio per tagliare i capelli a tutti i maschi, nella stanza da pranzo di casa nostra. Tutto si svolgeva come in un rituale prestabilito: toccava prima a Nonno che scendeva da casa sua, poi era il turno di papà; infine toccava a me e per ultimo a Giorgio. Ricordo tutti i nostri capelli mischiati per terra e il telo svolazzante che il barbiere maneggiava abilmente, lo portava sempre con sé, oltre alla cassettina con gli strumenti da lavoro. Il barbiere, dopo aver servito Nonno, rivolto verso di noi lo prendeva in giro bonariamente imitando una sua espressione tipica, che in famiglia noi chiamavamo “l’occhio di Pirandello”: un sopracciglio alzato, come un accento circonflesso. E Nonno, divertito e complice, stava sempre al gioco…

Oltre ai suoi fratelli, quali erano i compagni di gioco in quegli anni?  Da alcune nostre ricerche sulla teosofia in Pirandello, abbiamo scoperto che nel vostro stesso villino Roberto Assagioli, un importante psicoterapeuta e psichiatra, aveva lo studio ed abitava con la moglie Nella Ciapetti ed il loro figlio Ilario.

Sorprendente che le vostre ricerche mi riportino alla mente Ilario, un bambino silenzioso e purtroppo spesso malato. Loro abitavano al piano rialzato a destra. La figura di suo padre intimoriva un po’ noi bambini; un uomo cupo e con una lunga barba, che con la bombetta sul capo, passava assorto e rapido per il giardino, accennando appena ad un saluto. Sapevamo che faceva lo psicologo, una professione che allora ci appariva quasi ai margini del lecito, un po’ tra il mago e il ciarlatano e la sua persona, per noi bambini, era avvolta da un’aura di mistero.

Assagioli era esperto conoscitore di filosofie orientali, era anche un teosofo e studioso di discipline filosofiche, religiose e mistiche. Nel 1926 fonda proprio in via Bosio l’istituto di Cultura e Terapia Psichica, che nel 1933 prenderà il nome di Istituto di Psicosintesi. È suggestivo immaginare quante volte Pirandello e Assagioli si siano incontrati e di cosa parlassero. Chissà se le loro conversazioni erano formali o se arrivavano a toccare aspetti più profondi delle loro vite o dei loro interessi. Il villino a quel tempo era il punto di ritrovo dei teosofi a Roma proprio quando Pirandello torna a vivere all’ultimo piano. È stupefacente la coincidenza dell’incrocio di queste due personalità geniali in via Bosio. Chissà se parlavano anche del decorso della malattia di sua nonna, Antonietta che era già ricoverata da anni in una clinica sulla Nomentana.

Sì, non avevo mai pensato al padre di Ilario sotto questa luce. Mi pare molto utile che approfondiate lo studio e le ricerche sul rapporto che univa Pirandello e Assagioli. Figuriamoci, il trattamento che noi ragazzi riservavamo al professor Assagioli…: quando passava per strada, con barba e bombetta, chi per primo lo avvistava, doveva dare un colpo sulla spalla di chi gli era vicino o che poteva raggiungere rincorrendolo, e doveva gridare “Barba!” o “Bombetta!”. Dopo varie volte, capimmo che il nostro amico Ilario se ne risentiva e, per non offenderlo, smettemmo quello sciocco gioco.

E suo Nonno, com’era nella vita privata, con gli amici e gli altri familiari?

A Pirandello piaceva il gioco come trama per stare insieme. Soprattutto in villeggiatura, spesso a Castiglioncello, giocava spesso a bocce e ho impressi nella memoria i suoi caratteristici tre passi obliqui e felpati quando, proteso in avanti, s’inoltrava nel campo per la sbocciata. La sua persona era raccolta, equilibrata: magro e in qualche giuntura aguzzo, ma ammorbidito dall’età. Dalla dolcezza del corpo si staccavano per una loro asprezza la testa grande con lo spigolo del pizzetto e quella nudità dello sguardo che era come uno sproposito; e le mani, duttili ma piene di segni, squadrate. Spesso si giocava in villeggiatura in Toscana, e poi la compagnia, verso sera, si spostava in piazza, ai tavoli del Caffé di Dante, il vecchio Dante che con la sua intelligenza e la parlata toscana incantava Pirandello. Gli adulti prendevano spesso ai tavolini un bicchierino di china. Dopo cena, quasi tutte le sere, tornavano a casa nostra a giocare; si formavano più tavoli di giocatori di scopone scientifico, spesso organizzati in torneo. E a ogni fine di mano discutevano, come usava nelle osterie. Pirandello e Bontempelli erano ottimi giocatori.

Ci sono stati alcuni momenti in famiglia in cui i discorsi o gli atteggiamenti di Pirandello non erano ritenuti adatti a voi bambini?

Sì, accadeva spesso, come quando un giorno, in via Bosio, Nonno era sceso prima del solito da noi e s’intratteneva con Stefano nello studio in una discussione che noi sentivamo animata. Mamma ci chiamò e tutti insieme entrammo nello studio per annunciare che era quasi pronto in tavola. I due ci sorrisero ma non s’interruppero, seguitando a discutere. La vertenza era su Dio. Noi capivamo appena, naturalmente. Però intendemmo che Papà parlava della possibilità di un Dio personale, cioè persona; “Perché no?” udimmo nostro padre dire; Nonno negava quell’evenienza, ci sembrava. La discussione proseguì con la vivacità che sempre mettevano nei loro contrasti, ma senza inimicizia; anzi, di più si amavano accendendosi. Al maggior vigore del figlio, Pirandello opponeva ragioni ma anche il suo sorriso arguto, finissimo. Io colsi anche delle parole incomprensibili ma che nella loro stranezza rimasero in me memorabili: che se quel Tale si fosse presentato pronunziando la parola “Io” (“io dico, io faccio”), separandosi dal tutto in cui era commisto, lui allora si sarebbe inquietato forte…; e di nuovo Nonno sorrideva col reticolo di rughe intorno agli occhi a quest’immagine spiritosa della sua arrabbiatura a tu per tu in mezzo al Creato. Che altre stramberie sarebbero scappate fuori da quei due?

Mia madre ci sospinse via come una chioccia preoccupata, per lasciarli soli. E appena fuori della porta ci rassicurava dicendo: “Nonno però è buono; non perché parla così dovete pensare che sia cattivo”.

Noi veramente, e non so dire perché, non eravamo sorpresi dal conoscerlo non credente, né dubitavamo affatto della sua bontà, anzi.

Quando abitavate tutti insieme in via Bosio, nel novembre del 1934, viene data pubblicamente la notizia del conferimento del Premio Nobel a Luigi Pirandello. Come ricorda quel giorno? 

Nonno ci volle tutti con sé nel suo studio, noi tre, Ninnì, Giorgio ed io, fummo fatti uscire da scuola e portati a casa. Nel giardino e per la via, di solito molto silenziosa, c’era un gran movimento. Ci preparammo ad entrare nello Studio di Nonno che era affollato da fotografi e giornalisti. Un fotografo ha fermato quei momenti sulla pellicola, fotografando anche i nostri atteggiamenti un po’ smarriti.

Il 28 giugno del 1936, per il compleanno di vostro nonno, voi nipoti con alcuni cugini, organizzaste, come regalo che nelle intenzioni doveva essere una sorpresa, una messa in scena dell’Amleto di Shakespeare sul grande terrazzo di casa vostra. Questo episodio è raccontato nel film di Citto Maselli Frammenti di Novecento: i preparativi in gran segreto poi scoperti da Pirandello e quindi il suo coinvolgimento diretto e concreto per realizzare la festa. Oltre questa memorabile occasione, qual era l’atteggiamento di Pirandello verso la creatività di voi bambini? 

Il suo atteggiamento naturalmente giocoso e creativo spesso si ergeva proprio a difesa della fantasia di noi bimbi anche quando raccontavamo di incredibili episodi immaginari come di fatti realmente accaduti, Nonno sottolineava che se io o qualcun altro dei bambini pensava, o sentiva così, questo significava che era vero!  Ci ha educato ad espandere le nostre inclinazioni individuali.

La fiducia in voi stessi si è costruita anche attraverso l’incoraggiamento della vostra fantasia. Sappiamo del coinvolgimento di voi nipoti nella lettura ad alta voce delle sue opere. 

Sì, questa caratteristica del mondo infantile, la purezza dell’immaginazione nei bambini era molto amata da Pirandello. Era sacra. Nonno, quando ebbe il sentore che stavamo organizzando quella sorpresa in onore del suo compleanno collaborò concretamente alla realizzazione domestica dell’opera: ne disegnò addirittura la locandina da affiggere! Mia sorella Ninnì, che era la più grande ed era la più coinvolta nell’arte di Nonno, in quell’occasione mostrò una capacità meravigliosa di ricucire il testo di Shakespeare. La recita ebbe luogo, con tanto di invitati: sul terrazzo di casa nostra; c’era Silvio d’Amico con il figlio Sandro che ci aveva prestato un costume da paggio. La notizia della nostra recita finì anche sul giornale, con tanto di articolo!

Un’infanzia intensa di straordinarie emozioni. 

Sì. Era l’anno che avevo letto Pinocchio, un pomeriggio mi trovavo in giardino e da entrambe le finestre aperte degli studi di Nonno e di papà, che davano una davanti e l’altra sul retro della casa, udii il ticchettio delle loro macchine da scrivere, con brevi accelerazioni interrotte da pause, – tatatatà-tatà-tatatà – a me parve di vederli: seduti, tenevano in grembo un ingombro confuso ma vivo per certi guizzi, con bozzi che prefiguravano gli arti e le teste, e andavano battendo coi martelletti, – tatatà-tatà –, come Geppetti, per dargli forma a poco a poco, attentissimi a non sbagliare, a farne nascere una persona proprio così come doveva essere. Mi prese uno sgomento e andai a rifugiarmi dentro una siepe alta e profonda che bordava un lato del giardino. E lì rimasi a lungo agitato da quella gioia paurosa, finché la lucertola e il ragno me ne distrassero.  

L’ultimo ricordo di suo nonno? 

L’ultimo ricordo vivissimo che ho di un mio contatto diretto con Nonno è legato al mio compleanno, nel novembre del 1936. In quegli anni Nonno ci regalava nel giorno del nostro compleanno cento lire, che erano allora una somma considerevole. Di essa noi nipoti godevamo però solo in parte; mamma infatti ci comprava un giocattolo e utilizzava il resto nel bilancio di famiglia. Il tenore di vita nella nostra famiglia era sostenuto; la presenza di una grande personalità pubblica come Luigi Pirandello comportava spesso spese di rappresentanza che riguardavano la cura delle due case ma anche del nostro vestiario.

Era novembre e io ebbi il mio ultimo regalo di compleanno da mio Nonno.

Un mese dopo Pirandello si sarebbe messo a letto per un’influenza che al terzo giorno si dichiarò invece come polmonite: polmonite doppia. Morì la mattina del 10 dicembre. Noi bambini, malati anche noi, udimmo sbigottiti il grande urlo sulle nostre teste e un tuono di passi come di gente che corre al piano di sopra. Pochi attimi dopo sapemmo che Nonno era spirato in quel momento. I parenti e gli amici presenti, all’annunzio avevano gridato e d’impeto erano accorsi nella sua camera da letto. […]

         Roma, Piazza Vittorio, luglio 2016

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