Berecche e la guerra – Audiolibro

Berecche e la guerra audiolibro
Roberto Iras Baldessari (1894-1965), Il treno dei feriti, 1918

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Da QuartaRadio.it

Prima pubblicazione: La novella riutilizza e rielabora materiali già pubblicati: la novella Un’altra vita, edita del 1915, l’altra novella Frammento di cronaca di Marco Leccio, edita nel 1919, e una precedente redazione della novella Berecche e la guerra, edita nel 1915.

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             I. La birreria. Fuori, un altro sole. Strade del mezzogiorno, sotto l’ardente azzurro del cielo, tagliate da violente ombre violacee. E la gente vi passa, pur così carica di vita e di colori, ariosa e leggera. Voci nel sole e selciati sonori. Dentro, il buon tedescone spatriato s’è fatta un po’ di patria attorno, tra le quattro pareti vestite di legno della sua birreria; e ne respira l’aria nel tanfo dei fusti che viene dalla cantina accanto, nell’odor grasso dei wurstel ammontati sul banco, in quello acre delle scatole di droghe stuzzicanti, tutti con l’etichetta in duri e dritti caratteri tedeschi. Son anche nei lucidi e vivaci manifesti turchini, gialli e rossi appesi alle pareti – più grossi, più duri, più dritti – quei cari suoi caratteri tedeschi. E i boccali, i kriigel istoriati, gli sciop, disposti in bell’ordine nelle scansie, gli fan da sentinelle a guardia dell’illusione.

             Qual voce remota e angosciosa, di tanto in tanto, quando la birreria è vuota e in ombra, gli canta in fondo all’anima la canzone:

             Nur in Deutschland, nur in Deutschland Da will ich sterben… ?

             Atteggiato il fulvo faccione d’un largo sorriso cordiale, salutava fino a jeri con festosi gargarismi i suoi fedeli avventori romani. Ora sta aggrondato e immobile dietro il banco e non saluta più nessuno.

             Sempre il primo ad arrivare alla birreria, Berecche lo guarda commosso dal tavolino in fondo alla sala, col suo bravo kriigel davanti. La commozione gli dà un’aria truce, perché anche la sua condizione s’è fatta da un momento all’altro difficile.

             Vantava Federico Berecche, fino a pochi giorni fa, la sua origine tedesca, chiaramente dimostrata, oltre che dalla quadrata corporatura, dal pelame rossiccio e dagli occhi cernii, anche dal cognome Berecche, corrotta pronunzia, a suo credere, d’un nome prettamente tedesco. E tutti i benefizii vantava derivati all’Italia dalla lunga alleanza con quelli che erano allora gl’imperi centrali, non che le virtù più perspicue della gente germanica, che lui da tant’anni si sforzava d’attuare rigorosamente in sé e nell’ordinamento della sua vita e della sua casa; sopra tutto il metodo. Il metodo, il metodo.

             In quella birreria, sul marmo d’un tavolino, gli hanno fatto la caricatura: una scacchiera, e Berecche che vi passeggia sopra con la gamba levata a modo dei fantaccini tedeschi e un elmetto puntuto, a chiodo, sul testone.

             La caricatura è nella scacchiera: per dire che Berecche vede il mondo così, a scacchi, e vi cammina alla tedesca con mosse ponderate e regolari, da onesta pedina appoggiata al re, alle torri, agli alfieri.

             Sotto a quella caricatura un bello spirito ha scritto: Medioevo, con un gran punto esclamativo.

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