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Di Maria Amici — “Zia Michelina”: nella novella, pseudovalori atavici quali il predominio dell’interesse economico, la soggezione e reificazione della donna e la virilità maschile come unica identità pesano in modo determinante sui comportamenti, sui giudizi e sul senso di sé dei personaggi.
“Zia Michelina”, una novella pirandelliana
Per gentile concessione dell’autrice
Novella di Luigi Pirandello pubblicata nel maggio 1914 su Noi e il mondo – rivista diretta da Lucio D’Ambra legata al quotidiano romano La Tribuna –, nel 1922 confluita ne L’uomo solo, quarto volume delle Novelle per un anno.
Si segnalano, nell’edizione del 1922 rispetto a quella del 1914, non soltanto varianti linguistiche ma consistenti divergenze strutturali: il radicale cambiamento del finale altera profondamente la chiave interpretativa, spostandola dalla centralità consolatoria della dimensione materna a un sostanziale pessimismo.
Nella novella, pseudovalori atavici quali il predominio dell’interesse economico – che vincola le unioni matrimoniali –, la soggezione e reificazione della donna, la virilità dell’uomo quale sua sola identità e qualità, pesano in maniera determinante sui comportamenti, sui giudizi e sul senso di sé.
Dove più la novella si distingue dal suo substrato naturalistico positivista è nel sottolineare il peso ontologico delle “maschere” che la convivenza, con la società e con se stessi, impone alla persona, non meno che la “camera della tortura” (per usare la preziosa espressione esegetica di Giovanni Macchia) imposta dal pensiero comune, che finisce per accerchiare l’individuo e fagocitarne le scelte e l’esistenza.
La situazione iniziale vede il giovane Simonello, detto “Marruchino”, partire per il servizio militare in concomitanza alla morte del vecchio Marruca, che lo lasciava erede delle sue proprietà, mentre la moglie ne restava usufruttuaria.
Marruchino era stato adottato dallo zio paterno Marruca, contadino arricchito, che aveva preso in moglie una giovanissima donna arrendevole, Michelina, per testimoniare la propria virilità e fornire cure materne al nipote, al quale ella si affeziona come a un figlio.
Quando il giovane, partito per il militare, manifesta il rifiuto di tornare a casa, la matrigna non riesce a farsi confidare la causa del suo tormento. Solo più tardi comprenderà, con orrore, che Marruchino si è innamorato di lei.
Il rimedio suggerito dai parenti e dall’opinione comune – il matrimonio – appare a Michelina assurdo e abominevole, poiché in lei domina il sentimento materno. Tuttavia, tutto viene ricondotto a questioni economiche e all’eredità inaccessibile al giovane finché ella viva.
«Zia Michelina si vide, si sentì sola. Sola e come sperduta… se in questo mondo, di fronte all’interesse, non si capiva più nulla, neppure il sentimento più santo, quello dell’amor materno…»
Schiacciata dall’incomprensione, Michelina giunge alla decisione di riprender marito pur di sottrarsi alla linea ereditaria, ma il gesto viene letto come “pazzia”, ulteriore mistificazione dei suoi intenti.
Finisce per accettare il matrimonio con Marruchino a patto che sia solo formale. Il giovane, però, pretende di consumarlo e la violenta. Michelina, disperata, si suicida.
Così rielaborato, il finale dell’edizione del 1922 diverge dalla precedente, nella quale la maternità conservava un valore consolatorio.
“Marruchino” verrà assolto sia dall’accusa di stupro sia da quella di omicidio: la novella si chiude con la sanzione definitiva dell’inversione dei valori operata dal pensiero comune.
In estrema sintesi
La sintesi è di Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano, Jaca Book, 2007.
«Un bambino è allevato dallo zio vedovo… Zia Michelina si uccide gettandosi in un burrone».
Maria Amici
21 novembre 2012
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