Alcune caratteristiche del vocabolario di Pirandello (con Audio)

Di Liliana Plier-Magitteri

Basteranno alcuni esempi per illustrare la novità e l'efficacia linguistica di Pirandello nell'ambito della lingua italiana. Tale novità si  riflette soprattutto negli aggettivi e nei verbi, più che nei sostantivi; non soltanto perché è più facile coniare i primi che i secondi, ma soprattutto perché la lingua di  Pirandello è il prodotto dell'uomo e del filologo.

da Persee.fr

Alcune caratteristiche del vocabolario di Pirandello

Leggi e ascolta. Voce di Giuseppe Tizza

In questi ultimi anni è andata sensibilmente assottigliandosi la schiera di coloro che intendono per pirandellismo la filosofia di  Pirandello. Ogni scrittore, in quanto uomo che scrive per esprimere il suo concetto del vivere, del soffrire e del morire, è in parte filosofo.  Ma,  nello stesso tempo, siamo troppo abituati a considerare filosofo colui che ordina il proprio pensiero secondo una metodologia, uno schema di cause e di effetti, di deduzioni e di  induzioni, per ammettere che Pirandello è un filosofo.

E anche il trattato sull’Umorismo, il solo nel quale Pirandello ha cercato di ordinare o meglio di schematizzare il concetto sulla vita e sull’arte, non è sufficiente per parlare di «filosofia». Pirandello, più che formulare, svolgere od opporsi ad una corrente filosofica, è l’erede delle correnti tedesche, in  particolare di  Schopenhauer, è l’erede del pensiero di Bergson, di Blondel e quasi anticipatore di quello di Freud. E’ vero che nella lingua italiana, dal ‘600 in poi «spesso il suffisso ismo serve soprattutto a  formare  nomi  che  indicano  dottrine…»[1] ma non faremo eccezione alla regola se, per pirandellismo, intenderemo l’arte e la lingua di Pirandello.

[1] B. MIGLIORINI – Storia della lingua italiana. Sansoni, Firenze, pag. 717.

Lo stesso Carducci quando parla di «Manzonismo»  (il manzonismo degli stenterelli ) non intende forse riferirsi alla  lingua di Manzoni? Se  dunque per pirandellismo si deve intendere l’arte e la lingua  di Pirandello, sono specialmente le Novelle, più che il Teatro, che ci per­mettono un’analisi completa dell’arte e della lingua per due motivi. Innanzitutto perché nelle Novelle l’arte di Pirandello è più  genuina, immediata, spontanea, non riflessa, scaltrita e neppure subordinata alle esigenze della rappresentazione; in secondo luogo, e proprio come con­seguenza del primo, perché la lingua, ossia la parola è più pregnante, perché gli aggettivi e i verbi rispecchiano quella tendenza alla creazione onomatopeica, quella sensibilità coloristica, musicale, impressionistica, che la dialettica, l’estenuazione logica e persino la maturità del teatro pirandelliano hanno in parte perduto.

Riferirmi alle Novelle per un’analisi del vocabolario a volte irrepetibile di Pirandello, non significa affermare o sottintendere la superiorità artistica  delle  Novelle  sul Teatro.  Infatti l’arte di uno scrittore trascende la sua lingua e inoltre, come dice il Borgese «la vera poesia di un poeta (ed io aggiungo : la vera arte di uno scrittore) non è in questa o in quella poesia, in questa o in quella strofa (in questa o in quella pagina ), così che il critico giustiziere possa mettere a destra i componimenti eletti e a sinistra i dannati; la vera e pura poesia ( la vera e pura arte) è nello spirito del poeta (dello scrittore ) e di là si irradia in tutte le sue opere, in una parte più o meno altrove, ma dovunque ». [2]

[2] L. PIETROBONO – Poesie di Giovanni Pascoli. A. Mondadori, Milano, pag. 1.

Basteranno alcuni esempi per illustrare la novità e l’efficacia linguistica di Pirandello nell’ambito della lingua italiana. Tale novità si riflette soprattutto negli aggettivi e nei verbi, più che nei sostantivi; non soltanto perché è più facile coniare i primi che i secondi, ma soprattutto perché la lingua di  Pirandello è il prodotto dell’uomo e del filologo. È il prodotto del filologo che, anziché coniare nuovi sostantivi, preferisce rispolverare i vecchi, riportarli alla luce, sfumandone il significato, rendendolo più soggettivo. Naturalmente il filologo non può prescindere da un «archetipo», da un «modello» ; ma anche in questo senso Pirandello ha guardato ai modelli meno classici, meno retorici, meno puri, meno  accademici della nostra  letteratura.  Le sue simpatie, nel  campo della lingua e dello stile, sono rivolte al Machiavelli,  il cui linguaggio scorre rapido come il pensiero e la cui forma si sottrae ad ogni ridondanza stilistica per obbedire soltanto alla logica consequenzialità delle cause e degli effetti; oppure a Gian Battista Vico, scrittore e filosofo di difficilissi­ma lettura, proprio per il linguaggio troppo soggettivo; o ancora a Giordano Bruno per il suo disprezzo verso il purismo accademico. Ma la lingua di Pirandello è anche il prodotto dell’uomo che considera la forma come negazione della vita che è flusso, movimento continuo, che prescinde da ogni regola e da ogni tentativo di chiarificazione : non il παvrα ςει eracliteo, ma un divenire più torbido ed inquieto di fronte al mistero dell’universo e alla complessità dell’uomo «uno, nessuno, centomila». La forma rappresenta il concetto, l’ideale a cui l’uomo vorrebbe aderire; la forma è la maschera che la società sovrappone al nostro volto, cosicché l’uomo è nella impossibilità  di conoscere un altro uomo e persino se stesso. Nella lingua, indipendentemente dal suo valore soggettivo o oggettivo, il sostantivo coglie l’oggetto nella sua forma stabile e determinata; solo l’aggettivo e il verbo possono dissolvere questa forma e proiettare l’oggetto nel caleidoscopio deformante della realtà. Ho fatto allusione al valore soggettivo e oggettivo della  lingua, perché  in Pirandello questi due valori coesistono. Dice il Petronio: «Sebbene Pirandello sappia, quando occorre, narrare col garbo educato di Maupassant o con per­fezione classica, non cerca queste cose; un vento di tempesta è passato sulle sue novelle ad arruffarle ed esse interessano non per la finitezza formale, ma per l’energia di passione che in esse si agita… perciò una lettura estetica di Pirandello, in gran parte è negativa ». [3]

[3] G. PETRONIO – Pirandello novelliere e la crisi del realismo. Mise – P 2779 -Milano, pag. 67.

Mi limiterò a mettere in evidenza tre caratteristiche del linguaggio pirandelliano.

1 . Contrazione degli aggettivi, per renderli più vivi, più coloriti, più immediati, proprio come la pennellata dell’impressionista che nell’essenziale riassume il particolare.

  • Locco per allocco : «Madonna, che locco! esclamava subito don Mattia Scala sorgendo in piedi per gestire più liberamente» [4]
  • Bucherato per bucherellato: «il naso vasto e carnoso, tutto bucherato dal vaiuolo, come una spugna, pareva gli fosse divenuto, dopo la malattia, più» [5]
  • Strabi per strabici: «Aveva gli occhi strabi, chiari, accostati a un gran naso a s» [6]
  • Appesiti per appesantiti: «con enormi occhi i cui globi parevan già appesi e induriti dalla morte…» [7]
  • Zuppo per inzuppato: «Giunse all’Università in uno stato compassionevole : zuppo da capo a piedi» [8]
  • Torbo per torbido: «s’intravedeva tra le brume sedenti su l’orizzonte alcunché di sanguigno e di torbo…» [9]

[4] L. PIRANDELLO — «Il fumo» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano 1954 — Vol. I, pag. 57.
[5] L. PIRANDELLO — «Il tabernacolo» da Novelle per un anno, Mondadori — Milano 1954 — Vo. I, pag. 93.
[6] L. PIRANDELLO — «La casa del Granella» da Novelle per un anno — Mondadori, Milano 1954 — Vol. I, pag. 267.
[7] L. PIRANDELLO — «O di uno o di nessuno» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. I, pag. 516.
[8] L. PIRANDELLO — «L’eresia catara» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano 1954 — Vol. II, pag. 26.
[9] L. PIRANDELLO — «Notte» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954, pag. 499 — Vol. I.

2. Trasposizione del significato di un aggettivo o di un verbo dal mondo animale a quelle umano, dal mondo degli uomini, alle cose. Tale trasposizione non è così evidente nel Verga e nei veristi, perché in Pirandello il verismo, da specchio piano, si è trasformato in specchio deformante che riflette e quindi deforma alcuni aspetti della vita. I personaggi sono scelti dalla realtà, secondo la poetica del verismo, ma anziché essere subordinati al principio della impersonalità dell’arte, sono quasi costantemente guidati per mano dall’autore, che insiste sulle immagini metafore, proprio per tradurre il sentimento che egli ha della vita come contrasto, incomprensione, assurdità, aridità impassibile e misteriosa che avvolge gli uomini, gli animali, le cose. Alla fine della vita, quando nel cuore di Pirandello tornarono a riecheggiare le immagini liriche del Leopardi e un certo senso di religiosità medicò senza guarire la miseria dell’uomo, parlando della sua nascita disse : «Una notte di giugno caddi come una lucciola in una campagna d’olivi saraceni, affacciata agli orli di un altipiano di argille azzurre sul mare africano…». [10]

[10] Protasi delle «Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla terra» di L. Pirandello tolta da l’Opera di L. P. di M. Lo Vecchio Musti — 1939, Ed. Paravia — Torino, pag. 262.

In questo caso è l’idillio che permette una certa prospettiva, una similitudine tra la nascita dell’uomo e la lucciola che cade dal cielo… Ma quando l’idillio è sostituito o dominato dall’umorismo o dall’ironia, le immagini metafore si fondono, la similitudine scompare, il linguaggio che esprime le reazioni umane diventa uguale a quello che esprime le reazioni di tutti gli altri esseri. Per questo i personaggi di Pirandello :

springano. («Sole e ombra » da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. I, pag. 427.)
rugliano. («Quando si comprende» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano 1954 — Vol. III, pag. 78.)
sfagliano. («La patente» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. I, pag. 488.)
stolzano. («Sedile sotto un vecchio cipresso» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. III, pag. 54.)
si imbrancano. («Il Signore della nave» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano — Vol. IV, pag. 26.)
rinfichiscono. («Il fumo» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano — Vol. I, pag. 56.)
imbozzacchiscono. («La tartaruga» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. IV, pag. 293. ) o sono
ben azzampati. («Pari» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. I, pag. 379.)

3. Significato completamente pirandelliano di altri aggettivi :

basito («Tutt’e tre» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. II, pag. 427.) e
intronato («Amicissimi» — da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. I, pag. 172.)

sono aggettivi che esprimono due diversi effetti risultanti dalla stessa causa : lo sbalordimento, la costernazione. Ma, mentre basito traduce lo sbalordimento che si riflette attraverso lo sguardo più o meno attonito, intronato traduce lo scombussolamento delle idee, quasi la folgorazione di tutta la scatola cranica con quello… che c’è dentro. Quindi ha un significato ben più specifico rispetto a quello riportato dal Dizionario Enciclopedico Italiano che dà questa definizione : intronato… si dice di persona che mostra di non capire nulla, istupidita.

Il Grande dizionario della lingua italiana (Salvatore Battaglia) spiega l’aggettivo basito in questo modo: attonito, che resta immobile o come impietrito, svenuto, in deliquio.

Quando parla degli occhi il nostro autore ama accompagnare questo sostantivo con una serie di aggettivi come :

acquosi
ammammolati
appannati
barlacchi
biavi
calvi
insanguati
invagati
invetrati
ovati
sbalestrati
scerpellati
strabi

Non deve stupire la quantità degli aggettivi (l’elenco potrebbe continuare) ma il loro significato ora drammatico, ora umoristico, ora pittorico, e soprattutto così umanamente soggettivo da differenziarsi in parte da quello riportato dai Vocabolari italiani.

Basti qualche esempio :

Il Dizionario Enciclopedico italiano dell’aggettivo invetrato dà questa definizione : «fisso, immobile, vitreo » e spiega l’aggettivo biavo in questo modo : «di un colore azzurro, chiaro, sbiadito ».

In Pirandello l’aggettivo invetrato («La veglia» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. II, pag. 335) sottintende la consuetudine al dolore e alle lagrime, che non potendo più scorrere lungo le guance, fanno velo allo sguardo.

Allo stesso modo, soltanto dopo esserci accostati alla figura del «povero Crispucci» («L’abito nuovo» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. III, pag. 35.) possiamo capire che occhi biavi sono gli occhi nei quali l’assurdità della vita, la delusione, hanno cancellato ogni luce e colore.

E che dire dei verbi alluciare («Ciaula scopre la luna» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. II, pag. 589.) o inalbare («Notizie del mondo» da Novelle per un anno — Mondadori — Milano, 1954 — Vol. I, pag. 692.) che trascendono il significato letterale per fluire in una immagine lirica che sottolinea un momento particolare della novella ?

Gli esempi riportati mi permettono di concludere che la superficie dell’umorismo pirandelliano è sempre ingannevole, perché «tutto quanto vi è di originale, di umano, bisogna cercarlo al fondo nascosto» [11]

[11] Luigi BACCOLO — Pirandello, Coll. it. 456/28 — Milano, pag. 113.

Liliana Plier-Magitteri

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