Una sfida – Audiolibro – Legge Lorenzo Pieri


Una sfida
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Da Spreaker.com

Legge Lorenzo Pieri

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 1 gennaio 1936.

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             Forse Jacob Shwarb non pensava nulla di male. Solo, forse, di far saltare tutto il mondo con la dinamite. Ma sarebbe stato male, certo, far saltare uno solo. Tutto il mondo, con la dinamite, non voleva dire proprio nulla. A ogni buon fine, credeva gli convenisse tener la fronte nascosta sotto un gran ciuffo arruffato di capelli rossastri.

             Gran ciuffo. Mani affondate nelle tasche dei calzoni. Operajo disoccupato.

             Si ribellò quando, ammesso all’Israel Zion Hospital di Brooklyn per una grave malattia di fegato, fu tosato. Senza più i capelli, ebbe la sensazione che gli fosse quasi svanita la testa. Se la cercò con le mani. Non gli parve più la sua e s’infuriò.

             Voleva sapere se, con questa soperchieria che gli avevano fatta, lo volevano considerare più come ergastolano che come ammalato.

             Motivo d’igiene?

             Se n’infischiava lui dell’igiene.

             Oh guarda un po’!

             Meno male che, in mancanza dei capelli, gli restavano ancora le grosse sopracciglia spioventi, sempre aggrottate, per covare negli occhi torbidi il rancore contro tutti e contro la vita stessa.

             Per tutto il tempo che rimase all’ospedale, Jacob Shwarb non poté dire di che colore propriamente fosse, se più giallo o più verde, a causa di quella malattia di fegato che gli diede tormenti senza fine e un umore che si può bene immaginare.

             Coliche terribili.

             D’estate, due mesi, in una corsia dove di giorno e di notte tutti gli ammalati si lamentavano e chi non si lamentava più segno ch’era morto; smanie; sbuffi; coperte che facevano il pallone ora su un letto ora su un altro o, in un.moto d’esasperazione, erano buttate all’aria, e subito allora un accorrere precipitoso d’infermieri o di sorveglianti notturni.

             Jacob Shwarb li conosceva tutti a uno a uno quei sorveglianti notturni e per ciascuno aveva un’antipatia particolare. Particolarissima, quella per un certo Jo Kurtz che talvolta, per la stizza che gli suscitava, lo faceva perfino ridere; s’intende di quel riso che fanno i cani quando vogliono mordere.

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