033. Sole e ombra – Novella

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Prima pubblicazione: Rassegna settimanale universale, 1 Novembre 1896.
«Non si ha il diritto di rubare, lo so. Ma è da vedere se non se ne ha il dovere, perdio, quando quattro bambini ti piangono per il pane e tu questo schifoso denaro lo hai tra le mani e lo stai contando»

Novella dalla Raccolta “La rallegrata” (1922)

««« Introduzione alle novelle

Sole e ombra
Immagine dal Web.

Sole e ombra – Audio lettura 1 – Legge Lorenzo Pieri
Sole e ombra – Audio lettura 2 – Legge Gaetano Marino
Sole e ombra – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi

3. Sole e ombra – 1896 

             I. Tra i rami degli alberi che formavano quasi un portico verde e lieve al viale lunghissimo attorno alle mura della vecchia città, la luna, comparendo all’improvviso, di sorpresa, pareva dicesse a un uomo d’altissima statura che, in un’ora così insolita, s’avventurava solo a quel bujo mal sicuro:

             – Sì, ma io ti vedo.

             E come se veramente si vedesse scoperto, l’uomo si fermava e, spalmando le manacce sul petto, esclamava con intensa esasperazione:

             – Io, già! io! Ciunna!

             Via via, sul suo capo, tutte le foglie allora, frusciando infinitamente, pareva si confidassero quel nome: «Ciunna… Ciunna…» come se, conoscendolo da tanti anni, sapessero perché egli, a quell’ora, passeggiava così solo per il pauroso viale. E seguitavano a bisbigliar di lui con mistero e di quel che aveva fatto… ssss… Ciunna! Ciunna!

             Lui allora si guardava dietro, nel bujo lungo il viale interrotto qua e là da tante fantasime di luna; chi sa qualcuno… ssss… Si guardava intorno e, imponendo silenzio a se stesso e alle foglie… ssss… si rimetteva a passeggiare, con le mani afferrate dietro la schiena.

             Zitto zitto, duemila e settecento lire. Duemila e settecento lire sottratte alla cassa del magazzino generale dei tabacchi. Dunque reo… ssss… di peculato.

             Domani sarebbe arrivato l’ispettore:

             –    Ciunna, qui mancano duemila e settecento lire.

             –    Sissignore. Me le son prese io, signor Ispettore.

             –    Prese? Come?

             –    Con due dita, signor Ispettore.

             –    Ah sì? Bravo Ciunna! Prese come un pizzico di rapè? Le mie congratulazioni, da una parte; dall’altra, se non vi dispiace, favorite in prigione.

             –    Ah no, ah mi scusi, signor cavaliere. Mi dispiace anzi moltissimo. Tanto che, se lei permette, guardi: domani Ciunna se ne scenderà in carrozza giù alla Marina. Con le due medaglie del Sessanta sul petto e un bel ciondolo di dieci chili legato al collo come un abitino, si butterà a mare, signor Ispettore. La morte è brutta; ha le gambe secche; ma Ciunna, dopo sessantadue anni di vita intemerata, in prigione non ci va.

             Da quindici giorni, questi strambi soliloquii dialogati, con accompagnamento di gesti vivacissimi. E, come tra i rami la luna, facevan capolino in questi soliloquii un po’ tutti i suoi conoscenti, che eran soliti di pigliarselo a godere per la comica stranezza del carattere e il modo di parlare.

             – Per te, Niccolino! – seguitava infatti il Ciunna. rivolgendosi mentalmente al figliuolo. – Per te ho rubato! Ma non credere che ne sia pentito. Quattro bambini, signore Iddio, quattro bambini in mezzo alla strada! E tua moglie, Niccolino, che fa? Niente, ride: incinta di nuovo. Quattro e uno. cinque. Benedetta! Prolifica, figliuolo mio, prolifica; popola di piccoli Ciunna il paese! Visto che la miseria non ti concede altra soddisfazione, prolifica, figliuolo! I pesci, che domani si mangeranno tuo papà, avranno poi l’obbligo di dar da mangiare a te e alla numerosa tua figliolanza. Paranze della Marina, un carico di pesci ogni giorno per i miei nipotini!

             Quest’obbligo dei pesci gli sovveniva adesso; perché, fino a pochi giorni addietro, s’era invece esortato così:

             – Veleno! veleno! la meglio morte! Una pilloletta, e buona notte!

             E s’era procurato, per mezzo dell’inserviente dell’Istituto chimico, alcuni pezzetti cristallini d’anidride arseniosa. Con quei pezzetti in tasca, era anzi andato a confessarsi.

             –    Morire, sta bene; ma in grazia di Dio.

             –    Col veleno intanto, no! – soggiungeva adesso. – Troppi spasimi. L’uomo è vile; grida ajuto! e se mi salvano? No no, lì, meglio: a mare. Le medaglie, sul petto; il ciondolino al collo e patapunfete. Poi: tanto di pancia. Signori, un garibaldino galleggiante: cetaceo di nuova specie! Di’ su, Ciunna, che c’è in mare? Pesciolini, Ciunna, che hanno fame, come i tuoi nipotini in terra, come gli uccellini in cielo.

             Avrebbe fissato la vettura per il domani. Alle sette del mattino, col frescolino, in via; un’oretta per scendere alla Marina; e alle otto e mezzo, addio Ciunna!

             Intanto, proseguendo per il viale, formulava la lettera da lasciare. A chi indirizzarla? Alla moglie, povera vecchia, o al figliuolo, o a qualche amico? No: al largo gli amici! Chi lo aveva ajutato? Per dir la verità, non aveva chiesto ajuto a nessuno; ma perché sapeva in precedenza che nessuno avrebbe avuto pietà di lui. E la prova eccola qua: tutto il paese lo vedeva da quindici giorni andar per via come una mosca senza capo: ebbene, neppure un cane s’era fermato per domandargli: – Ciunna, che hai?

             II. Svegliato, la mattina dopo, dalla serva alle sette in punto, si stupì d’aver dormito saporitissimamente tutta la notte.

             –    C’è già la carrozza?

             –    Sissignore, è giù che aspetta.

             –    Eccomi pronto! Ma, oh, le scarpe, Rosa! Aspetta: apro l’uscio.

             Nello scendere dal letto per prendere le scarpe, altro stupore: aveva lasciato al solito, la sera avanti, le scarpe fuori dell’uscio, perché la serva le ripulisse. Come se gli avesse importato di andarsene all’altro mondo con le scarpe pulite.

             Terzo stupore innanzi all’armadio, dal quale si recò per trarne l’abito, che era solito indossare nelle gite, per risparmiar l’altro, il cittadino, un po’ più nuovo, o meno vecchio.

             – E per chi lo risparmio adesso?

             Insomma, tutto come se lui stesso in fondo non credesse ancora che tra poco si sarebbe ucciso. Il sonno… le scarpe… l’abito… Ed ecco qua, ora sta a lavarsi la faccia; e ora si fa davanti allo specchio, al solito, per annodarsi con cura la cravatta.

             – Ma che scherzo?

             No. La lettera. Dove l’aveva messa? Qua, nel cassetto del comodino. Eccola! Lesse l’intestazione: «Per Niccolino».

             – Dove la metto?

             Pensò di metterla sul guanciale del letto, proprio nel posto in cui aveva posato la testa per l’ultima volta.

             – Qua la vedranno meglio.

             Sapeva che la moglie e la serva non entravano mai prima di mezzogiorno a rifar la camera.

             – A mezzogiorno saran più di tre ore…

             Non terminò la frase; volse in giro uno sguardo, come per salutar le cose che lasciava per sempre; scorse al capezzale il vecchio crocifisso d’avorio ingiallito, si tolse il cappello e piegò le gambe in atto d’inginocchiarsi.

             Ma in fondo ancora non si sentiva neanche sveglio del tutto.

             Aveva ancora nel naso e sugli occhi, pesante e saporito, il sonno.

             – Dio mio… Dio mio… – disse alla fine, improvvisamente smarrito. E si strinse forte la fronte con una mano.

             Ma poi pensò che giù la carrozza aspettava, e uscì a precipizio.

             – Addio, Rosa. Di’ che torno prima di sera.

             Traversando in carrozza, di trotto, il paese (quella bestia del vetturino aveva messo le sonagliere ai cavalli come per una festa in campagna) il Ciunna si sentì, all’aria fresca, risvegliar subito l’estro comico che era proprio della sua natura, e immaginò che i sonatori della banda municipale, coi pennacchi svolazzanti degli elmetti, gli corressero dietro, gridando e facendo cenni con le braccia perché si fermasse o andasse più piano, che gli volevano sonare la marcia funebre. Dietro, così a gambe levate, non potevano.

             «Grazie tante! Addio, amici! Ne faccio a meno volentieri! Mi basta questo strepito dei vetri della carrozza, e quest’allegria qua dei sonaglioli!»

             Oltrepassate le ultime case, allargò il petto alla vista della campagna che pareva allagata da un biondo mare di messi, su cui sornuotavano qua e là mandorli e olivi.

             Vide alla sua destra sbucar da un carrubo una contadina con tre ragazzi; contemplò un tratto il grande albero nano, e pensò: «È come la chioccia che tien sotto i suoi pulcini». Lo salutò con la mano. Era in vena di salutare ogni cosa, per l’ultima volta, ma senz’alcuna afflizione; come se, con la gioja che in quel momento provava, si sentisse compensato di tutto.

             La carrozza ora scendeva stentatamente per lo stradone polveroso, più che mai ripido. Salivano e scendevano lunghe file di carretti. Non aveva mai fatto caso al caratteristico abbrigliamento dei muli che tiravano quei carretti. Lo notò adesso, come se quei muli si fossero parati di tutte quelle nappe e quei fiocchi e festelli variopinti per far festa a lui.

             A destra, a sinistra, qua e là su i mucchi di brecciame, stavan seduti a riposarsi alcuni mendicanti, storpii o ciechi, che dalla borgata marina salivano alla città sul colle, o da questa scendevano a quella per un soldo o un tozzo di pane promessi per quel tal giorno.

             Della vista di costoro s’afflisse, e subito gli saltò in mente di invitarli tutti a salire in carrozza con lui: «Allegri! allegri! Andiamo a buttarci a mare tutti quanti! Una carrozzata di disperati! Su, su, figliuoli! salite salite! La vita è bella e non dobbiamo affliggerla con la nostra vista».

             Si trattenne, per non svelare al vetturino lo scopo della gita. Sorrise però di nuovo, immaginando tutti quei mendicanti in carrozza con lui; e, come se veramente li avesse lì, vedendone qualche altro per via, ripeteva tra sé e sé l’invito:

             – Vieni anche tu, sali! Ti do viaggio gratis!

             III. Nella borgata marina il Ciunna era noto a tutti.

             –   Immenso Ciunna! – si sentì infatti chiamare appena smontato dalla vettura; e si trovò tra le braccia d’un tal Tino Imbrò, suo giovane amico, che gli scoccò due sonori baci, battendogli una mano sulla spalla.

             –   Come va? Come va? Che è venuto a far qui, in questo paesettaccio di piedi-scalzi?

             –   Un affaruccio… – rispose il Ciunna sorridendo imbarazzato.

             –   Questa vettura è a sua disposizione?

             –   Sì, l’ho presa a nolo!

             –   Benone. Dunque: vetturino, va’ a staccare! Caro Ciunna, per male che si senta, occhi pallidi, naso pallido, labbra pallide, io la sequestro. Se ha mal di capo, glielo faccio passare; le faccio passare la qualunquissima cosa!

             –   Grazie, Tino mio, – disse il Ciunna intenerito dalla festosa accoglienza dell’allegro giovinotto. – Guarda, ho davvero un affare molto urgente da sbrigare. Poi bisogna che torni su di fretta. Tra l’altro, non so, forse oggi m’arriva di botto, tra capo e collo, l’ispettore.

             –   Di domenica? E poi, come? senza preavviso?

             –   Ah sì ! – replicò il Ciunna. – Vorresti anche il preavviso? Ti piombano addosso quando meno te l’aspetti.

             –   Non sento ragione, – protestò l’altro. – Oggi è festa, e vogliamo ridere. Io la sequestro. Sono di nuovo scapolo, sa? Mia moglie, poverina, piangeva notte e giorno… «Che hai, carina mia, che hai?» «Voglio mammà! voglio papà!» «O mi piangi per questo? Sciocchina, va’ da mammà, va’ da papà, che ti daranno la bobona, le toserelle belle belle…» Lei che è mio maestro, ho fatto bene?

             Rise anche dalla cassetta il vetturino. E allora Timbrò:

             –   Scemo, sei ancora lì? Marche! T’ho detto: Va’ a staccare!

             –   Aspetta, – disse allora il Ciunna, cavando dalla tasca in petto il portafogli. – Pago avanti.

             Ma Timbrò gli trattenne il braccio:

             –   Non sia mai! Pagare e morire, più tardi che si può!

             –   No: avanti, – insistè il Ciunna. – Devo pagare avanti. Se mi trattengo, sia pure per poco, in questo paese di galantuomini, capirai, c’è pericolo mi rubino finanche le suole delle scarpe appena alzo il piede per camminare.

             –   Ecco il mio vecchio maestro! Al fin ti riconosco! Paghi, paghi e andiamo via.

             Il Ciunna tentennò lievemente il capo, con un sorriso amaro su le labbra; pagò il vetturino e poi domandò all’Imbrò:

             –   Dove mi porti? Bada, per una mezzoretta soltanto

             –   Lei scherza. La carrozza è pagata: può aspettar fino a sera. Senza no no:

             ora concerto io la giornata. Vede? ho con me la borsetta: andavo al bagno. Venga con me.

             – Ma neanche per idea! – negò energicamente il Ciunna. – Io, il bagno? Altro che bagno, caro mio!

             Tino Imbrò lo guardò meravigliato.

             –    Idrofobia?

             –    No, senti, – replicò il Ciunna, puntando i piedi come un mulo. – Quando ho detto no, è no. Il bagno, io, se mai, me lo farò più tardi.

             –    Ma l’ora è questa! – esclamò Timbrò. – Un buon bagno, e poi, con tanto d’appetito, di corsa al Leon d’oro: pappatoria e trinchesvàineì Si lasci servire!

             –    Un festino addirittura. Ma che! Mi fai ridere. Per altro, vedi, sono sprovvisto di tutto: non ho maglia, non ho accappatojo. Penso ancora alla decenza, io.

             –    Eh via! – esclamò quello, trascinando il Ciunna per un braccio. – Troverà tutto l’occorrente alla rotonda.

             Il Ciunna si sottomise alla vivace, affettuosa tirannia del giovanotto.

             Chiuso, poco dopo, nel camerino dei Bagni, si lasciò cadere su una seggiola e appoggiò la testa cascante alla parete di tavole, con tutte le membra abbandonate e impressa sul volto una sofferenza quasi rabbiosa.

             – Un piccolo assaggio dell’elemento, – mormorò.

             Sentì picchiare alle tavole del camerino accanto, e la voce dell’Imbrò:

             –    Ci siamo? Io sono già in maglia. Tinino dalle belle gambe! Il Ciunna sorse in piedi:

             –    Ecco, mi svesto.

             Cominciò a svestirsi. Nel trarre dal taschino del panciotto l’orologio, per nasconderlo prudentemente dentro una scarpa, volle guardar l’ora. Erano circa le nove e mezzo, e pensò: «Un’ora guadagnata!». Si mise a scendere la scaletta bagnata, tutto in preda alla sensazione del freddo.

             –    Giù, giù in acqua! – gli gridò Timbrò che già s’era tuffato, e minacciava con una mano di fargli una spruzzata.

             –    No, no! – gridò a sua volta il Ciunna, tremante e convulso, con quell’angoscia che confonde o rattiene davanti alla mobile, vitrea compattezza dell’acqua marina. – Bada, me ne risalgo! Non sarebbe uno scherzo… non ci resisto… Brrr, com’è fredda! – aggiunse, sfiorando l’acqua con la punta del piede rattratto. Poi, come colpito improvvisamente da un’idea, si tuffò giù tutto sott’acqua.

             –    Bravissimo! – gridò l’altro appena il Ciunna si rimise in piedi, grondante come una fontana.

             –    Coraggioso, eh? – disse il Ciunna, passandosi le mani sul capo e su la faccia.

             –    Sa nuotare?

             –    No, m’arrabatto.

             –    Io m’allontano un po’.

             L’acqua nel recinto era bassa. Il Ciunna s’accoccolò, tenendosi con un braccio a un palo e battendo leggermente l’acqua con l’altra mano, come se volesse dirle: sta’ bonina! sta’ bonina!

             Era veramente un’irrisione atroce, quel bagno: lui, in mutandine, accoccolato e sostenuto dal palo, che se l’intendeva con l’acqua.

             Poco dopo però Timbrò, rientrando nel recinto e volgendo in giro lo sguardo, non lo ritrovò più. Già risalito? E s’avviava per accertarsene verso la scaletta del camerino, quand’ecco, a un tratto, se lo vide springar davanti, dall’acqua, paonazzo in volto, con uno sbruffo strepitoso.

             –    Ohe! Ma è matto? Che ha fatto? Non sa che così le può scoppiare qualche vena del collo?

             –    Lascia scoppiare… – fece il Ciunna ansimando, mezz’affogato, con gli occhi fuori dell’orbita.

             –    Ha bevuto?

             –    Un poco.

             –    Ohe, dico, – fece Timbrò e con la mano accennò di nuovo il dubbio che il suo vecchio amico fosse impazzito. Lo guardò un po’; gli domandò: – Ha voluto provarsi il fiato o s’è sentito male?

             –    Provarmi il fiato, – rispose cupo il Ciunna, passandosi di nuovo le mani su i capelli zuppi.

             –    Dieci con lode al ragazzino! – esclamò Timbrò. – Andiamo, via, andiamo a rivestirci! Troppo fredda oggi l’acqua. Tanto, l’appetito già c’è. Ma dica la verità: si sente proprio male?

             Il Ciunna s’era messo ad arcoreggiare come un tacchino.

             –    No, – disse, quand’ebbe finito. – Benone mi sento! E passato! Andiamo, andiamo pure a rivestirci!

             –    Spaghetti ai vongoli, e glo glo, glo glo… un vinetto! Lasci fare; ci penso io. Regalo dei parenti di mia moglie, buon’anima. Me ne resta ancora un barilotto. Sentirà!

             IV. Si levarono di tavola, ch’erano circa le quattro. Il vetturino s’affacciò alla porta della trattoria:

             –    Debbo attaccare?

             –    Se non te ne vai! – minacciò Timbrò acceso in volto, tirandosi con un braccio il Ciunna sul petto e ghermendo con l’altra mano un fiasco vuoto.

             Il Ciunna, non meno acceso, si lasciò attirare: sorrise, non replicò; beato come un bambino di quella protezione.

             –    T’ho detto che prima di sera non si riparte! – riprese Timbrò.

             –    Si sa! Si sa! – approvarono a coro molte voci. Perché la sala da pranzo s’era riempita d’una ventina d’amici del Ciunna e dell’lmbrò e gli altri avventori della trattoria si erano messi a desinare insieme, formando così una gran tavolata, allegra prima, poi a mano a mano più rumorosa: risa, urli, brindisi per burla, baccano d’inferno.

             Tino Imbrò saltò su la seggiola. Una proposta! Tutti quanti a bordo del vapore inglese ancorato nel porto.

             – Col capitano siamo peggio che fratelli! È un giovanotto di trent’anni, pieno di barba e di virtù: con certe bottiglie di Gin che non vi dico!

             La proposta fu accolta da un turbine d’applausi.

             Verso le sei, scioltasi la compagnia dopo la visita al vapore, il Ciunna disse all’Imbrò:

             –    Caro Tinino, è tempo di far via! Non so come ringraziarti.

             –    A questo non ci pensi, – lo interruppe Timbrò. – Pensi piuttosto che ha da attendere ancora all’affaruccio di cui mi parlò stamattina.

             –    Ah, già, hai ragione, – disse il Ciunna aggiottando le ciglia e cercando con una mano la spalla dell’amico, come se stesse per cadere. – Sì sì, hai ragione. E dire ch’ero sceso per questo… Bisogna infatti che vada.

             –    Ma se può farne a meno, – gli osservò Timbrò.

             –    No, – rispose il Ciunna, torvo; e ripetè: – Bisogna che vada. Ilo bevuto, ho mangiato, e ora… Addio, Tinino. Non posso farne a meno.

             –    Vuole che l’accompagni? – domandò questi.

             –    No! Ah ah, vorresti accompagnarmi? Sarebbe curiosa. No no, grazie, Tinino mio, grazie. Vado solo, da me. Ho bevuto, ho mangialo, e ora… Addio, eh!

             –    Allora l’aspetto qua, con la carrozza, e ci saluteremo. Faccia presto!

             – Prestissimo! prestissimo! Addio, Tinino! E s’avviò.

             L’Imbrò fece una smusata e pensò: «E gli anni! gli anni! Pare impossibile che Ciunna… In fin dei conti, che avrà bevuto?».

             Il Ciunna si voltò e, alzando e agitando un dito all’altezza degli occhi che ammiccavano furbescamente, gli disse:

             –   Tu non mi conosci.

             Poi si diresse verso il più lungo braccio del porto, quello di ponente, ancora senza banchina, tutto di scogli rammontati l’uno su l’altro, fra i quali il mare si cacciava con cupi tonfi, seguiti da profondi risucchi. Si reggeva male sulle gambe. Eppure saltava da uno scoglio all’altro, forse con l’intento, non preciso, di scivolare, di rompersi uno stinco, o di ruzzolare, così quasi senza volerlo, in mare. Ansava, sbuffava, scrollava il capo per levarsi dal naso un certo fastidio, che non sapeva se gli venisse dal sudore, dalle lacrime o dalla spruzzaglia delle ondate che si cacciavano tra gli scogli. Quando fu alla punta della scogliera, cascò a sedere, si levò il cappello, serrò gli occhi, la bocca, e gonfiò le gote, quasi per prepararsi a buttar via, con tutto il fiato che aveva in corpo, l’angoscia, la disperazione, la bile che aveva accumulato.

             –   Auff, vediamo un po’, – disse alla fine, dopo lo sbuffo, riaprendo gli occhi.

             Il sole tramontava. Il mare, d’un verde vitreo presso la riva, s’indorava intensamente in tutta la vastità tremula dell’orizzonte. Il cielo era tutto in fiamme, e limpidissima l’aria, nella viva luce, su tutto quel tremolio d’acque incendiate.

             –   Io là? – domandò il Ciunna poco dopo, guardando il mare, oltre gli ultimi scogli. – Per duemila e settecento lire?

             Gli parvero pochissime. Come togliere a quel mare una botte d’acqua.

             –   Non si ha il diritto di rubare, lo so. Ma è da vedere se non se ne ha il dovere, perdio, quando quattro bambini ti piangono per il pane e tu questo schifoso denaro lo hai tra le mani e lo stai contando. La società non te ne dà il diritto; ma tu, padre, hai il dovere di rubare in simili casi. E io sono due volte padre per quei quattro innocenti là! E se muojo io, come faranno? Per la strada a mendicare? Ah, no, signor ispettore; la farò piangere io, con me. E se lei, signor ispettore, ha il cuore duro come questo scoglio qua, ebbene, mi mandi pure davanti ai giudici: voglio vedere se avranno cuore loro da condannarmi. Perdo il posto? Ne troverò un altro, signor ispettore! Non si confonda. Là, io, non mi ci butto! Ecco le paranze! Compro un chilo di triglie grosse così, e ritorno a casa a mangiarmele coi miei nipotini!

             Si alzò. Le paranze entravano a tutta vela, virando. Si mosse in fretta per arrivare in tempo al mercato del pesce

             Comprò, tra la ressa e le grida, le triglie ancora vive, guizzanti. Ma – dove metterle? Un panierino da pochi soldi: aliga, dentro; e: – non dubiti, signor Ciunna, arriveranno ancora vive vive al paese.

             Su la strada, innanzi al Leon d’oro, ritrovò Timbrò, che subito gli fece con le mani un gesto espressivo:

             –    Svaporato?

             –    Che cosa? Ah, il vino… Credevi? Ma che! – fece il Ciunna. – Vedi, ho comperato le triglie. Un bacio, Tinino mio, e un milione di grazie.

             –    Di che?

             –    Un giorno forse te lo dirò. Oh, vetturino, su il mantice: non voglio esser veduto.

             V. Appena fuori della borgata, cominciò l’erta penosa.

             I due cavalli tiravano la carrozza chiusa, accompagnando con un moto della testa china ogni passo allungato a stento, e i sonagli ciondolanti pareva misurassero la lentezza e la pena.

             Il vetturino, di tratto in tratto, esortava le povere magre bestie con una voce lunga e lamentosa.

             A mezza via, era già sera chiusa.

             Il bujo sopravvenuto, il silenzio quasi in attesa d’un lieve rumore nella solitudine brulla di quei luoghi mal guardati, richiamarono lo spirito del Ciunna ancora tra annebbiato dai vapori del vino e abbagliato dallo splendore del tramonto sul mare.

             A poco a poco, col crescere dell’ombra, aveva chiuso gli occhi, quasi per lusingar se stesso che poteva dormire. Ora, invece, si ritrovava con gli occhi sbarrati nel bujo della vettura, fissi sul vetro dirimpetto, che strepitava continuamente.

             Gli pareva che fosse or ora uscito, inavvertitamente, da un sogno. E, intanto, non trovava la forza di riscuotersi, di muovere un dito. Aveva le membra come di piombo e una tetra gravezza al capo. Sedeva quasi sulla schiena, abbandonato, col mento sul petto, le gambe contro il sedile di fronte, e la mano sinistra affondata nella tasca dei calzoni.

             Oh che! Era davvero ubriaco?

             –   Ferma, – borbottò con la lingua grossa.

             E immaginò, senza scomporsi, che scendeva dalla vettura e si metteva a errare per i campi, nella notte, senza direzione. Udì un lontano abbajare, e pensò che quel cane abbajasse a lui errante laggiù laggiù, per la valle.

             –   Ferma, – ripetè poco dopo, quasi senza voce,, riabbassando su gli occhile palpebre lente.

             No! – egli doveva, zitto zitto, saltare dalla vettura, senza farla fermare, senza farsi scorgere dal vetturino; aspettare che la vettura s’allontanasse un po’ per l’erto stradone, e poi cacciarsi nella campagna e correre, correre fino al mare là in fondo.

             Intanto non si moveva. – Plumf!  – si provò a fare con la lingua torpida.

             A un tratto, un guizzo nel cervello lo fece sobbalzare, e con la mano destra convulsa cominciò a grattarsi celermente la fronte:

             –   La lettera… la lettera…

             Aveva lasciato la lettera per il figliuolo sul guanciale del letto. La vedeva. A quell’ora, in casa lo piangevano morto. Tutto il paese, a quell’ora, era pieno della notizia del suo suicidio. E l’ispettore? L’ispettore era certo venuto: «Gli avranno consegnato le chiavi; si sarà accorto del vuoto di cassa. La sospensione disonorante, la miseria, il ridicolo, il carcere».

             E la vettura intanto seguitava ad andare, lentamente, con pena.

             No, no. In preda a un tremito angoscioso, il Ciunna avrebbe voluto fermarla. E allora? No, no. Saltare dalla vettura? Trasse la mano sinistra dalla tasca e col pollice e l’indice s’afferrò il labbro inferiore, come per riflettere, mentre con l’altre dita stringeva, stritolava qualcosa. Aprì quella mano, sporgendola dal finestrino, al chiaro di luna, e si guardò nella palma. Restò. Il veleno. Lì, in tasca, il veleno dimenticato. Strizzò gli occhi, se lo cacciò in bocca: inghiottì. Rapidamente ricacciò la mano in tasca, ne trasse altri pezzetti: li inghiottì. Vuoto. Vertigine. Il petto, il ventre gli s’aprivano, squarciati. Sentì mancarsi il fiato e sporse il capo dal finestrino.

             –   Ora muojo.

             L’ampia vallata sottoposta era allagata da un fresco e lieve chiarore lunare; gli alti colli di fronte sorgevano neri e si disegnavano nettamente nel cielo opalino.

             Allo spettacolo di quella deliziosa quiete lunare una grande calma gli si fece dentro. Appoggiò la mano allo sportello, piegò il mento sulla mano e attese, guardando fuori.

             Saliva dal basso della valle un limpido assiduo scampanellare di grilli, che pareva la voce del tremulo riflesso lunare sulle acque correnti d’un placido fiume invisibile.

             Alzò gli occhi al cielo, senza levare il mento dalla mano, poi guardò i colli neri e la valle di nuovo, come per vedere quanto ormai rimaneva per gli altri, poiché nulla più era per lui. Tra breve, non avrebbe veduto, non avrebbe udito più nulla… S’era forse fermato il tempo? Come mai non sentiva ancora nessun accenno di dolore?

             –   Non muojo?

             E subito, come se il pensiero gli avesse dato la sensazione attesa, si ritrasse, e con una mano si strinse il ventre. No: non sentiva ancor nulla. Però… Si passò una mano sulla fronte: ah! era già bagnata d’un sudor gelido! Il terrore della morte, alla sensazione di quel gelo, lo vinse: tremò tutto sotto l’enorme, nera, orrida imminenza irreparabile, e si contorse nella vettura, addentando un cuscino per soffocar l’urlo del primo spasimo tagliente alle viscere.

             Silenzio. Una voce. Chi cantava? E quella luna…

             Cantava il vetturino monotonamente, mentre i cavalli stanchi trascinavano con pena la carrozza nera per lo stradone polveroso, bianco di luna.

Raccolta La rallegrata
01 – La rallegrata – 1911
02 – Canta l’Epistola – 1906
03 – Sole e ombra – 1896
04 – L’Avemaria di Bobbio – 1912
05 – L’imbecille – 1912
06 – Sua Maestà – 1904
07 – I tre pensieri della sbiobbina – 1905
08 – Sopra e sotto – 1914
09 – Un «goj» – 1922
10 – La patente – 1911
11 – Notte – 1911
12 – O di uno o di nessuno – 1912
13 – Nenia – 1901
14 – Nenè e Ninì – 1912
15 – «Requiem aeternam dona eis, Domine!» – 1913
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