Servitù (2) – Audiolibro

Servitù audiolibro
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Legge Enrica Giampieretti

Da LibriVox.org

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 30 luglio 1914poi in E domani, lunedì, Treves, Milano 1917.

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             Due volte la mammina aveva sporto il capo dall’uscio a raccomandare alla Dolly di non parlar troppo, di non agitarsi tanto, che altrimenti la febbre le sarebbe cresciuta.

             – Parli sempre tu… giuochi tu sola…

             La Dolly, sostenuta da una pila di guanciali, sedeva sul lettino in compagnia di tutte le sue bambole belle. E due volte, scotendo la testina per cacciar via dagli occhi i riccioli d’oro scappati nel calore del giuoco di sotto la cuffietta di raso celeste, aveva risposto alla mamma:

             – No, io sola; giuoca anche Nenè… Nenè era la figliuola della nurse.

             Ma finora, per dir la verità, Nenè non aveva mai aperto bocca. Tutt’e due le volte, invece, aveva guardato quasi atterrita la signora che sporgeva il capo dall’uscio; e il cricchio della maniglia, il cigolio dell’uscio schiuso, lo sporgersi di quel capo, la voce della mamma di Dolly, erano stati per lei un fracasso, un crollo, uno scompiglio. Perché era come in un sogno Nenè da due ore, sospesa, quasi angosciata nel dubbio che non fosse vero ciò che pur si vedeva attorno e toccava.

             L’abituccio color cece, di due anni fa, le segava il collo, le segava le ascelle, le opprimeva le spallucce; il nastrino di seta color di rosa, un po’ stinto, attorno al capo le s’allentava a mano a mano e cedeva al goffo rizzarsi ispido e compatto dei capelli neri ancor zuppi d’acqua (poiché era stata lavata tutta con insolita cura): non sentiva nulla, non avvertiva nulla, incantata, abbagliata dal lusso di quella cameretta di bimba, imbottita di raso azzurro. E lievemente, senza saperlo, con la manina tozza, gonfia per la manica troppo stretta e corta che le serrava il braccio come un salsicciotto, palpava la coperta così liscia, così morbida del lettino, mentre tutta occhi e con la boccuccia aperta seguiva il chiacchierio fitto, volubile della padroncina malata.

             Sentiva bene la Dolly che il giuoco realmente lo faceva Nenè, quantunque finora non avesse aperto bocca. Con la sua maraviglia intenta e muta dava un’anima nuova a quelle sette bambole sedute sul lettino come damine in visita, e un nuovo piacere, a lei, nel farle muovere e parlare. Da tanto tempo, infatti, quelle sette bambole per Dolly quasi non vivevano più: erano pezzi di legno, testine di cera o di porcellana, occhi di vetro, capelli di stoppa. Ma ora riavevano anima, un’anima nuova, e rivivevano una nuova vita maravigliosa anche per lei, quale ella non avrebbe mai immaginato di dar loro, un’anima, una vita che prendevano qualità appunto dalla maraviglia di Nenè, ch’era maraviglia di servetta. Le faceva perciò parlare come signorone del gran mondo, piene di capricci e di moine, press’a poco come parlavano le amiche di mammà.

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