Umorismo: l’ottica pirandelliana della condizione umana.

Di Iosifina Politi

L’umorista, consapevole della coesistenza di anime diverse come parte della stessa persona si propone di svelarle, scomponendo l’immagine della persona stessa. Poiché nell’arte umoristica l’elemento comico provocato dal contrario si riveste di un sentimento amaro che nasce dalla riflessione sulle ragioni per cui una situazione è il contrario di quello  che dovrebbe essere.

da Studying Humour – International Journal

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Pirandello - L'Umorismo - analisi
Ivan Mozzhukhin in Feu Mathias Pascal diretto da Marcel L’Herbier (1926). immagine dal Web.

Al termine umorismo è inscindibilmente legato il nome di Luigi Pirandello. Non vi è l’intenzione in questa sede di intrattenere il pubblico con i dati biografici pirandelliani poiché gli studi sulla sua vita e sulla penna artistica hanno conosciuto e tutt’ora conoscono grande fioritura, rendendolo famosissimo. Ricordo soltanto al pubblico interdisciplinare che, anche se si tratta di un premio nobel per la letteratura novecentesco, è pur sempre un uomo nato nel 1867 in Sicilia, un uomo dello spirito critico e irrequieto, spiegato nelle mille sfaccettature dei suoi “antieroi”. Senza dilungarmi intanto alla sua ricca vita e opera, cercherò di presentarvi direttamente la sua filosofia e poetica dell’umorismo.

L’elaborazione di tale estetica risale agli anni 1904-1908. Possiamo costatare le caratteristiche dell’umorismo pirandelliano già nel romanzo Il fu Mattia Pascal del 1904, e le ritroviamo anche teorizzate in saggi scritti a scopo accademico negli anni che seguono. Diversi di questi saggi sono in sostanza diventati il corpus del volume, pubblicato nel 1908, intitolato per l’appunto, L’umorismo. La seconda edizione del 1920 è corretta e aumentata. Prima ancora di riferirci al contenuto del volume, forse ci possiamo permettere una prima riflessione: sembra che Luigi Pirandello abbia passato dalla prassi alla teoria dell’umorismo e non viceversa.

Il volume L’Umorismo è composto da una prima parte storico-filologica, e da una seconda, di natura psicologica ed estetica. Proprio la prima parte del volume è stata sottomessa al giudizio perseverante di Benedetto Croce sulla rivista “La Critica”, ma anche alla recensione di altri critici contemporanei come Adolfo Albertazzi, Luigi Natoli, Attilio Momigliano (Pirandello, 2010, p. VII). Eppure, lo stesso Luigi Pirandello ammette tra le righe delle sue lettere i motivi dei limiti di questo studio. Nelle primissime pagine del suo saggio, Paola Casella (2002, p.15), riporta dei passi epistolari firmati da Pirandello negli anni 1907 – 1909 che svelano la fatica pura e non l’ardore creativo di tale componimento: a Ugo Ojetti scrive “Ho dovuto farlo (e m’è costato tanta pena!) per presentarlo a una Commissione di 5 professori d’Università che doveva esaminare i miei titoli per la mia promozione da professore straordinario a ordinario”, a Adolfo Orvietto “Spero che riuscirò vivo da questa per me improba fatica”, all’editore Treves scrive “mi sono finalmente liberato dell’incubo della promozione a ordinario, e riprendo con gioja il mio lavoro naturale”. [1]

[1] I due volumi a cura di Sarah Zappulla Muscarà del 1980 e del 1996 contengono rispettivamente le prime due frasi e la terza per ordine di Sono compresi nella bibliografia completa.

La seconda parte del volume richiama principalmente la nostra attenzione, contenendo la filosofia ed estetica dell’umorismo pirandelliano. Quanto segue in questa esposizione è relativo proprio alla seconda parte.

Pirandello non accetta il concetto della verità oggettiva del positivismo, arrivando a sostenere che il mondo oggettivo è solo una proiezione del nostro sentimento. Ma rifiuta anche la soggettività romantica, e il concetto dell’arte come espressione immediata della passione o del sentimento o della natura. Egli respinge il mito romantico, l’armonia classica, ma anche il decadentismo e il simbolismo. Anzi, Pirandello muove dalla stessa crisi filosofica di cui nasceva il Decadentismo, ma per dare risposte diverse. A Nietzsche e a Schopenhauer si ritrovano le radici della dissoluzione delle credenze e delle convenzioni ideologiche sociali. Mentre Alfred Binet l’ha fortemente influenzato tramite la sua opera di psicologia del 1892 Les altérations de la personalité. Il libro tratta l’argomento della compresenza di livelli diversi della vita psichica, consci e inconsci, e dunque della pluralità dell’Io. La propria anima è colma della collettività di cui siamo parte; colma di memorie e sensazioni, di aspirazioni personali e aspettative altrui, della pressione dell’altrui modo di giudicare, dell’altrui modo di sentire e di operare. Riportiamo un breve passo dell’opera francese, tradotto in italiano in R. Luperini (1995, p. 35):

La nostra personalità si modifica col tempo: la personalità, infatti, non è una entità fissa, permanente e immutabile; è una sintesi di fenomeni che varia cogli elementi che la compongono e che è in via di continua e incessante trasformazione. Nel corso di una esistenza anche normale si succedono numerose personalità distinte; ed è solo per artificio che noi le riuniamo in una sola, perché in realtà, a vent’anni di distanza, noi non abbiamo più lo stesso modo di sentire e di giudicare.

Nell’ottica pirandelliana la condizione umana non si trova in armonia. La primordiale assurdità esistenziale e anche la modernità, secondo Pirandello, generano personalità contraddittorie, in scissione. Fra la realtà e l’ideale, fra aspirazioni e limiti il protagonista della vita si mostra indeciso e perplesso. Conseguentemente, anche il personaggio della letteratura non può più essere un eroe coerente ma piuttosto un’anima in perenne conflitto. L’umorista, consapevole della coesistenza di anime diverse come parte della stessa persona si propone di svelarle, scomponendo l’immagine della persona stessa. Poiché nell’arte umoristica l’elemento comico provocato dal contrario si riveste di un sentimento amaro che nasce dalla riflessione sulle ragioni per cui una situazione è il contrario di quello  che dovrebbe essere.

Pirandello, da grande studioso e pensatore, era a conoscenza del pensiero di un’altra personalità francese del XIX secolo, di Léon Dumont, presentato nell’opera Des causes du rire del 1862. [2]

[2] L’affinità dei topoi della filosofia dumontiana e pirandelliana quanto all’umorismo, ma anche il nesso fisico, il modo in cui Pirandello possa essere venuto a conoscenza del relativo studio francese, sono approfonditamente presentati nell’introduzione dell’edizione anticipata di L’umorismo, a cura della specialista Daniela

Ha ripreso le idee cardini di questo studio che riguarda gli stimoli ed il meccanismo da cui scaturisce il riso, ha adottato l’osservazione dumontiana del sentimento del contrario. Non per questo, si riduce il valore del nostro nobelista, poiché egli ha rivestito di modernità le osservazioni di Dumont e rielaborandole le ha riversate anche nella sua produzione artistica.

Il sentimento del contrario, molto abilmente vi è spiegato tramite un esempio riportato nel secondo capitolo della seconda parte dell’opera L’umorismo. Lo scrittore molto semplicemente dipinge la scena di una vecchia signora imbellettata, che cerca in questo modo di ingannare se stessa e gli altri. Questa vecchia signora ha i capelli ritinti ed è truccata e vestita in modo troppo giovanile. Alla vista di questo spettacolo, ci mettiamo a ridere, perché quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. E proprio qui scatta l’elemento comico, cioè l’avvertimento del contrario. Se però ci soffermiamo a riflettere, ci accorgiamo che quella signora non prova forse nessun piacere a conciarsi così, anzi forse ne soffre e lo fa soltanto perché spera che nascondendo i segni del tempo riesce anche a mantenere l’amore del marito, magari molto più giovane di lei. A quel punto non si può più riderne come prima, perché con la riflessione, andiamo oltre a quel primo avvertimento, passiamo dall’avvertimento del contrario al sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico. Si tratta di uno stato d’animo di perplessità. Pirandello dice che si sente come tenuto tra due: vorrebbe ridere, ride, ma il riso viene turbato e ostacolato da qualcosa che spira dalla stessa rappresentazione umoristica.

E la descrizione della contraddittoria condizione umana continua nei capitoli quattro e cinque dell’opera:

Nella sua anormalità, non può esser che amaramente comica la condizione d’un uomo che si trova ad esser sempre quasi fuori di chiave, ad essere a un tempo violino e contrabbasso, d’un uomo a cui un pensiero non può nascere, che subito non gliene nasca un altro opposto, contrario; a cui per una ragione ch’egli abbia di dir sì, subito un’altra e due e tre non ne sorgano che lo costringono a dir no; e tra il sì e il no lo tengan sospeso, perplesso, per tutta la vita; d’un uomo che non può abbandonarsi a un sentimento, senza avvertir subito qualcosa dentro che gli fa una smorfia e lo turba e lo sconcerta e lo indispettisce. (Pirandello, 2010, p.131)

E ancora:

Il pensiero dell’uomo, diceva Guy de Maupassant, «tourne comme une mouche dans une bouteille». Tutti i fenomeni, o sono illusorii, o la ragione di essi ci sfugge, inesplicabile. Manca affatto alla nostra conoscenza del mondo e di noi stessi quel valore obiettivo che comunemente presumiamo di attribuirle. È una costruzione illusoria continua […]
Cominciamo da quella che l’illusione fa a ciascuno di noi, dalla costruzione cioè che ciascuno per opera dell’illusione si fa di sé stesso. Ci vediamo noi nella nostra vera e schietta realtà, quali siamo, o non piuttosto quali vorremmo essere? Per uno spontaneo artificio interiore, frutto di segrete tendenze o d’incosciente imitazione, non ci crediamo noi in buona fede diversi da quel che sostanzialmente siamo? E pensiamo, operiamo, viviamo secondo questa interpretazione fittizia e pur sincera di noi stessi. (Pirandello, 2010, p. 140)

Pirandello vedrebbe l’uomo solamente destinato a vivere in piena disarmonia; come una creatura che dovrebbe riconciliarsi con l’idea della sua insignificante presenza nel mondo e continuare ad illudersi cercando di convincere e convincersi. Eppure, “Se egli può intendere e concepire l’infinita sua piccolezza, vuol dire ch’egli intende e concepisce l’infinita grandezza dell’universo. E come si può dir piccolo dunque l’uomo?” (Pirandello, 2010, p. 151), si chiede Pirandello, affermando così il suo rispetto verso la razza umana.

L’Umorismo, è un’estetica connessa a un modello antropologico basato sulle antinomie, e perciò capace di comprendere e descrivere la natura umana. Contrariamente all’arte tradizionale, non idealizza la realtà, non compone un eroe, un carattere in piena coerenza come fanno i poeti epici o drammatici: “egli (l’umorista) scompone il carattere nei suoi elementi; e mentre quegli (poeta epico o drammatico) cura di coglierlo coerente in ogni atto, questi si diverte a rappresentarlo nelle sue incongruenze;” (Pirandello, 2010, p. 152). L’umorista non riconosce eroi e anzi demistifica i miti e le leggende. Infatti, egli sa che anche un eroe ha dentro di sé 4-5 anime in lotta fra loro.

E Luigi Pirandello è uno scrittore umorista, non solo un teorico di tale arte. Ne dà prova nella sua produzione narrativa e teatrale a partire dal 1904. Nel 2° tomo del 5° volume La scrittura e l’interpretazione, vi sono concentrate alcune delle qualità di Pirandello umorista nel capitolo “Le caratteristiche principali dell’arte umoristica di Pirandello” (1997): Nelle opere pirandelliane vengono distrutte le gerarchie e i sistemi di valore del passato, predilige invece il gusto della contraddizione e della discordanza; vengono preferite le strutture aperte e inconcluse, dal momento che la vita stessa non ha un ordine, un inizio e una fine, non compie un ciclo perfetto; la vita può essere riportata nella lingua scritta solo rispettando il principio dell’oralità. Le opere pirandelliane costituiscono un dipinto folcloristico anche dal punto di vista linguistico; la destituzione dell’Io è un tema ricorrente nelle sue opere. L’individuo non si presenta più integro ma in antinomia; infine, la coscienza dell’impossibilità di dare un senso alla vita, la consapevolezza dell’estraneità che condanna a guardare da fuori l’esistenza, sono elementi riscontrabili nella produzione pirandelliana.

Concludendo quest’esposizione, scelgo ancora una volta le parole dell’autore stesso. Si tratta dell’ultima parte del volume L’umorismo:

Riassumendo: l’umorismo consiste nel sentimento del contrario, provocato dalla speciale attività della riflessione che non si cela, che non diventa, come ordinariamente nell’arte, una forma del sentimento, ma il suo contrario, pur seguendo passo passo il sentimento, come l’ombra segue il corpo. L’artista ordinario bada al corpo solamente: l’umorista bada al corpo e all’ombra, com’essa ora s’allarghi ed ora s’intozzi, quasi a far le smorfie al corpo, che intanto non la calcola e non se ne cura.  (Pirandello, 2010, p. 154)

Iosifina Politi

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