Pirandello: il teatro della vita

Una brevissima riflessione di Biagio Lauritano

Per gentile concessione dell’Autore

Pirandello: il teatro della vita.
Teatro Argentina di Roma, Non si sa come, 1935

Pirandello attribuisce importanza non solo ai testi scritti delle sue opere teatrali, ma anche alla loro effettiva rappresentabilità; il dramma dei personaggi pirandelliani si esprime in un crescendo di emozioni che, se sembrano avere una configurazione ideale sulla pagina scritta ovvero basata su pochi colpi di scena, durante la recitazione diventano depositarie sia dell’io lirico del regista sia dell’impossibilità degli attori di fare di esse lo specchio effettivo della loro anima.

Ciò accade poiché le emozioni non riflettono la realtà contingente, ma intensificano la vis con cui regista e attori si sforzano di superare gli stereotipi della forma sempre uguale a se stessa, anche se in tal caso si innesca un circolo vizioso che dal regista passa agli attori e viceversa nel tentativo di rendere gli spettatori sempre più partecipi della rappresentazione teatrale ogni qualvolta la stessa opera viene rappresentata.

In tal caso gli spettatori automaticamente introiettano le scene relazionandole con le loro pulsioni più intime e facendole così interagire con la propria “vita nascosta”.

Alla fine gli spettatori arrivano così al proprio appagamento interiore per aver letteralmente vissuto la scena; ne danno prova le loro reazioni in sala che rendono gli attori sul palcoscenico e, allo stesso modo, il regista partecipi del loro dramma interiore.

Ma non è detto che la catarsi abbia avuto luogo, quello che vale la pena di sottolineare è che sia gli attori sia il regista sia gli spettatori sono pronti per una nuova messinscena ovvero tentare di superare la forma durante una futura rappresentazione ovvero rinascere attraverso un flusso di coscienza che si spera possa superare la distinzione tra finzione e realtà.

Biagio Lauritano
Ricevuto via mail il 16 aprile 2022

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