Pirandello apparatore di bellezza

Di Gilberto Scaramuzzo

da «L’ARBORE DELLA CARITÀ »
Rivista dell’Unione Santa Caterina da Siena dell Missionarie della Scuola. Anno LVII N. 1 – 2006

Pirandello all’arrivo a New York a bordo del Conte Di Savoia , 20 luglio 1935

Pirandello negli ultimi anni della sua vita è un artista famoso: nel 1934 (morirà nel 1936) vince il premio Nobel. Da ogni parte del mondo arrivano per lui inviti: gente di ogni paese, che lo ha conosciuto attraverso la sua opera, desidera ora conoscerlo di persona.
Pirandello decide di assecondare quanto più gli è possibile queste richieste, e inizia a viaggiare. Nel 1935 ci racconta di questa sua nuova vita di uomo con la valigia in uno scritto rimasto semisconosciuto (perché escluso dalle raccolte ufficiali, in quanto, forse, scritto in collaborazione con il figlio Stefano, che, negli ultimi anni di vita di Luigi, affiancò il padre nella stesura di alcune opere che porteranno poi la firma del solo Luigi) dal titolo Viaggi.

Scrive Pirandello: “A un certo momento della mia vita ho cominciato a viaggiare, senza curiosità e non per volontà mia: chiamato. Chiamato di qua e di là, e come esortato a mantenere un obbligo che avessi contratto senz’essermene accorto. Erano gli uomini ai quali era giunta, affidata a un’opera solitaria e segreta, la mia voce, che li aveva avvinti: e ora volevano che l’ascoltassero altri dei loro paesi, e sostenevano che per ciò era necessaria la mia presenza.
Ma perché? Non capivo. Se io, questa voce, l’ho saputa veramente trasmettere viva nei miei personaggi, che bisogno ci può essere di me?”

Ma Pirandello capirà presto perché la sua opera da sola non bastava, e perché a lei servisse lui: “io le servivo perché essa [ … ] non poteva ancora essere considerata da tutti con quella purezza di spirito e quel silenzio interiore che la renderanno poi assai più chiara, spero, a chiunque sia adatto a nutrirsene.”

Pirandello, che ha passato la vita a scrivere, concedendosi poche distrazioni (stimava, infatti, che null’altro valesse veramente la pena di fare), di colpo si rende conto, quando oramai è già avanti negli anni, che lo scrivere da solo può non bastare (anche se lo scrivere è uno sforzo di verità) quando si voglia veramente comunicare qualcosa di vitale a qualcuno: “io che ho consumato la vita, una vita ricca non foss’altro d’energie e di sentimenti, solo per certe parole da dire, uomo, agli altri uomini”. E se anche quel che scrive è schietto e sofferto, da sola l’opera può non raggiungere vitalmente gli altri uomini ai quali è diretta, e può aver bisogno di un apparatore di bellezza: “Ora andrei in capo al mondo al servizio della mia opera. Uomo, che può dire qualche cosa d’importante agli altri uomini. Non predicando, per carità. Da artista: apparatore di bellezza, che è quella stessa d’una verità fatta viva.”

Da Pirandello ci arriva, dunque, una lezione semplice quanto essenziale: chi ha qualcosa d’importante da dire, uomo, agli altri uomini, meglio che porsi da predicatore può porsi da artista, e rendere viva, attraverso la propria umanità, attraverso il proprio peso di uomo e di donna, una verità, essere, cioè, un apparatore di bellezza.
Per la verità che ci circonda c’è bisogno di apparatori di bellezza, cioè di persone che hanno qualcosa da dire di umano agli altri uomini, e perciò sappiano rendere la verità viva. Torna alla mente Platone per il quale verità, bello e bene non potevano esser
disgiunti.

Ricercare la verità di una realtà umana è dunque rinvenirne il bello, e comunicare agli altri questa scoperta tutta umana: è essere in grado di costruire le condizioni perché la bellezza si manifesti il più chiaramente possibile, e questo non è altro – ci spiega Pirandello – che rendere viva quella verità. Un movimento creativo è quello richiesto a chi vuole farsi testimone di una verità, verità guadagnata in primo luogo per sé, ma un movimento creativo per il quale è sufficiente mettere in campo il proprio peso di uomini.
Mostrare il bello, oltre che il modo attraverso il quale rendere viva una verità, è anche una pre-occupazione per l’uomo: ci ri-chiama al saper essere artisti, a tenere vivo in noi quel punto per cui tutti possiamo esserlo. Questo punto, il punto vivo, che è in noi, in ciascuno di noi, dalla nascita, è il protagonista di un altro scritto pirandelliano (anche questo, per le stesse ragioni del precedente, rimasto sconosciuto) Non parlo di me.
Aver incontrato una verità è aver qualcosa di importante da dire da uomo sull’uomo agli altri uomini. Ma il comunicare se vuoI essere efficace, cioè se vuoI essere vita per chi ascolta, deve essere vita per chi parla, la bellezza è quel che rende viva e comunicabile una verità, l’artista è quello che sa appararla, ma tutti, in quanto detentori del punto vivo, siamo chiamati dalla vita stessa ad operare da artisti. Questo comporta affinare una sensibilità, un senso per la meraviglia, e un ascolto umile per ogni bellezza quaggiù, anche, che so … per dei papaveri.

Scrive Pirandello in Appunti: “Tutti questi papaveri, chi mai li avrebbe pensati quassù? E chi sa quante cose ci sono che nessuno ha mai veduto sulla terra, dove pur l’orgoglio umano presume che nulla possa essere, se non pensato da lui. Questi papaveri, la gioia d’avvampare al sole, così in tanti insieme, quassù dove nessuno li vedeva, l’avevano per sé: in questo silenzio d’azzurro che sul loro rosso squillante è come uno stupore”.

Gilberto Scaramuzzo

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