L’uomo del Caos – Capitolo 4: Pirandello sposo, padre, un uomo comune?

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Di Pietro Seddio. 

Una unione allora puramente e solamente carnale quella tra Luigi ed Antonietta. Tra l’altro l’abisso culturale che li separava non permetteva alle loro anime (forse più per colpa di Pirandello) di unirsi in una unione psicospirituale che avrebbe costituito l’anello indissolubile di quella unione.

Pirandello. L’uomo del Caos

Per gentile concessione dell’ Autore

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Indice Tematiche

Pirandello con la moglie e bambini piccoli.
Lietta, Fausto, Stefano seduto a terra

“La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco;
non la terra che si incrosta e assume forma.
Ogni forma è la morte.”

Luigi Pirandello, Novella La trappola

Pirandello. L’uomo del Caos
Capitolo 4
Pirandello sposo, padre, un uomo comune?

Luigi (ventisei anni) ed Antonietta (ventidue) si sposano in Girgenti il 27 gennaio del 1894. [1]

[1] Se ne possono comprendere le ragioni soprattutto se leggiamo quanto ha scritto, a tal proposito, Nardelli: “A Girgenti vide Antonietta 2 ore al giorno per 30 giorni: con un totale di 60 ore di fidanzamento. E sempre in compagnia di donna Caterina e di Anna. Portulano stava pure presente. E, s’intende, le donne chiacchieravano fra loro, mentre i maschi si tenevan in disparte muti. Ché lo stare insieme tutt’e due, genero e suocero, bastava ad impedire al giovale qualunque velleità di parola. Il guardarsi fra innamorati anche era difficile. Inquantoché Antonietta aveva l’obbligo di non alzar gli occhi. Mentre era stata colle suore, il padre l’aveva seguita di nascosto alla passeggiata per veder se levasse lo sguardo. Il padre stesso non l’aveva baciata se non sulla fronte.
E i fratelli non l’avevano baciata mai…. Finalmente, quasi senz’essersi scambiati una parola, i ragazzi arrivarono alle nozze. Il prete credeva che Pirandello, da incivilito, fosse un ateo, un ribelle: ed era confermato in codesta opinione d’averlo trovato mancante di cresima. Lo pregò dunque, con molta insinuante prudenza, di mettersi in ginocchioni. Ma il nostro era già ai piedi del prete”.

Federico V. Nardelli, Pirandello l’uomo segreto, Ed. Bompiani 1986, pag. 91.

Inizia, inevitabilmente, un nuovo ciclo della vita che tanta importanza avrà nell’evoluzione eticaspirituale dello scrittore.

E’ noto, per esempio, che parte del romanzo Il fu Mattia Pascal, [2] lo scrisse mentre vegliava la moglie ammalata;

[2] “Questa esigenza di narrare un più le cose, ma le loro epifanie, la vita seconda che si svela nelle epifanie, costituisce il carattere iniziale del nuovo romanzo. Il quale è antinaturalista, si oppone al naturalismo, proprio perché sottomette gli oggetti, personaggi e fatti, dal romanzo naturalistico a quell’atto esplosivo che li porta ad aprirsi come a una scorza. Il nuovo romanzo disocculta ciò che il materiale narrativo-descrittivo del romanzo naturalista aveva occultato”. (Debenedetti).

(Cit. in Album Pirandello, Op. Cit., pag. 99)

che alcuni lavori teatrali altro non furono che esplosioni violente del suo animo che, in quel modo, credette di liberarsi dal tormento che lo prendeva internamente, così come la nutritissima produzione di Novelle che, ancora oggi, rappresentano un importante spaccato della società (e con essa personaggi, costumi, usi, difetti, pregi e quant’altro) di quel tempo che, forse per la prima volta, venne messa su di un tavolo anatomico per essere sezionata e questo non fu da tutti condiviso, giacché i tanti “falsi moralisti” non videro di buon occhio che “i panni sporchi” non restassero dentro casa e proibire che venissero sciorinati sotto gli occhi di tutti.

Non si può dire che l’unione tra i due fosse perfetta; imperfetta come può accadere a migliaia di coppie che decidono di vivere insieme, di formare una famiglia e poi magari s’accorgono di avere idee contrastanti e, nonostante gli sforzi, certamente non possono ritenersi del tutto soddisfatte. Ma per Pirandello quella situazione non poteva e non doveva oltrepassare la porta della sua casa in quanto geloso della sua privacy anche se purtroppo dovrò scoprire, a sue spese, che le notizie saranno presto di dominio pubblico. [3]

[3] La formula della benedizione nuziale ricevuta dai due sposi davanti all’altare: “Hisce habitus rev.mus Canonicus Joseph Bonelli Magister Capellanus H. Sanctae Cathedralis Ecclesiae sub titulo M. Virginis in coelum assumptae, S. Jacobi Apostoli et  S. Gerlandi Episcopi Agrigentini in Ecclesia S. Alphonsi interrogavit Alojsium Pirandello Ju.f.et N. Stephani et Caterinae Ricci Gramitto coniugum Paroeciae S. Petri huius civitatis et Antoniam Mariam Portolano Ju.f.L. ed N. Calogeri et quondam Rosaliae Rinaldi olim coniugum h. paroeciae eorumque habito mutuo consensu solemnter per verba de praesenti eos matrimonio coniuxit, presentibus testibus notis B.le Eugenio Amato, filio quondam Josephi et B.le Alphonsi qui habitat in hac paroecia Ca.cus Joseph Bonelli Mag. Cap.”.

Quanto dolore e quanta tristezza per quella realtà che lo prostra più delle disgrazie che lo hanno colpito. Lui che rifuggiva il clamore è stato sempre al centro e tanto non voleva che si sapesse della situazione quanto più erano in tanti a conoscerla.

“Ma se questa è la vita, signor Fifì! Conservare il rispetto della gente, signora! Tenere alto il proprio pupo quale che sia per modo che tutti gli facciano sempre tanto di cappello! Non so se mi sono spietato…”. [4]

[4] Luigi Pirandello, Il berretto a sonagli, Atto I, Scena I

Tra l’altro, specie a quel tempo, la “gente”, rivestiva un ruolo assai determinante perché a “questa” si doveva dare conto. La “corda civile” doveva dimostrare che la coppia si voleva bene, che tra quelle mura regnava la perfetta armonia e che l’unione non subiva incrinature.

Tutto questo porta a creare, in Ciampa, [5] la sua stessa coscienza e si può ben dire che è uno dei personaggi più riusciti che Pirandello abbia potuto partorire se non altro perché in quella sagace ironia c’è tutta l’anima dello scrittore con le sue convinzioni, le sue paure, le sue certezze e soprattutto il suo vedere gli altri che a loro volta cercano di vedere lui.

[5] “Al rozzo Tararà (dell’omonima novella La verità), vittima impotente di una situazione creatasi fuori di lui e costretto ad agire secondo le convenzioni imposte dalla società in cui vive, si sostituisce lo scrivano Ciampa, lucido nelle sue argomentazioni, perfettamente consapevole dei suoi atti e deciso a battersi perché le cose non si svolgano secondo norme alle quali si sente risolutamente estraneo. Due ragioni soprattutto gli impediscono di agire, una di carattere personale: il disperato desiderio di salvare comunque quel tanto di amore che gli è concesso, sia pure a mezzadria.

L’altra è una ragione sociologica, ‘la sofisticazione della morale sessuale tradizionale’ come la definisce Leonardo Siascia, preciscando: ‘Una condizione storica di vassallaggio sessuale delle popolazioni rurali nei riguardi del feudatario, del gabelloto, del soprastante, cui è da aggiungere l’aleatorio esercizio della patria potestà e tutela per le frequenti e lunghe assenze a causa del carcere e delle latitante, hanno determinato nel tempo una situazione morale e sentimentale, un comportamento sociale, per cui l’illecito sessuale viene accettato da coloro che ne sono offesi – purché siano salve le apparenze – in una sfera di intatta spiritualità’. A Ciampa dunque interessa soprattutto ristabilire queste apparenze: minaccia apertamente di uccidere entrambi gli adulteri, pur affermando la propria ripugnanza a tale soluzione, per provocare l’unica scappatoia che eviti il delitto senza macchiare indelebilmente la sua reputazione”.

Cit. in Corrado Simioni, Introduzione a ‘Il berretto a sonagli’, Ed. Mondadori 1969, pag. XXXIII

Il famoso gioco degli specchi che con Ciampa si concretizza attraverso uno scavo interiore e profondo. Lo specchio questa volta rimane dentro seppur si ha la possibilità di utilizzarlo come non mai.

Non dimenticando che lo “specchio” sarà uno degli “oggetti” più usato dall’autore per costringere il proprio personaggio (e quindi lui medesimo) ad un continuo confronto per constatare tutte quelle reazioni che un simile confronto dovevano portare nell’animo e quindi atte a stabilire la certezza del proprio esistere nel contesto con la società che spesso e sovente quasi negava questo diritto.

Proprio questa condizione psicologica, reagendo ad un imminente sopruso che comunque aveva radici lontane, fa muovere l’intelletto dello scrivano che sarà in grado di stupire con le sue così dotte argomentazioni.

“La corda civile signora. Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. Non si può. Io mi mangerei per modo d’esempio il signor Fifì. Non si può. E che faccio allora? Do una giratina alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa. Oh quanto m’è grato vedervi, caro il mio signor Fifì! Capisce, signora? Ma può venire il momento che le acque s’intorbidano. E allora… allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!”. [6] Ibidem, pag 14.

E’ indubbio che c’è tutta l’umanità complessa dello scrittore e non si può non rimanere soggiogati, positivamente, da tanto intelletto ed acume così sapientemente rappresentato dallo scrivano semplice ma sagace.

La sagacità indiscussa e riconosciuta di una certa parte di gente che magari non ha un ruolo determinante, ma che riesce a farsi valere soprattutto con la forza della parola. E proprio della parola Pirandello ha voluto farne il suo baluardo che ancora oggi punge e trafigge.

Voci che sono state raccolte da studiosi hanno detto che il matrimonio, nella sua vera essenza, fu consumato tra i due dopo alcuni giorni. (C’è da crederlo!). Seppur può sembrare un fatto episodico, notiamo (si è coerenti con l’uomo-Pirandello) come il Maestro sarà stato preso da problemi e forse da rimorsi.

Non è tanto il fatto in se stesso che ci sollecita, ma l’analisi della dimensione umana dello scrittore che avrà, certamente, sofferto quella unione, spiritualmente non voluta né accettata, se non passivamente.

Una unione allora puramente e solamente carnale quella tra Luigi ed Antonietta. Tra l’altro l’abisso culturale che li separava non permetteva alle loro anime (forse più per colpa di Pirandello) di unirsi in una unione psicospirituale che avrebbe costituito l’anello indissolubile di quella unione.

Due concezioni, due vite, due culture, due religioni possiamo anche dire, si univano, ma non si realizzavano e pur vivendo sotto lo stesso tetto, erano terribilmente soli. D’una solitudine che provocò in seguito effetti disastrosi; ma mentre Pirandello ebbe la forza di scaricarli nelle pagine dei suoi scritti creando capolavori, Antonietta subì e per lei fu la disperazione più completa e la catarsi più profonda senza alcuna possibilità di riscatto e reazione, se non un più sempre assoluto isolamento. [7]

[7] “La mamma s’inasprì più che mai di non riavere il figlio con sé. Vide in Lietta colei che avrebbe preso volentieri il posto suo, per farsi padrona della casa, padrona di tutto, ora che il primogenito non ritornava più; padrona in accordo col padre, nemico di lei.
Voleva dividersi, voleva andarsene.
…. Il padre reggeva i propri guai in silenzio. Il primogenito, il secondo. E l’impossibilità infine di scolpare la figlia agli occhi della madre che di giono in giorno più s’inaspriva.
Tra padre e figlia, una tacita tenerezza cresceva. A parere de la mamma, a torto”.

Cit. in Nardelli, Op. Cit. pag. 166 e segg.

Un impeto violento che provocò delle lacerazioni spirituali irreversibili che nel tempo, e non solo nel tempo, dovevano portare ad un completo e definitivo allontanamento dei due. Non solo allontanamento materiale, ma soprattutto spirituale. Perché questa situazione?

Lo stesso scrittore nel periodo che precedette il matrimonio ebbe modo di scrivere ad Antonietta, avvertendo l’immane peso cui stava per sottoporsi. Quella unione già lo spaventava e certamente si avvicinava alla sua promessa sposa con l’animo in tumulto, con il cervello squarciato e con il cuore triste.

“La mia sorte è veramente tragica, Lina mia, e per me non c’è scampo. Sono stato colpito nei più sacri affetti e la vita ha perduto ogni pregio agli occhi miei. Vivo unicamente non tanto per ajuto (che poco posso ajutare) quanto per difesa dei miei figliuoli. Ho l’Arte, è vero. Essa ha risposto, almeno un poco, alle aspirazioni mie. Ma quale soddisfazione me n’è venuta? Ho potuto goderne? Tuttavia sì, essa mi resta. E se il pensiero dei miei figli disgraziati mi tormenta, trovo in essa qualche riposo e qualche conflitto”. [8]

[8] Cit. in Pirandello Almanacco, Op.Cit., pag.104

Forse presago di quello che gli sarebbe accaduto lo stesso (una delle tante lettere) così aveva scritto all’allora ancora sua fidanzata, Antonietta:

“Io immaginavo la vita come un immenso labirinto circondato tutto intorno da un mistero impenetrabile: nessuna via di esso mi invitava ad andare per un verso anziché per un altro: tutte le vie mi parevano brutte o inaccessibili. A che scopo andare? E dove andare? L’errore è in noi, nella nostra mente, e la mente è nella nostra vita, un male privo di sensi, io mi dicevo…”

Dibattuto tra il dovere impostogli e il bisogno di sentirsi sempre se stesso. Combatteva una battaglia sapendo di perdere in quanto il volere del vecchio Stefano, alla fine, avrebbe avuto ragione. Ma non poteva ribellarsi?

Una domanda che può essere formulata e sulla quale si può rispondere in un modo cinico (forse anche balordo): altri tempi! Probabilmente il concetto di vita nel suo complesso, si sarà, negativamente, radicato anche in seguito a questa altra esperienza che per motivi diversi è da considerare fallimentare.

Per contro, Antonietta come reagiva?

E’ ovvio sottolineare che la malattia della donna non arrivò improvvisa e fulminea, quanto invece maturò lentamente perché si abbatterono su di lei una serie di eventi che fiaccarono la sua fragile psicologia, soprattutto quando seppe del crac finanziario del padre che trascinò la sua dote ed anche quando lo stesso padre venne a mancare. Ma i primi anni furono alquanto sereni e lo si può desumere da alcune lettere che la stessa scrisse.

“Luigi dice vecchia a me e io invece mi sento ‘ringiovanitissima’, e meglio mi sentirei se non avessi un bambino in braccio e due attaccati tutto il giorno alle gonnelle. Che bello sforzo fa l’uomo a sentirsi più giovane di noi povere donne! Del resto fra breve voi giudicherete che è più bambina di noi due. Io vedo la testa di Luigi, e non so perché mi viene di cantare l’aria della Casta Diva”. [9]

[9] Da una lettera inviata congiuntamente dai coniugi Pirandello alla di lui sorella Lina, il 22 luglio 1899.

Le notizie sono scarne e tutte tendenti a definirla come una donna alle prese con i suoi problemi di salute mentale tanto da arrivare addirittura a scagliarsi, per gelosia (vera o presunta) nei confronti del marito (ed anche della figlia, come abbiamo evidenziato anche in precedenza) che non vedrà mai più, una volta rifugiata nella casa di cura, ma soprattutto all’interno del suo animo e della sua psiche così sottoposti a dura prova.

In ogni caso è pur vero che anche lei avrà subìto, negativamente, l’influenza di quell’uomo che appariva profondamente diverso e sentiva che spiritualmente ed intellettualmente era molto distante e, chissà, forse, (sulla scorta delle poche testimonianza) avrà pensato di non sposarlo; ma l’impegno era ormai preso e poi, come detto, gli era simpatico.

Questo dato emerge perché la vera rivolta psicologica di Antonietta avviene subito dopo la morte del padre di lei. Quasi una liberazione a quell’impegno preso nei confronti del genitore che aveva voluto quel matrimonio.

Ora si sente, forse, libera e fa esplodere il suo sub-conscio che non riesce più a governare e, quindi, la porta a quella malattia dalla quale non farà mai più ritorno.

Allora si presume che Antonietta, così giovane allora, abbia dato ascolto più all’attrazione fisica per il giovane Luigi che al convincimento interiore, per non dire di una sorta di “obbligo” che l’ha costretta a soggiacere avendo il di lei padre stabilito le regole dalle quali non era possibile derogare. Occorre, anche, aggiungere che la giovane, di fronte agli scritti del suo Luigi, certo non poteva trovare conforto e men che meno essere in grado di leggere nel mondo interiore del suo promesso sposo.

Ecco come si esprimeva il letterato, scrivendo alla fidanzata:

“In me son quasi due persone. Tu già ne conosci una; l’altra, neppur la conosco bene io stesso.

Soglio dire, ch’io consto d’un gran me e d’un piccolo me; questi due signori sono quasi sempre in guerra tra di loro; l’uno è spesso all’altro sommessamente antipatico. Il primo è taciturno e assorto continuamente in pensieri, il secondo parla facilmente e scherza e non è alieno dal ridere e dal far ridere. Quando, questi ne dice qualcuna un pò scema, quegli va allo specchio e se lo bacia. Io sono perpetuamente diviso tra queste due persone. Ora impera l’una, ora l’altra. Io tengo naturalmente moltissimo di più alla prima, voglio dire al gran me; mi adatto e compatisco la seconda, che è in fondo un essere come tutti gli altri, coi suoi pregi comuni e coi comuni difetti”.

Prendete una ragazza abituata a discorsi comuni, a sognare un tipo d’uomo, a volere una vita molto razionale ed eccoti invece costretta ad interpretare il vago senso di quelle parole che certamente non l’aiutavano, ma anzi le incutevano un certo “sacro” rispetto per quell’uomo che, intanto a Roma, cominciava ad essere notato per i suoi scritti.

Ed allora, in definitiva, quale dei due “me” (il piccolo o il grande) Antonietta andava a sposare? Dopo il matrimonio, ed un brevissimo soggiorno ad Agrigento, gli sposi partirono alla volta di Roma, dove Luigi aveva provveduto ad approntare la loro dimora. Nascono a brevi intervalli i tre figli dei coniugi Pirandello: Stefano (1895), Lietta (1897) e Fausto nel giugno del 1899, in Via Vittoria Colonna, al Palazzo Odescalchi. [10]

[10] Le continue peregrinazioni da una casa all’altra. Da Via Sistina, angolo con Via del Tritone, dove nasce Stefano a Via Vittoria Colonna, palazzo Odescalchi dove nasce Lietta e poi Via Alessandro Torlonia (ora Via Antonio Bosio), ed ancora Via San Martino al Macao, Via Palestro, Via Alessandro Torlonia, Via Mario Pagano, Via Pietralata, ecc.

Possiamo ora immaginare i due sposi che lentamente, ma con decisione, riprendono a percorrere strade parallele, lui dedito agli impegni letterari e scolastici, lei ad accudire la casa o a svezzare i piccoli che allietano, per un verso, quel celato ma incombente grigiore.

Antonietta comincia ad essere preda delle prime crisi nervose, ma la sua età contribuisce a farle superare finché da Girgenti non arriva la notizia che il padre di Luigi, Stefano, fallisce ed in questo crac finanziario anche la dote di Antonietta affossa. E’ un colpo terribile, quasi mortale, almeno psicologicamente. La donna, per il dolore, lo sconforto, la rabbia, è colpita da una paresi e Pirandello si trova sul ciglio del baratro.

Qualcuno ha anche riportato notizie che lo scrittore fu sul punto di suicidarsi. Non ci si può meravigliare se egli si sia sentito mancare il terreno sotto i piedi. Fu aiutato da amici a risolvere la crisi, in cui improvvisamente si era trovato e tra lo stipendio di insegnante ed alcuni introiti che provenivano dai diritti d’autore per le novelle pubblicate, si cercò di pagare i debiti e riportare un po’ di equilibrio.

Ma Antonietta, ormai, correva verso il baratro psico-spirituale dal quale non sarebbe più emersa. In tale atmosfera, con questi problemi prettamente finanziari, con la moglie che giaceva a letto, Pirandello creò Il fu Mattia Pascal. Eviteremo di entrare nel merito di tutte le opere scritte, dal punto di vista analitico e critico in quanto non pertinente alla presente trattazione; ci limiteremo a sintetizzare qualche giudizio per porre meglio in risalto il connubio tra Pirandello scrittore e Pirandello uomo, nei momenti particolari della sua vita o forse odissea.

Ed a proposito de Il fu Mattia Pascal, tra tanti scritti di autorevoli critici e studiosi, riportiamo un periodo scritto da Ettore Mazzali:

“Il procedimento giudiziario, anche se implicito o appena abbozzato, costringe il personaggio a decodificare il galateo borghese, a disaccordarlo, a regredire sul poco o tanto di sé: anzi soltanto in questo processo demistificatorio si affiancano, evidentemente, le divergenze che sono poi questioni di misura, di ricchezza e d’intensità drammatica. In Pirandello la conseguenza della evasione e della riflessione critica, cioè l’operazione umoristica, acquisisce una problematica aperta, dichiarata”. [11]

[11] Ettore Mazzali, Pirandello, Ed. Nuova Italia 1977

Se il rapporto con la moglie è stato distaccato, freddo, inquieto, con i figli come si è svolto?

Diverso, molto diverso; forse l’affetto non riservato alla moglie (e per contro non corrisposto), lo scrittore l’ha trasferito sui figli per i quali ha palpitato, sofferto, gioito, pianto.

Sentimenti comuni che ci fanno, scoprire per un po’ come quel padre non fosse del tutto arido seppur tanto intellettuale. Sapeva anche volere bene e sapeva essere un buon padre di famiglia. Tra l’altro le notizie storiche, non tanto lontane, di vicissitudini nelle quali sono protagonisti i figli del Maestro, evidenziano una panoramica abbastanza chiara ed inequivocabile. Infatti per il figlio Stefano aveva una predilezione un po’ particolare in quanto il giovane si era dato alle lettere con buon successo. Diventerà in seguito Stefano Landi, da alcuni anni scomparso, lasciando una buona produzione letteraria. Ricordiamo dell’autore, La casa a due piani (1923), Un padre ci vuole (1936), Icaro (1939), L’innocenza di Coriolano (1939), ecc.

Per la figlia Lietta l’affetto è ostinatamente dolce, paterno e a lei sono indirizzate parecchie lettere che mettono a nudo l’animo dello scrittore. Sembra essere lei l’erede spirituale del padre. Analogo affetto riserva per Fausto, sempre il più piccolo.

E che dire nell’apprendere la viva apprensione del Maestro che palpita d’angoscia e trema per Stefano che parte per la guerra (l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria 24 maggio 1915). [12]

[12] A dire il vero il Maestro in sulle prime espresse parole e sentimenti di adesione verso la dichiarazione della guerra, com’è facile intuire da quanto dallo stesso scritto: “Tutto sommato, per quanto funesti saranno gli eventi, tremende le conseguenze, possiamo esser lieti almeno di questo: che ci sia toccato in sorte d’assistere all’alba di un’altra vita. Abbiamo vissuto quaranta, cinquanta, sessanta anni, sentendo che le cose, così com’erano, non potevano durare; che la tensione degli animi si faceva a mano a mano più violenta e doveva spezzarsi; che infine lo scoppio sarebbe avvenuto. Ed ecco, è venuto. Tremendo. Ma almeno, vi assistiamo. Le ansie, i disagi, l’angoscia, le smanie d’una così lunga e insostenibile attesa, avranno una fine e uno sfogo. Vedremo il domani. Perché tutto muterà per forza, e noi tutti usciremo certamente da questo spaventoso sconquasso con un’anima nuova”.

Gaspare Giudice, Pirandello, Ed. Utet, pag. 260

Sembra quasi inverosimile, ma è un dato di fatto inconfutabile perché il Maestro nascondeva nell’animo un sentimento che lo rendeva simile a tutti gli esseri dotati di un cuore, di una mente e soprattutto di emozioni che, seppur facilmente non si esternavano, comunque esistevano; eccome esistevano!

Certo bisogna scavare in profondità, molto in profondità, per scoprire tanto affetto, tanto sentimento; d’altro canto le vicissitudini, le delusioni, l’impegno letterario gli davano poco spazio tanto da non potere esternare i suoi veri affetti.

E comunque, poco dopo che scoppiò la guerra, il Maestro non fu convinto che quella guerra potesse essere condivisa, anche perché direttamente coinvolto per via del figlio combattente (a Stefano farà seguito Fausto, pure lui chiamato a fare il militare), ed infatti basta sempre rileggere una delle tante lettere, ampiamente pubblicate in moltissimi testi di analisi critica per capire il senso dell’umanità di quest’uomo così sottoposto a dure pene.

“Ci è arrivata ieri, dopo quelle del 12,13 e 20 gennaio, una lettera con la data del 10, tristissima, e per tua stessa confessione, scritta in un momento di cattivo umore. Più volte, figliuolo mio, ti ho raccomandato prudenza, pazienza e fermezza, per sopportare codesti inevitabili momenti di cattivo umore. Torno a farti la stessa raccomandazione sicuro che, avendola da me, tu saprai apprezzarla, poiché sai che essa parte da un animo non fiacco e che nella pazienza ha saputo trovare la sua forza contro tanti e immeritati e acerbissimi dolori. L’ho avuta in gran parte per voi, questa forza, e così voglio che tu l’abbia ora per me. Allorché più cupa e più forte ti stringe l’angoscia del tuo stato, pensa a me, a me che t’aspetto. E non aggiungo altro”.

Il padre che scrive al figlio lontano (si noti, comunque, come egli parli in prima persona non menzionando affatto la madre allorquando, soprattutto, dice che lui e non loro lo aspetta), datata 19 febbraio 1916, cercando di infondere allo stesso coraggio e speranza in nome d’un sentimento e d’un filo che li lega entrambi nel dolore, nell’angoscia, ma soprattutto nella certezza che i due possano riabbracciarsi. Così il cuore di Pirandello che ai più era sembrato arido, ora si taglia a fette per quel figlio sul fronte di guerra e cerca di trasmettergli quella sicurezza che lui, padre, pagando un caro prezzo, ha acquisito.

Tra l’altro per possedere una tale intelligenza doveva per forza contenere interiormente tanto sentimento, altrimenti i suoi capolavori non sarebbero stati se non un ammasso di pietre aride poste una sull’altra senza un preciso fine, per non dire poi che niente avrebbe giustificato il suo operato di scrittore. Il suo contenimento in manifestazioni esteriori certamente contribuiva ad agire in una determinata maniera che agli occhi di quanti gli stavano attorno non era del tutto congeniale.

Sono molte le testimonianze che lo ricordano severo, burbero, intransigente, quasi arido e a volte permaloso. Erano difetti che s’ingigantivano perché era grande la sua statura intellettuale e morale, in quanto inevitabilmente riusciva a schiacciare quanto non appariva in maniera appariscente: i sentimenti che cercava di custodire gelosamente dentro al suo cuore il quale palpitava e soffriva quando gli avvenimenti si abbattevano sul suo capo. Cosa che accadeva spesso e sovente. Vogliamo non dimenticare che tra il 1912 e il 1913 la malattia di Antonietta si aggrava sempre di più senza che il Maestro riesca a darsene una ragione, una spiegazione ed anche lui sembra piombare nell’abisso della disperazione. [13]

[13] “…ella è del tutto incosciente del male che mi fa, ella è profondamente ammalata d’un terribile male, di cui non potrà mai guarire, se non è valso un uomo come me, una vita come quella che conduco io a ispirarle stima e fiducia. […] Per quanta buona volontà vi metta Ella non può portar rimedio al suo male. L’ha nel sangue, innato. Ed esso la assalta ferocemente ogni qualvolta Ella si trova più stremata di forze, quasi periodicamente, e con assalti sempre più violenti”. (Lettera di Luigi alla sorella Lina, nel 1906)

Sapeva reagire e, forse inconsciamente, sperava sempre. Infatti la sua ricerca affannosa dialettica altra non era che il vivo desiderio di scoprire non solo se stesso, ma l’essenza della vita, nella sua complessità, perché la si potesse vivere con meno tribolazioni e meno apprensioni.

Il vortice nel quale si trovava, spesso lo rendeva nemico della vita, della società, ma non per questo il Maestro non nutriva affetto e sentimenti comuni per i figli che d’altro canto avvertivano quegli affetti di quel padre che diventava sempre più famoso.

Occorre dire che anche in questo periodo il Maestro è alle prese con un grave fatto che ha coinvolto la figlia Lietta la quale, disperata per il comportamento assurdo della madre nei suoi confronti, decide di suicidarsi sparandosi un colpo di rivoltella. [14]

[14] Così Pirandello alla sorella Lina il 15 aprile 1916: “E la mia povera bambina (…) in un momento di sconforto s’è chiusa in camera e ha tentato d’uccidersi. Per fortuna il colpo non è partito dalla rivoltella perché la capsula non è esplosa. Sconvolta dal colpo mancato, allora, di nascosto, così vestita di casa, senza cappello, se n’è scappata.
Per tutto un giorno, come un pazzo, io l’ho cercata per Roma; disperato, mi sono rivolto alla questura; finalmente la sera, sono stato avvertito ch’ella s’era rifugiata in casa di alcune sue amichette, antiche compagne di scuola”.

In ogni caso e seppur sottoposti a questi eventi, come padre non mancò di seguire i figli e per la sua riconosciuta ormai notorietà, interpose i suoi buoni favori perché il figlio Fausto, pittore, potesse essere invitato alla Biennale di Venezia, ed è per questo che nel 1931 scrisse a Maraini chiedendogli, appunto, di invitare il figlio non perché un Pirandello, ma in quanto un artista che aveva già esposto opere a Parigi, Vienna e Roma.

“… Spero, mio caro Maraini, che non sarà dimenticato mio figlio Fausto, che già espose alla Biennale del 1926 e che ha già fatto tre mostre personali, a Parigi, a Vienna e ora ultimamente a Roma.
Se si ricorda, parlammo di lui, l’ultima volta ch’ebbi il piacere di trovarmi con Lei a Venezia. So che egli ha lavorato molto e bene in questi ultimi anni e che non merita perciò di essere dimenticato. Mi permetto perciò di ricordarglielo. Egli abita e ha studio in Via Augusto Valenziani, Numero 5 Roma.
Sicuro che vorrà tenere conto di questo mio ricordo, e ringraziandoLa, mi creda, caro Maraini, con affetto
Luigi Pirandello”.

(Sarà l’amico Ugo Ojetti, ad informare il Maestro che il figlio Fausto è stato invitato alla Biennale come da suo desiderio).

E per risposta Pirandello, scrivendo all’amico di sempre, invita lo stesso a visitare la mostra del figlio.

“Se ti avviene (Pirandello è a Parigi e la lettera porta la data del 9 giugno 1931) d’andare a Roma prossimamente, va’, ti prego, a visitare la mostra personale di mio figlio Fausto da Bardi; e se ti pare che lo meriti, dinne qualcosa, te ne sarei gratissimo. Faresti al mio Fausto, ch’è un bambino di trent’anni molto serio, un gran bene (sempre, ripeto, se ti pare che lo meriti)”.

Ecco l’animo del Maestro; eccome come veglia sui figli che sono lontani per motivi diversi e che lui sente sempre vicini e forse la sua solitudine interiore è spinta propulsiva che s’indirizza agli stessi (Lietta compresa, anche lei dedita alla pittura) che sono l’unico appiglio alla vita così nemica nei suoi confronti. Ed il suo vagabondare, come vedremo anche in seguito, rimane testimonianza del suo dolore interiore che scava in profondità e che comunque non gli vieta di dimostrarsi padre premuroso ed affettuoso.

Per questo allora viene spontanea immaginare il Maestro con il cuore in apprensione mentre osserva il treno che lentamente si allontana e dove è salito il figlio Stefano che parte militare.

Avrà certamente palpitato e come tutti i genitori (tra l’altro era scoppiata la guerra) forse di nascosto avrà asciugato le lacrime, mentre continuava, con la mano, a salutare il primogenito che si allontanava. Così come immaginarlo pieno di tristezza e sincero dolore, forse anche smarrimento, per la morte della madre.

Nella novella Colloqui con i personaggi ha modo di esprimere tutto il suo dolore, il sentirsi solo, tremendamente solo per quella dipartita.

“D’esser forte, Mamma, mi dici, in questo momento di prova suprema per tutti? Forse si… ma tu, Mamma? Proprio in questo momento lasciarmi, partirti da quel cantuccio laggiù, ove io venivo col pensiero a trovarti ogni giorno, quando più cupa e fredda mi doleva la vita, per rischiararmi e riscaldarmi al lume e al calor dell’amor tuo, che mi rifaceva ogni volta bambino…”.

Questo è un periodo di avvenimenti familiari che lasceranno delle tracce indelebili. Ed oltre alla novella citata, altre (Berecche e la guerra, ad esempio) rispecchiano quel momento intenso e particolare. Non si dimentichi, anche, che Antonietta peggiorava irreversibilmente ed ormai era sprofondata nell’abisso della pazzia.

E molti personaggi pirandelliani saranno savi e pazzi contemporaneamente, quasi a voler eternare questa problematica così interiormente viva e cara in Pirandello.

Si ritrova solo, terribilmente solo e, seppur è noto che anche lui voleva partire per la guerra, preferì accudire gli altri due figli minori, stante quella infelicissima situazione familiare.

Sfoga la solitudine attraverso una fitta corrispondenza con Stefano; diremo che al di là del valore strettamente legato al rapporto tra padre e figlio, quelle lettere mettono in evidenza un animo (quello del Maestro) assai sensibile. Sembra, a volte, un fanciullo che racconta le sue avventure giornaliere alla madre. Una sorta di candore sembra trasparire da quelle righe. Un Pirandello inedito, poco conosciuto, ma altrettanto valido.

Ancora viva impressione per Stefano che viene ferito e poi fatto prigioniero. In questo periodo il Maestro conduce una vita da certosino dividendo le giornate tra le letteratura e la famiglia. Il suo cervello intanto (quella parte di cervello dedicata alla lettere) cominciava a partorire i primi lavori teatrali e di già molti personaggi che avrebbero calcato le scene iniziavano a prendere fisionomia, si concretizzavano nel suo sub-conscio.

E’ importante sottolineare che l’affetto verso i figli era spontaneo, strettamente umano e che si differenziava da quello riservato ai suoi personaggi che qualche volta apparivano antipatici. Per i figli era tutt’altra cosa. Ecco perché si è voluti dire e quindi fare riferimento ad una parte del cervello del Maestro: quella più autentica e forse meno conosciuta.

Ma i giorni trascorrevano, il tempo volava e Pirandello dovette accorgersi di questo quando l’altro figlio Fausto, anche lui, ebbe a lasciare la casa per adempiere agli obblighi militari.

Ancora un duro colpo, ancora un palpitare paterno, ancora uno strazio che lo relegavano in una sorte di solitudine spirituale irreversibile. Sembra anacronistico, ma mentre Antonietta sprofondava nella sua “pazzia” e quindi solitudine, Pirandello parimenti entrava nel tunnel della solitudine e disperazione con la sola differenza che per il Maestro queste due realtà spronavano il suo cervello a creare mentre per Antonietta rimaneva solo il vuoto dentro il quale si avvitava fino a rimanerne eternamente prigioniera. Per Fausto, a causa di una grave malattia, il servizio militare fu breve; infatti, per guarire definitivamente, fu rimandato a casa.

Ovviamente il Maestro, in questo particolare momento, rivela una interiorità profonda se si pensa che, osservante di certi princìpi di etica sociale, preferisce non fare pressione perché Stefano ritorni a casa, se non dopo la fine del conflitto, o comunque quando ritorneranno gli altri che si trovavano nell’analoga condizione del ragazzo; ma soprattutto Pirandello vince, dopo un conflitto interiore, la battaglia che lo aveva visto doppiamente protagonista: come padre cointeressato e come esponente letterario già noto, che restava fedele ai suoi ideali e ai suoi princìpi. Certo l’epilogo della guerra, nella quale si era ostinato a vedere come un concretizzarsi di certi valori umani, lo aveva molto deluso, diremo anche prostrato e non solo perché padre di Stefano e Fausto coinvolti direttamente.

Anche in questo frangente la personalità del Maestro subisce un contraccolpo, ma nello stesso tempo acquisisce una nuova vigoria morale che andrà ad accumularsi a quella già posseduta.

“Caro Stefanuccio mio: (lettera al figlio datata 18 ottobre 1916) non abbandonarti troppo alla meditazione e lavora, lavora quanto più puoi. Non c’è rimedio migliore a questo male della vita. Nessuno meglio di me lo sa per prova”.

Proprio per le delusioni e per la somma di eventi negativi che si riversavano sul suo capo, scrisse alcune novelle tra le quali ricordiamo Cronache di Marco Lercio, Pallottoline, ecc.

Balza evidente il contrasto tra i radicati sentimenti patriottici (non si dimentichi che parenti diretti erano stati combattenti) e le contestazioni cui l’artista, soggettivamente e dopo analisi scrupolose, perveniva; per non dire dell’interesse specifico in considerazione di avere un figlio al fronte, poi ferito, ora prigioniero.

Tre aspetti che pongono l’accento su uno dei motivi fondamentali della personalità di Pirandello: le contraddizioni cui spesso era vittima. Senza volerlo, si è trovato sovente nell’occhio del ciclone e a volte la sua posizione (non sempre chiara) è risultata ambigua, tale da suscitare polemiche e critiche a non finire.

Che il suo ideale patriottico lo spingesse a volere la guerra e comunque a condividere l’azione bellica intrapresa non è in discussione.

Nessun dubbio sulla sua dichiarata convinzione a favore dell’evento bellico. Anzi lui stesso, come già detto, avrebbe voluto partire per il fronte sulla spinta emozionale che aveva interessato una larga schiera di italiani.

Ma tale entusiasmo e fermezza hanno avuto breve durata. Si imbestialisce e si scaglia contro la guerra, i metodi, i mezzi, non appena gli appare chiara la vera essenza della stessa che faceva naufragare certi suoi entusiasmi tramutatisi ora in cocenti delusioni. [15]

[15] Tramite il personaggio Marco Lercio, (Cronaca di Marco Lercio) Pirandello farà dire: “Tutti quanti i combattenti degli eserciti regolari e dei volontari nel periodo del nostro risorgimento, sommati insieme, non diedero di morti e di feriti quanto in questa guerra ne danno certe scaramucce giornaliere, di cui i bollettini degli stati maggiori seppur tengono conto… E i tanti morti d’oggi, i tanti feriti d’oggi, a milioni, chi li ha fatti, donde provengono e che concludono… questa macchina stupida e mostruosa della strategia moderna, che mangia vite, strazia carni, e non conclude nulla, sai dirmi che conclude, che ha concluso?”

Sono eventi ed avvenimenti che scavano in profondità nel suo animo sempre preso ed attanagliato da gravi problemi e continua, nonostante tutto, a scrivere lettere ai figli.

“Son contento che seguiti a studiare di lena: studia per te principalmente, per essere più padrone del tuo mondo e dar più forti e larghe basi alla tua realtà: il resto è sogno”.

E’ quanto mai evidente la frustrazione dalle parole scritte al figlio Stefano il 7 agosto 1916. La guerra continuava a mietere vittime sulle trincee lontane e Pirandello avvertiva il profondo sconforto per quella “avventura” che ora si rivelava nefasta e del tutto sproporzionata. Non gli rimaneva che esternare il suo sconcerto, la sua disapprovazione che, ora, contrastavano con le sue affermazioni trionfalistiche di qualche anno addietro.

Il suo affetto paterno, comunque (e non in questa solo circostanza), si dimostrò efficace, pieno, a volte morboso per un verso e tutte le attenzioni furono rivolte (soprattutto fino a quando i figli abitarono con lui) ai “ragazzi” mentre tristemente ed irrimediabilmente Antonietta continuava a sprofondare nel suo mondo dove nessuno poteva entrare. Da lì a poco (Gennaio 1919) sarebbe stata accompagnata in clinica (Villa Giuseppina sulla via Nomentana) per trascorrere il resto della sua vita, fino alla morte avvenuta parecchi anni dopo quella del marito.

Un altro colpo duro che, invece di fiaccare la resistenza di Pirandello, gli diede nuova vigoria per l’elaborazione delle sue opere. Possiamo affermare che questi eventi sono la spinta propulsiva che consentono all’autore una dialettica complessa, ma interessante, viva e sempiterna in quanto scaturisce da una mente abituata ed allenata al dolore.

Quasi una disputa tra la sua coscienza di scrittore e gli avvenimenti sempre tristi che gli piombano addosso.

Dalle macerie della sua famiglia (diremo dalle macerie della sua unione spirituale e sentimentale con la sua donna) nascono per contrapposizione le opere così drammatiche (commedie!), impregnate di avvenimenti ed episodi che spesso mettono a nudo l’uomo costringendolo ad un forzato esame spirituale nel quale riconosce la propria meschinità e nullità.

“Pirandello scrive Maria Alaimo non saprà mai ricreare in sé l’Uomo riflesso nel soprannaturale e nel divino. Soltanto nell’Arte troverà lo sbocco della forza creatrice, nella moltitudine dei suoi personaggi. I personaggi non sono l’Uomo; sono i centomila frammenti di un’arte specchio, che frantuma se stessa, in forza dell’umorismo tragico che le ispira; e che è fantasmagorico gioco scompositore perenne. Sono, i personaggi, parvenza di una essenza; parti di un ruolo scenico; dimensione spaziale e temporale di un eterno; relativo staccato, quasi membro penzolante, da un assoluto.”  [16]

[16] Maria Alaimo, Pirandello, Op.Cit., pag. 74

Ecco perché i tanti interrogativi che il Maestro, per bocca dei suoi personaggi, mette in evidenza e cerca risposta. Quella risposta che inutilmente aspetterà, fino alla fine, quando si troverà a tu per tu con I giganti della Montagna, mentre esalava l’ultimo respiro. Tutto questo contribuisce a creare una personalità singolare; diremo un Pirandello unico e diverso da quello che fino ad oggi, forse, abbiamo conosciuto. Anche se quando era giovane certe considerazioni sulla sua personalità si potevano azzardare, ora ne sono certezza. Per questo vale la pena di riproporre un pensiero di Mazzali:

“Pirandello ha dunque camminato per proprio conto, ha contribuito a denunciare la crisi dell’uomo moderno in virtù del suo personaggio, a tradurre in variazione d’arte la fenomenologia psico-esistenziale europea, a esaltare il nesso operativo invenzione (fantasia) riflessione critica, a istituire per conto suo una sua mezza-filosofia e una sua filosofia della vita, dove prevale l’esercizio umano dell’esistere, del vivere appunto, con tutti i risvolti pratici e morali, coerentemente, tenacemente perseguite, a immetters con una sua passività attiva (se ci è permesso il bisticcio) nella rivoluzione europea della regia teatrale”. [17]

[17] Ettore Mazzali, Op. Cit., pag. 24

La catarsi del suo “io” è completa e non ammette ritorno. Un viaggio senza ritorno. Un processo lento che distrugge e crea contemporaneamente il Pirandello uomo e il Pirandello scrittore. Egli stesso sarà, per il tempo che seguirà, schiavo di tali entità che frequentemente si sovrapporranno e comunque intorbideranno le acque al punto tale che la sua fertile mente (si ricordi: il gran me ed il piccolo me) sarà quasi allagata da concetti e teorie che lo costringeranno a sfornare novelle, romanzi, opere teatrali, saggi vari quale conseguenza naturale d’un mondo interiore convulso, che popola il suo cervello ormai preso da avvenimenti interiori ed esteriori che lo portavano lontano, sempre più lontano.

Cominciava, inevitabilmente, quasi una lotta accanita contro le avversità e la sua reazione. Più gli eventi lo coinvolgevano e più lui scriveva e creava le sue opere.

“L’esistenza di Pirandello scrive Jean-Michel Gardair cioè, è tutta interamente votata al doppio, ma secondo due ordini di esperienze radicalmente opposte. […] Le prime puramente riflessive e passionali, per non dire passive, all’interno d’una coscienza volta a volta, lacerata dalla propria molteplicità, murata nella sua solitudine e alienata nei confronti degli altri; le altre volontarie e positive che mirano sia a negare che a invertire le precedenti.”  [18]

[18] Jean-Michel Gardair, Pirandello e il suo doppio, Ed. Abete 1977, pag. 58

Una osservazione acuta, che pone in risalto la problematica dell’intima personalità di Pirandello. Ancora si può meditare sul rapporto preciso esistente tra Pirandello e la sua famiglia e la società che lo accoglieva come scrittore, rifiutando magari la considerazione che l’uomo Pirandello e lo scrittore fossero unica entità inscindibile.

Prova ne è che le sue opere apparivano, spesso, incomprensibili solo perché si sconosceva l’umanità dell’autore.

Spesso, anche, i giudizi erano frettolosi e comunque soggetti ad interpretazioni soggettive, seppur molti critici anche allora cercavano di porre in risalto i problemi che Pirandello teneva celati: tra tutti la sua intimità. Ma era indubbio che l’evoluzione letteraria delle sue opere altro non poteva essere che la somma di sue intime sensazioni spirituali le quali provenivano e nascevano dalla sua vita interiore assai travagliata.

Tra i tanti critici, Benedetto Croce fu certamente uno dei più acerrimi “nemici” dello scrittore siciliano con il quale per anni ebbe una lunga, verbosa, quanto appassionata disputa.

I due, con pubblicazioni di articoli, si attaccavano e si combattevano proprio per posizioni diverse su alcune tesi che ora l’uno ora l’altro cercava di rendere veritiere e quanto mai accettabili.

Nonostante Pirandello era passato a miglior vita, il filosofo ebbe modo, ancora di scrivere:

“E io pensai tra me: Ma questo è dello schietto Pirandello, che del suo non intendere, del suo non rendersi conto, del suo meravigliarsi di quel che non intende, tesse una tragedia”. [19]

[19] Gaspare Giudice, Op. Cit., pag. 218.

Forse tra i due, spiriti forti, inevitabilmente la battaglia non poteva e non doveva finire in quanto è nella contesa che si rispecchiano le passioni interiori forti. In ogni caso una disputa che, seppur dispiacque a Pirandello, non gli impedì di arrivare ad essere insignito del premio Nobel.

Per questo evento furono in molti ad arricciare il naso e ad esprimere il loro pubblico dissenso.

E’ bene ricordare del periodo socio-storico in cui Pirandello scriveva e del fermento letterario che serpeggiava non solo in Italia, ma in Europa. Furoreggiava il D’Annunzio, si leggeva Verga, si ascoltava Carducci e altri autorevoli scrittori tanto dissimili per la verità che avevano, comunque diciamo, creato una sorta di coscienza letteraria. Pirandello invece, sembrò entrare da intruso, anche se occupò un ruolo di primaria importanza, ma l’avvenimento non trovò tutti disposti e soprattutto preparati. Ci si mise, come detto, per un verso anche Croce, poi Tilgher (ricredutosi) e qualche altro.

Però in tutto questo contesto letterario spessi si metteva in ombra, ad arte o per puro caso, la caratteristica predominante della sua opera e cioè la forte personalità nascente da una situazione di vita non certamente invidiabile.

Chiaramente il Maestro faceva poco per avvicinarsi alla massa ed erano pochi in verità quelli che conoscevano lo stesso da vicino, profondamente, ed ancora meno quelli che ne apprezzavano le doti umane e che seppero cogliere, fin da allora, le sfumature per spiegarne i significati, i contorni che ne erano l’essenza, la base dalla quale si dipanava tutta la dialettica e la tematica pirandelliana.

Tra i più accorti e vicini al Maestro ricordiamo Corrado Alvaro che, tra l’altro, scrisse:

“L’opera drammatica di Pirandello ha quello che distingue gli scrittori che restano; l’alone di una personalità; un modo d’essere, di agire, di pensare, al punto di permettere di riconoscere alla prima occhiata e alla prima battuta quelli che provengono da lui. E da ormai quasi trent’anni il teatro del mondo intero gli è debitore di un’ispirazione, d’un metodo per tradurre la realtà, d’un colore poetico, o semplicemente d’una meccanica del dramma. Non c’è autore contemporaneo di qualche rilievo, in Francia come in America che non sia stato toccato dalla rivelazione e dalla retorica pirandelliana. A volte potrà apparire più accorto, essere più artistico, più letterario, aver portato ad una perfezione e ad una plausibilità maggiori la scoperta pirandelliana; ma questa è pur sempre al centro di quella aspirazione. Pirandello può apparire come lo scopritore d’una macchina modernissima che la tecnica complicherà, perfezionerà, diffonderà, ma al cui inizio è sempre quel congegno magari rozzo ed elementare, quale uscì di mano al primo scopritore e che fu la rivelazione, il segreto carpito all’universo inespresso”. [20]

[20] Corrado Alvaro, Appunti e ricordi su L. Pirandello, Ed. Abete 1976, pag. 463

Diciamo che la vera parentesi familiare di Pirandello si conclude il giorno in cui Antonietta sarà ricoverata per sempre in casa di cura, lasciando solo il marito che inizierà una vita da nomade, mentre il suo “io”, sempre più smarrito, in una sorta di dolorosa evocazione, per bocca di uno dei Sei Personaggi, dirà: “La mia casa, andata lei, mi parve subito vuota. Era il mio incubo; me la riempiva! Solo, mi ritrovai per le stanze come una mosca senza capo”. [21]

[21] Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore. Atto I

Per il Maestro, allora, inizia (quasi inconsapevolmente) un nuovo e lungo tormentato capitolo della sua martoriata vita. Quello stesso tormentato capitolo che si snoderà attraverso una serie fitta di eventi e di situazioni dentro le quali il suo spirito fluttuerà, combatterà, si rotolerà e comunque mai si piegherà forte com’era fin dalla nascita. Occorre dire ancora che la somma di tutti gli eventi negativi che avrebbero sconfitto la maggior parte degli uomini, in Pirandello invece e paradossalmente, servono a dare nuova linfa creatrice per portarlo verso quelle mete letterarie cui pochi sono arrivati.

Diciamo anche che dalla morte (intesa come annullamento psicologico e spirituale, prima di quella materiale) si trova il germe della vita la quale riesce a porre nuove radici perché si riesca a sopravvivere. Da questa fase embrionale l’autore trova la forza per “sperimentare” nuovi momenti interiori nei quali trovano “forma” e “vita” i tanti personaggi ai quali l’autore dà una spiccata capacità atta a sopravvivere e a solcare i cieli infiniti e perenni dell’arte.

Il suo carattere si forma minuto per minuto, giorno per giorno, e quando alla fine dovrà cedere di fronte alla morte, questa certamente sarà stata consapevole di sconfiggere non un uomo perdente ma vincente e come tale la sua memoria sarebbe rimasta viva nel cuore e nel pensiero di milioni di uomini che avrebbero per sempre ricordato questo Luigi Pirandello, uomo di letteratura quanto di vita.

Quindi una situazione del tutto particolare che investe qualunque tipo di rapporto che s’insinua nella vita dell’autore al quale sembra vengano a mancare gli agganci cardini e che invece questi sono sostituiti da quella sua “fede” incrollabile, da molti non riconosciuta (certamente non una fede religiosa) e per questo contestata, quando invece almeno dopo lunghe disamine ha ricondotto gli studiosi a considerarla come elemento insostituibile senza il quale non saremmo ancora a parlare della sua arte, ma soprattutto della sua umanità espressa attraverso quel linguaggio tutto pirandelliano.

E se da un canto molti uomini (critici in particolare) hanno contestato quest’arte, altri (la massa di popolo magari meno intellettuale, ma certamente più umana) hanno saputo valorizzare tutta la produzione dell’autore riconoscendogli quel valore interiore, soprattutto, nel quale per generazioni si è inteso specchiarsi. [22]

[22] “Le frontiere della lingua sono per Pirandello anche frontiere della Forma, di quella dimensione stabile alla quale la Vita aspira attraverso l’arte, ma della quale lo stesso scrittore, e con lui il personaggio, si sente prigioniero.
In questo senso possiamo, anzi dobbiamo assecondare i processi postumi di mutazione della forma pirandelliana. Non dobbiamo (ci si consenta il bisticcio) formalizzare le sue forme.
Del resto Pirandello, per conto suo, non cessava di trasformarle dopo averle inventate, con una assidua conversione dell’azione parlata o dramma e poi all’interno del dramma stesso, mobilitando esplicitamente nella trilogia del ‘teatro nel teatro’ tutti gli elementi del contesto sociale che lo istituiscono (attori, capocomici, tecnici di scena, spettatori, cronisti, ecc.) e che danno alla ritualità della recita il carattere dell’evento.
Se vogliamo definirlo uno sperimentatore come pure è giusto, dobbiamo però ricordarci che non era uno sperimentatore programmatico, che esibisse poetiche di scuola o gruppo, come un adepto delle molte avanguardie del Novecento. La sua disponibilità alla sperimentazione contrastava anche con le sue diffidenze originarie per il nuovo, per l’arte nonverbale, radicate nella persuasione della supremazia della parola sul mezzo che la traduce, anche di un mezzo umano come il teatro, figuriamoci poi di un mezzo tecnico-riproduttivo come il cinema.
Eppure il suo contributo all’arte di massa e di consumo ‘nell’epoca della sua riproducibilità tecnica’ (il titolo del famoso saggio di Walter Benjamin suona come una formula storica) Pirandello lo diede; e, in un ambito più circoscritto, anche all’affermazione dell’industria cinematografica nazionale. Ma l’avrebbe dato anche ai nuovi mass-media audiovisivi, dove Pirandello è ora presente e a volte con effetti sorprendenti”.

Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, Ed. Laterza 2000, pag. 117 e segg.

In questo periodo Pirandello inizia, anche, a collaborare con Nino Martoglio e Angelo Musco per il quale scriverà alcune commedie d’ispirazione e d’ambientazione siciliana.

Questo sodalizio non durerà a lungo per il carattere “autoritario” di Musco che a quanto pare non era proclive ad accettare i suggerimenti di Pirandello assumendo l’atteggiamento, soprattutto quando recitava, del “mattatore” spesso stravolgendo non solo il testo, ma la struttura propria psicologica del personaggio. E questo il Maestro non poteva digerirlo. Intanto, giacchè il tempo “volava”, Lietta, dopo un fidanzamento con l’addetto militare dell’Ambasciata del Cile presso il Quirinale, Manuel Aguirre, nel luglio dl 1921 andò in sposa con lo stesso. Pochi mesi dopo il matrimonio la coppia si trasferì in Cile.

Questa partenza accresce ancor più il senso di solitudine di Pirandello il quale assisterà alle nozze di Stefano che sposa Olinda Labroca, che presto darà alla luce la primogenita alla quale sarà imposto il nome di Maria Antonietta. Dal Cile era arrivata la notizia che Lietta aveva dato alla luce un bambino, Manolo. Nel 1928 il terzogenito sposerà la modella Pompilia D’Aprile che gli darà un figlio: Pier Luigi.

Una nuova luce sembrava illuminare il volto del nonno Luigi che tanto amore provava per i nipotini. E’ un periodo, comunque, d’intenso lavoro e di un incessante spostarsi da parte dell’autore ormai celebrato autore le cui opere si rappresentavano già in molti teatri prestigiosi del mondo.

Forse pochi, in questo Novecento, hanno giganteggiato come lui ed ecco spiegata la ragione per la quale ancora oggi i suoi scritti, i suoi personaggi, la sua stessa vita sono così attentamente studiati, analizzati, scrutati, sviscerati.

Segno d’una vitalità mai ripresa e sembra che le sue ceneri siano sempre calde e pronte a dar segno di vita per riprendere un discorso mai interrotto.

Pietro Seddio

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