Luigi Pirandello «tentato» dal suicidio non ebbe il coraggio

Di Piero Meli

Per concessione dell’Autore

Quanto mai radicato è nello scrittore agrigentino il senso della morte, non foss’altro perché il suicidio e le sue metafore, quali la perdita di identità, la follia, non solo rappresentano il fulcro della sua tematica narrativa, ma si costituiscono come una vera e propria uscita di sicurezza dagli ingranaggi di questa esistenza assurda. Così che verrebbe facile rovesciare la tesi dello psicanalista di turno, asserendo che Pirandello si è invece suicidato un’infinità di volte, delegando per lui i personaggi della sua opera.

da La Sicilia

Luigi Pirandello tentato dal suicidio
René Magritte, La voce del silenzio, 1928

La composizione del romanzo «Il fu Mattia Pascal», evidente proiezione delle circostanze «personali» di Luigi Pirandello, agendo come una sorta di funzione terapeutica, attraverso  appunto il raccontare ovvero l’auto-raccontarsi, avrebbe salvato lo scrittore agrigentino dal suicidio, dopo il disastro economico provocato dall’allagamento della zolfara della moglie Antonietta nel 1903. Questa la tesi di uno psichiatra e psicoanalista, Marcello F. Turno, in un volumetto con un titolo da cronaca nera, «Il mancato suicidio di Luigi Pirandello». E le altre volte? Come avrebbe fatto, ci si chiede, le altre volte a salvarsi, il Pirandello? È risaputo infatti che l’idea di suicidarsi gli balenò spesso e insistente nella mente; l’ultima, a Berlino, nel 1930, quando lo abbandonò Marta Abba, la sua musa ispiratrice.

Quanto mai radicato è nello scrittore agrigentino il senso della morte, non foss’altro perché il suicidio e le sue metafore, quali la perdita di identità, la follia, non solo rappresentano il fulcro della sua tematica narrativa, ma si costituiscono come una vera e propria uscita di sicurezza dagli ingranaggi di questa esistenza assurda. Così che verrebbe facile rovesciare la tesi dello psicanalista di turno, asserendo che Pirandello si è invece suicidato un’infinità di volte, delegando per lui i personaggi della sua opera.

Che cosa allora ha salvato davvero dal suicidio il nostro drammaturgo nel corso della sua esistenza? La risposta è tra le righe di un pensiero-giudizio, tutt’ora sconosciuto, scritto dal Pirandello in occasione di un vero suicidio, quello di Michelangelo Campanozzi. Chi era costui? Con molta probabilità, date le scarse notizie in nostro possesso, era fratello di Antonio («Nino») Campanozzi, al quale non a caso Pirandello dedicherà la novella «In silenzio» (in «Erma bifronte», 1906), laddove Cesarino Brei, il protagonista, quando finalmente capisce in che mondo vive, prende il coraggio a due mani, si toglie le lenti da miope e si stende sul letto lasciandosi avvolgere dalle fiamme.

Michelangelo Campanozzi era nato a Canicattì il 16 ottobre 1872, ma la sua patria d’elezione era Catania. Socialista e garibaldino, d’indole rivoluzionaria, egli corre, sprezzante del pericolo, dovunque si combatta per la libertà, a Candia, tra gli insorti; poi, per niente domato da una pallottola turca nella battaglia di Domokòs in Tessaglia, dove verrà creduto morto, raggiungerà Cuba, dove si lotta per l’indipendenza dalla Spagna. Ritornato a Catania riprenderà i suoi studi di matematica, laureandosi nel luglio del 1902 in ingegneria; ma lontano dal suo ideale di battaglia la sua vita non ha più senso. Deluso dalla grigia vita quotidiana, punterà contro sé stesso la rivoltella di Domokòs e premerà il grilletto. È l’8 ottobre del 1903. Un volumetto di 68 pagine edito dal Giannotta nel 1904, dal titolo «In memoria di Michelangelo Campanozzi», lo commemorerà con giudizi e testimonianze di amici e letterati tra cui Pirandello.

Questo il suo pensiero:

«Vi sono due eroismi: l’uno, alato, impetuoso, che non conosce freni e ostacoli e balza vivo rosseggiante nella lotta per un sogno, sacrificando affetti e cure intime, doveri che esso, nella sua accensione, stima minori; l’altro, chiuso, lento, che rode il freno e stenta a superar gli ostacoli, mortificato e grigio nella lotta per il bisogno, trattenuto ad ogni impeto dagli affetti, assediato dalle cure, impedito da doveri, che vorrebbe anch’esso stimar minori e non può.
Chi intende questo secondo eroismo intende anche il primo e invidia e ammira chi può lasciarsene accendere. Ma chi sente quello e ne vibra, non può intender questo né acconciarsi ad esercitarlo. Angelo Campanozzi si uccise. Io lo invidio e lo ammiro».

Un pensiero ambiguo, nel quale Pirandello fa coincidere l’attaccamento alla vita e il desiderio di morte, mistificando e ribaltando la pena di vivere nel coraggio di vivere, lasciando intravvedere nella sua nudità la differenza tra l’uomo Pirandello e lo scrittore Pirandello. Il Cesarino Brei della novella «In silenzio» trova il coraggio di togliersi la vita proprio attraverso le sofferenze e le umiliazioni; il Pirandello della vita reale invece «non può», non se ne lascia «accendere». Ecco. È questa mancanza di coraggio, mascherata da impedimento, da «doveri» che lo trattiene dal suicidio. Una debolezza umana quella del Pirandello, che il copione spaccia per «eroismo».

Piero Meli
da La Sicilia del 29 aprile 2014

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