193. Lucilla (Ora che s’è guastata con le monache) – Novella

Novella dalla Raccolta “Berecche e la guerra” (1934)

05. Lucilla (Ora che s’è guastata con le monache) – 1932

Auf Deutsch – Lucilla

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 26 giugno 1932.

Lucilla
Immagine dal Web

             Prato al sole, erba nuova, fili di suono, nel silenzio che pare uno stupore. Stupore di come s’accendono qua questi fiorellini d’oro e là bruciano quei rossi.

             Ma già comincia a cadere, di sbieco e pericolante sul verde, l’ombra azzurra del conventino con la tozza crocetta in cima alla cuspide, così allungata che va a sbattere, e si rizza spezzata, su quel bianco muretto a riparo degli orti.

             Lucilla, da un pezzo addossata al muro del conventino, smette di piangere, d’un tratto facendo caso all’ombra di quella crocetta.

             Possibile, così lunga?

             Ha sempre pensato, mandando gli occhi fin lassù, che veramente avrebbero potuto anche farla meno tozza, quella crocetta; ma in fondo, non dicendoselo, ha pure approvato ch’essa se ne stia lì quasi accovacciata su quella cuspide puntuta, senza mai desiderio di stirarsi un po’ per diventare nel cielo una crocetta snella, alta.

             Ed ecco che ora il sole, per conto suo, si piglia questo piacere, e anche così inverosimilmente esagerato: bum! fin addosso al muretto… E allora, se lei Lucilla si mette al sole, dove arriverà?

             Esce dall’ombra e s’espone al sole sul prato.

             O com’è?

             Uno sgorbio, di traverso.

             Il dispetto che ne prova, con la sorpresa e l’incomprensione del fenomeno, si fa rabbia feroce, una rabbia che le torce le viscere dentro come una fune, non appena là sul prato l’ombra di qualcuno che sopravviene si stende accanto alla sua e subito la supera la supera, fino a far parere in un niente, la sua, men che l’ombra d’una bambina.

             Si volta di scatto (perché ha riconosciuto dall’ombra la conversa che viene a cercarla) e, col faccino contratto dalla rabbia e certi occhi da gatta fustigata, le grida mostrando i pugni:

             – No! No! No! Hanno voglia d’aspettarmi, non ci torno! non ci torno più!

             E corre all’ombra, a risedere sull’erba, con le spalle appoggiate al muro del conventino.

             La conversa, a quello scatto furioso, resta lì; la segue con gli occhi; poi fa per accostarsi, ma la vede scattar di nuovo in piedi pronta a fuggire, e si riferma:

             – Ma via, non far la sciocca – le dice. – Non sei più una bambina! Proprio ciò che fa al caso, in quel momento, per Lucilla.

             Tutta un fremito, col volto avvampato dal sangue che, a quelle parole, s’è sentito montare alla testa, torna a stringere i pugni e le viene innanzi gridando:

             – Ah sì? lo sai dire? Ma appunto perché non sono più una bambina!

             Le parole stesse, man mano che le dice, danno questo spettacolo atroce negli occhi e nella bocca di Lucilla: che gli occhi, insanguati dal pianto e fosforescenti dalla rabbia, schizzano lagrime, e subito, con quelle lagrime, nel faccino piccolo da bambina, diventano occhi da grande; mentre, nella bocca digrignata, la voce, la voce diventa quella d’una donna che già sa tutto.

             La conversa, a questo spettacolo, si chiude in sé rattristata; par che diventi più gialla e più magra; non trova più nulla da dire; cava dallo scialle nero che le pende dalle spalle le mani, due mani secche che pajono di pietra logora, e le congiunge per scuoterle pietosamente.

             –    Ma che vuoi fare? – le domanda alla fine. – Dove vuoi andare? E Lucilla, scrollandosi:

             –    Lo so io! Non ve n’incaricate!

             Quella si muove per ritornare al convento. Fatti due passi, si volta appena, per nascondere il pianto, e, indicando con una di quelle mani, sospira:

             – Il tuo conventino… E se ne va.

             Resta della voce, nel vano dell’aria, come l’ombra di quello che c’era: il rimpianto e il rimprovero. E Lucilla guarda il conventino.

             C’è nata. Davvero, dentro di sé, pur senza volerlo più riconoscere, sente che le è caro. Caro perché, da convento grande grande, come potevano farlo, l’hanno fatto invece così piccolo piccolo, quasi apposta per lei. Come apposta per lei, suo padre che vi fu tant’anni sagrestano, prima che morisse, costruì i mobiletti del suo stanzino là dentro: mobiletti quasi da bambola, per non farla avvilire: il lettino, le sedioline, il tavolinetto, tutto in proporzione della sua statura. Perché lei per quel padre, e per quella madre che certo non poteva far figliuoli (tant’è vero che, appena fece lei così piccola piccola, morì), lei è rimasta come una figliuola guardata da lontano lontano, là dal punto della sua nascita, vent’anni fa. E così guardata da quegli occhi di madre che si sono allontanati d’anno in anno sempre più, tutto quello che ha potuto crescere, eccolo qua, è poco, è niente, si sa; di anni solo è cresciuta; ma a vederla, è rimasta come una bambina: tanta così. Non nana, non nana! della nana non ha niente; tutti anzi si voltano a guardarla stupiti, da come è bella con la sua testina ricciuta sul collo svelto, che può girarla di qua e di là, come vuole, e tutti i riccioli intorno, come tanti serpentelli; il corpo perfetto, una miniatura. E lei lo sa, lo sa meglio di tutti, com’è il suo corpo, dacché ha imparato a conoscerselo, da come certi maschiacci la guardano, imbecilli!

             Il dispetto è questo, la rabbia, la tortura: che lei, dentro di sé, quando senza vedersi sta a pensare, pensa da grande, ormai, da donna, da donna fatta come tutte le altre. Vedersi allora trattata come una bambina da quelle stupide teste fasciate delle suore, che loro sì, anche vecchie con quelle facce siero di latte, guardano parlano ridono e fanno attucci da bambine sceme; vedersi trattata come una bambola, come un giocattolo, presa in collo e passata dalle braccia dell’una a quelle dell’altra, che tutte per carezzarla la mungono e nessuna si vuole accorgere che lei è già tutta formata come una donna; no, no, no, questo non le è più tollerabile, deve finire, deve finire; è già finito. Ne ha sgraffiate oggi tre o quattro in un momento che s’è sentita artigliare le dita, e non sa più che ingiurie e vituperii ha scagliato loro in faccia, con la schiuma alla bocca.

             Le hanno fatto la carità di tenerla con loro, in quello stanzino, anche dopo morto il padre? Sì, grazie, per aver quello spasso della bambolina viva, da giocarci nelle ore di ricreazione! Le hanno cucito con le loro stesse mani, alla bambola, il corredino, abiti, biancheria? Lascerà loro tutto, tutto; non si porterà via nulla; così com’è, questa sera stessa, se n’andrà da Nino.

             Da Nino, da Nino, sì. Tra poco. Alle sette. Nino gliel’ha detto.

             Si metterà con lui. Lei sa far tutto: badare alla casa, preparargli da mangiare, curargli gli abiti, rammendare, stirare. Col suo piccolo ferro da stiro, lei, barche di panni così, ha stirato in convento!

             E Nino lo sa bene, che lei è già donna. Fin dalla prima volta che anche lui per chiasso se la prese in collo, passando come fa spesso la sera qua dal prato, di ritorno dalla staccionata dov’ha l’allevamento dei cavalli, col suo cappellaccio da buttero, ma signore, e i bei gambali lucenti con gli sproni, nel sollevarla per le ascelle, subito, toccandole coi due pollici il petto, fece un atto furbesco col capo, lui, e sorrise d’una certa maniera, strascicando un alili… di sorpresa e d’ammirazione e guardandola con gli occhi imbambolati. E lei si punse le mani, puntandogliele sulle guance per tenergli discosta la bocca che voleva baciarla, là proprio sul petto, Nino. Che occhi! Neri e ridenti: forano, quegli occhi! E che denti, quando ride!

             Già le sette?

             Da quanto è stata a rimuginare tra sé là sul prato, presa la risoluzione di romperla con le monache, Lucilla è ormai come ubriaca; non vede più nulla; va, vola come una farfallina abbarbagliata; e alla fine, quando si ritrova nell’androne della casa dove sta Nino, le par d’esservi giunta come una trottola, tra le vertigini, in un capogiro. Non tira più fiato; e ora, ah Dio, c’è da fare tutte quelle scale, e che scale! per salire fino all’ultimo piano di quel vecchio casone decaduto.

             Finalmente, un po’ reggendosi al muro, un po’ alla ringhiera, ci arriva; ma una volta lassù, davanti alla porta, per quanto si rizzi sulla punta dei piedini, non arriva a premere col braccìno levato il campanello troppo alto; e allora si mette a tempestare di pugni la porta:

             – Apri, apri, Nino! Sono io! Sono venuta!

             Nel bujo della saletta non discerne bene chi sia venuto ad aprirle. Sente accosto come un tanfo di stalla, mentre una mano ruvida cerca goffamente la sua per prenderla, come si fa coi bambini quando si vogliono portare davanti a qualcuno. La confusione, anzi peggio, lo sgomento da cui subito è presa, non è però per quel tanfo né per quell’atto goffo a cui lei istintivamente si sottrae; è per un gran baccano di voci e di risa che viene dalla stanza di là, attraverso l’uscio socchiuso, che dallo spiraglio dà a Lucilla l’impressione che crepiti e fiammeggi come un forno.

             Lucilla comincia a tremare; vuol fuggire; ma l’uscio si spalanca: ominacci di campagna ubriachi, vestiti di velluto, con gambali e speroni ai piedi; facce bestiali pavonazze, urlando, barcollando, allungando le manacce, la tirano dentro, in mezzo a una nuvola di fumo; tutti sghignazzano come in un ribollimento di grassa sodisfazione; chi posa la pipa, chi la bottiglia e il bicchiere, e si buttano su lei; vogliono giocare con lei anche loro, ma in che altro modo! la spremono, la strizzano, la vogliono scoprire; e lei grida, strilla, si dibatte, finché Nino, sghignazzando anche lui e torcendosi tutto, con le lagrime agli occhi dal troppo ridere, con uno strattone non la libera e, tornando a sedere, non la ripara tra le sue gambe gridando:

             – Basta! basta! Le sento battere il cuore, oh Dio, ma sì, ma sì, le sento battere il cuore qua sul ginocchio!

             Non s’accorge che Lucilla gli s’è abbattuta su quel ginocchio e che, se egli apre le gambe, gli casca giù a terra, come un cencio, svenuta.

             Afferra con una mano un sudicio ragazzaccio di campagna, sui quattordici anni, scemo, che gli sta accanto tutto arruffato e intenerito (quello stesso che è venuto ad aprir la porta) e scuote Lucilla per presentarglielo:

             – Eccoti qua lo sposino! Abbiamo tutto preparato di là!

             Lucilla non sa più quanto tempo sia passato; che cosa le sia veramente accaduto là; s’è dibattuta, s’è svincolata, liberata, mordendo, graffiando, e ora va nella notte, non sa dove, piccola piccola, per strade grandi, deserte, ignote; è come impazzita, inebetita; e guarda, così piccola, i tronchi giganteschi degli alberi, di cui a stento riesce a scorgere le cime, e più su, più su, finestre vane illuminate come nel cielo, dove vorrebbe sparire, sparire, se Dio, come spera, vorrà alla fine darle le ali.

Indice della Raccolta Berecche e la guerra
01 – Berecche e la guerra – 1915
02 – Uno di più – 1931
03 – Soffio – 1931
04 – Un’idea – 1934
05 – Lucilla (Ora che s’è guastata con le monache) – 1932
06 – I piedi sull’erba – 1934
07 – Cinci – 1932
08 – Di sera, un geranio – 1934
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