Per una ri-lettura de «La patente» di Luigi Pirandello

Di Domenico Papaccio.

Lettore, oltre che uomo ancor ottocentesco, Pirandello aveva apprezzato durante le letture francesi e veriste, le risonanze e le ricadute estetiche l’apporto dato alle lettere dalle metodologie scientifiche e scientiste del positivismo e ancor più dalle scienze della mente.

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la patente
Enzo Rapisarda e Alberto Latta, Nuova Compagnia Teatrale, La patente, 2011. immagine da enzorapisarda.it

Per una ri-lettura de
«La patente» di Luigi Pirandello

Per gentile concessione dell’Autore.

Jettatura, jettatore e logica dei contrari

La continuità ermeneutica e le molteplici riletture attorno alla novella de «La patente», l’ha reso un marchio della scrittura pirandelliana, a cui sembra ricalcare vanamente le corde. Ma citando Italo Calvino, un classico è tale per la capacità infinitesimale di farsi leggere e ri-leggere. Ad una cifra di lettura alternativa, o meglio altra, l’elemento tematico attorno cui è lecito dar seguito è quella che abbia come fulcro l’essenza stessa, la modalità dello sviluppo della tematica, che, in sé duplice, si innesta sul binomio jella-jettatore. Questi due punti o specchio bifronte dello stesso oggetto, si inseriscono in un circuito speculare che si irradia dalla voce del narratore eterodiegetico all’incontro-scontro verbale e statuario tra i due personaggi.

Il pirandelliano procedimento di sovversione del bozzettismo verista mediante il medium del riso umoristico, in verità parte ben al di là della mera sfida lanciata dal protagonista Rosario Chiarchiaro alla comunità che l’appella come portatore di sventure e nefasti eventi. Dalle prime battute, l’autore distribuisce una geminazione intertestuale appositamente costruita, una costellazione di dettagli e di punti correlata all’ideazione del piano e alla funzionalità dell’intelaiatura del macro-testo in cui avverare il sovvertimento (a)logico delle strutture socio-antropologiche e civili. Il tessuto testuale si avvale di una ramificazione interna che interpone e interpola il dialettico rapportarsi dei due personaggi in chiave analogica, fomentando ogni andamento dell’asse rotante del leitmotiv, al limite in cui il protagonista inquisito dalla sua comunità viene anticipato e doppio speculare del suo inquisitore.

Lettore, oltre che uomo ancor ottocentesco, Pirandello aveva apprezzato durante le letture francesi e veriste, le risonanze e le ricadute estetiche l’apporto dato alle lettere dalle metodologie scientifiche e scientiste del positivismo e ancor più dalle scienze della mente:

Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d’occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le spalle un peso insopportabile […]

Seguendo le indicazioni del narratore già nell’identificazione caratterizzante l’aspetto e la persona del giudice d’Andrea si evincono alcuni elementi che vanno a dispiegare una correlazione per asindeto con lo sventurato protagonista per la sua costituzione deforme:

Così sbilenco, con una spalla più alta dell’altra, andava per via di traverso, come i cani. […]

Il focus narrativo eterodiegetico si sofferma sugli elementi che la letteratura sui generis [1] tiene maggiormente in considerazione come portatrice di  sciagura, la vista e la gestualità.

[1] CFr S. Benvenuto, Lo jettatore, Mimesis Milano-Udine, 2011

La statura, a cui fanno seguito l’organo visivo e tattile si pongono come feticci o protesi di un’azione minacciosa del male nell’imaginery popolare. Questo dato viene potenziato dal riferimento biologico che si mostra nel dato più visibile della capigliatura nera:

[…] E pareva ch’egli, oltre che della sua povera, umile, comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e scontorto tutta la magra, misera personcina. […]

Il nero come significante di una categoria etnografica si disloca dall’essere caratteristica dell’aspetto fisiognomico e si innerva come dato semantico del cromatismo sinestetico e metonimico, circoscrivente lo scenario preparatorio in cui avrà luogo il confronto dialettico e demistificatorio della solidità assiologica del reale. Si tenga presente, nel dar seguito al narratore, il giudice vive un’esistenza altra, un sonnambulismo interrogativo che si antepone all’attività amministrativa concernente la giustizia che si articola di notte e che lo appone come animale notturno, un rapace.

Questi dati formali e testuali fungono da scatto d’agnizione, nel porre in potenza, quel concorso di eventi che saranno sprigionati con l’apparizione dell’appellato jettatore Chiarchiaro, generando una rete di connessioni e specularità in sottotraccia finalizzate a decostruire il gioco delle maschere. Basti tener presente come questi venga immesso nelle giustapposizioni del tessuto narrativo, atte a far scattare l’agnizione del protagonista inquisito e delle sue paradossali, nonché umorali, prese di posizione:

C’era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno. Aveva voluto prendersela con due, lì in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e – sissignori – la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l’iniquità di cui quel pover uomo era vittima. A passeggio, tentava di parlarne coi colleghi; ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l’indice e il mignolo a far le corna, o s’afferravano sul panciotto i gobbetti d’argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell’orologio. Qualcuno, più francamente, prorompe – Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto? […]

Parimenti, nella costruzione narrativa, elementi interessanti sono forniti dalla dissertazione analitica del mezzo legislativo, della giustizia tout court, partendo dalla documentazione ai medesimi rappresentanti incarnanti e amministranti la massima giuridica. Il giudice d’Andrea mostrando la pedissequa ricerca del vero, secondo il modulo raziocinante del suo agire nell’applicazione del codice si imbatte in qualcosa che infrange e declassa la sua routine; la meccanica deontologia si pone inversamente proporzionale a quella del querelante Chiarchiaro che diventa “l’innominato” e sprigiona le risolutive formule apotropaiche di rito, fededegni della scaramanzia meridionale e italiana che viene catalogata nella gestualità e nei feticci. In questo frangente ancor più  va tenuto conto del fatto che venendo chiamato dal giudice, il Chiarchiaro non viene annunziato da terzi nell’ufficio del giudice istruttore; egli si palesa silente e, fintanto, destando un senso disturbante di stupore che traspira un umorismo grottesco e fantasmatico.

Se queste serie di azioni contro la denominazione verbale, fintanto all’interazione atta a far tacere il giudice avviene in absentia del presunto jettatore, il ripassare sugli atti processuali rivelano una simmetrica soluzione geometrica nella vicenda in quanto solo al narratore è dato adito di esprimere attraverso l’usufrutto delle vertiginose interrogative retoriche il dubium dell’uomo di giustizia:

[…] Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di jettatore? se innumerevoli testimoni potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti – eccoli là – gli stessi giudici?[…]

Va tenuto conto quanto scrive il filosofo e semiologo Umberto Eco nell’intervento Costruire il nemico [2], ponendo un contrasto antitetico tra l’Altro e la rete sociale che appella questi come nemico, sia finalizzata alla costituzione dell’identità quanto ad ostacolo e strumento di misurazione del nostro sistema di valori laddove questi venga affrontato.

[2] U. Eco, Costruire il nemico e altri scritti occasionali, Bompiani Milano 2016, pp. 13-36.

Inoltre, sottolinea Eco [ 3 Ivi, pp. 13-15 ], come nella connotazione del nemico venga ad infrangersi il fattore concernente all’integritas nella sua essenza fisiognomica, caratteriale e corporea, declinando questa nel sostrato folklorico ed etnografico che connota e formula la struttura stessa dell’immaginario e della cultura popolare del male che diventa, sul fronte esegetico, funzionale nel passaggio analitico proteso sull’inquisito Rosario Chiarchiaro.

Il passaggio alla sequenza testuale avente come fulcro il combattivo Chiarchiaro e la statuaria inflessibile della legge incarnata dal giudice d’Andrea, è il narratore eterodiegetico, che con taglio proverbiale e massimale dà adito alla dissertazione inestricabile sul piano etico-morale delle cose e delle azioni umane; il bene e il male sono oggetto di discussione che, sic et simpliciter, aprono alla polivalenza risolutiva filtrata dal groviglio di reazioni umorali veicolate dal d’Andrea e ancor più dal Chiarchiaro:

[…]Ahimè, è proprio vero che è molto più facile fare il male che il bene, non solo perché il male si può fare a tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno; ma anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno d’aver fatto il bene rende spesso così acerbi e irti gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo. […]

Il carattere umoristico-grottesco (Fiorentino) accresce laddove il focus narrativo si appone in maniera grandangolare e descrittivo del Chiarchiaro, la cui fisionomia assurge alla tipizzazione contenutistica dell’intero pantheon della tradizione letteraria [4];

[4] S. Benvenuto, op. cit. pp. 11-17

Pirandello è rispettoso e fededegno di quella serie di ipotesti moderni per definire il mascheramento stringente che, mediante la morsa asfissiante dell’infamia marchia a fuoco il protagonista, facendo risaltare il gioco tautologico che assilla e vincola le rappresentazioni del vivere e dei rapporti umani:

[…] Il Chiàrchiaro s’era combinata una faccia da jettatore, ch’era una meraviglia a vedere. S’era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbacela ispida e cespugliuta; s’era insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto d’un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti. Allo scatto del giudice non si scompose. Dilatò le nari, digrignò i denti gialli e disse sottovoce: – Lei dunque non ci crede?

Questa dinamica dialettica e antifrastica avviene per inciso quale reattanza e disperante paradossalità che porta al dispiegamento diegetico del protagonista nel confrontarsi con il rappresentante dell’autorità giuridica e della norma civile. L’assurda veemenza nel rettificare ed esporre verbalmente la prefigurata mala fama di jettatore, supera la sua stessa fisiognomica connotazione macabra e grottesca fungendosi, in modo irridente, nel dichiarativo e preventivo “noli-me-tangere” riferito al giudice d’Andrea atto a divincolarsi dallo scetticismo dell’uomo di cultura. Ma tale operazione come si vedrà successivamente dall’andamento esplicativo costituisce, laddove questi sia stato espulso e messo alla gogna dalle dinamiche e dai meccanismi del vivere sociale e civile dalle credenze e dall’ignoranza dei ceti. Allora, l’impossibilità della stessa giustizia di rimettere in sesto l’emarginazione anche economico-sociale con il suo reinserimento deprivato dalla maculazione attribuita dell’essere portatore di male, Chiarchiaro adopera quella stessa colpa per funzionalizzarla e rivalutare la sua posizione non solo come capro espiatorio dell’antagonismo comunitario della rete sociale che l’ha perseguitato ed espulso ma attuarla e sfruttarla come mezzo di sussistenza, rovesciando, secondo la logica dei contrari, la sua figura, che si converte in titanismo quel dramma interiore rivelato in chiave comico-umoristica; la sua sconfitta dinanzi alla legge diventa quindi, il riconoscimento formativo e professionale di uno status quo entro cui è stato regato: da soggetto deprivato e distrutto dalla calunnia nata dalla credulità e dall’ignoranza omologante che avvolge anche i rappresentanti altri del diritto, nel diventare il mostro configurato nell’immaginario comune provinciale di ogni ceto, preferendo adottarla come strumento operativo per un risollevamento materiale ed esistenziale, fintanto vendicativo, attraverso la finalizzazione di quella medesima ignoranza, che come direbbe Goya “genera mostri”. In Chiarchiaro si ritrovano, come magistralmente ha scritto Sergio Benvenuto gli elementi sotto la stessa maschera dello jettatore la «combinazione di due minacce: la severità e la malinconia; l’intelligenza critica [ 5 Ivi, p. 35 ] […]». Se i personaggi verghiani de La Lupa e Malpelo si lasciano schiacciare dalle credenze e dalla forza del maggioritario costume comunitario fino alla sottrazione ultima della vita, la reattanza di Chiarchiaro (e a fronte di questi la disperazione anche del d’Andrea) mentre certificano un immobilismo mentale e atipico nella modernità dell’entroterra siculo ed italiano, la logica del profitto studiata da questi si rivela uno schiaffo all’oppressione, un ribellismo umorale che tenta di scardinare la stereotipizzazione del magismo con il contraltare della nascente piccola borghesia protagonista della letteratura novecentesca.

Domenico Papaccio

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