081. La maschera dimenticata – Novella

Novella dalla Raccolta “In silenzio” (1923)¬†

6. La maschera dimenticata Р1918 

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Tesi on line –¬†L’umorismo in due novelle di Luigi Pirandello¬†(PDF, da pag. 10)

Prima pubblicazione: La lettura agosto 1918, col titolo Come Cirinci√≤ per un momento si dimentic√≤ d’esser lui, poi in Il carnevale dei morti, Battistelli, Firenze 1919, infine col titolo attuale.

La maschera dimenticata
Miodrag “Mińáa” Popovińá (1923 – 1996), Autoritratto con maschera, 1947

             Nella sala già quasi piena per la riunione indetta dal Comitato elettorale in casa del candidato Laleva, tutti, vedendolo entrare zitto zitto zoppicante e con gli occhi fissi e cupi sotto la fronte grinzuta, s’erano voltati, stupiti, a mirarlo.

             Don Ciccino Cirinciò? Possibile? E chi lo aveva invitato?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Si sapeva che da anni e anni non s‚Äôimmischiava pi√Ļ di nulla, tanto assorto com‚Äôera nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la perdita della zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria: sciagure che avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con dignit√† meno funebre, perch√© non spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a bollargliele, se era vero che la moglie gli fosse morta per aver partorito su la cinquantina non si sapeva bene che cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto d‚Äôaffitto; e che zoppicasse cos√¨ per una famosa avventura di caccia, nella quale invece dell‚Äôuccello era volato in aria lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la carniera e il cane, investito dalle alacce d‚Äôun mulino a vento abbandonato sul poggio di Montelusa, le quali tutt‚Äôa un tratto s‚Äôerano messe a girare da s√©; per cui ormai era inteso da tutti come don Ciccino Cirinci√≤ ¬ęquello del mulino¬Ľ.

             Cosa strana: se da qualche malcreato sentiva fare allusione a quel parto della moglie o a quella virgola nel contratto d’affitto, sorrideva triste o scrollava le spalle; ma nel sentirsi chiamare quello del mulino usciva dai gangheri, minacciava col bastone e urlava che il suo era un paese di carognoni imbecilli.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Ora questi carognoni imbecilli ecco che si maravigliavano del suo intervento alla riunione elettorale. Ma ci voleva tanto a pensare ch‚Äôegli doveva ‚Äď prima di tutto ‚Äď gratitudine eterna al vecchio avvocato don Francesco Laleva, padre del candidato d‚Äôoggi, l‚Äôunico tra tutti gli avvocati del foro che lo avesse ajutato e difeso nell‚Äôoccasione delle liti per la zolfara? Queste liti, √® vero, le aveva perdute; l‚Äôajuto perci√≤, se vogliamo, era stato vano; ma che per questo? L‚Äôobbligo della gratitudine non restava forse per lui lo stesso, sacrosanto? E poi ‚Äď a parte la gratitudine ‚Äď ci voleva tanto forse a crederlo capace di un sentimento, che doveva in quell‚Äôora esser comune a tutti i galantuomini, disgraziati e non disgraziati? Perdio, il sentimento della dignit√† del proprio paese! Era, s√¨ o no, un cittadino anche lui? Le disgrazie, va bene; ma, come cittadino, non poteva esser forse indignato anche lui delle spudorate vergogne che il vecchio deputato uscente commetteva da venti anni impunemente? Non parlava; non aveva mai parlato, perch√© ‚Äď le parole ‚Äď vento! Ma ora ch‚Äôera venuto il tempo d‚Äôagire, sissignori; eccolo qua; si presentava da s√©, non invitato, per mettersi a disposizione del figlio del suo antico e unico benefattore.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†I radunati stettero un pezzo a mirarlo a bocca aperta; qualcuno si tocc√≤ con un dito la fronte, come per dire: ¬ęEh, che volete? gli s‚Äô√® voltato il cervello, poveretto!¬Ľ. Perch√© sapevano tutti che non era vero che dovesse poi tanta gratitudine al padre del Laleva, il quale non lo aveva n√© ajutato n√© difeso; ma solo dissuaso dal mettersi in lite per quella zolfara maledetta. Se non che, a forza di ragionare tra s√© e s√© le sue disgrazie, chi sa, povero Cirinci√≤, com‚Äôera arrivato adesso a rappresentarsi uomini e cose, tutti gli avvenimenti della sua vita; e quali parti in questi lontani avvenimenti della sua vita attribuiva a presunti amici, a presunti nemici! E chi sa da che strambe ragioni era stato perci√≤ indotto a presentarsi ora l√¨ non invitato; e che cosa, nei misteriosi arzigogoli, nelle segrete previsioni del suo spirito conturbato, doveva rappresentare per lui questa sua partecipazione alla lotta politica in favore del figlio di don Francesco Laleva; che beneficii sbardellati se ne riprometteva, che tremendi pericoli e responsabilit√† s‚Äôimmaginava di dovere affrontare… Ma s√¨, quegli occhi che lampeggiavano sotto la fronte aggrottata; quelle pugna serrate su i ginocchi… Povero don Ciccino!

             Cirinciò, invece, guardava così, perché non riusciva a spiegarsi il perché di tutta quella meraviglia per la sua venuta.

             Vedendosi osservato, spiato da lontano con quell’aria di costernazione perplessa e afflitta, cominciò a entrare in sospetto, che non lo volessero lì. Aveva forse capito male l’invito del Comitato elettorale?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†A un certo punto, non potendone pi√Ļ, s‚Äôalz√≤ sdegnoso, e, zoppicando, s‚Äôaccost√≤ a domandarlo al Laleva: ‚Äď Scusate, debbo rimanere o me ne debbo andare? Ho forse fatto male a venire?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Ma no! perch√©, caro don Ciccino? ‚Äď s‚Äôaffrett√≤ a rispondergli il Laleva. ‚Äď Siamo tutti felicissimi, e io particolarmente, della sua venuta! Ma si figuri! Segga, segga. L‚Äôho per un onore; e ne ho tanto piacere!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†¬ęE allora?¬Ľ, domand√≤ a se stesso Cirinci√≤, tornando a sedere. ¬ęPerch√© tutti mi guardano cos√¨?¬Ľ

             Che ci fosse in lui qualche cosa ch’egli non vedeva e che gli altri vedevano? Perché in quel momento gli pareva proprio che potesse, come tutti gli altri, occuparsi delle elezioni, e che non ci fosse, in questo, nulla di straordinario.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Capiva bene, s√¨ o no? Ma s√¨, perdio, che capiva benissimo tutte le discussioni che ora si facevano attorno ‚Äď a lui su le probabilit√† pi√Ļ o meno di vittoria, sulla disposizione dei varii partiti locali in questo e in quel comune del collegio, sul computo dei voti favorevoli e contrarli; non solo, ma gli pareva anzi di veder pi√Ļ chiaro di certuni nella tattica da seguire verso qualche capoelettore ancora neutrale nella lotta. Tanto che a un certo punto, dimenticandosi del dubbio che lo aveva finora tenuto ingrugnato e sospettoso, non pot√® pi√Ļ trattenersi; s‚Äôalz√≤, prese la parola e in breve, con chiarezza e semplicit√†, espresse il suo concetto, come a lui pareva che si dovesse fare.

             Fu nella sala uno sbalordimento generale; perché proprio nessuno riusciva a capacitarsi come mai don Ciccino Cirinciò potesse vedere così chiaro e giusto. Eppure, sì, era proprio quella la mossa da tentare; si doveva far proprio come diceva lui.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Tre, quattro volte, durante la lunga discussione, si rinnov√≤ quello sbalordimento per il retto giudizio e la giustezza dei consigli e la finezza degli espedienti da lui suggeriti. Non pareva vero! Signori miei, don Ciccino Cirinci√≤… Ma parlava benissimo! Chi l‚Äôavrebbe creduto? Un oratore… Ma bravo! Ma bene! Viva Cirinci√≤!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Pi√Ļ sbalordito di tutti, alla fine, perch√© da un canto non gli pareva proprio d‚Äôaver detto cose cos√¨ straordinarie da suscitare tanto stupore, tanto fervore d‚Äôammirazione; ma, dall‚Äôaltro canto, mezzo ubriacato dagli applausi, Cirinci√≤ si trov√≤ designato da tutti a un posto di combattimento difficilissimo, nel comune di Borgetto, che si riteneva la cittadella inespugnabile del partito avversario.

             Cercò di tirarsi indietro, con la scusa che non conosceva nessuno lì; che non c’era mai stato; disse anche che non erano imprese per lui; che aveva esposto così, in astratto, il suo modo di vedere, ma che all’atto pratico si sarebbe perduto. Non vollero neppur lasciarlo finire di parlare; lo costrinsero ad accettare quel posto di combattimento: e così, la mattina dopo, don Ciccino Cirinciò, provvisto di mezzi e di commendatizie, partì per Borgetto.

             Vi fece miracoli, a detta di tutti, nei quindici giorni che precedettero l’elezione politica. Veri miracoli, se in due settimane riuscì a cambiare la posizione del Laleva in quel comune da così a così.

             Fu per il bisogno di raggiungere e toccare una realtà qualunque nel vuoto strano, in cui quell’avventura impensata lo aveva così d’improvviso gettato? Vuoto arioso e lieve, nel quale tutti gli aspetti nuovi, d’uomini e di cose, gli apparivano come in una luce di sogno, nella freschezza di quell’azzurro di marzo corso da allegre nuvole luminose? O fu per il prorompere di tante energie ancor vive e ignorate, da anni e anni compresse in lui, soffocate dall’incubo delle sciagure? Energie giovanili, intatte, che lo avrebbero portato chi sa dove, chi sa a quali imprese, a quali vittorie, se la sua vita non si fosse chiusa come s’era chiusa nel lutto di quelle sciagure?

             Il fatto è che operò miracoli in quel paesello dove nessuno lo conosceva. E certo perché nessuno lo conosceva.

             Tutto fuori di sé, là, in preda a quelle energie insospettate e scatenate d’un subito in lui, affrontò imperterrito gli avversari, li forzò a discutere e a riconoscere prima gli errori e l’insipienza, poi la vergogna del loro vecchio deputato; e non si diede un momento di requie: ora qua a scrollare i titubanti; ora là a sventare un’insidia; a presiedere un comizio, a sfidare al contraddittorio anche lo stesso deputato uscente, o chi per lui: tutto quanto il paese !

             Cose che non avrebbe mai supposto non che di poter dire, ma neppure di pensare lontanamente, gli venivano alle labbra, spontanee, con un’abbondanza e facilità di parola, un’efficacia d’espressioni, che ne restava lui stesso come abbagliato. Pareva che una vena nuova di vita gli fosse rampollata dentro, e si fosse messa a scorrere in lui con urgenza impetuosa. Coglieva a volo tutto, comprendeva tutto a un minimo cenno; e ogni cosa, dentro, pur restandogli nuova e fresca, gli diventava subito nota e propria; se n’impadroniva con quelle forze vergini, che non avevano potuto aver mai uno sfogo in lui, e che ora lo rendevano alacre e sicuro della vittoria, come un giovane, tra la frenesia che già aveva preso a bollire in tutti coloro che gli si facevano attorno sempre in maggior numero, e che a stento riuscivano a tenergli dietro in quella tumultuosa agitazione.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Non pens√≤ pi√Ļ neanche d‚Äôaver una gamba zoppicante. Non gli faceva pi√Ļ male. Gli anni? Sessantadue, s√¨… Ma che voleva dire? Avanti! Era come se cominciasse ora la vita. Avanti! avanti! Qua, per il momento, c‚Äôera da correre a minacciare a quel signor assessore la denunzia delle cento schede trattenute ai soci del circolo operajo, poi a documentare il tentativo di corruzione del signor sindaco: il pagamento di cinquanta voti a dieci lire l‚Äôuno. Come documentarlo? Ma con le testimonianze, perdio! S‚Äôincaricava lui di far confessare quei contadini alla presenza d‚Äôun notajo, lui, lui… Avanti!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Arriv√≤ cos√¨ al giorno della vittoria, che pareva un altro, ricreato in quell‚Äôaura di popolarit√†, tra gente nuova, in un paese nuovo, preso d‚Äôassalto, messo sottosopra e conquistato in pochi giorni. E, la sera della proclamazione del nuovo eletto, si present√≤ raggiante nella vasta sala del Circolo dei ¬ęcivili¬Ľ dove era imbandita una splendida mensa in suo onore; per quanto gi√† gli apparissero evidenti i segni della stanchezza nella vecchia maschera dimenticata.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Circolava intanto in quella sala, nell‚Äôattesa che i posti fossero assegnati nella mensa, un certo squallido ometto scontorto, dal cranio d‚Äôavorio, luccicante sotto i lumi. Quasi a nascondersi, teneva il capo insaccato nelle spallucce ossute, ma cacciava in tutti i crocchi la punta della barbetta arguta, gialliccia, come scolorita, e figgeva in faccia a questo e a quello gli occhietti lustri, acuti come due spilli, che gli spiccavano maligni nel cereo pallore del viso. Si fermava un momento a ripetere una domanda insistente alla quale era chiaro che non riceveva una risposta che lo soddisfacesse: negava col dito, scrollava le spalle, come se esclamasse: ¬ęMa che! Ma che! Impossibile!¬Ľ, o stirava il volto sporgendo il labbro inferiore, come uno che non riesca a capacitarsi, e s‚Äôallontanava rivoltandosi a guardare di sfuggita e di sbieco, con quegli occhietti puntuti, Cirinci√≤.

             Cirinciò se n’accorse subito.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Pur tra il fervore entusiastico dell‚Äôaccoglienza, si sent√¨ ferire fin da principio da quegli occhietti. Cerc√≤ di sfuggirli, rituffandosi in mezzo alla confusione della festa. Ma di qua, di l√†, da vicino, da lontano, donde meno se l‚Äôaspettava, si sentiva pungere dalla fissit√† quasi spasimosa di quegli occhietti persecutori; e, appena punto, raggelare, sconcertare, rimescolar tutto da un sentimento oscuro che, facendogli impeto rabbiosamente, gli occupava come d‚Äôuna tenebra di vertigine il cervello. Si ripigliava; ma avvertiva internamente che non gli era pi√Ļ possibile ormai tenersi fermo, che tutto, dentro, gli vagellava, non tanto per la persecuzione di quegli occhietti, di cui in fine non aveva nulla da temere, quanto perch√©… perch√© non lo sapeva bene lui stesso.

             Non era timore, non era vergogna; ma si sentiva come tratto di dentro a nascondersi e a scomparire da quella festa.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Troppo chiasso, oh Dio… troppo chiasso.

             E andando in giro per la sala, intronato, faceva atto con le mani di smorzare i rumori.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Ma pi√Ļ faceva cos√¨, pi√Ļ si acuiva proprio fino allo spasimo in quei tali occhietti una curiosit√† pazzesca.

             E allora Cirinciò cadde in preda a una così cupa esasperazione, che di fuori ebbe lo strano effetto di farlo apparire quasi cangiato all’improvviso.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Si riebbe un momento allorch√© tutti lo presero e lo portarono in trionfo a sedere a capo tavola; ma, cessata l‚Äôagitazione della cerca dei posti, appena tutti si furono accomodati, Cirinci√≤, volgendo lo sguardo in giro, ricadde pi√Ļ intronato che mai e nell‚Äôintronamento si fiss√≤, come impietrato, vedendosi vicinissimo, a quattro posti di distanza, quell‚Äôometto che seguitava a fissarlo, e ora ecco ‚Äď allungava il collo verso di lui, con l‚Äôindice teso come un‚Äôarma presso uno di quegli occhietti diabolici, quasi a prender la mira, e gli domandava:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Ma scusate, non siete don Ciccino Cirinci√≤, voi?

             Non era sul nome la domanda. Non potevano capirlo gli altri; ma lui, sì, Cirinciò lo intese benissimo.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Che quegli fosse don Ciccino Cirinci√≤, glielo dovevano aver detto e ripetuto tutti cento volte, a quell‚Äôometto. Ma appunto di questo non riusciva a capacitarsi quell‚Äôometto: che cio√® don Ciccino Cirinci√≤ ch‚Äôegli tempo addietro aveva conosciuto, fosse questo che ora gli stava davanti… Questo? Possibile!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Quello del mulino?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Si, s√¨, quello del mulino… Aveva ragione! Non era credibile! ‚Äď Cirinci√≤ adesso tutt‚Äôa un tratto lo riconosceva anche lui.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Non era credibile, non appariva pi√Ļ credibile neanche a lui stesso, che quello del mulino, lui, proprio lui, potesse trovarsi l√¨, in mezzo a quella festa, e che avesse potuto fare tutto quello che aveva fatto, senza saperne pi√Ļ il perch√©.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Che importava a lui, difatti, ora che con gli occhi di quell‚Äôometto si vedeva rientrare in se medesimo con tutte le sue sciagure e la sua miseria, che importava pi√Ļ a lui della vittoria del Laleva? delle vergogne del deputato sconfitto?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Tutti i convitati, nel vederlo cos√¨ d‚Äôun subito appassire, credettero in prima che fosse effetto di momentanea stanchezza, e cercarono di ravvivarlo con incitamenti e congratulazioni; ma si sentirono rispondere e agghiacciare con certi scemi e strascicati: ‚Äď Gi√†… gi√†… ‚Äď che rivelarono assente, lontano mille miglia dalla festa, lo spirito di lui.

             E quando, il giorno appresso, Cirinciò se ne partì da Borgetto, ingrugnato, funebre, rispondendo a mala pena ai saluti, tutti restarono a guardarsi tra loro, non sapendo comprendere la ragione di un mutamento così improvviso, e parecchi avanzarono il sospetto che fosse un imbroglione, un miserabile impostore venuto a mistificarli.

Indice della Raccolta In silenzio
01 РIn silenzio Р1905
02 – L’altro figlio¬†– 1905
03 РLa morte addosso Р1918
04 РVa bene Р1905
05 – Il giardinetto lass√Ļ¬†– 1897
06 РLa maschera dimenticata Р1918
07 РLa balia Р1903
08 РIl corvo di Mìzzaro Р1902
09 РLa veglia Р1904
10 РLo spirito maligno Р1910
11 РAlla zappa! Р1902
12 РUna voce Р1904
13 РPena di vivere così Р1920
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¬Ľ¬Ľ¬†Elenco delle raccolte

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