La distruzione dell’uomo – Audio lettura 3

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Legge Giuseppe Tizza
«La vista quotidiana dei cento e più inquilini di quel casone lercio e tetro, gente che viveva per vivere, senza saper di vivere se non per quel poco che ogni giorno pareva condannata a fare: sempre le stesse cose…»

Prime pubblicazioni: Novella, Natale 1921, poi in La mosca, Bemporad, Firenze 1923.

La distruzione dell'uomo. audiolibro 3
James Timothy Gleeson (1915 – 2008), We inhabit the corrosive littoral of habit, 1940. Immagine dal Web.

La distruzione dell’uomo

Legge Giuseppe Tizza

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             Vorrei sapere soltanto se il signor giudice istruttore [1] ritiene in buona fede d’aver trovato una sola ragione che valga a spiegare in qualche modo questo ch’egli chiama assassinio premeditato (e sarebbe, se mai, doppio assassinio, perché la vittima stava per compire felicemente l’ultimo mese di gravidanza).

[1] Parliamo del delitto di Petix.

             Si sa che Nicola Petix s’è barricato in un silenzio impenetrabile, prima davanti al commissario di polizia, appena arrestato, poi davanti a lui, voglio dire al signor giudice istruttore che inutilmente tante volte e in tutte le maniere s’è provato a interrogarlo, e infine anche davanti al giovane avvocato che gli hanno imposto d’ufficio, visto che fino all’ultimo non ha voluto incaricarne uno di sua fiducia per la difesa.

             Di questo silenzio così ostinato si dovrebbe pur dare, mi sembra, una qualche interpretazione.

             Dicono che in carcere Petix dimostra la smemorata indifferenza d’un gatto che, dopo aver fatto strazio d’un topo o d’un pulcino, si raccolga beato dentro un raggio di sole.

             Ma è chiaro che questa voce, la quale vorrebbe dare a intendere che Petix consumò il delitto con l’incoscienza d’una bestia, non è stata accolta dal giudice istruttore, se egli ha creduto di dovere ammettere e sostenere la premeditazione nell’assassinio. Le bestie non premeditano. Se s’appostano, il loro agguato è parte istintiva e naturale della loro naturalissima caccia, che non le fa né ladre né assassine. La volpe è ladra per il padrone della gallina: ma per sé la volpe non è ladra: ha fame; e quand’ha fame, acchiappa la gallina e se la mangia. E dopo che se l’è mangiata, addio, non ci pensa più.

             Ora Petix non è una bestia. E bisogna vedere, prima di tutto, se questa indifferenza è vera. Perché, se vera, anche di questa indifferenza si dovrebbe tener conto, come di quel silenzio ostinato, di cui – a mio modo di vedere – sarebbe la conseguenza più naturale; corroborati come sono l’una e l’altro dall’esplicito rifiuto d’un difensore.

             Ma non voglio anticipar giudizi, né mettere avanti per ora la mia opinione.

             Seguito a discutere col signor giudice istruttore.

             Se il signor giudice istruttore crede che Petix sia da punire con tutti i rigori della legge, perché per lui non è uno scemo feroce da paragonare a una bestia, né un pazzo furioso che per nulla abbia ucciso una donna a poche settimane dal parto; la ragione del delitto, di quest’assassinio premeditato, quale può essere stata?

             Una passione segreta per quella donna, no. Basterebbe che il giovane avvocato d’ufficio mettesse sotto gli occhi ai signori giurati, per un momento, un ritratto della povera morta. La signora Porrella aveva quarantasette anni e a tutto ormai poteva somigliare tranne che a una donna.

             Ricordo d’averla veduta pochi giorni prima del delitto, sulla fine d’ottobre, a braccetto del marito cinquantenne, un pochino più piccolino di lei, ma col suo bravo pancino anche lui il signor Porrella, per il viale nomentano sul tramonto, non ostante il vento che sollevava in calde raffiche fragorose le foglie morte.

             Posso assicurare sulla mia parola d’onore, ch’era una provocazione la vista di quei due, fuori a passeggio in una giornata come quella, con tutto quel vento, tra il turbine di tutte quelle foglie morte, piccoli sotto gli alti platani nudi che armeggiavano nel cielo tempestoso con l’ispido intrico dei rami.

             Buttavano i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, come per un compito assegnato.

             Forse credevano che di quella passeggiata non si potesse assolutamente fare a meno, ora che la gravidanza era agli ultimi giorni. Prescritta dal medico; consigliata da tutte le amiche del vicinato.

             Seccante forse, sì, ma naturalissimo per loro che quel vento insorgesse così di tratto in tratto e sbattesse furiosamente di qua e di là tutte quelle foglie accartocciate senza mai riuscire a spazzarle via; e che quei platani là, poiché a tempo avevano rimesso le foglie, ora a tempo se ne spogliassero per rimaner come morti fino alla ventura primavera; e che là quel cane randagio fosse condannato da ogni fiuto nel naso a fermarsi quasi a tutti i tronchi di quei platani e ad alzare con esasperazione un’anca per non spremer che poche gocciole appena, dopo essersi rigirato più e più volte smaniosamente per cercarne il verso.

             Giuro che non a me soltanto, ma a quanti passavano quel giorno per il viale Nomentano sembrava incredibile che quell’omino là potesse mostrarsi così soddisfatto di portarsi a spasso quella moglie in quello stato; e più incredibile che quella moglie si lasciasse portare, con un’ostinazione che tanto più appariva crudele contro se stessa, quanto più lei sembrava rassegnata allo sforzo insopportabile che doveva costarle. Barellava, ansimava e aveva gli occhi come induriti nello spasimo, non già di quello sforzo disumano, ma della paura che non sarebbe riuscita a portare fino all’ultimo quel suo ingombro osceno nel ventre che le cascava. È vero che di tanto in tanto abbassava su quegli occhi le palpebre livide. Ma non tanto per vergogna le abbassava, quanto per il dispetto di vedersi obbligata a sentirla, quella vergogna, dagli occhi di chi la guardava e la vedeva in quello stato, alla sua età, vecchia ciabatta ancora in uso per una cosa che pareva tanto. Infatti, tenendo per il braccio il marito, avrebbe potuto con qualche strizzatina sotto sotto richiamarlo dalla soddisfazione a cui spesso e con troppa evidenza s’abbandonava, d’esser lui, pur così Piccolino e calvo e cinquantenne, l’autore di tutto quel grosso guajo lì. Non lo richiamava, perché era anzi contenta che avesse il coraggio di mostrarla lui, quella soddisfazione, mentre a lei toccava di mostrarne vergogna.

             Mi pare di vederla ancora, quando, a qualche raffica più violenta che la investiva da dietro, si fermava su le tozze gambe larghe, a cui s’attaccava la veste che gliele disegnava sconciamente, mentre davanti le faceva pallone. Allora ella non sapeva a qual riparo correr prima col braccio libero; se abbassare cioè quel pallone della veste, che rischiava di scoprirla tutta davanti, o se tener per la falda il vecchio cappello di velluto viola, alle cui malinconiche piume nere nasceva col vento una disperata velleità di volo.

             Ma veniamo al fatto.

             Vi prego (se avete un po’ di tempo) d’andare a visitar quel vecchio casone in Via Alessandria, dove abitavano i coniugi Porrella e anche, in due stanzette del piano di sotto, Nicola Petix.

             E uno di quei tanti casoni, tutti brutti a un modo, come bollati col marchio della comune volgarità del tempo in cui furon levati in gran furia, nella previsione che poi si riconobbe errata d’un precipitoso e strabocchevole affluir di regnicoli a Roma subito dopo la proclamazione di essa a terza Capitale del regno.

             Tante private fortune, non solo di nuovi arricchiti, ma anche d’illustri casati, e tutti i sussidii prestati dalle banche di credito a quei costruttori, che parvero per più anni in preda a una frenesia quasi fanatica, andarono allora travolti in un enorme fallimento, che ancor si ricorda.

             E si videro, dov’erano antichi parchi patrizii, magnifiche ville e, di là dal fiume, orti e prati, sorger case e case e case, interi isolati, per vie eccentriche appena tracciate; e tante all’improvviso restare – ruderi nuovi – alzate fino ai quarti piani, a infracidar senza tetto, con tutti i vani delle finestre sguarniti, e fissato ancora in alto, ai buchi dei muri grezzi, qualche resto dell’impalcatura abbandonata, annerito e imporrito dalle piogge; e altri isolati, già compiuti, rimaner deserti lungo intere vie di quartieri nuovi, per cui non passava mai nessuno; e l’erba nel silenzio dei mesi rispuntare ai margini dei marciapiedi, rasente ai muri e poi, esile, tenerissima, abbrividente a ogni soffio d’aria, riprendersi tutto il battuto delle strade.

             Parecchie di queste case poi, costruite con tutti i comodi per accogliere agiati inquilini, furono aperte, tanto per trarne qualche profitto, all’invasione della gente del popolo. La quale, come può bene immaginarsi, ne fece in poco tempo tale scempio, che quando alla fine, con l’andar degli anni, cominciò a Roma veramente la penuria degli alloggi, troppo presto temuta prima, troppo tardi rimediata poi per la paura che teneva tutti di far nuove costruzioni a causa di quella solenne scottatura, i nuovi proprietarii, che le avevano acquistate a poco prezzo dalle banche sussidiatrici degli antichi costruttori falliti, facendosi ora il conto di quanto avrebbero dovuto spendere a riattarle e rimetterle in uno stato di decenza per darle in affitto a inquilini disposti a pagare una più alta pigione, stimarono più conveniente non farne nulla e contentarsi di lasciar le scale con gli scalini smozzicati, i muri oscenamente imbrattati, le finestre dalle persiane cadenti e i vetri rotti imbandierate di cenci sporchi e rattoppati, stesi sui cordini ad asciugare.

             Se non che, adesso, in qualcuna di queste grandi e miserabili case, pur tra cotali inquilini rimasti a compir l’opera di distruzione sulle pareti e su gli usci e sui pavimenti, qualche nobile famiglia decaduta o di medio ceto, d’impiegati o di professori, ha cominciato a cercar ricovero, o per non averlo trovato altrove o per bisogno o amor di risparmio, vincendo il ribrezzo di tutto quel lerciume e più della mescolanza con quello che sì, Dio mio, prossimo è, non si nega, ma che pur certamente, poco poco che si ami la pulizia e la buona creanza, dispiace aver troppo vicino; e non si può dire del resto che il dispiacere non sia contraccambiato; tanto vero che questi nuovi venuti sono stati in principio guardati in cagnesco, e poi, a poco a poco, se han voluto esser visti men male, han dovuto acconciarsi a certe confidenze piuttosto prese che accordate.

             Ora in quel casone là di Via Alessandria, quando avvenne il delitto, i coniugi Porrella abitavano da circa quindici anni; Nicola Petix, da una diecina. Ma mentre quelli da un pezzo erano entrati nelle grazie di tutti i più antichi casigliani, Petix s’era attirato al contrario sempre più l’antipatia generale, per il disprezzo con cui guardava, a cominciar dal portinajo ciabattino, tutti; senza mai voler degnare non che d’una parola, ma neppur d’un lieve cenno di saluto, nessuno.

             Ho detto, veniamo al fatto. Ma un fatto è come un sacco che, vuoto, non si regge.

             Se n’accorgerà bene il signor giudice istruttore, se – come pare – vorrà provarsi a farlo reggere così, senza prima farci entrar dentro tutte quelle ragioni che certamente lo han determinato, e che lui forse non immagina neppure.

             Petix ebbe per padre un ingegnere spatriato da gran tempo e morto in America, il quale tutta la fortuna raccolta in tanti anni laggiù con l’esercizio della professione lasciò in eredità a un altro figliuolo, maggiore di due anni di Petix e ingegnere anche lui, con l’obbligo di passare mensilmente al fratello minore, vita natural durante, un assegnino di poche centinaja di lire, quasi a titolo d’elemosina e non perché gli spettassero di diritto, essendosi già «mangiata», com’era detto nel testamento, «tutta la legittima a lui spettante in un ozio vergognoso».

             Quest’ozio di Petix saracene intanto che non venga considerato solamente dal lato del padre, ma un po’ anche da quello di lui, perché Petix veramente frequentò per anni e anni le aule universitarie, passando da un ordine di studii all’altro, dalla medicina alla legge, dalla legge alle matematiche, da queste alle lettere e alla filosofia: non dando mai, è vero, nessun esame, perché non si sognò mai di fare il medico o l’avvocato, il matematico o il letterato o il filosofo: Petix non ha voluto fare in verità mai nulla; ma ciò non vuol dire che se ne sia stato in ozio, e che quest’ozio sia stato vergognoso. Ha meditato sempre, studiando a suo modo, sui casi della vita e sui costumi degli uomini.

             Frutto di queste continue meditazioni, un tedio infinito, un tedio insopportabile tanto della vita quanto degli uomini.

             Fare per fare una cosa? Bisognerebbe star dentro alla cosa da fare, come un cieco, senza vederla da fuori; o se no, assegnarle uno scopo. Che scopo? Soltanto quello di farla? Ma sì, Dio mio: come si fa. Oggi questa e domani un’altra. O anche la stessa cosa ogni giorno. Secondo le inclinazioni o le capacità, secondo le intenzioni, secondo i sentimenti o gl’istinti. Come si fa.

             Il guajo viene, quando di quelle inclinazioni e capacità e intenzioni, di quei sentimenti e istinti, seguiti da dentro perché si hanno e si sentono, si vuol vedere da fuori lo scopo, che appunto perché cercato così da fuori non si trova più, come non si trova più nulla.

             Nicola Petix arrivò presto a questo nulla, che dovrebbe essere la quintessenza d’ogni filosofia.

             La vista quotidiana dei cento e più inquilini di quel casone lercio e tetro, gente che viveva per vivere, senza saper di vivere se non per quel poco che ogni giorno pareva condannata a fare: sempre le stesse cose; cominciò presto a dargli un’uggia, un’insofferenza smaniosa; che si esasperava sempre più di giorno in giorno.

             Soprattutto intollerabili gli erano la vista e il fracasso dei tanti ragazzini che brulicavano nel cortile e per le scale. Non poteva affacciarsi alla finestra su quel cortile, che non ne vedesse quattro o cinque in fila chinati a far lì i loro bisogni mentre addentavano qualche mela fradicia o un tozzo di pane; o sull’acciottolato sconnesso, ove stagnavano pozze di acqua putrida (seppure era acqua) tre maschietti buttati carponi a spiare donde e come faceva pipì una bambinuccia di tre anni che non se ne curava, grave, ignara e con un occhio fasciato. E gli sputi che si tiravano, i calci, gli sgraffi che si davano, le strappate di capelli, e gli strilli che ne seguivano, a cui partecipavano le mamme da tutte le finestre dei cinque piani; mentre, ecco, la signorina maestrina dalla faccetta sciupata e dai capelli cascanti attraversa il cortile con un grosso mazzo di fiori, dono del fidanzato che le. sorride accanto.

             Petix aveva la tentazione di correre al cassetto del comodino per tirare una rivoltellata a quella maestrina, tale e tanta furia d’indignazione gli provocavano quei fiori e quel sorriso del fidanzato, le lusinghe dell’amore in mezzo alla stomachevole oscenità di tutta quella sporca figliolanza, che tra poco quella maestrina si sarebbe anche lei adoperata ad accrescere.

             Ora pensate che da dieci anni ogni giorno Nicola Petix assisteva in quel casone alle periodiche immancabili gravidanze di quella signora Porrella, la quale, arrivata fra nausee, trepidazioni e patimenti al settimo o l’ottavo mese, ogni volta rischiando di morire, abortiva. In diciannove anni di matrimonio quella carcassa di donna contava già quindici aborti.

             La cosa più spaventevole per Nicola Petix era questa: che non riusciva a vedere in quei due la ragione per cui, con un’ostinazione così cieca e feroce contro se stessi, volevano un figlio.

             Forse perché diciott’anni addietro, al tempo della prima gravidanza, la donna aveva preparato di tutto punto il corredino del nascituro: fasce, cuffiette, camicine, bavaglini, vestine lunghe infiocchettate, pedalini di lana, che aspettavano ancora di essere usati ormai ingialliti e stecchiti nella loro insaldatura, come cadaverini.

             Ormai da dieci anni tra tutte quelle donne del casamento che figliavano a più non posso e Nicola Petix che a più non posso odiava questa loro sporca figliolanza, s’era impegnata come una sfida: quelle a sostenere che la signora Porrella avrebbe questa volta fatto il figlio e lui a dir di no, che neanche questa volta l’avrebbe fatto. E quanto più premurose, con infinite cure e consigli e attenzioni, quelle covavano il ventre della donna che di mese in mese ingrossava; tanto più lui, vedendolo di mese in mese ingrossare, si sentiva crescere l’irritazione, la smania, il furore. Negli ultimi giorni d’ogni gravidanza, alla sua fantasia sovreccitata tutto quel casone si rappresentava come un ventre enorme travagliato disperatamente dalla gestazione dell’uomo che doveva nascere. Non si trattava più per lui del parto imminente della signora Porrella, che doveva dargli una sconfitta; si trattava dell’uomo, dell’uomo che tutte quelle donne volevano che nascesse dal ventre di quella donna; dell’uomo quale può nascere dalla bruta necessità dei due sessi che si sono accoppiati.

             Ebbene, l’uomo volle distruggere Petix quando fu certo che finalmente quella sedicesima gravidanza avrebbe avuto il suo compimento. L’uomo. Non uno dei tanti, ma tutti in quell’uno; per fare in quell’uno la vendetta dei tanti che vedeva lì, piccoli bruti che vivevano per vivere, senza saper di vivere, se non per quel poco che ogni giorno parevano condannati a fare: sempre le stesse cose.

             E avvenne pochi giorni dopo ch’io vidi i due coniugi Porrella per il viale Nomentano, tra il turbine di quelle foglie morte, buttare i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, compunti, come per un compito assegnato.

             La meta della quotidiana passeggiata era un pietrone oltre la Barriera, dove il viale, svoltando ancora una volta dopo Sant’Agnese e restringendosi un poco, declina verso la vallata dell’Aniene. Ogni giorno, seduti su quel pietrone, si riposavano della lunga e lenta camminata per una mezz’oretta, il signor Porrella guardando il ponte fosco e certamente pensando che di là erano passati gli antichi romani; la signora Porrella seguendo con gli occhi qualche vecchia cercatrice d’insalata tra l’erba del declivio lungo il corso del fiume, che appare lì sotto per un breve tratto dopo il ponte; o guardandosi le mani e rigirandosi pian piano gli anelli attorno alle tozze dita.

             Anche quel giorno vollero arrivare alla meta, non ostante che il fiume per le abbondanti piogge recenti fosse in piena e straripato minacciosamente sul declivio, quasi fin sotto a quel loro pietrone; e non ostante che, seduto su questo, come se stesse ad aspettarli, scorgessero da lontano il loro coinquilino Nicola Petix: tutto aggruppato e raccolto in sé come un grosso gufo.

             Si fermarono, scorgendolo, contrariati e perplessi per un istante, se andare a sedere altrove o tornare indietro. Ma quello stesso avvertimento di contrarietà e di diffidenza li spinse appunto ad accostarsi, perché sembrò loro irragionevole ammettere che la presenza invisa di quell’uomo e anche l’intenzione che pareva in lui evidente d’esser venuto lì per essi potessero rappresentare qualcosa di così grave, da rinunziare a quella sosta consueta, di cui la pregnante specialmente aveva bisogno.

             Petix non disse nulla; e tutto si svolse in un attimo, quasi quietamente. Come la donna s’accostò al pietrone per mettervisi a sedere egli la afferrò per un braccio e la trasse con uno strappo fino all’orlo delle acque straripate; là le diede uno spintone e la mandò ad annegare nel fiume.

La distruzione dell’uomo – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
La distruzione dell’uomo – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
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