Il fu Mattia Pascal – Capitolo 17 – Reincarnazione

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Il fu Mattia Pascal - Capitolo 17

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Capitolo 17 – Reincarnazione

            Arrivai alla stazione in tempo per il treno delle dodici e dieci per Pisa.

            Preso il biglietto, mi rincantucciai in un vagone di seconda classe, con la visiera del berrettino calcata fin sul naso, non tanto per nascondermi, quanto per non vedere. Ma vedevo lo stesso, col pensiero: avevo l’incubo di quel cappellaccio e di quel bastone, lasciati lì, sul parapetto del ponte. Ecco, forse qualcuno, in quel momento, passando di là, li scorgeva… o forse già qualche guardia notturna era corsa in questura a dar l’avviso… E io ero ancora a Roma! Che s’aspettava? Non tiravo più fiato…

            Finalmente il convoglio si scrollò. Per fortuna ero rimasto solo nello scompartimento. Balzai in piedi, levai le braccia, trassi un interminabile respiro di sollievo, come se mi fossi tolto un macigno di sul petto. Ah! tornavo a esser vivo, a esser io, io Mattia Pascal. Lo avrei gridato forte a tutti, ora: «Io, io, Mattia Pascal! Sono io! Non sono morto! Eccomi qua!». E non dover più mentire, non dover più temere d’essere scoperto! Ancora no, veramente: finché non arrivavo a Miragno… Là, prima, dovevo dichiararmi, farmi riconoscer vivo, rinnestarmi alle mie radici sepolte… Folle! Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco reciso dalle sue radici? Eppure, eppure, ecco, ricordavo l’altro viaggio, quello da Alenga a Torino: m’ero stimato felice, allo stesso modo, allora. Folle! La liberazione! dicevo… M’era parsa quella la liberazione! Sì, con la cappa di piombo della menzogna addosso! Una cappa di piombo addosso a un’ombra… Ora avrei avuto di nuovo la moglie addosso, è vero, e quella suocera… Ma non le avevo forse avute addosso anche da morto? Ora almeno ero vivo, e agguerrito. Ah, ce la saremmo veduta!

            Mi pareva, a ripensarci, addirittura inverosimile la leggerezza con cui, due anni addietro, m’ero gettato fuori d’ogni legge, alla ventura. E mi rivedevo nei primi giorni, beato nell’incoscienza, o piuttosto nella follia, a Torino, e poi man mano nelle altre città, in pellegrinaggio, muto, solo, chiuso in me, nel sentimento di ciò che mi pareva allora la mia felicità; ed eccomi in Germania, lungo il Reno, su un piroscafo: era un sogno? no, c’ero stato davvero! ah, se avessi potuto durar sempre in quelle condizioni; viaggiare, forestiere della vita… Ma a Milano, poi… quel povero cucciolotto che volevo comperare da un vecchio cerinajo… Cominciavo già ad accorgermi… E poi… ah poi!

            Ripiombai col pensiero a Roma; entrai come un’ombra nella casa abbandonata. Dormivano tutti? Adriana, forse, no… m’aspetta ancora, aspetta che io rincasi; le avranno detto che sono andato in cerca di due padrini, per battermi col Bernaldez; non mi sente ancora rincasare, e teme e piange…

            Mi premetti forte le mani sul volto, sentendomi stringere il cuore d’angoscia.

            – Ma se io per te non potevo esser vivo, Adriana, – gemetti, – meglio che tu ora mi sappia morto! morte le labbra che colsero un bacio dalla tua bocca, povera Adriana… Dimentica! Dimentica!

            Ah, che sarebbe avvenuto in quella casa, nella prossima mattina, quando qualcuno della questura si sarebbe presentato a dar l’annunzio? A qual ragione, passato il primo sbalordimento, avrebbero attribuito il mio suicidio? Al duello imminente? Ma no! Sarebbe stato, per lo meno, molto strano che un uomo, il quale non aveva mai dato prova d’essere un codardo, si fosse ucciso per paura di un duello… E allora? Perché non potevo trovar padrini? Futile pretesto! O forse… chi sa! era possibile che ci fosse sotto, in quella mia strana esistenza, qualche mistero…

            Oh, sì: l’avrebbero senza dubbio pensato! M’uccidevo così, senz’alcuna ragione apparente, senza averne prima dimostrato in qualche modo l’intenzione. Sì: qualche stranezza, più d’una, l’avevo commessa in quegli ultimi giorni: quel pasticcio del furto, prima sospettato, poi improvvisamente smentito… Oh che forse quei denari non erano miei? dovevo forse restituirli a qualcuno? m’ero indebitamente appropriato d’una parte di essi e avevo tentato di farmi credere vittima d’un furto, poi m’ero pentito, e, in fine, ucciso? Chi sa! Certo ero stato un uomo misteriosissimo: non un amico, non una lettera, mai, da nessuna parte…

            Quanto avrei fatto meglio a scrivere qualche cosa in quel bigliettino, oltre il nome, la data e l’indirizzo: una ragione qualunque del suicidio. Ma in quel momento… E poi, che ragione?

            «Chi sa come e quanto,» pensai, smaniando, «strilleranno adesso i giornali di questo Adriano Meis misterioso… Salterà certo fuori quel mio famoso cugino, quel tal Francesco Meis torinese, ajuto-agente, a dar le sue informazioni alla questura: si faranno ricerche, su la traccia di queste informazioni, e chi sa che cosa ne verrà fuori. Sì, ma i danari? l’eredità? Adriana li ha veduti, tutti que’ miei biglietti di banca… Figuriamoci Papiano! Assalto allo stipetto! Ma lo troverà vuoto… E allora, perduti? in fondo al fiume? Peccato! peccato! Che rabbia non averli rubati tutti a tempo! La questura sequestrerà i miei abiti, i miei libri… A chi andranno? Oh! almeno un ricordo alla povera Adriana! Con che occhi guarderà ella, ormai, quella mia camera deserta?»

            Così, domande, supposizioni, pensieri, sentimenti tumultuavano in me, mentre il treno rombava nella notte. Non mi davano requie.

            Stimai prudente fermarmi qualche giorno a Pisa per non stabilire una relazione tra la ricomparsa di Mattia Pascal a Miragno e la scomparsa di Adriano Meis a Roma, relazione che avrebbe potuto facilmente saltare a gli occhi, specie se i giornali di Roma avessero troppo parlato di questo suicidio. Avrei aspettato a Pisa i giornali di Roma, quelli de la sera e quelli del mattino; poi, se non si fosse fatto troppo chiasso, prima che a Miragno, mi sarei recato a Oneglia, da mio fratello Roberto, a sperimentare su lui l’impressione che avrebbe fatto la mia resurrezione. Ma dovevo assolutamente vietarmi di fare il minimo accenno alla mia permanenza in Roma, alle avventure, ai casi che m’erano occorsi. Di quei due anni e mesi d’assenza avrei dato fantastiche notizie, di lontani viaggi… Ah, ora, ritornando vivo, avrei potuto anch’io prendermi il gusto di dire bugie, tante, tante, tante, anche della forza di quelle del cavalier Tito Lenzi, e più grosse ancora!

            Mi restavano più di cinquantadue mila lire. I creditori, sapendomi morto da due anni, s’erano certo contentati del podere della Stìa col mulino. Venduto l’uno e l’altro, s’erano forse aggiustati alla meglio: non mi avrebbero più molestato. Avrei pensato io, se mai, a non farmi più molestare. Con cinquantadue mila lire, a Miragno, via, non dico grasso, avrei potuto vivere discretamente.

            Lasciato il treno a Pisa, prima di tutto mi recai a comperare un cappello, della forma e della dimensione di quelli che Mattia Pascal ai suoi dì soleva portare; subito dopo mi feci tagliar la chioma di quell’imbecille d’Adriano Meis.

            – Corti, belli corti, eh? – dissi al barbiere.

            M’era già un po’ ricresciuta la barba, e ora, coi capelli corti, ecco che cominciai a riprender il mio primo aspetto, ma di molto migliorato, più fino, già… ma sì, ringentilito. L’occhio non era più storto, eh! non era più quello caratteristico di Mattia Pascal.

            Ecco, qualche cosa d’Adriano Meis mi sarebbe tuttavia rimasta in faccia. Ma somigliavo pur tanto a Roberto, ora; oh, quanto non avrei mai supposto.

            Il guajo fu, quando – dopo essermi liberato di tutti quei capellacci – mi rimisi in capo il cappello comperato poc’anzi: mi sprofondò fin su la nuca! Dovetti rimediare, con l’ajuto del barbiere, ponendo un giro di carta sotto la fodera.

            Per non entrare così, con le mani vuote, in un albergo, comperai una valigia: ci avrei messo dentro, per il momento, l’abito che indossavo e il pastrano. Mi toccava rifornirmi di tutto, non potendo sperare che, dopo tanto tempo, là a Miragno, mia moglie avesse conservato qualche mio vestito e la biancheria. Comperai l’abito bell’e fatto, in un negozio, e me lo lasciai addosso; con la valigia nuova, scesi all’Hotel Nettuno.

            Ero già stato a Pisa quand’ero Adriano Meis, ed ero sceso allora all’Albergo di Londra. Avevo già ammirato tutte le meraviglie d’arte della città; ora, stremato di forze per le emozioni violente, digiuno dalla mattina del giorno avanti, cascavo di fame e di sonno. Presi qualche cibo, e quindi dormii quasi fino a sera.

            Appena sveglio, però, caddi in preda a una fosca smania crescente. Quella giornata quasi non avvertita da me, tra le prime faccende e poi in quel sonno di piombo in cui ero caduto, chi sa intanto com’era passata lì, in casa Paleari! Rimescolìo, sbalordimento, curiosità morbosa di estranei, indagini frettolose, sospetti, strampalate ipotesi, insinuazioni, vane ricerche; e i miei abiti e i miei libri, là, guardati con quella costernazione che ispirano gli oggetti appartenenti a qualcuno tragicamente morto.

            E io avevo dormito! E ora, in questa impazienza angosciosa, avrei dovuto aspettare fino alla mattina del giorno seguente, per saper qualche cosa dai giornali di Roma.

            Frattanto, non potendo correre a Miragno, o almeno a Oneglia, mi toccava a rimanere in una bella condizione, dentro una specie di parentesi di due, di tre giorni e fors’anche più: morto di là, a Miragno, come Mattia Pascal; morto di qua, a Roma, come Adriano Meis.

            Non sapendo che fare, sperando di distrarmi un po’ da tante costernazioni, portai questi due morti a spasso per Pisa.

            Oh, fu una piacevolissima passeggiata! Adriano Meis, che c’era stato, voleva quasi quasi far da guida e da cicerone a Mattia Pascal; ma questi oppresso da tante cose che andava rivolgendo in mente, si scrollava con fosche maniere, scoteva un braccio come per levarsi di torno quell’ombra esosa, capelluta, in abito lungo, col cappellaccio a larghe tese e con gli occhiali.

            «Va’ via! va’! Tornatene al fiume, affogato!»

            Ma ricordavo che anche Adriano Meis, passeggiando due anni addietro per le vie di Pisa, s’era sentito importunato, infastidito allo stesso modo dall’ombra, ugualmente esosa, di Mattia Pascal, e avrebbe voluto con lo stesso gesto cavarsela dai piedi, ricacciandola nella gora del molino, là, alla Stìa. Il meglio era non dar confidenza a nessuno dei due. O bianco campanile, tu potevi pendere da una parte; io, tra quei due, né di qua né di là.

            Come Dio volle, arrivai finalmente a superare quella nuova interminabile nottata d’ambascia e ad avere in mano i giornali di Roma.

            Non dirò che, alla lettura, mi tranquillassi: non potevo. La costernazione che mi teneva, fu però presto ovviata dal vedere che alla notizia del mio suicidio i giornali avevano dato le proporzioni d’uno dei soliti fatti di cronaca. Dicevano tutti, sù per giù, la stessa cosa: del cappello, del bastone trovati sul Ponte Margherita, col laconico bigliettino; ch’ero torinese, uomo alquanto singolare, e che s’ignoravano le ragioni che mi avevano spinto al triste passo. Uno però avanzava la supposizione che ci fosse di mezzo una «ragione intima», fondandosi sul «diverbio con un giovane pittore spagnuolo, in casa di un notissimo personaggio del mondo clericale».

            Un altro diceva «probabilmente per dissesti finanziarii». Notizie vaghe, insomma, e brevi. Solo un giornale del mattino, solito di narrar diffusamente i fatti del giorno, accennava «alla sorpresa e al dolore della famiglia del cavalier Anselmo Paleari, caposezione al Ministero della pubblica istruzione, ora a riposo, presso cui il Meis abitava, molto stimato per il suo riserbo e pe’ suoi modi cortesi». – Grazie! – Anche questo giornale, riferendo la sfida corsa col pittore spagnuolo M. B., lasciava intendere che la ragione del suicidio dovesse cercarsi in una segreta passione amorosa.

            M’ero ucciso per Pepita Pantogada, insomma. Ma, alla fine, meglio così. Il nome d’Adriana non era venuto fuori, né s’era fatto alcun cenno de’ miei biglietti di banca. La questura dunque, avrebbe indagato nascostamente. Ma su quali tracce?

            Potevo partire per Oneglia.

            Trovai Roberto in villa, per la vendemmia. Quel ch’io provassi nel rivedere la mia bella riviera, in cui credevo di non dover più metter piede, sarà facile intendere. Ma la gioja m’era turbata dall’ansia d’arrivare, dall’apprensione d’esser riconosciuto per via da qualche estraneo prima che dai parenti, dall’emozione di punto in punto crescente che mi cagionava il pensiero di ciò che avrebbero essi provato nel rivedermi vivo, d’un tratto, innanzi a loro. Mi s’annebbiava la vista, a pensarci, mi s’oscuravano il cielo e il mare, il sangue mi frizzava per le vene, il cuore mi batteva in tumulto. E mi pareva di non arrivar mai!

            Quando, finalmente, il servo venne ad aprire il cancello della graziosa villa, recata in dote a Berto dalla moglie, mi sembrò, attraversando il viale, ch’io tornassi veramente dall’altro mondo.

            – Favorisca, – mi disse il servo, cedendomi il passo su l’entrata della villa. – Chi debbo annunziare?

            Non mi trovai più in gola la voce per rispondergli. Nascondendo lo sforzo con un sorriso, balbettai:

            – Di’… dite… ditegli che… sì, c’è… c’è… un suo amico… intimo, che… che viene da lontano… Così…

            Per lo meno quel servo dovette credermi balbuziente. Depose la mia valigia accanto all’attaccapanni e m’invitò a entrare nel salotto lì presso.

            Fremevo nell’attesa, ridevo, sbuffavo, mi guardavo attorno, in quel salottino chiaro, ben messo, arredato di mobili nuovi di lacca verdina. Vidi a un tratto, su la soglia dell’uscio per cui ero entrato un bel bimbetto, di circa quattr’anni, con un piccolo annaffiatojo in una mano e un rastrellino nell’altra. Mi guardava con tanto d’occhi.

            Provai una tenerezza indicibile: doveva essere un mio nipotino, il figlio maggiore di Berto; mi chinai, gli accennai con la mano di farsi avanti; ma gli feci paura; scappò via.

            Sentii in quel punto schiudere l’altro uscio del salotto. Mi rizzai, gli occhi mi s’intorbidarono dalla commozione, una specie di riso convulso mi gorgogliò in gola.

            Roberto era rimasto innanzi a me, turbato, quasi stordito.

            – Con chi…? – fece.

            – Berto! – gli gridai, aprendo le braccia. – Non mi riconosci?

            Diventò pallidissimo, al suono della mia voce, si passò rapidamente una mano su la fronte e su gli occhi, vacillò, balbettando:

            – Com’è… com’è… com’è?

            Ma io fui pronto a sorreggerlo, quantunque egli si traesse indietro, quasi per paura.

            – Son io! Mattia! non aver paura! Non sono morto… Mi vedi? Toccami! Sono io, Roberto. Non sono mai stato più vivo d’adesso! Sù, sù, sù…

            – Mattia! Mattia! Mattia! – prese a dire il povero Berto, non credendo ancora agli occhi suoi. – Ma com’è? Tu? Oh Dio… com’è? Fratello mio! Caro Mattia!

            E m’abbracciò forte, forte, forte. Mi misi a piangere come un bambino.

            – Com’è? – riprese a domandar Berto che piangeva anche lui. – Com’è? com’è?

            – Eccomi qua… Vedi? Son tornato… non dall’altro mondo, no… sono stato sempre in questo mondaccio… Sù… Ora ti dirò…

            Tenendomi forte per le braccia, col volto pieno di lagrime, Roberto mi guardava ancora trasecolato:

            – Ma come… se là…?

            – Non ero io… Ti dirò. M’hanno scambiato… lo ero lontano da Miragno e ho saputo, come l’hai saputo forse tu, da un giornale, il mio suicidio alla Stìa.

            – Non eri dunque tu? – esclamò Berto. – E che hai fatto?

            – Il morto. Sta’ zitto. Ti racconterò tutto. Per ora non posso. Ti dico questo soltanto, che sono andato di qua e di là, credendomi felice, dapprima, sai?: poi, per… per tante vicissitudini, mi sono accorto che avevo sbagliato, che fare il morto non è una bella professione: ed eccomi qua: mi rifaccio vivo .

            – Mattia, l’ho sempre detto io, Mattia, matto… Matto! matto! matto! – esclamò Berto. – Ah che gioja m’hai dato! Chi poteva aspettarsela? Mattia vivo… qua! Ma sai che non ci so credere ancora? Lasciati guardare… Mi sembri un altro!

            – Vedi che mi sono aggiustato anche l’occhio?

            – Ah già, sì… per questo mi pareva… non so… ti guardavo, ti guardavo… Benone! Sù, andiamo di là, da mia moglie… Oh! Ma aspetta… tu…

            Si fermò improvvisamente e mi guardò, sconvolto:

            – Tu vuoi tornare a Miragno?

            – Certamente, stasera.

            – Dunque non sai nulla?

            Si coprì il volto con le mani e gemette:

            – Disgraziato! Che hai fatto… che hai fatto…? Ma non sai che tua moglie…?

            – Morta? – esclamai, restando.

            – No! Peggio! Ha… ha ripreso marito!

            Trasecolai.

            – Marito?

            – Sì, Pomino! Ho ricevuto la partecipazione. Sarà più d’un anno.

            – Pomino? Pomino, marito di… – balbettai; ma subito un riso amaro, come un rigurgito di bile, mi saltò alla gola, e risi, risi fragorosamente.

            Roberto mi guardava sbalordito, forse temendo che fossi levato di cervello.

            – Ridi?

            – Ma si! ma sì! ma sì! – gli gridai, scotendolo per le braccia. – Tanto meglio! Questo è il colmo della mia fortuna!

            – Che dici? – scattò Roberto, quasi rabbiosamente. – Fortuna? Ma se tu ora vai lì…

            – Subito ci corro, figùrati!

            – Ma non sai dunque che ti tocca a riprendertela?

            – Io? Come!

            – Ma certo! – raffermò Berto, mentre sbalordito lo guardavo io, ora, a mia volta. – Il secondo matrimonio s’annulla, e tu sei obbligato a riprendertela.

            Sentii sconvolgermi tutto.

            – Come! Che legge è questa? – gridai. – Mia moglie si rimarita, ed io.. Ma che? Sta’ zitto! Non è possibile!

            – E io ti dico invece che è proprio così! – sostenne Berto. – Aspetta: c’è di là mio cognato. Te lo spiegherà meglio lui, che è dottore in legge. Vieni… o meglio, no: attendi un po’ qua: mia moglie è incinta; non vorrei che, per quanto ti conosca poco, le potesse far male un’impressione troppo forte… Vado a prevenirla… Attendi, eh?

            E mi tenne la mano fin sulla soglia dell’uscio, come se temesse ancora, che – lasciandomi per un momento – io potessi sparir di nuovo.

            Rimasto solo, mi misi a fare in quel salottino le volte del leone. «Rimaritata! con Pomino! Ma sicuro… Anche la stessa moglie. Lui – eh già! – la aveva amata prima. Non gli sarà parso vero! E anche lei… figuriamoci! Ricca, moglie di Pomino… E mentre lei qua s’era rimaritata, io là a Roma… E ora devo riprendermela! Ma possibile?»

            Poco dopo, Roberto venne a chiamarmi tutto esultante. Ero ormai però tanto scombussolato da questa notizia inattesa, che non potei rispondere alla festa che mi fecero mia cognata e la madre e il fratello di lei. Berto se n’accorse, e interpellò subito il cognato su ciò che mi premeva soprattutto di sapere.

            – Ma che legge è questa? – proruppi ancora una volta. – Scusi! Questa è legge turca!

            Il giovane avvocato sorrise, rassettandosi le lenti sul naso, con aria di superiorità.

            – Ma pure è così, – mi rispose. – Roberto ha ragione. Non rammento con precisione l’articolo, ma il caso è previsto dal codice: il secondo matrimonio diventa nullo, alla ricomparsa del primo coniuge.

            – E io devo riprendermi, – esclamai irosamente, – una donna che, a saputa di tutti, è stata per un anno intero in funzione di moglie con un altr’uomo, il quale…

            – Ma per colpa sua, scusi, caro signor Pascal! – m’interruppe l’avvocatino, sempre sorridente.

            – Per colpa mia? Come? – feci io. – Quella buona donna sbaglia, prima di tutto, riconoscendomi nel cadavere d’un disgraziato che s’annega, poi s’affretta a riprender marito, e la colpa è mia? e io devo riprendermela?

            – Certo, – replicò quegli, – dal momento che lei, signor Pascal, non volle correggere a tempo, prima cioè del termine prescritto dalla legge per contrarre un secondo matrimonio, lo sbaglio di sua moglie, sbaglio che poté anche – non nego – essere in mala fede. Lei lo accettò, quel falso riconoscimento, e se ne avvalse… Oh, badi: io la lodo di questo: per me ha fatto benissimo. Mi fa specie, anzi, che lei ritorni a ingarbugliarsi nell’intrico di queste nostre stupide leggi sociali. Io, ne’ panni suoi, non mi sarei fatto più vivo.

            La calma, la saccenteria spavalda di questo giovanottino laureato di fresco m’irritarono.

            – Ma perché lei non sa che cosa voglia dire! – gli risposi, scrollando le spalle.

            – Come! – riprese lui. – Si può dare maggior fortuna, maggior felicità di questa?

            – Sì, la provi! la provi! – esclamai, voltandomi verso Berto, per piantarlo lì, con la sua presunzione.

            Ma anche da questo lato trovai spine.

            – Oh, a proposito, – mi domandò mio fratello, – e come hai fatto, in tutto questo tempo, per…?

            E stropicciò il pollice e l’indice, per significare quattrini.

            – Come ho fatto? – gli risposi. – Storia lunga! Non sono adesso in condizione di narrartela. Ma ne ho avuti, sai? quattrini, e ne ho ancora: non credere dunque ch’io ritorni ora a Miragno perché ne sia a corto!

            – Ah, ti ostini a tornarci? – insistette Berto, – anche dopo queste notizie?

            – Ma si sa che ci torno! – esclamai. – Ti pare che dopo quello che ho sperimentato e sofferto, voglia fare ancora il morto? No, caro mio: là, là; voglio le mie carte in regola, voglio risentirmi vivo, ben vivo, e anche a costo di riprendermi la moglie. Di, un po’, è ancora viva la madre… la vedova Pescatore ?

            – Oh, non so, – mi rispose Berto. – Comprenderai che, dopo il secondo matrimonio… Ma credo di sì, che sia viva…

            – Mi sento meglio! – esclamai. – Ma non importa! Mi vendicherò! Non son più quello di prima, sai? Soltanto mi dispiace che sarà una fortuna per quell’imbecille di Pomino!

            Risero tutti. Il servo venne intanto ad annunziare ch’era in tavola. Dovetti fermarmi a desinare; ma fremevo di tanta impazienza, che non m’accorsi nemmeno di mangiare; sentii però infine che avevo divorato. La fiera, in me, s’era rifocillata, per prepararsi all’imminente assalto.

            Berto mi propose di trattenermi almeno per quella sera in villa: la mattina seguente saremmo andati insieme a Miragno. Voleva godersi la scena del mio ritorno impreveduto alla vita, quel mio piombar come un nibbio là sul nido di Pomino. Ma io non tenevo più alle mosse, e non volli saperne: lo pregai di lasciarmi andar solo, e quella sera stessa, senz’altro indugio.

            Partii col treno delle otto: fra mezz’ora, a Miragno.

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