Il dovere del medico di Luigi Pirandello: passaggi e contaminazione dalla novella alla commedia in un atto

image_pdfvedi in PDF

Di Federica Roncati.

Nella novella, in rapporto all’iniziale situazione negativa gli eventi si svolgono seguendo la catena di cause ed effetti scatenati dall’adulterio. Nell’atto, invece, proprio attraverso il titolo Il dovere del medico, la vicenda assume tutt’altro significato. Mettendo infatti l’accento sul ruolo del medico e sui suoi doveri, la dimostrazione dell’assurdità del tentativo di salvare un uomo per condannarlo, diventa l’occasione del rovesciamento di situazione, sancita dal non intervento del medico e dalla sua battuta finale nella quale esprime il dovere di non intervenire.

Indice tematiche

Il dovere del medico. passaggi
Vincent Van Gogh, Ritratto del dottor Gachet, 1890

Il dovere del medico di Luigi Pirandello:
passaggi e contaminazione dalla novella alla commedia in un atto

da Italianisti.it

Il contributo prenderà in esame le modifiche e gli adattamenti che intercorsero nella trasposizione dalla novella Il Gancio, del 1902, successivamente modificata nel 1911 con il titolo Il Dovere del medico dalla quale Pirandello trasse la pièce teatrale. L’atto unico, Il Dovere del Medico, venne rappresentato per la prima volta alla Sala Umberto di Roma, il 20 giugno 1913, dalla Compagnia “Teatro per tutti”, diretta da Lucio D’Ambra e Achille Vitti.[1]

[1] La formazione di D’Ambra e Vitti aveva ripreso l’esperimento di Martoglio dei teatri a sezione. A differenza di Martoglio i due capocomici preferirono mettere in scena soprattutto atti unici di autori italiani.

Venne successivamente pubblicato in “Noi e il Mondo”, mensile diretto dallo stesso D’Ambra, nel gennaio del 1912. Comparve, infine, nella raccolta Bemporad del 1926.[2]

[2] L’atto unico pubblicato nel 1912 subì una revisione linguistica prima di essere introdotto nell’edizione Bemporad. Presentava un linguaggio troppo letterario che andava snellito per la scena. L’edizione Mondadori, qui analizzata, si rifà alla stesura definitiva del 1926. Si veda Il dovere del medico, in Maschere Nude, Milano, Mondadori, 1934, vol. XX, 31-64; in Maschere Nude, Milano, Mondadori, 1950, vol. III, pp. 445-461; in Maschere nude, Milano, Mondadori, 1986, vol. II, pp. 459-478; in Maschere Nude, a cura di Alessandro d’Amico, Milano, Mondadori, 1986, vol. I, pp. 82- 101; in Maschere Nude, a cura di Italo Borzi, Roma, Newton Compton, 2001, pp. 820-889 e Il dovere del medico, in Novelle per un anno, Milano, Mondadori, 1949, vol. I, pp. 351-376; in Novelle per un anno, Milano, Mondadori, 1956, vol. I, pp. 384-408; in Novelle per un anno a cura di Italo Borzi, Roma, Newton Compton, 2001, pp. 207-220.

La trama è comune a novella e atto. Il protagonista: Tommaso Corsi, sorpreso dal marito della sua amante, il sostituto procuratore Neri, in flagrante adulterio, è costretto ad ucciderlo per evitare di essere ucciso a sua volta, ma Tommaso dopo aver visto l’amante gettarsi dalla finestra e il corpo esangue del Neri tenta il suicidio sparandosi al torace. A questo punto è introdotta la figura del medico che lo salva, contro la volontà dello stesso Corsi, e lo cura perfettamente, fornendo così prova della sua capacità professionale. Ristabilitosi però, Tommaso Corsi scopre che dovrà affrontare un processo per omicidio ed un’eventuale condanna. Decide, quindi, di lasciarsi morire dissanguato in seguito ad un eccesso d’ira che gli ha riaperto la ferita. Il dovere del medico, a questo punto, sarà quello di non costringerlo ad una vita che non apparirà più tale ma di rispettare la volontà del malato. La soluzione pirandelliana riguardo questo delicato tema si basa sull’idea della libertà umana che nessuno può coartare, nemmeno in una situazione così drammatica.

La vicenda si snoda in una non precisata località dell’Italia meridionale e l’ambientazione geografica enfatizza maggiormente l’adulterio e l’omicidio. I personaggi che ruotano intorno a Tommaso Corsi, infatti, lo hanno già condannato a causa della loro ristretta mentalità piccolo-borghese e non considerano sufficiente l’autopunizione inflittasi dal protagonista.

La novella che Pirandello pubblica sulla «Settimana», nel 1902, è significativamente intitolata: Il gancio. Il titolo è quindi costituito dalla metafora del gancio che può essere interpretata sia come il simbolo dell’attaccamento alla vita da parte di Tommaso, soprattutto nella novella, nella quale il protagonista si aggancia anche all’ultimo sprazzo vitale pur di sopravvivere sia come il simbolo dell’immobilità che inchioda il protagonista nella condizione di colpevole. Attraverso la modifica del titolo in Il Dovere del medico, Pirandello elimina, quindi, una chiave di lettura importante modificando in maniera radicale il senso della vicenda: nella novella è Tommaso il protagonista, vittima delle conseguenze dell’adulterio, nell’atto unico il fulcro è la contraddittorietà del dovere del medico. Tra le ragioni che possono aver condotto l’autore ad operare questa modifica la più importante è che nell’atto Pirandello non avrebbe potuto dare il giusto risalto ai fatti descritti nella novella. Nell’atto, la convalescenza e la guarigione di Tommaso diventano antefatti raccontati attraverso poche battute dai protagonisti. Il cambiamento era, quindi, inevitabile, per un corretto orientamento della lettura.

Il titolo Il gancio esprimeva, inoltre, una linearità narrativa troppo simile a quel codice naturalistico che Pirandello voleva evitare. [3]

[3] Sull’argomento del cambiamento di titolo dalle novelle all’atto unico si veda Giovanni Cappello, Quando Pirandello cambia titolo; occasionalità o strategia? Milano, Mursia, 1986.

Nella novella, in rapporto all’iniziale situazione negativa gli eventi si svolgono seguendo la catena di cause ed effetti scatenati dall’adulterio (che metaforicamente è il gancio che opprime Tommaso). Sempre nella novella, sia il primo tentativo di suicidio sia il secondo che si presume riuscito ci appaiono, quindi, attraverso questo orientamento diretti esiti della causa scatenante e Tommaso appare sottrarsi alla inevitabile catena delle conseguenze in una sorta di ultima protesta dell’individuo. Nell’atto, invece, proprio attraverso il titolo Il dovere del medico, la vicenda assume tutt’altro significato. Mettendo infatti l’accento sul ruolo del medico e sui suoi doveri, la dimostrazione dell’assurdità del tentativo di salvare un uomo per condannarlo, diventa l’occasione del rovesciamento di situazione, sancita dal non intervento del medico e dalla sua battuta finale nella quale esprime il dovere di non intervenire. Il titolo mette così in primo piano non l’aspetto falsamente eroico e ribellistico del suicidio, ma il valore di un’argomentazione sottile, che esso racchiude in sé, e che va ben al di là delle comuni opinioni borghesi. Notevoli le differenze strutturali tra novella e atto. Tutta la prima parte che nella novella illustra in maniera naturalistica la genesi del dramma risulta ovviamente abolita nell’atto unico. La novella si presenta suddivisa in sette paragrafi, e solamente l’ultimo corrisponde in parte all’atto unico: nell’atto, per i primi sei, il drammaturgo utilizza dei flash-back che riescono a far comprendere l’antefatto senza appesantire la narrazione. La somiglianza tra il settimo paragrafo della novella e l’atto è convalidata non soltanto dal punto di vista contenutistico ma anche da quello formale. Le ultime cinque pagine della novella sono interamente dialogate, anche se il dialogo non segue alla lettera quello dell’atto, ma le battute sono quasi simili fatta eccezione per qualche spostamento nell’ordine. La novella si svolge in più tempi mentre l’atto inizia dopo che l’omicidio-suicidio è avvenuto e la moglie del Corsi risulta già essere informata dei fatti. Nella novella, la moglie Adriana (nell’atto si chiamerà Anna), risultava essere ignara dell’accaduto e come i lettori apprendeva il fattaccio da sua madre, accorsa per prelevare figlia e nipoti dalla casa dello scandalo.

Nella novella troviamo: all’inizio Adriana che sorride osservando i figli che giocano, l’arrivo del marito in barella trasportato per le scale, il successivo arrivo della madre che racconta con dovizia di particolari ciò che è avvenuto, il trasporto del Corsi nella camera da letto, lo stato di incoscienza del medesimo che dura giorni e il risveglio di quest’ultimo. Nell’atto, come si può ben comprendere, sono state tagliate quelle parti che sarebbero risultate difficoltose per una messa in scena a causa dei frequenti cambi d’ambientazione e soprattutto perché presupponevano una scansione cronologica troppo lunga, impensabile per un atto unico che presenta l’unità spaziale e temporale. Nell’atto Tommaso Corsi si trova già a letto sorvegliato da un questurino; Anna e sua madre discorrono e fanno trapelare l’accaduto e successivamente il Corsi viene trasportato su di un seggiolone al centro della scena. Pirandello risolve in tal modo il problema che potrebbe creare una recitazione in un letto e taglia tutta la parte dello stato di semi-incoscienza del protagonista e delle cure dei medici (nella novella sono due nell’atto uno), improponibile per la messa in scena. La novella presenta, quindi, un andamento diacronico, con molti colpi di scena che si susseguono e distraggono dal problema centrale (il diritto di vivere una vita dignitosa). L’atto unico, invece, è strutturato con una maggior sintesi grazie anche alla diminuzione del numero dei personaggi e all’eliminazione delle troppe scene bozzettistiche della novella. Altre due figure, inoltre, non arrivano alla scena: un giornalista, tal Lello Vivoli, e l’aiutante del dottore: Cosimo Sià.

Nella novella l’episodio del giornalista scadeva eccessivamente nel bozzettismo in quanto Pirandello ci presentava Vivoli come un intruso che approfittando della confusione s’intrufolava in casa dei Corsi, noncurante della tragedia appena avvenuta e interessato solo a procurarsi informazioni. Per ottenere notizie riusciva anche a parlare con La signora tozza del primo piano (altra figura abolita nella trasposizione) e ad entrare nella stanza del Corsi agonizzante. A questa implicita accusa pirandelliana verso l’insensibilità dei mezzi stampa se ne aggiungeva un’altra contro la vanagloria e il cinismo di alcuni medici. Sempre nella novella, il giornalista, entrato nella stanza stringeva la mano solo al dottore e non all’assistente, quest’ultimo gretto e meschino, pronto solo a mettersi in mostra. Il dottor Vocalopulo (nome fortemente ironico modificato nell’atto in Lecci) a sua volta chiedeva al giornalista di scrivere il suo nome nell’articolo, dal momento che il paziente era affidato alle sue cure, ottenendo in tal modo la giusta ricompensa alla perfetta deontologia professionale. Grazie a quest’ultima, infatti, secondo Pirandello, si considerano i malati come dei casi clinici e non come degli uomini. Nell’atto unico, poiché è il dovere del medico il vero problema, la figura del dottor Lecci viene modificata: perde quelle connotazioni negative riscontrate nella novella e acquista maggior importanza grazie al contrasto tra la sua coscienza d’uomo e il senso del dovere impostogli dalla professione. Agirà però secondo coscienza, rendendosi in qualche modo responsabile della morte del paziente. La sconfitta della deontologia medica avverrà con l’ultima battuta dell’atto, dalla quale deriva anche il titolo della vicenda. L’atto si conclude con il gesto di Corsi che impedisce al dottore di fasciare la ferita riaperta. Lecci, infatti, dopo aver tentato di soccorrerlo ed essere stato bloccato da un suono rauco, di minaccia di Tommaso esclama: «[…] No, no. Ha ragione. Hanno sentito? Io non posso. Non debbo». Nell’atto unico Pirandello suddivide fra diversi personaggi: Tommaso stesso, la moglie Anna e l’avvocato Cimetta, le battute che nella novella erano pensate da Tommaso e raccontate in forma indiretta dal narratore.

Pirandello utilizza quindi la tecnica di tradurre il discorso indiretto libero della novella nelle battute dei personaggi dell’atto. Sia nella novella sia nell’atto la vittima, il Neri, è descritta attraverso termini negativi: quasi un tentativo di giustificare l’omicidio da parte di Tommaso. Il Corsi aveva infatti un terzo figlio che il Neri tenne a battesimo e che purtroppo morì poco dopo. L’accusa che viene mossa a Neri è quella di essere uno iettatore. Nella trasposizione teatrale anche la madre di Anna, la signora Reis, subisce un sottile cambiamento. Puramente finalizzata alla messa in scena è, infatti, la modifica spazio-temporale che la vuole immediatamente presente fin dalle prime battute e in dialogo prima con il questurino e poi con la figlia; a differenza della novella, dove compariva molto dopo per portare la notizia di come si fosse ferito il marito ad Anna. Nell’atto, tuttavia, la vera metamorfosi si trova nell’animo della Signora Reis. Presentataci sia nella novella sia nell’atto come una donna dignitosa nonostante le sofferenze, nella novella ci appare più imborghesita e superficiale. Vuole, infatti, portare via da quella casa la figlia e i nipoti, lasciando il genero al suo destino. Mostra, così, di dare molta importanza alle dicerie che sarebbero di lì a poco scaturite. Non riuscendo, però, a persuadere la figlia giura che non metterà mai più piede in quella casa e porta con sé i nipoti. Nell’atto troviamo, invece, la signora Reis già a casa della figlia e capiamo dalle parole di Anna che essa è ritornata. Pirandello tenta, quindi, di nobilitare questo personaggio e salvarlo dalla maschera borghese. Un’altra modifica meno evidente è la presentazione di Tommaso Corsi.

Nella novella lo ritroviamo sempre a letto, semi-cosciente e prossimo alla morte. La sua fine sembra segnata. Nell’atto, invece, Pirandello lo fa entrare in scena in piedi, mentre cammina a fatica e ha, però, sul volto un sorriso mesto. Il drammaturgo tenta quindi un reinserimento del personaggio nella vita: è gia alzato: quindi sta meglio (risolve in questo modo anche la lunga parte delle cure dei medici presente nella novella), e soprattutto sorride. Questo fatto implica che la coscienza del personaggio si sta riappropriando della sua esistenza e la scoperta che la Legge potrebbe nuovamente togliergliela porta Tommaso al gesto finale che nell’atto risulta per questo motivo più tragico. Comincia a questo punto la lotta dei personaggi pirandelliani contro le false convenzioni e l’opinione comune per la quale l’apparenza vale molto di più della realtà profonda. Sia nella novella sia nell’atto la verità di Tommaso (l’essersi già autopunito con il tentativo di suicidio) è una verità soggettiva, ma vera, rispetto alle verità oggettive che incolpano gli altri senza trascendere dal fatto in sé. Questa verità oggettiva per Pirandello è presunta, pura finzione. Il tentativo di suicidio ha per Tommaso valore assolutorio per i soliti “altri” è una controprova della sua colpa e del suo tentativo di “farla franca” ad ogni costo. Tommaso ha quindi obbedito alla legge sociale del duello (il marito tradito che spara e l’amante che lo uccide per legittima difesa) e alla legge interiore del riscatto morale, attraverso il primo tentato suicidio. Purtroppo non ha calcolato le convenzioni sociali e il rispetto delle leggi insensibili e spesso aprioristiche, infatti, dopo la prospettiva della prigione ventilatagli dall’avvocato Cimetta deciderà di morire.

Sia nella novella sia nell’atto, il secondo tentativo di darsi la morte, per Tommaso, è tutt’altro che liberatorio. Giungerà, infatti, dopo sofferenze atroci e culminerà con lo sgomento e l’orrore (la moglie, infatti, accorsa per vedere come mai il marito stesse nuovamente male troverà la camicia di questo intrisa di sangue e ritrarrà le mani atterrita). Nella sostanza il tradito è Tommaso perché non poteva immaginarsi la reazione sconsiderata del Nori, uomo spregevole e debole. Nella forma, invece, il tradito è Nori, il cui cadavere incombe e traspare dalle pagine e chiede vendetta. Nel mondo di Pirandello non si trova spazio per l’espiazione o per la rassegnazione al dolore. Il suicidio è rivendicato, attraverso echi della filosofia stoica, come un diritto dell’uomo che se non può scegliere il modo di vita a lui adatto, può scegliere, però, il modo e il momento di morire.

Si è quindi compreso come Il dovere del medico abbia subito numerose trasformazioni nel passaggio dalla novella all’atto, poiché in questo caso Pirandello ha scelto una novella per il contenuto tematico. Trama delicata, inoltre, per le implicazioni etiche e morali: la deontologia medica, l’adulterio, l’omicidio, il diritto di scegliere quando e come morire.

Federica Roncati

Settembre 2010

Leggi «Il dovere del medico», la novella
Leggi «Il dovere del medico», l’atto unico

Indice tematiche

Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come vuoi essere citato a
collabora@pirandelloweb.com

Shakespeare Italia

Skip to content