1913 – Il dovere del medico – Dramma in un atto

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La soluzione pirandelliana di questo delicato tema si basa sull’idea di una libertà umana che nessuno può coartare, nemmeno in una situazione così drammatica. E ancora una volta c’è la contrapposizione tra il tribunale degli uomini e quello della propria coscienza.

FONTE «Il gancio» 1902, poi intitolato «Il dovere del medico»
STESURA 1911
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 20 giugno 1913 – Roma, Sala Umberto I, Compagnia del «Teatro per tutti» diretta da Lucio d’Ambra e Achille Vitti

Approfondimenti nel sito:
Sezione Novelle – Il dovere del medico
Sezione Tematiche – Federica Roncati – Il dovere del medico: passaggi e contaminazione dalla novella alla commedia in un atto

««« Elenco delle opere in versione integrale
««« Introduzione al Teatro di Pirandello.

Il dovere del medico
Vincent Van Gogh, Ritratto del dottor Gachet, 1890

Premessa

         È un atto unico tratto dalla novella Il gancio (1902), successivamente intitolata Il dovere del medico (1911). Scritta nel 1911, la commedia fu rappresentata per la prima volta alla Sala Umberto di Roma, il 20 giugno 1913, dalla Compagnia Teatro per tutti, diretta da Lucio D’Ambra e Achille Vitti. Era stata pubblicata in Noi e il Mondo nel gennaio 1912, e successivamente uscirà in volume da Bemporad, Firenze, nel 1926.

         Un medico ha il dovere di salvare vite umane; ma ha il diritto di restituire alla vita chi aveva deciso di togliersela? E la protesta di Tommaso Corsi: egli era stato costretto a uccidere per legittima difesa il sostituto procuratore Neri, marito della sua amante, che lo aveva assalito, dopo averlo sorpreso in flagrante con lei; poi aveva deciso di suicidarsi: «Mi ero ucciso. Viene lui. Mi salva. Con quale diritto gli domando io ora?». Tanto più che il medico non era in grado di restituirgli una vita priva di pene, libera e gradevole: ora egli sarà giudicato e finirà in prigione. Nessuno al mondo riconoscerà quanto ha sofferto per aver tentato di uccidersi e per ristabilirsi, peraltro contro la sua volontà. Di tutte queste pene che non servono a pagare il suo debito con la giustizia, il medico è responsabile.

         Tommaso Corsi finirà per strapparsi le bende sotto gli occhi sgomenti del medico che l’aveva salvato. La ferita s’è riaperta, i presenti incitano concitatamente il professionista a intervenire; ma Corsi lo arresta, mentre egli s’era avvicinato istintivamente, con un rauco suono di minaccia. Il medico conclude dando ragione al suicida: «No, no. Ha ragione. Hanno sentito? Io non posso. Non debbo».

         La soluzione pirandelliana di questo delicato tema si basa sull’idea di una libertà umana che nessuno può coartare, nemmeno in una situazione così drammatica. E ancora una volta c’è la contrapposizione tra il tribunale degli uomini e quello della propria coscienza. Tommaso Corsi ritiene d’aver pagato abbondantemente il suo atto inconsulto con la grande sofferenza patita. E proprio il pensiero di un’ulteriore condanna, che gli balena all’improvviso, a convincerlo che il medico se non aveva il potere di rendergli una vita degna d’essere vissuta, non aveva alcun diritto di costringerlo a vivere.

   Trama

Adriana Montesani, giovane borghese benestante, moglie felice del brillante Tommaso Corsi, vede un giorno interrompersi bruscamente la sua felicità allorché il marito viene urgentemente riportato a casa in barella perché ferito al petto da un colpo di arma da fuoco. A riportare Tommaso a casa è lo stimatissimo dottor Vocalòpulo che, chiaramente in imbarazzo davanti alle pressanti domande di Adriana in merito alla ferita, inizialmente attribuisce la stessa all’infelice esito di un duello.

Ma il frenetico susseguirsi degli eventi (l’arrivo impetuoso della severissima madre di Adriana, infuriata con Tommaso, la presenza strana di un giornalista, la folla di curiosi accalcatisi  sul portone di casa Corsi e, soprattutto, la presenza dei gendarmi), illumina Adriana sulla ben più amara verità: Tommaso è stato ferito da un sostituto Procuratore del re, che lo aveva sorpreso insieme alla moglie in atteggiamento inequivocabile. A sua volta, per difendersi, egli aveva fatto fuoco con la pistola che portava sempre con sé, causando la morte del marito tradito. Da quel momento, attorno al capezzale di Tommaso in grave pericolo di vita si dipana una complessa trama di reazioni emotive e di giochi mentali: Adriana rifiuta di accogliere in sé la visione di un marito fedifrago, giudicando il tutto come una scappatella “…una debolezza, nella quale nessun uomo forse sa o può guardarsi dal cadere”.

La madre di Adriana, a sua volta, si erge in un implacabile e inappellabile giudizio di condanna morale; il dottor Vocalòpulo vede innanzi a sé non un paziente da curare, ma la possibilità di accrescere la sua già notevole fama mediante il merito di aver salvato uno stimatissimo cittadino; il suo assistente, il dottor Sià, da uomo mediocre qual è, vive di riflesso, cercando di ritagliarsi una sia pur minima porzione di gloria accanto al suo mentore, mentre il giornalista, Vivoli, gestisce la cronaca dell’accaduto con tutto il cinismo possibile.

Tutto ciò, di per sé non molto insolito, è terreno preparatore per il gioco di paradossi che Pirandello ancora una volta ci offre.

Alla fine, Tommaso guarirà dalla ferita, ma sarà allora il momento in cui gli si farà presente da parte di Vocalòpulo, di Adriana e dell’illustre avvocato Cimetta, appositamente convocato, che deve affrontare un processo per omicidio, tanto più delicato in quanto omicidio di un Regio Procuratore. Qui scatta il tema pirandelliano: Tommaso, uomo forte, sicuro di sé, perfino solitamente troppo pieno di se stesso, darà la colpa di tutto a Vocalòpulo, colpevole di avergli salvato la vita. Perché, dirà Tommaso, gli è stata salvata la vita, se poi non potrà fruirne a suo piacimento, dato che finirà in prigione? Qual è il merito di questo medico che, salvandolo dalla morte, lo ha restituito a una vita che, in buona sostanza, non è più sua, ma del magistrato giudicante? Cosa importa il dovere del medico di salvare la vita del paziente, se conseguenza di ciò è far finire lo stesso alla berlina? Tutto ciò porta all’inevitabile assurdità del finale, in sé perfino un po’ macabro: in seguito allo sforzo dovuto all’ira, la ferita di Tommaso, pure ormai convalescente, si apre, ma quando il dottore, davanti ad Adriana, davanti a Cimetta, si muove per arrestare il fiotto di sangue che sgorga, un gemito rabbioso di Tommaso lo ferma ed egli tristemente, con lucidissima rassegnazione afferma:
“Ha ragione (…) Hanno sentito? Io non posso, non debbo…”

Il dovere del medico
Dramma in un atto – 1913

Personaggi

Tommaso Corsi
Anna, sua moglie
La signora Reis, madre di Anna
Il dottor Tito Lecci
L’avvocato Franco Cimetta
Rosa, cameriera
Un Questurino
Un Infermiere, che non parla

In una città dell’Italia meridionale, tempo presente.

            Una stanza di passaggio in casa Corsi, con armadii, un lavabo, un’ottomana, una grande antica poltrona, una gruccia con abiti appesi, seggiole, ecc. ecc. Una finestra guarnita con tende a sinistra (dello spettatore). Due usci: uno, in fondo, che dà nella camera da letto; l’altro, a destra: entrambi con tende. Al levarsi della tela sono in iscena la signora Reis e il Questurino: questi, se­duto presso l’uscio a destra, di guardia, in atteggiamento di stanchezza e di noja; quella, in piedi, presso l’ottomana, cupa arcigna impaziente: è vestita di nero, con la cuffia vedovile sui capelli lanosi; gli occhi, sotto le folte ciglia aggrottate, le lampeggiano d’odio e di diffidenza nel volto pallido e aspro, contratto e macerato dall’ angoscia e dai dolori. E lì, evidentemente, in attesa; e due o tre volte guata il Questurino di guardia, come se volesse domandargli qualche cosa, ma si trattiene.

SIGNORA REIS (alla fine risolvendosi, con durezza): Farete qua la guardia ancora per molto tempo?

QUESTURINO: No, signora. Forse finiremo oggi.

SIGNORA REIS: Ah, oggi? Finalmente! Ve lo porterete via?

QUESTURINO: Non lo so di certo. Mi pare d’aver sentito dire così. Entra dall’uscio di fondo Rosa, che subito cautamente lo richiude, e dice alla signora Reis:

ROSA: Ecco, viene subito. (Indica l’uscio da cui è entrata e va via per l’uscio a destra.)

Pausa d’attesa, piuttosto lunga. Alla fine, l’uscio infondo si riapre, e appare Anna, che subito con la stessa cautela lo richiude. Ha circa trent’anni; di­sfatta nella disperazione d’un cordoglio atroce, spettinata, con gli occhi quasi bruciati dal pianto e dalle veglie. Accorre alla madre, con le braccia aperte; si abbandona su lei, soffocando i singhiozzi irrompenti.

ANNA: Mamma, mamma mia! mamma mia! (Si domina, si stacca dalla madre e si volge al Questurino:) Non potrebbe, scusi, ritirarsi un momento? stare anche dietro l’uscio dall’altra parte?

QUESTURINO: Veramente, l’ordine che ho io è di crescere, non di scemare la sorveglianza.

ANNA: Ma se non può neanche muoversi da sé sul letto!

QUESTURINO (perplesso): Capisco, ma… (Risolvendosi:) Per un momentino, sis­signore.

ANNA: Grazie. Prenda pure di là codesta seggiola. Il Questurino s’inchina e si ritira dietro l’uscio a destra, con la sedia.

ANNA (rivolgendosi alla madre e riabbracciandola): Ah, mamma! Ti sono tanto riconoscente che tu sia ritornata! No, non ti rimprovero d’avermi la­sciata sola.

SIGNORA REIS: Non volesti seguirmi; volesti rimanere qua, ad assistere a queste belle scene; per ridurti in codesto stato!

ANNA: Ma come avrei potuto lasciarlo, mamma; che dici? Ti ringrazio d’aver portato via con te i ragazzi. Come stanno? Didì? Federico?

SIGNORA REIS: Stanno bene.

ANNA: Anche Didì?

SIGNORA REIS: Tutti e due. Ma verrai via presto anche tu, a quanto pare. M’hanno detto che se lo porteranno via oggi.

ANNA (stupita, costernatissima): Oggi? Chi te l’ha detto?

SIGNORA REIS: La guardia.

ANNA: Oggi? Ma non è possibile! T’ha detto così? (Corre all’uscio a destra e chiama il Questurino:) Senta, venga qua. (E subito al Questurino che rientra impacciato:) Ma come, oggi? Ve lo porterete via oggi?

QUESTURINO: Sicuro non lo so, signora. Mi pare d’avere inteso così.

ANNA: Ma se è ancora a letto! La ferita non è ancora rimarginata. Il medico non lo permetterà. E ancora sotto la responsabilità del medico. Jersera ap­punto ha detto che oggi per la prima volta vedrà se potrà farlo alzare per qualche minuto.

SIGNORA REIS: Se già può alzarsi!

ANNA: Ma che! Non si regge in piedi! Neanche a sedere sul Ietto, se non è te­nuto. (Ritornapresso l’uscio, a destra, e chiama:) Rosa! Rosa! (Alla madre e al Questurino:) Sarebbe un’infamia! (E subito a Rosa, che si presenta all’u­scio a destra:) Manda subito Enrico a casa del dottore a dirgli che venga qua; subito, senza perder tempo.

ROSA: Ho capito. Sissignora. (Via.)

ANNA: Proprio in questo momento, che comincia a riaversi appena! Dopo aver fatto tanto per salvarlo!

QUESTURINO: Io sto qua agli ordini, signora. Posso per un momento ritirarmi.

ANNA: Ma sì, stia sicuro: non può muoversi. Il Questurino torna a ritirarsi.

ANNA (aprendo le braccia e levando il volto, disperatamente): Anche questo! Dopo tanto strazio, quest’altro strazio!

SIGNORA REIS: Non ha voluto morire! Assassino.

ANNA: Ah, mamma, tu l’odii: tu non gli perdoni.

SIGNORA REIS (con aspra foga): L’odio, sì, l’odio per tutto quello che t’ha fatto patire, per l’ignominia che ha gettato su te, sui figli, su tutta la mia casa! E ancora non è finita! Poteva almeno morire!

ANNA: Sarebbe stato meglio, certo, anche per lui, che fosse morto sul colpo. Ma credi, mamma, che egli volle morire.

SIGNORA REIS: Io vedo questo: che il Neri, sì, lo seppe uccidere; e lui è ancora vivo là.

ANNA: Si tirò al cuore.

SIGNORA REIS: Alla testa doveva tirarsi, alla testa!

ANNA: E tre, quattro volte s’è strappate le fasce dal petto. Hanno voluto sal­varlo i medici, per forza. Quel che hanno fatto, notte e giorno qua, attorno a lui ! Ma credi, credi che ha fatto anche lui di tutto per morire.

SIGNORA REIS: Sfido! Sa quello che lo aspetta!

ANNA: No, mamma. Per punirsi. Tu non sai vedere altro che il fatto.

SIGNORA REIS: Non è più, forse, un assassino, perché ha voluto morire? Non ha ucciso il Neri? Non ti tradiva con la moglie del Neri?

ANNA: Sì, SÌ.

SIGNORA REIS: Dici ch’io vedo soltanto i fatti!

ANNA: Ma ci sono pure tante cose che tu non puoi sapere e che io so.

SIGNORA REIS: Ecco che parli come lui! Dio, mi par di sentirlo! I fatti che non sono fatti: sacchi vuoti che non si reggono… Così, così t’ha sempre ingannata, accecata…

ANNA: Ma no, mamma.

SIGNORA REIS: Sì, sì, accecata, accecata.

ANNA: Era una furia di vivere, la sua, senza riflettere.

SIGNORA REIS: Senza scrupoli!.

ANNA: Sì, come vuoi. Mi sono fermata tante volte per giudicare tra me e me qualche sua azione; ma non dava tempo al giudizio, come non dava peso ai suoi atti. Inutile richiamarlo indietro a considerare il mal fatto. Una scrollata di spalle, un sorriso, e via. Bisognava che andasse avanti, comunque, senza indugiarsi a riflettere tra il bene e il male.

SIGNORA REIS: Ah, lo sai dire!

ANNA: Ma in questa sua furia continua, vedi, nessun vizio gli s’era mai attac­cato: restava schietto; e sempre lieto; con tutti alla mano. A trent’otto anni, un fanciullo, capace di mettersi a giocare sul serio con Didì e Federico, fino ad arrabbiarsi; e dopo dieci anni, ancora con me… ancora… No, no… Forse qualche torto passeggero, qualche inganno… Ma che mentisse con me, no: la menzogna, no; non poteva mentire con quelle labbra, con quegli occhi, con quel sorriso che rallegrava tutti i giorni la casa. Angelica Neri? Ma vuoi sul serio che mi abbassi fino a credere che Tommaso, tra me e lei… Guarda, non era per lui nemmeno un capriccio; niente, la prova soltanto d’una debolezza nella quale forse nessun uomo sa o può guardarsi dal cadere. E non poteva farsi scrupolo neppure dell’amicizia col marito, che sapeva bene che razza di donna fosse sua moglie e lo strazio che faceva del suo onore, con tutti, apertamente. Ma se qua, ti dico qua, in casa nostra, sotto gli occhi di lui, sotto i miei stessi occhi, cercava di sedurre Tommaso, con quei lezii da scimmia ma­lata: qua, qua. Me ne sono accorta io, e lui no? Ne abbiamo tanto riso in­sieme, io e Tommaso! Sì, sì: ne ridevamo! ne ridevamo! (Scoppia, irrefrenabilmente, in una convulsione di riso e pianto insieme.)

SIGNORA REIS: Figliuola mia, figliuola mia! Tu impazzisci!

ANNA: Mi fai impazzire tu! I fatti… i fatti… i fatti sono questi, che lui sapeva, e non solo di Tommaso, ma di tutti; e non se n’era mai curato. All’ultimo ha voluto far questa tragedia, mentre doveva uccidere soltanto la moglie, come una cagna arrabbiata, e non l’avrebbe pagata niente! I fatti… Ma allora pos­sono anche dire che Tommaso portava la rivoltella per il Neri? Mentre l’ha sempre portata per i suoi lavori d’appalto in campagna. Entrano a questo punto il dottore Tito Lecci e l’avvocato Franco Cimetta: il primo, alto, rigido, conforti lenti da miope; il secondo, più vecchio, con un’ar­guta barbetta quasi bianca e capelli lunghi ancor neri, volti all’indietro.

ANNA: Ah, ecco il dottore! C’è anche lei, avvocato?

LECCI: Questa chiamata improvvisa… Che c’è di nuovo?

ANNA (indicando la madre a Cimetta): La mamma. (Poi, volgendosi al Lecci:) Ah, dottore, mi vogliono fare impazzire. Se lo vogliono portar via oggi!

LECCI: Ma no, chi l’ha detto?

ANNA: La guardia, là. Glielo domandi. Ha detto così.

LECCI: Oh, l’impediremo, stia tranquilla: l’impediremo. Andrò io, ora stesso, dal Commissario. Verrai anche tu, Cimetta?

ANNA: Sì, sì, vada, vada anche lei, avvocato!

CIMETTA: Per me, pronto: ora stesso. E qua a due passi.

LECCI: Non se ne dia pensiero. Senza il mio consenso, non possono portarlo via. Eh, non ci mancherebbe altro, in questo momento. (A Cimetta:) Ab­biamo operato un miracolo, amico mio, un vero miracolo.

ANNA: Lo vedi, mamma, se è vero? Più che su lui, contro di lui.

LECCI (senza dare importanza alla cosa): Già, sì. Qualche resistenza. Forse nel delirio. La resistenza vera, caro mio, l’ho trovata in un cumulo di com­plicazioni, una più grave dell’altra e inopinate, che costringevano a ripari improvvisi e spesso opposti tra loro, e tutti d’un tale rischio che, credi pure, avrebbero scoraggiato e fatto indietreggiare chiunque altro al mio posto. Se per un momento mi fossi lasciato vincere dalla minima esitazione, da una perplessità, addio! Posso dire di non aver mai avuto dall’esercizio della mia professione una soddisfazione uguale a questa.

CIMETTA (ad Anna): Io le chiedo scusa, signora, se non sono venuto prima a condolermi con lei. Ma creda che sono rimasto atterrato da questo scoppio inatteso che ha costernato tutta la città. Finora qua c’è stato bisogno del medico. Ora che, purtroppo, ci sarà bisogno anche di me, sono venuto, non chiamato, perché conosco la fiducia che Tommaso ha sempre avuto in quel poco che valgo.

LECCI: Ho pregato io il nostro caro amico di venire oggi con me, perché sarà bene cominciare intanto a preparare il convalescente alla dura necessità a cui deve andare incontro.

ANNA: Sarà orribile, dottore: pare non ne abbia sospetto, almeno finora. È come un bambino. Si commuove, piange, ride di nulla. E proprio questa mat­tina mi diceva che, appena rimesso, vuol andare in campagna, in villeggiatura, per un mese.

SIGNORA REIS: Eh sì, proprio in villeggiatura!

CIMETTA: Povero Tommaso!

LECCI: Aspettiamo ancora qualche giorno. Intanto, gli faremo vedere l’avvo­cato. Non è possibile che il pensiero della responsabilità non gli s’affacci.

ANNA: E lei crede, avvocato, che sarà grave?

CIMETTA (chiudendo gli occhi, aprendo le braccia): Signora mia… (Anna si copre il volto con le mani.)

LECCI: Su, su, non è tempo adesso di costernarci di questo! Per ora è tran­quillo. Non ha notato nulla di nuovo da jersera?

ANNA: No, nulla.

LECCI: Bene. Vada allora di là e si faccia ajutare dall’infermiere a vestirlo e a levarlo dal letto; pian piano, eh? e veda un po’ se, sorretto, potrà provarsi a muovere qualche passo. Noi intanto, io e l’avvocato, passeremo dal Commissario. Saremo di ritorno tra pochi minuti. Su, sii, coraggio, signora Anna. Ne ha avuto tanto!

ANNA (col volto tra le mani): Non ne ho più! non ne ho più!

CIMETTA: E bisogna averne!

LECCI: La prego, signora.

ANNA (dominandosi): Eccomi. (Si prova a sorridere.) Va bene così? Dunque, a rivederla, avvocato. (Gli stringe la mano; poi, al dottore:) A rivederla. Tu, mamma?

SIGNORA REIS (fosca, veemente): Io vado via, vado via!

ANNA: Eh, lo so…

SIGNORA REIS: Addio.

ANNA: I bambini. Salutameli. (Anna, via, per l’uscio infondo.)

CIMETTA: Povera signora, non si riconosce più!

SIGNORA REIS (investendolo): Ma lo facciano andar via subito! dentro, subito, quest’assassino! per pietà, per pietà della mia povera figliuola!

LECCI: Sarà questione d’un giorno, signora mia: se non oggi, domani. (A Ci­metta:) E stata una concessione straordinaria, lasciarlo qua, alle nostre cure fino ad ora: guardato, va bene, ma anche con tutta la larghezza e la conside­razione possibile; se pensiamo alla qualità dell’ucciso!

CIMETTA: E incredibile! Pare un sogno, un incubo. Per quella donna là! Un uomo come quello, brutto, sbricio, apatico; che si trascinava svogliato nella vita; che si sapeva da tanti anni ingannato spudoratamente dalla moglie, e non se ne curava; che pareva penasse e faticasse a guardare e tirar fuori quella sua vocetta molle, miagolante – sissignori – tutt’a un tratto, si sente muovere il sangue, e per chi? per questo povero Tommaso. (Alla signora Reis:) Ma dica un po’: Tommaso, come, perché gli era amico?

SIGNORA REIS: Per via del giudice che fu trasferito, il giudice… come si chia­mava? Làrcan, mi pare.

CIMETTA: Ah, sì, il sostituto procuratore Làrcan.

SIGNORA REIS: Abitava qui, nel quartierino accanto. Quando fu trasferito, scrisse al Neri che venne a prenderne il posto, una lettera di presentazione a mio genero: così si conobbero.

CIMETTA: Mi pare che il Neri tenne anche a battesimo un figlio di Tommaso.

SIGNORA REIS: Sì, l’ultimo: quello che morì.

CIMETTA (a Lecci): Capisci? Anche jettatore. Si può esser certi che, seccato com’era sempre, sarà stata magari un regalo per lui, la morte. E intanto qua

adesso tutta una famiglia nel baratro.

Anna rientra frettolosamente dall’uscio infondo.

ANNA: Dica, dottore; si potrebbe farlo uscire un po’ dalla stanza? Lo chiede.

LECCI: Se può; ma senza il minimo sforzo… veda lei… Con una sedia sotto mano, per il caso che gli mancassero le gambe, mi raccomando. (Alla signora Reis:) Viene via anche lei, signora?

SIGNORA REIS: Sì, eccomi. Passo avanti. Addio, Anna. (Via per l’uscio a de­stra.)

LECCI (dando il passo): Andiamo, avvocato. Passa, senza cerimonie.

OMETTA: A rivederla, signora.

ANNA: A rivederla. (Al Lecci:) Per carità, dottore, dica alla guardia di non farsi vedere.

LECCI: Non dubiti. Quantunque, forse…

ANNA: No! la guardia, no!

LECCI: E allora, si provi lei; nessuno potrebbe meglio di lei.

CIMETTA: Eh già!

LECCI: Cogliendo la prima occasione.

ANNA: E come? E come?

LECCI: Basta. Noi torneremo subito. A rivederla. (Via, col Cimetta.)

Anna prepara il seggiolone per il convalescente e rientra per l’uscio in fondo, lasciandolo aperto con la tenda tirata. Poco dopo, sorretto da Anna e dall’infermiere, viene in iscena Tommaso Corsi. E alto di statura e d’aspetto bellissimo. Ha il volto pallido come di cera, e un po’ scavato, ma gli occhi gli ridono, quasi infantilmente. Stenta a respirare; lo stento del respiro è però sulle labbra bianche un sorriso dolce e mesto. Tiene la giacca sulle spalle, con le maniche penzoloni. Dall’ apertura della camicia s’intravede il petto fasciato. Anna e l’infermiere lo conducono a sedere sul seggiolone ed egli vi s’abbandona con un sospiro di sollievo.

TOMMASO: Ah, com’è bello qua. Ma guarda quante cose che mi pajono nuove. Il lavabo, già. E il mio armadio. E questo è il mio seggiolone dei giornali. (Riguarda attorno i mobili.) Stavano qua, zitti. (Indica l’armadio.) Ma quello, se lo apri, strilla. (Alla moglie:) Aprilo, aprilo: fammi sentire. (Ha come una trafittura:) Ahi!

ANNA: Che è stato?

TOMMASO: Niente. Mi sono mosso male. E passato. Aspetta. M’appoggio. M’appoggio alla spalliera.

ANNA: Sarà meglio, dietro le spalle, un cuscino.

TOMMASO: No. Cioè, forse sì. L’infermiere corre a prendere di là un cuscino.

ANNA (gridandogli dietro): E prendete anche una coperta!

TOMMASO: Quella verde che è sul letto.

ANNA (facendosi all’uscio di fondo): Codesta del letto, sì. L’infermiere rientra col cuscino e la coperta verde. Anna aggiusta sulla spal­liera del seggiolone il cuscino, mentre l’infermiere stende sulle gambe del convalescente la coperta.

TOMMASO (carezzando con le mani la coperta): Questa, questa. Se sapessi quanto le voglio bene. 1 sogni che m’ha fatto fare. Quando su questo verde mi rividi la mano. Poi la levai. Era anche più bianca. Mi tremava tutta. Ah, mi sentivo come in un vuoto. In un vuoto però tranquillo, soave, come di sogno. E mi pareva tutto lontano. Lontano, lontano. E questa peluria verde qua mi pareva la campagna. I fili d’erba d’un prato infinito. E ci vivevo in mezzo, beato, vaneggiando in una delizia che non ti so dire. Tutto nuovo. La vita ricominciava adesso. Forse era rimasta sospesa anche per gli altri. Ma no: ecco: sentivo passare una vettura. No, ecco – mi dicevo – fuori, per le vie, la vita in tutto questo tempo ha seguitato ad andare. Questo mi contra­riava. E allora mi rimettevo a guardare questa coperta: qua la vita, sì, rico­minciava veramente, con tutti questi fili d’erba. E anche così per me ricomin­ciava. Ah, se potessi respirare un po’ d’aria fresca! (Si volta a guardare la moglie.) Tu piangi?

ANNA (voltando il capo per non farsi scorgere): No, non ci badare.

TOMMASO (all’infermiere, quasi in un sorriso): Piange. (Pausa.) Per piacere, andate un momento di là. L’infermiere se ne va per l’uscio infondo.

TOMMASO: Anna. (E come Anna si rivolge sollecita e si china a guardarlo con gli occhi lacrimosi:) Perché? (Pausa. Poi, esitante:) Ancora… ancora dunque non mi perdoni? (Le prende una mano e se la posa sugli occhi. Anna stringe le labbra tremanti, mentre nuove lagrime le sgorgano dagli occhi, e non trova la voce per rispondergli. Egli allora si leva dagli occhi la mano di lei, e le domanda:) No?

ANNA (angosciata, timidamente): Io, sì… io, sì…

TOMMASO: E allora? (Prendendole il volto tra le mani e accostandolo al suo con tenerezza infinita:) Lo comprendi, lo senti che è vero, se ti dico che mai, mai nel mio cuore, nel mio pensiero, mai sei venuta meno, tu santa mia, amore, amore mio.

ANNA (staccandosi lievemente, perché egli possa prendere una posizione più comoda, e carezzandogli con una mano i capelli): Sì, sì, zitto. Così ti affanni troppo.

TOMMASO: E stata un’infamia.

ANNA: Zitto, per carità: non ci pensare.

TOMMASO: No, è bene che te lo dica.

ANNA: Non voglio sentir nulla, no; non mi dir nulla. Io so. So tutto.

TOMMASO: Per togliere ogni nube tra noi.

ANNA: Ma non ce n’è.

TOMMASO: Un’infamia, sorprendermi in quel momento vergognoso, di stupido ozio.

ANNA: Basta, basta, per carità, Tommaso.

TOMMASO: Tu lo comprendi, se è vero che m’hai perdonato.

ANNA: Sì, sì, basta.

TOMMASO: Stupido fallo, che quel disgraziato ha voluto rendere enorme, ten­tando d’uccidermi, due volte.

ANNA: Lui? ah sì?

TOMMASO: Due volte. Mi venne sopra, con l’arma in pugno, e mi tirò, per ucci­dermi. Mi vidi costretto, costretto a difendermi. Per forza. Non potevo – tu lo comprendi – lasciarmi uccidere per quella lì. Non potevo, per voi. E glielo dissi. Ma era come impazzito; addosso a me. E io non riuscivo a balzare in piedi, a levarmi da quel letto lì, per… per vergogna. Mi sparò un primo colpo, che in­franse il vetro del quadro al capezzale. Mi volto e gli grido: «Che fai?» quasi ridendo; tanto mi pareva impossibile ch’egli non comprendesse ch’era un’infa­mia, una pazzia uccidermi a quel modo, in quel momento, uccidere me che non volevo esser lì: c’ero per caso, chiamato da quella, con una scusa.

ANNA: Vedi come ti agiti? Basta, Tommaso, per carità. Ti fai male.

TOMMASO: Avevo tutta la mia vita fuori di lì: te, i miei figli da difendere, i miei affari. Mi sibila in faccia un secondo colpo. Ah sì? Eh via, disgraziato! Ma non ricordo d’aver tirato su lui. Cadde con un tonfo a sedere sul pavi­mento. Poi si ripiegò bocconi. M’accorsi allora d’aver l’arma ancora calda e fumante in pugno. Sentii salirmi dal petto… non so, una cosa torbida, atroce. Guardai il cadavere per terra; la finestra donde quella s’era buttata; udii i clamori della via sottostante, e… e con quell’arma stessa… (S’abbandona, spossato, sulla spalliera.)

ANNA: Vedi, vedi che male ti fai, Tommaso? Oh Dio!

TOMMASO: Non è niente. Un po’ di stanchezza.

ANNA: Vuoi tornare a letto?

TOMMASO: No, sto bene qui. E passato. Sono forte abbastanza. Ora bisogna che mi rimetta subito. Volevo soltanto dirti come… com’è stato… e che per forza io…

ANNA: Zitto, zitto, non ricominciare. Queste cose tu… (S’interrompe vedendo entrare il dottor Lecci e l’avvocato Cimetta.) Ah, ecco il dottore che ritorna. Queste cose tu le dirai… le dirai ai giudici, e vedrai che… (Tommaso, a queste ultime parole di Anna che sta china su lui, si rizza d’improvviso su un gomito e guarda il Lecci e il Cimetta che si fanno avanti. )

TOMMASO: Ma io… Eh già… il processo… (Illividisce; ricade sulla spalliera, annichilito.)

LECCI (accostandosi): Su, su, formalità, formalità!

TOMMASO (quasi tra sé, guardando il soffitto): E quale altra punizione mag­giore di quella che m’ero data io con le mie mani?

CIMETTA (istintivamente, con un sospiro): Eh, caro, non basta.

TOMMASO (scorgendolo e provandosi a replicare): Non basta? E allora… (Ma subito si riaccascia.) Eh già, sì… Ci credi? Mi pareva che tutto fosse finito. (Buttando le braccia ed collo di Anna, disperatamente:) Anna, Anna, sono perduto! sono perduto!

LECCI: Ma no! ma no! ma perché? chi l’ha detto?

TOMMASO: Perduto. Il processo. Ora m’arrestano. E come non ci ho pensato? Ma sì! E sarà tanto più grave – di’, di’, Cimetta – in quanto ho ucciso, non un povero disgraziato qualunque, ma un sostituto procuratore del re, è vero?

CIMETTA: Fosse almeno possibile dimostrare che si era accorto dei precedenti torti della moglie!

ANNA: Ma c’è la testimonianza di tanti, avvocato!

CIMETTA: Eh, ma non la sua! E un morto, purtroppo, non si può chiamare a giurare sulla sua parola d’onore. Se lo mangiano i vermi, signora mia, l’o­nore dei morti. Che valore può avere l’induzione contro la prova di fatto? L’avrà saputo; ma il fatto dimostra il contrario: che egli non ha voluto l’ol­traggio e s’è ribellato. Tu dici: – Ma potevo io lasciarmi uccidere da lui? – No. Ma se volevi rispettato codesto diritto, di non aver tolta la vita, non do­vevi farti trovare con sua moglie. Così facendo, – bada, io vedo adesso le ra­gioni dell’accusa – tu stesso hai derogato al tuo diritto, ti sei esposto al ri­schio, e non dovevi perciò reagire. Capisci? Due colpe.

TOMMASO (cercando d’interrompere): Ma io…

CIMETTA: Lasciami dire. Della prima, dell’adulterio, dovevi lasciarti punire da lui, dal marito offeso; e tu invece l’hai ucciso.

TOMMASO: Per forza! Istintivamente! Per non farmi uccidere!

CIMETTA: Ma subito dopo hai tentato d’ucciderti con le tue mani!

TOMMASO: E non deve bastare?

CIMETTA: Non può bastare. È anzi a tuo danno!

TOMMASO: Ah sì? Per giunta?

CIMETTA: Tentando d’ucciderti, hai riconosciuto implicitamente la tua colpa.

TOMMASO: Sì… E mi sono punito.

CIMETTA: No, caro. Hai tentato di sottrarti alla punizione.

TOMMASO: Togliendomi la vita. Che avrei potuto fare di più?

CIMETTA: Già; ma avresti dovuto morire! Non essendo morto…

TOMMASO: Ah, il mio torto allora è questo? (Scostando con un braccio la mo­glie per porsi di fronte il dottor Lecci:) Ma io sarei morto, se lui non avesse voluto salvarmi.

LECCI (stupito, nel vedersi così tirato in ballo): Come? io?

TOMMASO: Voi, voi! Io non volevo le vostre cure! Voi avete voluto prestar­mele per forza; ridarmi la vita: voi! E perché me l’avete ridata, se ora…

LECCI: Piano, con calma. Vi fate male agitandovi così.

TOMMASO: Grazie, dottore. Vedo che vi preme sul serio la mia guarigione! Ascolta, Cimetta: voglio ragionare. Calmo, per non far dispiacere al dottore. Mi ero ucciso. Viene lui. Mi salva. Con qual diritto, gli domando io ora?

LECCI (torbido in volto, pur cercando di sorridere): Dopo tutto, scusate, è un bel modo codesto di ringraziarmi.

TOMMASO: E di che, ringraziarvi? Non avete inteso ciò che ha detto l’avvo­cato?

LECCI: Avrei dovuto lasciarvi morire?

TOMMASO: Appunto, morire, se non avevate il diritto di disporre della vita ch’io m’ero tolta e che voi mi ridavate.

LECCI: E come, disporne? Non si può mica passare sopra la legge!

TOMMASO: Io n’ero uscito dalla legge, dandomi una punizione più grave di quella che la stessa legge può dare! Non c’è più pena di morte; ed io sarei morto, senza di voi.

LECCI: Ma io avevo il dovere della mia professione, caro Corsi: tentare in tutti i modi di salvarvi.

TOMMASO: Per ridarmi in mano alla giustizia e farmi condannare? E con qual di­ritto – io vi domando appunto questo – con qual diritto voi esercitate su un uomo che ha voluto morire il vostro dovere di medico, se non avete in cambio dalla società il diritto che quest’uomo possa vivere la vita che voi gli ridate?

CIMETTA: Ma scusa, e del male che hai fatto?

TOMMASO: Mi sono lavato, col mio sangue! Non basta? Avevo ucciso; m’ero ucciso. Lui non m’ha lasciato morire. Mi sono ribellato alle sue cure. Tre volte mi sono strappate le fasce. Ora sono qua: rinato, per opera sua: un altro. Come volete che resti sospeso a un momento di quell’altra mia vita che per me non esiste più? Il rimorso di quel momento io me lo sono levato; in un’ora scontai la mia colpa, in un’ora che poteva essere lunga quanto l’e­ternità! Ora non ho più nulla da scontare, io! Debbo rimettermi a vivere per la mia famiglia, a lavorare per i miei figliuoli! Come volete che stia in un reclusorio a scontare un delitto che non pensai di commettere, che non avrei mai commesso se non vi fossi stato trascinato; mentre a freddo, ora, coloro che approfitteranno della vostra scienza, del vostro dovere di tenermi in vita solo per farmi condannare, commetteranno il delitto di farmi abbrutire in un ozio infame, e i miei figliuoli, i miei figliuoli innocenti, nella miseria, nel­l’ignominia? Con qual diritto?

Si rizza sul busto, sospinto da una rabbia che il sentimento della propria impotenza rende furibonda: caccia un urlo e s’afferra con le dita artigliate il viso e se lo straccia; poi si riversa bocconi sul braccio della poltrona, convulso; tenta di scoppiare in singhiozzi ma non può. Nella vanità di que­sto sforzo tremendo, rimane un pezzo stordito, come in un vuoto strano, in un attonimento spaventevole, tra lo stupore e il raccapriccio muto degli altri. Sul volto cadaverico s’allungano rosse le tracce dello strappo recente delle dita.

ANNA (spaventata, accorre; gli solleva prima il capo; poi, ajutata dal Cimetta, si prova a rialzarlo; ma ritrae subito le mani con un grido di ribrezzo e di ter­rore: la camicia sul petto è rossa del sangue della ferita): Dottore! Dottore!

CIMETTA: Gli s’è riaperta la ferita!

LECCI (sbarrando gli occhi e impallidendo, allibito): La ferita? (Istintiva­mente s’appressa alla poltrona; ma è arrestato subito dal Corsi con un suono rauco, di minaccia. Allora, come basito, lasciandosi cadere le brac­cia): No, no. Ha ragione. Hanno sentito? Io non posso. Non debbo.

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