I vecchi e i giovani – Parte I, Capitolo 4

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I vecchi e i giovani - Parte I, Capitolo 4

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IV.

            In fondo al vestibolo, tra i lauri e le palme, su lo sfondo della gran porta a vetri colorati, la preziosa statua acefala di Venere Urania, scavata a Colimbètra nello stesso posto ove ora sorge la villa, pareva che non per vergogna della sua nudità tenesse sollevato un braccio davanti al volto ideale che ciascuno, ammirandola, le immaginava subito, lievemente inclinato, come se in realtà vi fosse; ma per non vedere inginocchiati alla soglia della cappella che si apriva a destra tutti quegli uomini così stranamente parati: la compagnia borbonica di capitan Sciamila.

            La messa era per finire. Dentro la cappella, lucida di marmile di stucchi, stavano soltanto il principe don Ippolito, raccolto nella preghiera su l’inginocchiatojo dorato e damascato, innanzi all’altare; più indietro, Lisi Prèola, il segretario; più indietro ancora, le donne di servizio: la governante e due giovani cameriere. La servitù mascolina doveva contentarsi d’assistere alla messa dal vestibolo; solo a Liborio, cameriere favorito del principe, in brache corte e calze di seta, era concesso di star su l’entrata, più dentro che fuori; e questa pareva a Sciamila un’ingiustizia del Prèola, bell’e buona. In qualità di capitano, egli si riteneva degno di sedere per lo meno accanto al Prèola stesso, se non subito dopo il principe, ecco. Apertamente, no, non se ne lagnava, per prudenza; ma ci pigliava certe bili! E come d’un peccato d’invidia se n’era confessato a don Lagàipa, che ogni domenica veniva a Colimbètra a dir messa.

            – Almeno davanti a Dio dovremmo essere tutti eguali, ecco!

            Tutti, escluso il principe; non c’era bisogno di dirlo.

            Ma lui, Sciamila, non si lagnava perché voleva esser favorito, messo avanti agli altri, distinto dai suoi subalterni al cospetto di Dio? Le corna aveva dunque, le corna e la coda del demonio, quella sua riflessione, che pur sembrava giusta a prima giunta.

            Così don Illuminato Lagàipa aveva tappata la bocca a Sciamila.

            E Sciaralla, un sospirone.

            Vera tentazione del demonio era intanto quella statua nuda, lì davanti la cappella, per tutti quegli uomini di guardia che dovevano star fuori. Mentre le labbra recitavano le preghiere, gli occhi eran quasi costretti a peccare guardando senza volerlo quella nudità, che S. E. il principe, tanto divoto, non avrebbe dovuto tenere così esposta! Oh maledetta! Sembrava viva, sembrava… Le povere donne di servizio abbassavano gli occhi, ogni volta, passando; e anche don Illuminato li abbassava, pezzo d’ipocrita!

            Ridevano intanto, fiorenti, le mirabili forme della dea decapitata, emersa dal tempo remoto, nata da uno scalpello greco, da un artefice ignaro che la sua opera dovesse tanto sopravvivere e parlare a profana gente un linguaggio diabolico, ornamento d’un vestibolo, tra cassoni di lauri e di palme.

            Finita la messa, gli uomini della compagnia di guardia fecero ala su l’attenti, al passaggio del principe che si recava al Museo.

            Così eran chiamate le sale a pianterreno dell’altro lato del vestibolo, nelle quali tra alte piante di serra erano raccolti gli oggetti antichi, d’inestimabile valore: statue, sarcofaghi, vasi, iscrizioni, scavati a Colimbètra, e che don Ippolito aveva illustrati molti anni addietro nelle sue Memorie d’Akragas, insieme col prezioso medagliere esposto sù, nel salone della villa.

            L’antica famosa Colimbètra akragantina era veramente molto più giù, nel punto più basso del pianoro, dove tre vallette si uniscono e le rocce si dividono e la linea dell’aspro ciglione, su cui sorgono i Tempii, è interrotta da una larga apertura. In quel luogo, ora detto dell’Abbadia bassa, gli Akragantini, cento anni dopo la fondazione della loro città, avevano formato la pescheria, gran bacino d’acqua che si estendeva fino all’Hypsas e la cui diga concorreva col fiume alla fortificazione della città.

            Colimbètra aveva chiamato don Ippolito la sua tenuta, perché anch’egli lassù, nella parte occidentale di essa, aveva raccolto un bacino d’acqua, alimentato d’inverno dal torrentello che scorreva sotto Bonamorone e d’estate da una nòria, la cui ruota stridula era da mane a sera girata da una giumenta cieca. Tutt’intorno a quel bacino sorgeva un boschetto delizioso d’aranci e melograni.

            Nel museo don Ippolito soleva passare tutta la mattinata, intento allo studio appassionato e non mai interrotto delle antichità akragantine. Attendeva ora a tracciare, in una nuova opera, la topografia storica dell’antichissima città, col sussidio delle lunghe minuziose investigazioni sui luoghi, giacché la sua Colimbètra si estendeva appunto dov’era prima il cuore della greca Akragante.

            Presso una delle ampie finestre della seconda sala, guarnite di lievi tende rosee, era la scrivania massiccia, intagliata; ma don Ippolito componeva quasi sempre a memoria, passeggiando per le sale; architettava all’antica due, tre periodoni gravi di laonde e diconciossiaché, e poi andava a trascriverli su i grandi fogli preparati su la scrivania, spesso senza neppur sedere. Tenendosi con una mano sul mento la barba maestosa, che serbava tuttavia un ultimo vestigio, quasi un’aria del primo color biondo d’oro, egli, alto, aitante, bellissimo ancora, non ostanti l’età e la calvizie, si fermava davanti a questo o a quel monumento, e pareva che con gli occhi cernii, limpidi sotto le ciglia contratte, fosse intento a interpretare una iscrizione o le figure simboliche d’un vaso arcaico. Talvolta anche gestiva o apriva a un lieve sorriso di soddisfazione le labbra perfette, giovanilmente fresche, se gli pareva d’aver trovato un argomento decisivo, vittorioso, contro i precedenti topografi.

            Su la scrivania era quel giorno aperto un volume delle storie di Polibio, nel testo greco, Lib. IX, Cap. 27, alla pagina ov’è un accenno all’acropoli akragantina.

            Un gravissimo problema travagliava da parecchi mesi don Ippolito circa alla destinazione di questa acropoli.

            – Disturbo? – domandò, inchinandosi su la soglia di quella seconda sala, don Illuminato Lagàipa, che già si era spogliato degli arredi sacri e aveva fatto la solita colazione di cioccolato e biscottini.

            Era un prete di mezz’età, tondo di corpo, dal volto bruciato dal sole, nel quale gli occhi cilestri, troppo chiari, pareva vaneggiassero smarriti. Buon uomo, in fondo, pacifico e noncurante; lì, in presenza del principe, che ogni domenica lo tratteneva a colazione, si dava, per fargli piacere, arie di rigida e battagliera intransigenza, di cui rideva poi, discorrendo filosoficamente con la sua vecchia e fedele Fifa, l’asina mansueta, che lo riconduceva al campicello presso il camposanto di Bonamorone, pochi ettari di terra, che – se sapevano il rapido passar della vita – pure, sotto questo o quel re, gli producevano ogni anno quel tanto che modestamente gli bisognava.

            – Domenica, oggi, e non si lavora! – soggiunse, levando le mani e sorridendo.

            – Non è lavoro, il mio, propriamente, – gli disse con un sobrio gesto garbato don Ippolito.

            – Già, già! otia, otia, secondo Cicerone! – si corresse don Lagàipa. – Ha ragione. Venivo per dirle che jeri mattina, prima che mi recassi al mio campicello, Monsignore mi fece l’onore d’incaricarmi d’un’ambasciata per Vostra Eccellenza.

            – Monsignor Montoro?

            – Già. Mi disse di avvertir Vostra Eccellenza che oggi, nel pomeriggio, con l’ajuto di Dio, verrà qua, per parlare, suppongo, delle prossime elezioni. Eh, – sospirò, intrecciando le dita e scotendo le mani così giunte, – pare che il diavolaccio maledetto si senta prudere le corna… Guerra, guerra… tempesta! Ho sentito che sono arrivate da Palermo, per richiamo, dicono, del canonico Agro, due certe gallinelle d’acqua… già! due famosi galoppini al comando dell’alta mafia e della famigerata banda massonica… un tal Mattina, un tal Verònica…

            – L’Agrò? – disse cupo don Ippolito Laurentano, che s’era impuntato a quel nome, senza più badare al resto. – Dunque l’Agrò vuole proprio scendere in piazza, senza alcun ritegno, senza alcun riguardo, nemmeno per l’abito che indossa?

            – Eh! – tornò a sospirare don Lagàipa. – Superiore mio… superiore… ma dico ciò che si dice… relata refero… non manda giù, dicono, che non l’abbiano fatto vescovo al posto del nostro Eccellentissimo monsignor Montoro. Crede di salvare le apparenze con… con la scusa dell’antica amicizia che lo lega all’Auriti, ecco…

            – Bell’amicizia, da gloriarsene! – brontolò il Laurentano. – Per un sacerdote!

            – Ma l’Agrò… – osservò don Illuminato. E non aggiunse altro. Chiuse gli occhi, tentennò il capo, emise un terzo sospiro: – Eh, si complica… la faccenda si complica… sì, dico… si fa molto delicata…

            – Per me? – saltò sù a dire don Ippolito (e il lucido cranio gli s’infiammò). – Delicata per me? Sappia monsignor Montoro… già dovrebbe saperlo; io non riconosco, non ho mai riconosciuto per nipote codesto Roberto Auriti garibaldesco. Non lo conosco neppur di vista: qua non è mai venuto, né io del resto gli avrei fatto oltrepassar la soglia del mio cancello. Per ordine del suo governo, non invitato dalla cittadinanza, viene con la folle speranza di prendere il posto di Giacinto Fazello? Bene. Avrà, ciò che si merita. Senza alcuna considerazione per la mia sciagurata parentela in-vo-lon-ta-ria, si lotti e si vinca!

            – Ah, lottare, lottare, sicuro! bisogna lottare! – disse don Illuminato, aggrottando fieramente le ciglia su quegli occhi vani. – Anche se non si dovesse vincere…

            – E perché no? – domandò severo don Ippolito. – Che probabilità di vittoria può aver l’Auriti? Che conta l’Agrò?

            – Ma… dicono… la prefettura… – e don Illuminato si grattò la guancia raschiosa.

            – Non è base! – ribattè subito il principe. – L’abbiamo veduto nelle elezioni comunali.

            – Già, già… – si rimise don Lagàipa. – Però… la mafia in campo, adesso… la polizia favoreggiatrice… tutte le male arti… dicono… e deve arrivare… non so, un pezzo grosso… un deputato…. Selmi, mi par d’avere inteso…

            Don Ippolito rimase in silenzio per un pezzo, col volto atteggiato di nausea; poi, scotendo un pugno, proruppe:

            – Filangieri! Filangieri!

            Il Lagàipa scrollò il capo, sospirando a questa esclamazione, frequente su le labbra del principe e accompagnata sempre da quel gesto di rabbioso rammarico:

            – Filangieri!

            Sapeva quanta venerazione don Ippolito Laurentano serbasse ancora alla memoria del Satriano, repressore benedetto della rivoluzione siciliana del 1848, provvido, energico restauratore dell’ordine sociale dopo i sedici mesi dell’oscena baldoria rivoluzionaria. Di quei sedici mesi era rimasto vivo di raccapriccio nel principe il ricordo, sopra tutto per la minaccia brutale del volgo ai privilegi nobiliari e alla credenza religiosa. Satriano era stato per lui il sole trionfatore di quella bufera sovvertitrice; e come un sole, ritornata la calma, aveva brillato sù nel cielo di Sicilia dalla reggia normanna di Palermo, riaperta alle splendide feste per circondare di prestigio napoleonico il suo potere. Lì, nella reggia, don Ippolito aveva conosciuto donna Teresa Montalto, giovinetta, a cui poi il Satriano stesso aveva voluto far da padrino nelle nozze, ottenendo a lui, sposo, con sommo stento dal Re l’ordine di cavaliere di San Gennaro, di cui già il padre era stato insignito. La bufera s’era scatenata di nuovo nel 1860: dal ritiro di Colimbètra egli ne udiva il rombo lontano: lottava di là con tutte le forze, nel piccolo àmbito della città natale: la causa dei Borboni era per il momento perduta; bisognava lottare per il trionfo del potere ecclesiastico; restituita Roma al Pontefice, chi sa! Intanto si doveva a ogni costo impedire che la rappresentanza di Giacinto Fazello fosse usurpata da Roberto Auriti.

            – Del resto, – riprese, – l’Auriti non ha più alcun prestigio nel paese. Ne manca da circa vent’anni…

            – Simpatie, però… – oppose reticente il Lagàipa, – ecco, sì… qualche simpatia forse la gode…

            – Non contano nulla, oggi, le simpatie, – rispose don Ippolito recisamente. – Di fronte agl’interessi, nulla!

            Prese dalla scrivania, così dicendo, il volume delle storie di Polibio che vi stava aperto e istintivamente se l’appressò agli occhi. Subito questi gli andarono sul passo, tante volte riletto e tormentato, della controversia su quella benedetta acropoli. Si distrasse dal discorso; rilesse ancora una volta il passo, con la mente già piena di nuovo della controversia che l’agitava; sospirò; chiuse il libro, lasciandovi l’indice in mezzo e, ponendoselo dietro il dorso:

            – Insomma, – disse, – bisogna vincere, don Illuminato! Io, guardi, in questo momento ho contro me un esercito di eruditi tedeschi; di topografi; di storici antichi e nuovi, d’ogni nazione; la tradizione popolare; eppure non mi do per vinto. Il campo di battaglia è qua. Qua li aspetto!

            Gli mostrò il libro, picchiando con le nocche delle dita su la pagina, e soggiunse:

            – Come tradurrebbe lei queste parole: χατ’ αύτάς τάς δερινάς άνατολάς?

            Investito da quei quattro às, às, às, às, come da quattro schiaffi improvvisi, il povero don Illuminato Lagàipa restò quasi basito. Credeva di non meritarsi un simile trattamento.

            Don Ippolito sorrise; poi, introducendo il braccio sotto il braccio di lui, soggiunse:

            – Venga con me. Le spiegherò in due parole di che si tratta.

            Uscirono sul vasto spiazzo innanzi alla villa; se ne scostarono un tratto a destra; quindi, voltando le spalle, il principe mostrò al prete l’ampia zona di terreno, dietro la villa, in scosceso pendìo, coronata in cima da un greppo isolato, ferrigno, da un cocuzzolo tutt’intorno tagliato a scarpa.

            – Questa, è vero? La collina akrea, – disse. – Quella lassù, la nostra famosa Rupe Atenèa. Bene. Polibio dice: «La parte alta (l’arce, la così detta acropoli, insomma) sovrasta la città, noti bene!, in corrispondenza a gli orienti estivi». Ora, dica un po’ lei: donde sorge il sole; d’estate? Forse dal colle dove sta Girgenti? No! Sorge di là, dalla Rupe. E dunque lassù, se mai, era l’Acropoli, e non su l’odierna Girgenti, come vogliono questi dottoroni tedeschi. Il colle di Girgenti restava oltre il perimetro delle antiche mura. Lo dimostrerò… lo dimostrerò! Mettano lassù Camìco… la reggia di Còcale… Omfàce… quello che vogliono… l’Acropoli, no.

            E scartò con la mano Girgenti, che si vedeva per un tratto, lassù, a sinistra della Rupe, più bassa.

            – Lì, – riprese, additando di nuovo la Rupe Atenèa e ispirandosi, – lì, sublime vedetta e sacrario soltanto, non acropoli, sacrario dei numi protettori, Gellia ascese, fremebondo d’ira e di sdegno, al tempio della diva Athena, dedicato anche a Giove Atabirio, e vi appiccò il fuoco per impedirne la profanazione. Dopo otto mesi d’assedio, stremati dalla fame, gli Akragantini, cacciati dal terrore e dalla morte, abbandonano vecchi, fanciulli e infermi e fuggono, protetti dal siracusano Dafnèo, da porta Gela. Gli ottocento Campani si sono ritirati dal colle; il vile Desippo s’è messo in salvo; ogni resistenza è ormai inutile. Solo Gellia non fugge! Spera d’avere incolume la vita mercé la fede, e si riduce al santuario d’Athena. Smantellate le mura, minati i meravigliosi edifizii, brucia qua sotto la città intera; e lui dall’alto, mirando l’incendio spaventoso che innalza una funerea cortina di fiamme e di fumo su la vista del mare, vuol ardere nel fuoco della Dea.

            – Stupenda, stupenda descrizione! – esclamò il Lagàipa con gli occhi sbarrati.

            Giù, nel secondo dei tre ampii ripiani fioriti, degradanti innanzi alla villa, come tre enormi gradini d’una scalea colossale, Placido Sciaralla e Lisi Prèola, appoggiati alla balaustrata marmorea, avevano interrotto la conversazione e ora tentennavano il capo, ammirati anch’essi del calore con cui il principe aveva parlato, sebbene per la distanza non ne avessero colto una parola.

            Don Ippolito Laurentano restò acceso a mirare con gli occhi intensi il magnifico panorama. Dov’egli aveva rappresentato l’incendio formidabile e la distruzione, ora s’abbandonava la pace inconsapevole della campagna; dov’era il cuore dell’antica città sorgeva ora un bosco di mandorli e d’olivi, il bosco detto perciò ancora della Cívita. Le chiome dei mandorli s’erano con l’autunno diradate e, tra quelle perenni degli olivi cinerulei, parevano aeree, assumevano sotto il sole una tinta roseo-dorata.

            Oltre il bosco, sul lungo ciglione, sorgevano i famosi Tempii superstiti, che parevano collocati apposta, a distanza, per accrescere la meravigliosa vista della villa principesca. Oltre il ciglione, il pianoro, ove stette splendida e potente l’antica città, strapiombava aspro e roccioso a precipizio sul piano dell’Akragas; tranquillo piano luminoso, che spaziava fino a terminare laggiù laggiù, nel mare.

            – Non posso soffrire questi Tèutoni, – disse il principe, rientrando con don Illuminato Lagàipa nel Museo, – questi Tèutoni che, non potendo più con le armi, invadono coi libri e vengono a dire spropositi in casa nostra, dove già tanti se ne fanno e se ne dicono.

            S’intese in quel punto il rotolìo d’una vettura per la strada incassata, dietro la villa, e don Ippolito contrasse le ciglia. Entrò poco dopo, turbato, smarrito nella sorpresa, Liborio, il cameriere.

            – Pe… perdoni, eccellenza, – balbettò. – È arrivata da Girgenti la… la signora…

            – Che signora? – domandò il principe.

            – Sua sorella… donna Caterina…

            Don Ippolito restò dapprima come stordito da un improvviso colpo alla testa. Arricciò il naso, impallidì. Poi, d’un subito, il sangue gli balzò al capo. Chiuse gli occhi, impallidì di nuovo, aggrottò le ciglia, serrò le pugna e, col cuore che gli martellava in petto, domandò:

            – Qua? Dov’è?

            – Sù, eccellenza… nel salone, – rispose Liborio; e, poco dopo, vedendo che il principe restava perplesso, chiese: – Ho fatto male?

            Don Ippolito si voltò a guardarlo per un pezzo, come se non avesse inteso; poi disse:

            – No…

            – E si mosse, senza neppur volgere uno sguardo al Lagàipa. Con l’animo in tumulto, cercò di fissare un pensiero che gli spiegasse il perché di quella visita straordinaria, non volendo, non sapendo ammettere quel che gli era in prima balenato, che la sorella cioè, colei che in tante e tante sciagure aveva sempre rifiutato con ostinata fierezza, anzi con disprezzo, ogni soccorso, venisse ora a intercedere per il figlio Roberto. Ma che altro poteva voler da lui? Salì la scala. Era tanto oppresso d’angoscia e in preda a un’agitazione così soffocante, che dovette fermarsi per un momento davanti la soglia. Entrare? presentarsi a lei in quello stato? No. Doveva prima ricomporsi. E in punta di piedi si diresse alla camera da letto. Qua, istintivamente, s’appressò allo scrigno dove erano conservati un medaglioncino di lei in miniatura, di quand’ella era giovinetta di sedici anni, e i due biglietti che gli aveva scritti, senza intestazione e senza firma, uno da Torino, dopo la morte violenta del padre, l’altro da Girgenti, al ritorno dall’esilio dopo la morte del marito.

            Il primo, più ingiallito, diceva:

            I beni, confiscati a Gerlando Laurentano dal governo borbonico, furono restituiti al figlio Ippolito da Carlo Filangieri di Satriano. Nulla dunque mi spetta dell’eredità paterna. La moglie e il figlio di Stefano Auriti non mangeranno il pane d’un nemico della patria.

             L’altro, più laconico, diceva:

            Grazie. Alla vedova, agli orfani, provvedono i parenti poveri di Stefano Auriti. Da te, nulla. Grazie.

            Scostò con la mano quei due biglietti e fissò gli occhi sul medaglioncino, che egli aveva tolto dal salone della casa paterna dopo la fuga della sorella con Stefano Auriti.

            Da allora – eran già quarantacinque anni – non l’aveva più riveduta!

            Come avrebbe riveduto, ora, dopo tanto tempo, dopo tante vicende funeste, quella giovinetta bellissima che gli stava davanti, rosea, ampiamente scollata, nell’antica acconciatura, con quegli occhi ardenti e pensosi?

            Richiuse lo scrigno, dopo aver gettato un altro sguardo su i due biglietti sprezzanti; e, grave, accigliato, s’avviò al salone.

            Sollevata la tenda dell’uscio, intravide con gli occhi intorbidati dalla commozione la sorella in piedi, alta, vestita di nero. Si fermò poco oltre la soglia, oppresso d’angoscioso stupore alla vista di quel volto disfatto, irriconoscibile.

            – Caterina, – mormorò, sostando; e le tese istintivamente le braccia, pur con l’impressione in contrasto, che quella era ormai un’estranea, al tutto ignota.

            Ella non si mosse: rimase lì, in mezzo al salone, cerea tra le fitte gramaglie, col volto contratto e gli occhi chiusi, altera, indurita nello spasimo di quell’attesa. Aspettò che egli le si accostasse e gli toccò appena la mano con la sua, gelida, guardandolo ora con quegli occhi stanchi, velati di cordoglio, quasi a metà nascosti dalle palpebre, uno più, l’altro meno.

            – Siedi, – disse, con gli occhi bassi, quasi intimidito, il fratello, indicando il divano e le poltrone nella parete a sinistra.

            Seduti, stettero un lungo pezzo entrambi senza poter parlare, in un silenzio che fremeva d’intensa, violenta commozione. Don Ippolito chiuse gli occhi. La sorella, dopo aver soffocato parecchie volte con sforzo un singhiozzo che le faceva impeto alla gola, disse alla fine, con voce rauca:

            – Roberto è qui.

            Don Ippolito si scosse; riaprì gli occhi e, senza volere, li volse in giro per la sala, come se – smarrito tra gl’interni ricordi tumultuanti – avesse temuto un’imboscata.

            – Non qui, – riprese donna Caterina, con un freddo, amaro, lievissimo sorriso, – nel tuo dominio straniero. A Girgenti, da due giorni.

            Don Ippolito, aggrondato, chinò più volte la testa per significarle che sapeva.

            – E so perché è venuto, – aggiunse con voce cupa; poi levò il capo e guardò la sorella con penosissimo sforzo. – Che potrei…

            – Nulla… oh! nulla, – s’affrettò a rispondergli donna Caterina. – Voglio che tu lo combatta con tutte le tue forze. Non ci mancherebbe altro, che anche tulo sostenessi e che egli andasse sù anche coi vostri voti!

            – Sai bene… – si provò a dirle il fratello.

            – So, so, – troncò recisamente con un gesto della mano donna Caterina. – Ma combatterlo, Ippolito, non col coltello alla mano, non andando a scavar le fosse, come le jene, a scoperchiare certe tombe sacre, da cui i morti potrebbero levarsi e farvi morire di paura.

            – Piano, piano, – disse don Ippolito tendendo le mani che gli tremavano, non tanto per protestare, quanto per placare quell’ombra tragica della sorella così agitata. – Io non t’intendo…

            – Mi brucia le mani, – disse allora donna Caterina, gettando sul tavolinetto innanzi al divano una copia dell’Empedocle tutta brancicata.

            Don Ippolito prese quel foglio, lo spiegò e cominciò a leggerlo.

            – Con codeste sozze armi… Contro un morto… – mormorò donna Caterina, accompagnando la lettura del fratello.

            Ansava, seguendo quella lettura e osservando sul volto di lui l’impressione disgustosa ch’egli ne riceveva.

            – Roberto – riprese, – è andato alla redazione di codesto giornale. Gli si è fatto innanzi l’autore dell’articolo, che è figlio, m’hanno detto, d’un tuo… schiavo qui, il Prèola. L’ha preso e scagliato contro una porta. Glielo hanno strappato dalle mani… Ora costui, armato di coltello (e l’ha cavato fuori!) minaccia d’uccidere; e questa mattina stessa è stato visto in agguato presso la mia casa. Ma io non temo di lui; temo che Roberto si comprometta di nuovo e torni a insozzarsi le mani… Così volate combatterlo?

            Don Ippolito che, seguitando a leggere, aveva ascoltato con animo sospeso il racconto, a quest’ultima domanda si scosse, indignato, come se la sorella lo avesse percosso sul viso, accomunandolo con quell’abietto che aveva scritto l’articolo.

            Si levò in piedi, alteramente; ma si frenò subito, e andò a premere un campanello. A Liborio, che subito si presentò su la soglia:

            – Il Preola! – ordinò.

            Poco dopo il vecchio segretario entrò curvo, ossequioso, anzi strisciante, quasi cacciato lì dentro a frustate. Vestiva un’ampia e greve napoleona. Dal colletto basso, troppo largo, la grossa testa calva, inteschiata, sbarbata, gli usciva come quella d’un vitello scorticato.

            – Eccellenza… eccellenza…

            – Manda subito a chiamare tuo figlio a Girgenti, – comandò il principe. – Che venga subito qua! Debbo parlargli.

            – Eccellenza, mi conceda, – s’arrischiò a dire il Prèola, storcendosi e curvandosi vie più, con una mano sul petto, mentre la trama delle vene gli si gonfiava sul cranio paonazzo, – mi conceda che all’eccellentissima sua signora sorella io, umilmente…

            – Basta, basta, basta! – gridò seccamente il principe. – So io quel che debbo dire a tuo figlio. Anzi, ascolta! Mi fa troppo schifo, e non voglio né vederlo, né parlargli. Gli dirai tu che se si arrischia ancora a mostrare la sua laida grinta per le vie di Girgenti, tu sei messo alla strada: ti caccio via su due piedi! Inteso?

            Il Prèola cavò un fazzoletto dalla tasca posteriore della napoleona e approvò, approvò più volte, asciugandosi il cranio; poi si portò il fazzoletto agli occhi e si scosse tutto per un impeto di singhiozzi: – Sforcato… sforcato… – gemette.

            – Mi disonora, eccellenza… Lo manderò via, a Tunisi… Ho già fatto le pratiche… Intanto, subito, lo faccio venire qua. Mi perdoni, mi compatisca, eccellenza.

            E uscì, rinculando, ossequiando, col fazzoletto su la bocca.

            Donna Caterina si alzò.

            – Con questo, – le disse don Ippolito, – non intendo affatto di derogare a me stesso, alla lotta per i miei principii, contro tuo figlio.

            Donna Caterina alzò gli occhi a un grande ritratto a olio di Francesco n, a un altro del Re Bomba, che troneggiavano nel magnifico salone, da una parete: chinò il capo e disse:

            – Sta bene. Non desidero altro.

            E si mosse per uscire.

            – Caterina! – chiamò don Ippolito, quand’ella era già presso l’uscio. – Te ne vai così? Forse non ci rivedremo mai più… Tu sei venuta qua…

            – Come dall’altro mondo… – diss’ella, crollando il capo.

            – E non t’avrei riconosciuta, – soggiunse il fratello. – Perché… attendi un po’ qua: ti farò vedere come io ti ricordavo, Caterina.

            Corse a prendere dallo scrigno nella camera da letto il medaglioncino in miniatura, e glielo mostrò:

            – Guarda… Ti ricordi?

            Donna Caterina provò dapprima come un urto violento alla vista della sua immagine giovanile, e ritrasse il capo; poi prese dalle mani di lui il medaglioncino, si appressò al balcone e si mise a contemplarlo. Da un pezzo quegli occhi quasi spenti non avevano più lacrime, e l’ebbero. Pianse silenziosamente anche lui, il fratello.

            – Lo vuoi? – le disse infine.

            Ella negò col capo, asciugandosi gli occhi col fazzoletto listato di nero, e gli porse in fretta il medaglioncino.

            – Morta, – disse. – Addio.

            Don Ippolito l’accompagnò a piè.della villa; l’ajutò a montare in vettura; le baciò lungamente la mano; poi la seguì con gli occhi, finché la vettura non svoltò dal breve viale a manca per uscire dal cancello. Là uno della compagnia, in divisa borbonica, pensò bene d’impostarsi militarmente per presentar le armi. Don Ippolito se n’accorse e si scrollò rabbiosamente.

            – Codeste pagliacciate! – muggì fulminando con gli occhi capitan Sciaralla, che si trovava presso il vestibolo.

            Risalì alla villa, si chiuse in camera, e di lì mandò a far le scuse a don Illuminato, se per quel giorno non lo tratteneva a desinare con lui.

            Monsignor Montoro arrivò alle quattro del pomeriggio con la sua vettura silenziosa, tirata da un pajo di vispi muletti accappucciati.

            Lo accompagnava Vincente De Vincentis, l’arabista, che aveva lasciato quel giorno la biblioteca di Itria per il vicino palazzo vescovile e s’era sfogato a parlare per tutti i giorni e i mesi, in cui, quasi avesse lasciato la lingua per segnalibro tra un foglio e l’altro di quei benedetti codici arabi, restava muto come un pesce.

            Aveva parlato anche in vettura, durante il tragitto, con certi scatti e schizzi e sbruffi che gli scotevano tutto il corpicciuolo ossuto, sparuto, convulso. Gli occhi duri dietro le lenti fortissime da miope, nel volto scavato, sanguigno, avevano la fissità della pazzia.

            Parecchie volte il vescovo con le mani molli feminee e la voce melata, dalle inflessioni misurate e quasi soffuse di pura autorità protettrice, gli aveva consigliato calma, calma; gli consigliò adesso, piano, prudenza, prudenza, oltrepassando il cancello della villa tra il riverente ossequio degli uomini di guardia; e, di nuovo, col gesto, prudenza, prima di smontare dalla vettura.

            I due ospiti furono subito introdotti da Liborio nel salone; ma confidenzialmente il vescovo si permise d’uscire sul terrazzo marmoreo aggettato su le colonne del vestibolo esterno, per godere del grandioso spettacolo della campagna e del mare.

            Si delineava tutta di lassù la lontana riviera su l’aspro azzurro del mare sconfinato, da Punta Bianca, a levante, che pareva uno sprone d’argento, via via, con insenature e lunate più o meno lievi fino a Monte Rossello a ponente, di cui soltanto nella notte si vedeva il faro sanguigno. Solo per breve tratto, quasi nel mezzo della dolce amplissima curva, la riviera era interrotta dalla foce dell’Hypsas.

            Don Ippolito sopravvenne poco dopo, premuroso, non ancor ben rimesso dal grave turbamento che la visita della sorella gli aveva cagionato.

            – Ho condotto con me il nostro De Vincentis, – disse subito monsignor Montoro, – perché vorrebbe vedere non so che cosa nel vostro Museo, caro principe. Lo farete accompagnare, e noi resteremo qua, su questo pergamo di delizia: non saprei staccarmene. Ma prima il De Vincentis vorrebbe rivolgervi una preghiera.

            – Sì, – scattò questi, come se avesse ricevuto una scossa elettrica. – Volevo venire da solo, questa mattina stessa. Monsignore, invece, no, dice, meglio che vieni con me. È una cosa molto seria, molto seria…

            – Sentiamo, – disse il principe, invitandolo col gesto a rimettersi a sedere sulla seggiola di giunco del terrazzo.

            Il De Vincentis si curvò goffamente per vedere dove fosse la seggiola; poi, sedendo e afferrando i bracciuoli con le piccole mani secche e adunche, proruppe:

            – Don Ippolito, rovinati! rovinati!

            – Ma no… ma no… – si provò a correggere Monsignore, protendendo la mano gravata dall’anello vescovile.

            – Rovinati, Monsignore, mi lasci dire! – ribattè il De Vincentis; e le cave gote sanguigne gli diventarono livide. – E causa della rovina è mio fratello Ninì! È andato lui dal… dal…

            Ancora una volta le mani del vescovo si protesero; il De Vincentis le intravvide a tempo e si potè tenere. Ma già il principe aveva compreso.

            – Dal Salvo, – disse pacatamente. – So che gli avete ceduto…

            – Ninì! Ninì! – squittì il De Vincentis. – Primosole… Ninì! Lui gliel’ha ceduto… Non so nulla io; nulla di nulla; al bujo, cieco… E lui più cieco di me, stupido, pazzo, innamorato… Come dice? Transeat per Primosole… Sì! Ci ho fatto la croce… benché… benché il podere solo, sa, è stato pagato, e in un modo che fa ridere…

            – Ma no, perché? – interruppe di nuovo, serio, Monsignore.

            – Piangere, allora! – rimbeccò il De Vincentis, che aveva già perduto le staffe. – Va bene? Ottantacinquemila lire, e la villa in groppa! La villa di mia madre, là…

            E con la mano accennò verso levante, oltre il greppo dello Sperone, al colle più alto, detto di Torre che parla, dall’aspetto d’un leone posato, a cui faceva da giubba un folto bosco di ulivi.

            – Quarantaduemila, – riprese, – erano di cambiali scadute: il resto, sfumato, volato via in meno di due anni? dove? Ora sento che si tratta di cedere al Salvo anche le terre di Milione.E che ci resta? I debiti col Salvo… gli altri debiti… Lo so, ho saputo… Lei sposerà, dice, la sorella… donna Adelaide…

            – E che c’entra? – domandò, stordito, dolente, il principe, guardando monsignor Montoro.

            – Mi congratulo, badi, mi congratulo… – soggiunse subito il De Vincentis, rosso come un gambero. – Noi però siamo rovinati!

            E si alzò per non far vedere le lagrime sotto le lenti cerchiate d’oro.

            Don Ippolito guardò di nuovo il vescovo, senza comprendere.

            – Vi dirò, – disse questi con tono grave, di risentimento per la disubbidienza del giovine e calò su gli occhi chiari, pallidi, globulenti, le palpebre esilissime come veli di cipolla. – Vi dirò. So che Flaminio Salvo ha già fatto donazione alla sorella delle terre di Primosole e che è disposto a farle donazione, quando sarà, anche di quelle del fèudo di Milione. Ma sono addolorato del modo con cui il nostro Vincente si è espresso, perché… perché non è il modo, codesto, di parlare di persone onorandissime, da cui forse, senza saperlo, abbiamo ricevuto qualche beneficio.

            Il De Vincentis, che stava con le spalle voltate ad asciugarsi gli occhi, si voltò a queste ultime parole del vescovo.

            – Beneficio?

            – Sì, figliuolo. Tu non puoi comprenderlo perché disgraziatamente non ti sei dato mai cura de’ tuoi affari. Vedi ora il dissesto e senti il bisogno d’incolparne qualcuno, a torto; invece di portarvi rimedio. Non eri venuto qua per questo?

            Il De Vincentis, che non poteva ancora parlare dalla commozione, chinò più volte il capo.

            – È meglio – riprese Monsignore, – che tu vada giù; col vostro permesso, principe. Esporrò io il tuo desiderio.

            Don Ippolito si alzò e invitò il De Vincentis a seguirlo; poi, su la scala, lo affidò a Liborio, cui diede la chiave del Museo, e ritornò dal vescovo, che lo accolse con un sospiro, scotendo le mani intrecciate.

            – Due sciagurati, lui e il fratello! Flaminio Salvo, vi assicuro, principe, ha usato loro un trattamento da vero amico. Senz’alcuna… non diciamo usura per carità, non se ne parla nemmeno; senz’alcun interesse ha prestato loro dapprima somme rilevantissime; ha avuto poi offerta da loro stessi una terra, di cui egli, banchiere, dedito ai commercii, capirete, non sa che farsi: un altro creditore avrebbe mandato al pubblico incanto la terra, per riavere il suo danaro. Egli invece ha fatto all’amichevole e ha continuato a tenere aperta la cassa ai due fratelli che spendono, spendono… non so come, in che cosa… senza vizii, poverini, bisogna dirlo, ottimi, ottimi giovani, ma di poco cervello. Il fatto è che navigano proprio in cattive acque.

            – Vorrebbero ajuto da me? – domandò don Ippolito, con un tono che lasciava intendere che sarebbe stato dispostissimo a darlo.

            – No, no, – rispose afflitto Monsignore. – Una preghiera che, stimo, non potrà avere alcun effetto. Il De Vincentis crede che Ninì, suo fratello minore, sia innamorato della figlia di Flaminio Salvo, e…

            – E…? – fece il principe.

            Ma aveva già compreso; e il dialogo terminò sicilianamente in uno scambio di gesti espressivi. Don Ippolito si pose le mani sul petto e domandò con gli occhi: «Dovrei farne io la richiesta al Salvo?». Monsignore assentì malinconicamente col capo; col capo dapprima negò l’altro, poi alzò le spalle e una mano a un gesto vago, per significare: «Non lo faccio; ma quand’anche lo facessi?…». Monsignore sospirò, e basta.

            Stettero un pezzo in silenzio entrambi.

            Don Ippolito, già da parecchi anni, avvertiva confusamente che quel monsignor Montoro gli era non tanto davanti agli occhi, quanto nello spirito, un grave ingombro, quasi che col peso inerte di quelle sue carni rosee troppo curate si adagiasse a impedire che tante cose attorno a lui e per mezzo di lui si movessero. Quali, in verità, non avrebbe saputo dire; ma certo, con quella figura lì, con quella mollezza rosea inerte ingombrante, molte e molte colui doveva trascurarne, che forse un altro, al posto suo, più àlacre e men femineo, avrebbe mosse, anzi scosse e avviate. .

            Dal canto suo, Monsignore avvertiva, che tra lui e il principe c’era un sentimento non ben definibile, che spesso da una parte e dall’altra s’arricciava, si ritraeva, lasciando tra loro un vuoto impiccioso, dal quale venisse dentro a ciascuno de’ due una certa lieve acredine rodente.

            Forse questo vuoto era fatto da un argomento, che Monsignore sapeva di non poter toccare, e che pure era tanta parte della vita del principe: cioè, i suoi studii archeologici, il suo culto per le antiche memorie. Non poteva toccarlo, quest’argomento, per timore che fosse pretesto a don Ippolito di riparlargli d’una cosa, di cui egli, uomo di mondo e senza ubbìe d’alcuna sorta, non voleva sapere. Più volte il principe aveva cercato d’indurlo a consacrare almeno una piccola parte della sua cospicua mensa vescovile al restauro dell’antico Duomo, insigne monumento d’arte normanna, deturpato nel Settecento da orribili sostruzioni di stucco e volgarissime dorature. Egli s’era rifiutato, dicendogli che, se mai fosse riuscito a metter dà parte qualche risparmio, lo avrebbe piuttosto destinato a costituire una rendita, per cui al convento di Sant’Alfonso, lì presso la cattedrale, potessero ritornare i Padri Liguorini cacciati dopo il 1860.

            A don Ippolito non importava nulla dei miglioramenti arrecati alla sua città natale dalle nuove amministrazioni succedute alle decurie e agli intendenti del suo tempo. Per quanto non si desse requie nella lotta e mostrasse animo risoluto a raggiungerne il fine, non aveva più fiducia, in fondo, di potere un giorno rivedere la città, da cui s’era esiliato. La vedeva col pensiero, com’era prima di quell’anno fatale, ancora coi burgi e gli stazioni, cioè coi pagliaj e le fornaci nella piazza paludosa fuori Porta di Ponte; ancora coi tre crocioni del Calvario sul declivio del colle, da cui ogni anno, il venerdì santo, si faceva la predica a tutto il popolo lì adunato, e ancora con l’antico giardinetto che un suo amico devoto, il colonnello Flores, comandante la guarnigione borbonica, per ingraziarsi gli animi dei cittadini, vi aveva fatto costruire dieci anni prima della rivoluzione. Sapeva che quel giardinetto era stato abbattuto per ingrandire il piano dalla parte che guarda il mare; e sapeva che su la vasta piazza sorge adesso un gran palazzo, destinato agli ufficii della Provincia e sede della Prefettura. Ma anche questa era per lui un’usurpazione indegna, perché la prima pietra di quel palazzo era stata posta nel 1858 da un munifico vescovo, che voleva farne un grande ospizio per i poveri, onde ancora i vecchi lo chiamavano il Palazzo della Beneficenza.

            Gli sarebbe piaciuto che il Duomo fosse restaurato da monsignor Montoro, perché le chiese… eh, quelle non erano edifizii che la nuova gente potesse aver piacere d’abbellire; ed eran la sola cosa, di cui egli sentisse profondo il rimpianto. Gli arrivavano lì, nel suo esilio, le voci delle campane delle chiese più vicine. Egli le riconosceva tutte, e diceva: – Ecco, ora suona la Badìa Grande… ora suona San Pietro… ora suona San Francesco…

            Arrivò, anche quella sera, a rompere il lungo silenzio, in cui egli e il vescovo lì sul terrazzo eran caduti, il suono dell’avemaria dalla chiesetta di San Pietro. Il cielo, poc’anzi d’un turchino intenso, s’era tutto soffuso di viola; e sotto, nella campagna già raccolta nella prima ombra, spiccava tra i mandorli spogli una fila di alti cipressi notturni, come un vigile drappello a guardia del vicino tempio della Concordia, maestoso, sul ciglione. Monsignor Montoro si tolse lo zucchetto, si curvò un poco, chiudendo gli occhi; il principe si segnò, e tutti e due recitarono mentalmente la preghiera.

            – Avete sentito di questi scandali, – disse poi il vescovo gravemente, – che turberanno certo la nostra tranquilla diocesi?

            Don Ippolito chinò più volte il capo, con gli occhi socchiusi.

            – È stata qui mia sorella.

            – Qui? – domando con vivo stupore il vescovo. Don Ippolito allora gli parlò brevemente della visita e della violenta scossa ch’egli ne aveva avuto.

            – Oh comprendo! comprendo! – esclamò Monsignore, scotendo le bianche mani intrecciate e socchiudendo gli occhi anche lui.

            – Come ridotta… – sospirò don Ippolito profondamente.

            Per cangiar tono al discorso, monsignor Montoro, dopo aver tirato dentro aria e aria, sbuffò:

            – E intanto il nostro paladino vuol montare a ogni costo in arcione; e sarà un nuovo scandalo, che avrei voluto almeno evitare…

            – Capolino? – domandò, accigliandosi, don Ippolito. – Battersi?

            – Ma sì! Aggredito…

            – Lui? Il Prèola!

            – Lui, anche lui! Non sapete tutto, dunque? Il nostro Capolino fu aggredito la mattina da un tal Verònica, che si trovava insieme con l’Agrò, che tanto m’addolora.

            – Non me lo disse, – mormorò quasi tra sé don Ippolito.

            – Perché pare, – spiegò Monsignore, – almeno a quel che si dice in paese, pare che l’Auriti non sapesse della rissa della mattina. Basta. Bisognerà chiudere un occhio, perché lo sfregio, eh, lo sfregio è stato molto grave: gli hanno strappato il giornale in faccia, su la pubblica via… Sapete che il nostro Capolino è focoso, cavaliere compito… Non è stato possibile ridurlo a ragione, all’osservanza del precetto cristiano… Ha già mandato il cartello di sfida…

            – So che tira bene di spada, – disse don Ippolito, cupo e fiero. – In fin dei conti, non sarà male dare una lezione a uno di costoro per abbassare a tutti la cresta. Per me, Monsignore, l’ho dichiarato alla stessa mia sorella, lotta senza quartiere!

            – Ma sì! la vittoria, la vittoria sarà nostra senza dubbio, – concluse il vescovo.

            Seguì un altro silenzio; poi Monsignore domandò, riscotendosi:

            – Landino? – come se per caso gli fosse venuto di far quella domanda, ch’era in fondo la vera ragione della sua visita.

            Aveva combinato lui quelle prossime nozze di Adelaide Salvo con don Ippolito; aveva lasciato intendere a questo che solo per un riguardo a lui Flaminio Salvo consentiva che la sorella contraesse quel matrimonio illegittimo, almeno a giudizio della società civile; ma voleva – ed era giusto – che il figlio del primo letto riconoscesse la seconda madre, e fosse presente alla celebrazione religiosa: trattando con gentiluomini di quella sorte, questo solo atto di presenza gli sarebbe bastato.

            Don Ippolito s’infoscò.

            Dopo una lunga lotta con se stesso, aveva scritto al figlio che gli era cresciuto sempre lontano, prima a Palermo nella casa dei Montalto, poi a Roma, e col quale perciò non aveva alcuna confidenza. Lo sapeva d’idee e di sentimenti al tutto opposti ai suoi, quantunque non fosse mai venuto con lui ad alcuna discussione. Era molto malcontento del modo con cui gli aveva comunicato la decisione di contrarre queste seconde nozze e del modo con cui gli aveva espresso il desiderio di averlo a Colimbètra per l’avvenimento. Troppe ragioni in iscusa: la solitudine, l’età, il bisogno di cure affettuose… Gli pareva d’essersi avvilito a gli occhi del figlio. Il disgusto però e l’avvilimento non erano soltanto per effetto d’una lettera mal riuscita: provenivano da una causa più intima e profonda, nel cuore di lui.

            Senza troppo volerlo da principio, s’era lasciato persuadere a ridurre a effetto un disegno stimato su le prime inattuabile; superato l’ostacolo della sua grave pretesa, trovata la sposa, stabilite le nozze, d’un tratto s’era veduto stretto da un impegno non ben ponderato avanti, e non aveva potuto più tirarsi indietro per nessuna ragione. La famiglia Salvo, se non aveva titoli nobiliari, era pur d’antico sangue; conveniente l’età della sposa; nulla in fondo da ridire su l’immagine che gli avevano mostrata di donna Adelaide in una fotografia; e poi la soddisfazione per la deferenza ai suoi principii politici e religiosi… Sì, sì; ma la memoria venerata di donna Teresa Montalto? e l’avvilimento per la coscienza della propria debolezza? Non aveva saputo resistere allo sgomento che gl’incuteva segretamente, da qualche tempo in qua, la solitudine, la sera, quando si chiudeva in camera e, guardandosi le mani, si dava a pensare che… sì, la morte è sempre accanto a tutti, bimbi, giovani, vecchi, invisibile, pronta a ghermire da un momento all’altro; ma allorché man mano si fa sempre più prossimo il limite segnato alla vita umana e già per tanti anni e tanto cammino si è sfuggiti comunque all’assalto di questa compagna invisibile, scema da un canto, grado grado, l’illusione d’un probabile scampo, e cresce dall’altro e s’impone il sentimento gelido e oscuro della tremenda necessità di incontrarla, di trovarsi a un tratto a tu per tu con essa, in quella strettura del tempo che avanza. E sentiva mancarsi il respiro; si sentiva stringer la gola da un’angoscia inesprimibile. Le sue mani gli facevano orrore. Soltanto le mani in lui, per ora, erano da vecchio: ingrossate le nocche, la pelle aggrinzita. Sì, le sue mani avevano cominciato a morire. Gli s’intorpidivano spesso. E non poteva più, la notte, stando a giacer supino sul letto, vedersele congiunte sul ventre. Ma quella era pure la sua positura naturale: doveva distendersi così per conciliare il sonno. Ebbene, no: si vedeva morto, con quelle mani fredde come di pietra sul ventre; e subito si scomponeva, prendeva un’altra positura, e smaniava a lungo.

            Per questo aveva manifestato il desiderio d’un’intima compagnia; e il desiderio, ecco, si attuava; ma egli ne provava in segreto stizza e avvilimento. Gli pareva che questo suo desiderio avesse acquistato su lui una volontà che non era più la sua. Altri infatti lo aveva assunto e lo guidava e trascinava lui, che non poteva più opporsi: come il cavallo, che aveva dato la prima spinta a una vettura in discesa, ora dalla vettura stessa si sentiva premere e spingere suo malgrado.

            – Nessuna risposta? – soggiunse Monsignore, per rompere subito il fosco silenzio in cui il principe s’era chiuso. – Bene, bene; tanto per sapere. Risponderà. Intanto… ecco: abbiamo parlato con Flaminio circa alla presentazione. Si può fare a Valsanìa, è vero? Donna Adelaide scenderà a visitar la nipote e la povera cognata; voi, di qua stesso, per lo stradone, senza toccar la città, vi recherete a visitare il fratello e i vostri ospiti. Va bene così? In settimana. Sceglierete voi il giorno.

            – Subito, – disse il principe, riavendosi con una mossa energica. – Domani.

            – Troppo presto… – osservò sorridendo Monsignore. – Bisognerà avvertire… dar tempo… Doman l’altro poi, no: è martedì. Le donne, sapete bene, badano a codeste cose. Sarà per mercoledì.

            E si alzò, con stento e con riguardo per la sua molle rosea grassezza donnescamente curata, sospirando:

            – Bene eveniat! Quel povero figliuolo… – soggiunse poi, alludendo al De Vincentis. – Si trovasse modo di tranquillarlo… Ne sarei proprio lieto… Mah!

            A piè della scala monsignor Montoro trattenne il principe e, indicando la porta delMuseo ove era il De Vincentis, disse piano:

            – Non vi fate vedere. Lo saluterete dal terrazzo. Buona sera.

            Il principe gli baciò la mano e risalì la scala. Poco dopo dal terrazzo s’inchinò al vescovo e salutò con la mano il De Vincentis che si scappellava, evidentemente senza scorgerlo. Rimase lì, seduto presso la balaustrata a guardar nella campagna l’ombra che man mano s’incupiva, la striscia rossastra del crepuscolo che diveniva livida e quasi fumosa sul cerulo mare lontano, su cui, laggiù in fondo, nereggiavano gli uliveti di Montelusa, a destra della lucida foce dell’Hypsas. In mezzo al cielo cominciava ad accendersi la falce della luna.

            Don Ippolito guardò i Tempii che si raccoglievano austeri e solenni nell’ombra, e sentì una pena indefinita per quei superstiti d’un altro mondo e d’un’altra vita. Tra tanti insigni monumenti della città scomparsa solo ad essi era toccato in sorte di veder quegli anni lontani: vivi essi soli già, tra la rovina spaventevole della città; morti ora essi soli in mezzo a tanta vita d’alberi palpitanti, nel silenzio, di foglie e d’ali. Dal prossimo poggio di Tamburello pareva che movesse al tempio di Hera Lacinia, sospeso lassù, quasi a precipizio sul burrone dell’Akragas, una lunga e folta teoria d’antichi chiomati olivi; e uno era là, innanzi a tutti, curvo sul tronco ginocchiuto, come sopraffatto dalla maestà imminente delle sacre colonne; e forse pregava pace per quei clivi abbandonati, pace da quei Tempii, spettri d’un altro mondo e di ben altra vita.

            Sonò a un tratto, nel bujo sopravvenuto, il chiurlo lontano d’un assiolo, come un singulto.

            Don Ippolito si sentì stringere improvvisamente la gola da un nodo di pianto. Guardò le stelle che già sfavillavano nel cielo, e gli parve che al loro lucido tremolìo rispondesse dalle campagne deserte il tremulo canto sonoro dei grilli. Poi vide, oltre il burrone del fiume, a levante, vacillare il lume di quattro lanterne cieche sù per l’aspro greppo dello Sperone.

            Era Sciaralla, che si arrampicava coi tre compagni per montar la vana guardia alla casermuccia lassù.

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I vecchi e i giovani – Indice
Introduzione
Parte I

Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8

Parte II

Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8

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