Il turno – Capitolo 1

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Il turno – Capitolo 1

I.

            Giovane d’oro, sì sì, giovane d’oro, Pepè Alletto! – il Ravì si sarebbe guardato bene dal negarlo; ma, quanto a concedergli la mano di Stellina, no via: non voleva se ne parlasse neanche per ischerzo.

            – Ragioniamo!

            Gli sarebbe piaciuto maritare la figlia col consenso popolare, come diceva; e andava in giro per la città, fermando amici e conoscenti per averne un parere. Tutti però, sentendo il nome del marito che intendeva dare alla figliuola, strabiliavano, strasecolavano:

            – Don Diego Alcozèr?

            Il Ravì frenava a stento un moto di stizza, si provava a sorridere e ripeteva, protendendo le mani:

            – Aspettate… Ragioniamo!

            Ma che ragionare! Alcuni finanche gli domandavano se lo dicesse proprio sul serio:

            – Don Diego Alcozèr?

            E sbruffavano una risata.

            Da costoro il Ravì si allontanava indignato, dicendo:

            – Scusate tanto, credevo che foste persone ragionevoli.

            Perché lui, veramente, ci ragionava su quel partito, ci ragionava con la più profonda convinzione che fosse una fortuna per la figliuola. E s’era intestato di persuaderne anche gli altri, quelli almeno che gli permettevano di sfogare l’esasperazione crescente di giorno in giorno.

            – Avete voluto la libertà, santo Dio! il re che regna e non governa, la leva per tutti, un esercito formidabile, ponti e strade, ferrovie, telegrafo, illuminazione: cose belle, bellissime, che piacciono anche a me: ma si pagano, signori miei! E le conseguenze quali sono? Due, nel caso mio. Numero uno: ho lavorato come un arcibue, tutta la vita, onestamente per mia disgrazia e non son riuscito a mettere da parte tanto da poter per ora maritare la figlia secondo il suo piacere, che sarebbe anche il mio. Numero due: giovanotti, non ce n’è: intendo dire di quelli che a un padre previdente possano assicurare, sposando, il benessere della figliuola: prima che si facciano una posizione, Dio sa quel che ci vuole; quando se la son fatta, pretendono la dote e fanno bene; senza posizione, in coscienza, quale padre affiderebbe loro la figlia? Dunque? Dunque bisogna sposare un vecchio, vi dico, se il vecchio è ricco. Di giovani poi, volendo, alla morte del vecchio, ce n’è quanti se ne vuole.

            Che c’era da ridere? Parlava da senno, lui! Perché:

            – Ragioniamo…

            Se don Diego Alcozèr avesse avuto cinquanta o sessant’anni, no: dieci, quindici anni di sacrifizio sarebbero stati troppi per la figliuola; ed egli non avrebbe mai accettato quel partito. Ma ne aveva, a buon conto, settantadue, don Diego! E non c’era dunque da temer pericoli di nessuna sorta. Più che matrimonio, in fondo, sarebbe quasi una pura e semplice adozione. Stellina entrerebbe come una figliuola in casa di don Diego: né più né meno. Invece di stare in casa del padre, starebbe in quell’ultra casa, con più comodi, da padrona assoluta: casa d’un galantuomo alla fin fine: nessuno osava metterlo in dubbio, questo. Dunque, che sacrifizio? Aspettare qua o là. Con questa differenza, che aspettare qua, in casa dei padre, sarebbe tempo perduto, non potendo egli far nulla per la figliola; mentre, aspettando là, tre, quattr’anni…

            – Mi spiego? – domandava a questo punto il Ravì, abbagliato lui stesso dalle sue ragioni e sempre più convinto.

            Don Diego Alcozèr aveva già preso quattro mogli? E che per questo? Tanto meglio, anzi! Stellina non sarebbe così sciocca da farsi (e squadrava le corna) sotterrare dal vecchio, come le altre quattro: col tempo e con la mano di Dio avrebbe lei, invece, composto in pace il corpo del marito benefattore, e allora, ecco, allora sì il giovanotto! Bella, ricca, allevata come una principessina, sarebbe stata un vero panin di zucchero; e i giovanotti, così, a sciame, come le mosche, attorno a lei.

            Gli pareva impossibile che la gente non si capacitasse di questo suo ragionamento: era caparbietà, cocciutaggine, arrestarsi a considerar soltanto il sacrificio momentaneo di quelle nozze col vecchio. Come se oltre quello scoglio, oltre quella secca, non ci fosse il mare libero e la buona ventura! Lì, lì, bisognava guardare!

            Se egli fosse stato ricco, se avesse potuto far da sé la felicità della figliuola – bella forza! si sa, non l’avrebbe data in moglie a quel vecchiaccio. Stellina certo, per il momento, non poteva apprezzare la fortuna che egli le procacciava: questo era naturale e in certo qual modo scusabile! Di lì a pochi anni però – ne era sicuro – ella lo avrebbe lodato, ringraziato e benedetto. Non sperava, né desiderava nulla per sé, da quel matrimonio; lo voleva unicamente per lei, e stimava dover suo di padre, dover suo di vecchio provato e sperimentato nel mondo, tener duro e costringere la figliuola inesperta a ubbidire. Lo amareggiava invece profondamente la disapprovazione di uomini d’esperienza come lui.

            – In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, – si lamentava intanto, in casa, la moglie del Ravì, la si-donna Rosa, accennando il segno della croce con un gesto che le era abituale e che ripeteva ogni qual volta si sentiva infastidita e urtata nella gravezza della sua gialla carne inerte: – Lasciatelo fare. Ciò che fa Marcantonio, per me, è ben fatto, – diceva ai parenti che sottovoce le facevan notare la mostruosità di quel progetto di nozze.

            – Peccato mortale, si-donna Rosa – s’affannava a ripeterle Carmela Mèndola, portavoce del vicinato, parlando quasi con la strozza, per non gridare, e dandosi pugni rintronanti sul petto ossuto: – Se lo lasci dire, in coscienza: peccato mortale, che grida vendetta davanti a Dio!

            E, tutta scalmanata, si scioglieva e si rannodava sotto il mento le cocche del gran fazzoletto rosso di lana che teneva in capo.

            La si-donna Rosa stringeva le labbra, sporgeva il mento, chiudeva gli occhi e soffiava per il naso un lungo sospiro.

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